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martedì 10 gennaio 2012

J. Edgar


La cosa più sorprendente di "J. Edgar", il biopic sul capo dell'F.B.I. Hoover, è che il quasi ottantaduenne Clint Eastwood, proseguendo il suo lavoro di analisi dei sentimenti umani - è uno dei pochi autori cinematografici di sentimenti, nel senso più nobile del termine, ed uno dei più freschi in senso anagrafico - abbia deciso di prendere a prestito la biografia di uno dei più fetusi sbirri della storia per raccontarcela in forma di storia d'amore. Di amore tra due uomini e di quegli amori potenti ed indistruttibili che durano una vita intera. Forse un vero amore.
Amore sempre sussurrato e sospettato tra l'inflessibile sbirro-capo d'America e il suo assistente, un segreto di Pulcinella finora confinato tra le pagine delle varie "Hollywood Babilonia" scandalistiche e ora finalmente rivelato. 
Una rivelazione che il regista decide di usare come chiave di lettura del personaggio Hoover, delle sue contraddizioni e delle sue meschinità. Affinché sia ben chiaro il senso del film, non a caso Eastwood per raccontarcelo sceglie lo stesso sceneggiatore di "Milk", biopic su un altro celebre san franciscan e pioniere della difesa dei diritti della comunità GLBTQ. 

Il senso di Hoover per la vita è spiare e ricattare gli altri perché ricattato a sua volta, probabilmente tenuto per le palle dall'intera Mafia dell'Universo non perché grande poliziotto ma perché omosessuale. 
Alla fine, la condanna di non poter essere noi stessi é il dover diventare peggiori di ciò che saremmo stati. Tutto a causa di una società che non perdona "quella" debolezza e che ti costringe a vivere nella menzogna e diventare una carogna di sicuro come il giudice di De André. 
C'è forse troppa materna comprensione, in questo film, nei confronti di Hoover, il persecutore dei neri e l'anticomunista viscerale? Troppo giustificazionismo sentimentale? Apparentemente è così ma il messaggio neanche troppo esoterico del film è come la società può farci diventare mostri se lo vuole. Un discorso sempre valido in ogni epoca.

A proposito di madri. In quella che, a mio parere, è la scena chiave del film, la madre di Edgar, fino a quel momento fin troppo presente ed affettuosa, racconta al figlio la storia di un ragazzino che veniva chiamato "Gerbera", del perché aveva questo nomignolo e della brutta fine che fece. 
"Preferirei avere un figlio morto piuttosto che un figlio "gerbera", dice infine Judy Dench a Leonardo DiCaprio con la stessa cosmica crudeltà di una Miss Ratched e la chiarezza di chi vuole che il messaggio venga ricevuto forte e chiaro.
In quella negazione feroce di ciò che significa amare un figlio chiunque egli sia, in quella sentenza senza appello di morte civile, nell'invocazione blasfema dell'unica cosa che una madre non si augura mai di vivere, sta tutta la tragedia dell'omosessualità negata. 
Non sarà la prima volta che questo dolore e questa crudeltà vengono rappresentati al cinema ma non accade così di frequente in un film di Hollywood. Non fa mai male ricordare il dolore che il discrimine verso l'omosessualità provoca negli esseri umani che lo vivono. Non fa male ricordarlo soprattutto agli eterosessuali.
Chapeau al vecchio giovane Clint per averci parlato ancora una volta della bellezza della tolleranza e della forza rivoluzionaria dell'amore.

venerdì 2 dicembre 2011

Dyo ci si arrapa con i marines*


Lo prometto, è l'ultima volta che mi occupo di lui. E' che oggi un amico mi ha segnalato un'altra uscita del nostro eroe sul "Foglio" di ieriun piccolo capolavoro di inutile omofobia contenente almeno una tripletta alla Cavani di perle assolute. Datosi che avevo un po' di tempo libero, ne ho approfittato per leggermi anche qualche paginata di quelle che lui definisce  "preghiere". Alla fine, si rischia di confondersi e pensare di essere finiti su "Pontifex".
Quando parla di omosessualità, argomento della preghiera di ieri, il Langone è tremendo e mi ricorda - anche fisicamente - il colonnello dei marines Fitts di "American Beauty", quello che vede froci dappertutto e perfino camminare sui muri, che tormenta di continuo il figlio per paura che gli si infroci a tradimento e poi, in una notte di pioggia, loro due soli nel garage, stampa un bacio indimenticabile sulla bocca del vicino di casa, Kevin Spacey.
Non voglio insinuare nulla, solo notare che certi gay sono criptati così bene che nemmeno il re degli hacker riuscirebbe a crackarli.

Prima perla del Langone.
"Ho sempre sentito l’omosessualità come un’offesa alle donne: possibile che loro, le vilipese, non la pensino così?" 
Poffarbacco, e perché mai dovrebbe essere un'offesa?  Non è mica obbligatorio amarci o desiderarci, tesoro. Se due ragazzi si amano a noi donne fanno solo tanta tenerezza. Si, magari se scopriamo che il figaccione che ci arrapa preferisce i maschi ci rimaniamo un po' male, lì per lì, ma possiamo sempre diventare amici, nell'attesa di convertirli.

Seconda perla.
"Non credo che una canzone d’amore per gatti possa fungere da canzone d’amore per topi. Non credo in un amore che prescinda dall’oggetto e possa rovesciarsi indifferentemente su maschi, femmine, bestie, piante, minerali…"
Ma certo, un poetastro del Trecento, sicuramente un po' così, perché quella storia degli svenimenti con Virgilio mi puzza, scrisse: "L'amor che move il sole e l'altre stelle". Senza contare che un predicatore ebreo di duemila anni fa ci fece una carriera, sul concetto di amore universale. Finì male perché anche allora il mondo era pieno di pontifexsi.

Terza ed ultima perla:
"Ma come fanno le mie amiche ad ascoltare Antony and the Johnsons, Tiziano Ferro, George Michael?"
Oh, caro Langone, c'è di peggio. Noi donne siamo delle vere depravate. Io riesco perfino ad ascoltare Elton John, Sylvester, i Bronski Beat, Frankie Goes To Hollywood, Dead or Alive, Boy George, (ah, gli anni Ottanta!), Ricky Martin, Michael Stipe, Ciaikovsky, Handel e l'unico ed indimenticabile Freddie Mercury. Senza sentirmi per nulla offesa. Anzi, mi piacciono pure.
A proposito, sto pensando a della musica sicuramente etero, maschia e con le palle dure come il marmo ma, a parte "La sagra di Giarabub" e "La canzone del sommergibilista", sarà un caso, ma non mi viene in mente nulla. Che poi, anche quel "Camerata Richard", in fondo, a me pare ambigua assai.


* Sergente Hartmann "Full Metal Jacket"

domenica 30 agosto 2009

Attenzionarne uno per attenzionarne cento

"...noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni..." (Il Giornale, agosto 2009)

Mi meraviglia che si meraviglino. Omosessuali schedati in Italia? Dossier illegali sui fatti privati di cittadini comuni? Ma quando mai!
Eppure, basta googlare "schedatura omosessuali" e viene fuori, ad esempio, un articolo del Corriere del 1998, dove si parla della denuncia da parte dell'Arcigay dell'esistenza di fascicoli su cittadini schedati solo perchè omosessuali; dossier non ancora distrutti nonostante le ripetute richieste del Parlamento.
Avete presente quando un gay viene assassinato e la polizia indaga "negli ambienti omosessuali"? Come vengono identificati questi ambienti? Come si fa a sapere chi li frequenta ed andare a colpo sicuro ad interrogare proprio le persone giuste?
C'era, e dovremo dire, c'è ancora, il sospetto che le inclinazioni sessuali degli individui vengano sottoposte a controllo, schedatura e vidimazione da parte di organismi investigativi che operano in maniera non proprio lecita.
Tanta meraviglia, eppure si era parlato recentemente del maxi-archivio illegale di Tavaroli, con migliaia di dati sensibili raccolti sui potenziali "nemici": industriali, politici, semplici cittadini. Un'inchiesta della magistratura che risale al 2006 e che, inspiegabilmente, non è ancora stata evidenziata in tutta la sua importanza dalla stampa. Una faccenda di intercettazioni e registrazione abusiva di dati sensibili. Alla faccia della privacy sempre sbattutaci in faccia.

Il potere lo ha sempre fatto, di schedare i suoi potenziali nemici e le minoranze per soggiogarli meglio, ed il pregiudizio anti-omosessuale ha sempre fornito un assist alla repressione.
Lo si è visto nelle dittature come la Germania nazista, dove Martin Boorman possedeva i dossier sui vizi privatissimi di ogni gerarca, incluso il Fuhrer in persona; nei regimi comunisti, dove l'omosessualità era considerata un vizio borghese contrario alla rivoluzione proletaria, fino all'America bacchettona e preda del furore anticomunista del COINTELPRO di Hoover, il capo dell'F.B.I. che faceva tesoro delle informazioni raccolte sui gusti sessuali dei suoi nemici, per tenerli per le palle.
Recentemente, il presidente Sarkozy è stato criticato per aver messo a punto, nella democraticissima Francia, un sistema di schedatura di soggetti "a rischio" tra i quali rischiano di rientrare anche gli omosessuali.

In Italia la schedatura dei cittadini, anche sulla base dell'orientamento sessuale, la si praticava durante il Fascismo ma il vizio è continuato durante quel lungo periodo di democlericalpostfascismo che ha dominato il paese fino al flagello Craxiano ed alla catastrofe Berlusconiana.
Anche allora, anni '60-'70, era pratica comune diffamare gli avversari puntando sulla diversità. Ricordo riviste che grufolavano nella vita privata dei politici avversi (soprattutto quelli di centrosinistra, è ovvio, essendo sport praticato soprattutto dalle gazzette della destra). Era tutto un leggere di "balletti rosa" e "balletti verdi", questi ultimi di tipo omosessuale.
Le insinuazioni non risparmiavano, nemmeno allora, le gerarchie vaticane, specialmente quando queste venivano percepite come troppo spostate a sinistra. Uno dei gossip più sussurrati di quegli anni riguardava addirittura un Papa e un famoso attore di teatro. E' dimostrato ormai che si trattò di una campagna ricattatoria orchestrata dai servizi segreti manovrati da altissime cariche dello Stato, forse addirittura il presidente della Repubblica di allora, contro un Papa che aveva osato "aprire alla Sinistra".

I giornali di oggi danno giusto rilievo alla porcata del "Giornale", che ha usato una velina (in omaggio alla satiriasi del capo, immagino) farlocca spacciandola per documento di tribunale, per colpire uno dei pochi direttori di giornale che si era permesso di far notare la scarsa attinenza con i principi cristiani delle avventure del Pornoduce con le escort e le deputatesse alla visita militare. Non l'avesse mai fatto. Chissà quanti avvocati D'Amore (vedi filmato), segugi e cani da trifola saranno stati sguinzagliati in cerca del vizietto nascosto da buttare in prima pagina.
Dopo le tette della Veronica, gettate al pubblico ludibrio, dopo la denuncia del presunto amante della stessa (oggi scopriamo che erano in regime di coppia aperta consensualmente da almeno dieci anni), questo ed altro.



Pensate come è democratico Berlusconi. Permette al suo giornale personale di infangare l'onore della moglie, di farsi attribuire le corna, pur di non limitare l'informazione libera. Talmente libera, a volte da essere inventata o costruita a tavolino su sussuri e bisbigli. Sempre e comunque da lanciare come una bomba caricata a merda contro chi si schiera contro il Pornoduce.

"Non ho mai parlato con Feltri". Già quel "mai" ridondante, rafforzativo, denota la bugia, essendo Feltri, dopotutto, un suo dipendente con il quale deve aver scambiato, in un giorno x, qualche parola.
Infatti dopo la nomina a direttore del "Giornale", Feltri rimase a colloquio a Palazzo Chigi con Berlusconi per più di un'ora.
Sicuramente non avranno parlato della campagna di autunno, della strategia mediatica di contrattacco contro i nemici del satiro, di come utilizzare i giornali di famiglia a guisa di manganello contro mogli ribelli e giornalisti che si ostinano a fare i giornalisti e non le puttane.
Forse hanno parlato di libertà di stampa. O di un posto nel Circolo dell'Amicizia del mausoleo di Arcore, chissà.

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martedì 10 giugno 2008

La ratacaponata

Sto cucinando una ratatouille che in itinere si è trasformata in una caponata, grazie al tocco di aceto balsamico insegnatomi dall'amico Salvo. E' bello rimescolare tante verdure diverse nel wok, sentirne gli odori che ne emanano. Cucinare rilassa e mentre rimescoli il cibo, tanti pensieri ti corrono nel cervello sui pattini, alcuni silenziosamente, sul ghiaccio, altri sbatacchiando come quei maledetti skateboard.

Oggi la UE ha deciso che, per certi tipi di contratto come quelli a chiamata, si potrà lavorare fino ad un massimo di 65 ore settimanali. Sarà indispensabile a questo punto dotare i lavoratori di catetere, così si eviteranno anche le fastidiose soste per la pisciatina. Per altre necessità: un semplice ed economico tappo.
65 ore in una settimana vuol dire vivere solo per il lavoro. Non avere più una vita. Addormentarsi mentre si conduce un autobus. Vabbè, tanto avremo un'eternità per dormire.

Ieri ho sentito la Fiamma Nirenstein a Radio Radicale annunciare, tutta eccitata, che gli USA finalmente sganceranno gli agognati aerei Stealth ad Israele. Sono gli aerei invisibili, rapidi ed infallibili, che arrivano, fanno danno ma nessuno li ha visti sul radar. "Chi ti ha bombardato Ahmed?" "Nessuno mi ha bombardato, Nessuno!"
Comunque c'è un qualcosa di leggermente osceno in una donna che gioisce per nuovi ninnoli da guerra da regalare al marito.

Sono quarant'anni dal 1968 e tutto ciò che ne consegue ma nessuno ne parla. Né tv, né giornali, nemmeno History Channel. L'altro giorno ho visto, giusto per stare in tema "The Dreamers" di Bertolucci. La trama è ficcante: uno studentello dai labbroni a canotto viene adescato da una coppia perversa di fratelli e scopre che, come gli diceva sempre sua madre, le più troie sono le vergini. Che c'entra il '68? Me lo sono chiesta anch'io. Citofonare Bernardo.

La nazionale di calcio ha avuto il suo primo Vietnam europeo ieri sera. Come da copione. I grandi eserciti imperiali perdono sempre contro la guerriglia. Solo noi come campioni del mondo potevamo perdere la partita con tre pappine implacabili.
Avete visto Marco Van Basten alla fine? Aveva lo sguardo di Ali Agca quando diceva "Io no sparato a Pappa". Per Donadoni stanno già preparando la croce. Gattuso è stato sentito dire "io a quello non lo conosco" (riferendosi al suo mister).

Com'è stato possibile che tra una montagna di monnezza televisiva la RAI ci abbia potuto dare "Il commissario Montalbano"? Mi sto riguardando gli episodi in dvd. Mi piace tutto di quella serie ma soprattuto le location, i luoghi. Quando la Sicilia ti si presenta di fronte mostrando senza pudore Scicli e Marina di Ragusa, le perdoni anche Schifani. Riuscite ad ottenere lo stesso risultato con Trezzano sul Naviglio?

Il primario della clinica privata si difende: "Era per il bene dei pazienti". Anche i pedofili sono convinti di insegnare educazione sessuale ai bambini che si fottono.

Domani, 11 giugno, arriva Bush. La scelta del numero del giorno è puramente casuale.





domenica 27 gennaio 2008

La memoria di tutte le vittime

Mi fa molto piacere che finalmente si stia presentando la Giornata della Memoria citando, oltre alla Shoah, la persecuzione degli altri gruppi caduti vittime della barbarie nazista, tra i quali: omosessuali, zingari, oppositori politici, testimoni di Geova, asociali, prostitute, disertori e immigrati.
Speriamo sia l'inizio del completo riconoscimento di tutte le sofferenze di quegli anni.
Per troppi anni questi compagni di viaggio in treno piombato avevano rappresentato un tabu ed erano stati rimossi dal ricordo, perchè non si era riusciti a superare l'imbarazzo di averne condiviso il destino e perchè in fondo il pregiudizio nei loro confronti non era mai morto, come dimostrano il perdurante odio per gli zingari e l'omofobia. Eppure il buio nazista della ragione si comprende solo pensando al ricco banchiere che viene bruciato nello stesso forno assieme al ladruncolo nomade.

Il nazismo è stato per troppo tempo idealizzato come un'ideologia nobile nel suo genere, volonterosa nel riscattare il popolo tedesco.
La realtà è che fu un movimento igienico, ossessionato dalla purezza, dal bianco che più bianco non si può e dalla sporcizia come una massaia psicotica, che vede scarafaggi e topi ovunque e decide che solo il fuoco purificatore può rendere la sua casa linda. Infatti la massaia impazzita alla fine non trovò di meglio che bruciare la casa, direttamente.
Questa visione terra terra, questa riduzione alla meschinità del nazismo, rende bene il suo vero intimo significato.
Hitler era psicotico molto probabilmente ma riuscì a dominare la Germania solo perchè si sintonizzò sulle frequenze di una mentalità collettiva negativa, depressa, paranoide e maniaco-ossessiva il cui scopo ultimo divenne ripulire, eliminare i rifiuti della società.
L'unico problema era non tanto stabilire chi doveva essere eliminato ma chi doveva essere risparmiato. A guardar bene ne rimanevano ben pochi.

Era la risposta patologica ad una logica borghese che sarebbe errato considerare un'anomalia limitata agli anni trenta in Germania.
Oggi non partono più i treni per Treblinka ma nel retrobottega di una certa mentalità fondante la nostra cultura e società, il disgusto per il diverso, chiunque egli sia, è come un reattore nucleare fuso che non è mai stato spento, che ancora brucia e brucerà forse in eterno.

C'è un bellissimo documentario sull'olocausto omosessuale, "Paragraph 175", premiato come miglior documentario al Festival di Berlino 2000 e diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman, già autori di un documentario sull’omosessualità nel cinema americano, dal titolo “Lo schermo velato”.

Il paragrafo 175 era un articolo della legge tedesca, risalente al 1871, che prevedeva l’arresto e la perdita dei diritti civili per i gay.
Durante la repubblica di Weimar negli anni ’20, nonostante la legge repressiva, soprattutto a Berlino vi era una grande tolleranza verso la diversità e gli omosessuali di entrambi i sessi potevano esprimersi molto più liberamente di quanto fosse mai stato loro concesso in Germania.
Con l’avvento del nazismo, non solo il paragrafo 175 fu applicato ancora più duramente ma iniziarono le retate e le deportazioni di omosessuali verso i campi di concentramento, come Dachau e Mauthausen.
Per le lesbiche l’atteggiamento era in apparenza più tollerante, ma in realtà il non rispettare il dettato di fare figli a dozzine per il Fuehrer poteva essere sufficiente per inviarle nel lager, dove venivano marchiate con il triangolo nero destinato anche alle prostitute o alle donne che usavano contraccettivi, ai Rom e ai vagabondi, mentre il triangolo rosa era per i gay .
Si calcola che tra il 1933 e il 1945 circa 100.000 gay furono arrestati in Germania e di questi 10-15.000 furono deportati nei lager.
Non crediate che fosse necessario essere sorpresi in flagrante con qualcuno. Bastava il sospetto, il “si dice”, il chiacchiericcio dei vicini su quel signore “un po’ così”, magari il desiderio di vendetta o la delazione di un debitore per finire all’inferno.
Nella atroce scala gerarchica dei lager i gay erano considerati appena un gradino sopra le bestie. Umiliati, torturati e sottoposti a violenze sessuali dagli aguzzini e dai kapò, erano i più deboli e per loro il tasso di sopravvivenza non superava il 40%. Dopo la guerra risultarono soltanto 4000 sopravvissuti.

Epstein e Friedman in “Paragraph 175” hanno raccolto le testimonianze di cinque protagonisti di quel terribile periodo storico, i pochi che hanno avuto il coraggio di raccontare ciò che era loro accaduto.
Perché bisogna raccontare tutta la storia e dire che, caduto il Nazismo e liberati i prigionieri dei lager, gli omosessuali furono considerati ancora dei criminali a causa del paragrafo 175, e che la legge rimase in vigore fino al 1969 e definitivamente abolita solo nel 1994, dopo la riunificazione tedesca. Nessuno parlò del loro dramma a Norimberga, non fu riconosciuto il loro status di ex-deportati e addirittura gli anni trascorsi nei lager venivano dedotti dalle loro pensioni.
Ecco perché anche i protagonisti del film dichiarano di non aver parlato, di essersi tenuti tutta quella sofferenza dentro.
Fa malissimo vedere, alla fine del film, un vecchio di novant’anni piangere per un dolore che, nato sessant’anni fa, brucia ancora con la stessa intensità di allora.
E fa male anche considerare che l’ipocrisia, il senso di superiorità di chi “non ha vizi” e non si rende conto che essere eterosessuali non è un merito ma è una condizione che ci troviamo addosso per caso sono ancora tra noi in questo nuovo millennio.
Bisogna parlare di queste mostruosità, farle nostre, condividerle, non lasciarle ricordare solo agli amici omosessuali un giorno all’anno con una coroncina di fiori portata al monumento in ricordo delle vittime. E’ una cosa che ci riguarda tutti perché nessuno deve sentirsi al riparo dalla barbarie dell’intolleranza.
La società che partorì il nazismo ha un ventre fertile. Hitler fu solo il suo figlio più deforme.

lunedì 12 novembre 2007

Non c'è PACS nemmeno dopo la morte

Tempo fa leggevo un’interessante intervista con una giovane statista emergente la quale, interrogata sui diritti da concedere per legge alle persone conviventi, gay ed etero, così rispondeva:
"I diritti individuali sono già garantiti. L'unica cosa che i Dico avrebbero portato sarebbe stata la pensione di reversibilità per i conviventi, che d'altra parte il sistema pensionistico nazionale non sarebbe stato in grado di sostenere. I figli, il diritto alla visita in ospedale: tutto questo già c'è e quel che non c'è si può correggere caso per caso. Esistono le scritture private. Stiamo parlando di una questione che riguarda una minoranza del paese, non sono queste le priorità di un governo".
Dev’essere stata l’emozione della ribalta ma la signora, che tra l’altro si onora ella stessa di far parte della categoria dei conviventi, è riuscita ad inanellare una sequela invidiabile di corbellerie, smontabili una per una con una facilità da mobiletto dell’IKEA.

La prima affermazione è falsa: se i diritti individuali fossero già garantiti non staremmo qui a chiedere i Dico e i Pacs. Sulla pensione di reversibilità: visto che si tratta di una minoranza del paese trovo difficile credere che le casse dell’INPS andrebbero in rosso a causa di qualche pensione in più. I figli: se i figli vogliono sono in grado di cacciare di casa dall’oggi al domani la convivente del genitore appena deceduto che magari, vedovo, si era rifatto una vita con una compagna. Accade ogni giorno e si tratta di figli che bramano di entrare in possesso dell’appartamento in eredità e non sono certo mossi da chissà quali nobili propositi. Occorrebbe una legge per difendere i conviventi dai figli, non il contrario.
Le visite in ospedale. Certo, come compagna/o di un ricoverato sarà difficile che qualcuno mi impedisca di accudirlo ma se per caso vi sono dei figli che vogliono opporvisi, ancora una volta potranno farlo. Per non parlare del fatto che se il malato è in coma o comunque non in grado di comunicare, il convivente potrebbe avere gravi difficoltà ad accedere ai dati personali e alle notizie sul suo stato, come un coniuge legittimo. Bisogna pregare di non trovare un medico bacchettone.
Veniamo infine alle scritture private. Ah, qui la volevo, la statista. Scrittura privata significa soldi da versare a notai e altri azzeccagarbugli.
Farò un esempio decisamente macabro ma che secondo me serve egregiamente per far capire come sia necessario regolamentare i diritti civili tra le persone conviventi. Diritti che, secondo il mio modesto parere, sono sempre tra le priorità di qualunque governo.

Sempre più spesso ormai si ricorre alla cremazione e, grazie ad una nuova legge, è possibile ottenere in affidamento domestico le ceneri dei propri cari defunti.
Si fa una semplice domanda di affidamento in Comune con un paio di marche da bollo e ci si porta l’urna a casa. L’affidamento delle ceneri può essere richiesto da un parente stretto: genitori, figli, coniugi, fratelli, insomma consanguinei.
Che succede se, ad esempio, un convivente desidera portarsi a casa le ceneri della propria compagna o del proprio compagno? Le cose si complicano assai.

Ricordo che fino a pochi anni fa, per farsi cremare occorreva iscriversi ad un’apposita associazione che forniva i documenti necessari. Oggi è tutto semplicissimo.
Organizzando un funerale, se la famiglia opta per la cremazione è sufficiente che il coniuge o i figli o altri parenti firmino un’autocertificazione dove è scritto che “il defunto aveva espresso il desiderio di essere cremato”. Può decidere anche solo il coniuge. Se non vi è un coniuge decide il figlio. Solo se i figli sono più di uno è necessario che la decisione sia unanime. Magari non è neanche vero che il poveretto voleva farsi bruciare ma in pratica la famiglia ha il diritto di disporre come vuole del cadavere del proprio caro.

Se invece non vi sono coniugi legittimi ma solo conviventi, almeno secondo la direttiva dell'Emilia Romagna, occorre che la volontà del defunto di affidare le proprie ceneri al convivente sia stata espressa in un regolare testamento, depositato presso un notaio e pubblicato! Sempre che poi non salti su un figlio che decida che la cremazione non si fa più.
Tenendo conto dei tempi e dei costi di una tale trafila, mi sembra che si voglia creare una vera e propria discriminazione nei confronti dei conviventi, e per giunta in contrasto con la normativa molto più elastica che riguarda normalmente la cremazione.

La signora dell’intervista direbbe sicuramente che il problema non esiste perché basta andare dal notaio a fare testamento e mettere una bella firmetta su una scritturina privata per sicurezza. Non so quanto potrebbe costare il tutto ma, tenendo presente l’esosità dei notai e il costo, ad esempio, di 400 euro per la compilazione di un atto notorio per pratiche di successione, posso immaginare che si tratterebbe di una bella cifra. Un’inezia forse per chi ha i dané ma tanto per una famiglia di operai.
E’ giusto discriminare i cittadini sulla base del censo? E’ giusto che uno, solo perché è mio parente, possa avere tutti i diritti, compresi quelli di infilarmi in un forno anche se non volevo e il mio compagno non possa invece avere le mie ceneri?
Perché un convivente non può fare una domanda di affidamento in carta semplice anche quando i consanguinei sono d’accordo, perfino i figli? Io ho fatto l'esempio senza specificare se la coppia di conviventi è etero o gay ma è facile immaginare che nel caso di persone omosessuali le difficoltà sarebbero moltiplicate per mille. Una discriminazione nella discriminazione.

Ho fatto solo un esempio che rimanda magari a cose alle quali non vorremmo mai dover pensare ma che serve per riflettere e per capire che i Dico, i Pacs, o come diavolo vogliamo chiamarli, servono per la gente comune che non ha i soldi per pagarsi le sacre ruote da ungere. Sono necessari per impedire abusi ed ingiustizie e affinchè tutti i cittadini diventino veramente uguali di fronte allo Stato. Tutti, indipendentemente dall'orientamento sessuale.

Ah, se siete curiosi, la statista emergente era la Rossa di Milanello.

sabato 28 luglio 2007

Spacciatori di coccoina

Ovvero, su cose che mi danno i nervi e mi strozzano lo spaghetto in gola quando ascolto le notizie del TG (qui mettete voi a scelta il numero 1-2-3-4-5-6-7, tanto per me pari sono, voi notate qualche differenza?)

E' possibile che i testi dei servizi televisivi vengano ormai fatti con i generatori automatici? Non si spiega altrimenti l'utilizzo a tappeto ed in ogni circostanza delle frasi strafatte come la smielatissima “il piccolo (Tommy, Samuele,...)” che accompagna qualunque notizia che riguardi minori di 18 anni, compresi quelli di 17 anni e mezzo, l'ipocrita “non ce l’ha fatta”, inserita dal generatore per non dire che il tizio X è morto e soprattutto quella che io odio e che non sopporto più: "l'opposizione attacca".

Questa espressione è ormai incollata ad ogni notizia che riguardi le azioni del governo Prodi ma anche a quelle di cronaca. Brucia il Gargano? L’opposizione attacca. Rifondazione chiede spiegazioni sul Welfare? Intanto, l’opposizione attacca. Il gatto Oscar vede la gente morta? Nemmeno a farlo apposta, l’opposizione attacca. Si ma, attacca come e dove? Per sempre come la colla del bisonte, senza grinze come il Pritt o con i grumi e la consistenza dello sputo della cara e vecchia coccoina?

A proposito di felini. La notizia del gatto menagramo è un paradigma dell’ignoranza scientifica o scientifica ignoranza e del sensazionalismo spacciati come giornalismo in questi ultimi tempi. Questo Oscar supertelepaticogattone non è altro che probabilmente sensibile alle alterazioni dell’odore corporeo che certi malati hanno in fase preagonica. Lo sanno anche i sanpietrini per strada che gli animali hanno percezioni sensoriali più accentuate delle nostre, ma tant’è, bisogna dire per forza che non c’è alcuna spiegazione per un fenomeno che è probabilmente spiegabilissimo.

Altra notizia appiccicaticcia: è stato bacio o qualcos’altro al Colosseo? Detto che i carabinieri dovrebbero avere altro da fare che portare in questura i cittadini gay, spero che sappiano comunque distinguere tra bacio e sesso orale, che a me paiono, così ad occhio, cose ben diverse. In uno il bersaglio è a ore dodici, nell'altro a ore sei, una bella differenza di puntamento.
Mi sono distratta oggi ma penso che anche sulla questione bacio o chissà che cosa, l'opposizione abbia attaccato. Chissà se per bocca di Bonaiuti o di Schifani?

domenica 11 marzo 2007

Festeggerai con dolore

Torno sull’8 marzo dopo un’attenta riflessione su come è stato celebrato dai media, in specie dalla grande sorella televisione.
Non c’è spazio per i veri problemi delle donne, la doppia fatica che deve fare qualunque di noi per farsi valere sul lavoro, il doppio lavoro mai retribuito di casalinga-badante-infermiera-puliscicessi (signori, mica tutti possono permettersi la moldava). Gli unici “problemi” che questa società concede alla donna sono la cellulite e la stitichezza, ma basta uno yogurt e cachi ogni giorno come Alessia Marcuzzi.

E’ normale che per una società che non ascolta i bisogni degli esseri umani ma compensa le mancanze affettive ricoprendoli di oggetti inutili, come fanno i genitori assenti con i figli, si esalti solo il lato consumistico ed ipocrita, quello ormai riservato ad ogni festività da calendario, della ricorrenza dell’8 marzo.
La vendetta dei mercanti del Tempio comprende una profusione di cioccolatini (che avendo caratteristiche antidepressive, evidentemente devono consolarci di qualcosa), e di rametti di acacia dealbata, ogni anno più striminziti e costosi e dal vago profumo cimiteriale. Mai, che ne so, qualcosa di più allegro, una godereccia teglia di lasagne o pasta al forno per festeggiare un giorno di rinuncia alla dieta, e piante vive, un albero da piantare in giardino, magari. Eros, perdio, non Thanatos.

Oltre alla solita orgia consumistica, a noi donne la festa l’hanno fatta comunque, con un cupo messaggio di morte di rara violenza psicologica. Con un tempismo che ha dell’incredibile, è giunta, proprio l’8 marzo, la notizia del feto morto all’ospedale Careggi di Firenze a seguito dell’aborto terapeutico effettuato perché la madre credeva fosse malformato e invece non lo era. Una storia tristissima che, invece di ricordare come l’aborto sia sempre un dramma per tutti e che esistono i mezzi per prevenirlo se solo il potere clericale non vi si opponesse, è servita per preparare il terreno all’ennesimo articolo contro la legge 194 dell’Osservatore Romano.
Data la solita bottarella al servizio sanitario pubblico, che non fa mai male, la notizia sui giornali e in tv è servita per l’ennesima volta per colpevolizzare, colpevolizzare e ancora colpevolizzare la donna che abortisce e insinuare che l’aborto andrebbe di nuovo proibito. Non a caso si è scelto un caso limite come questo, dove la donna, “se avesse fatto la risonanza magnetica, avrebbe potuto scoprire che il figlio era sano”. Visto che razza di criminale?

Sempre però che la notizia sia vera. In un mondo di falsità, vuoi che tutto ciò che ci raccontano sia vero? Basta che la notizia serva ad uno scopo, e l’aver anche solo per un giorno rinnovato il disgusto verso le donne che abortiscono e l’aver minacciato di toglier loro un’importante conquista in un giorno significativo, è una vittoria.
Mi pare di sentirli. Cosa vogliono ancora le donne? Basta che siano un po’ puttane e ottengono quello che vogliono, e poi gli abbiamo dato gli assorbenti con le ali, che cazzo vogliono ancora? Cioccolatini e fiori puzzolenti si, ma diritti… eh no, un momento.

domenica 28 gennaio 2007

La scoperta dell'acqua santa

Anatema da parte dell’organo della Santa Sede e sconcerto in alcuni blog dal busto troppo stretto per l’ennesima inchiesta dell’Espresso, questa volta sulle opinioni dei preti raccolte da un giornalista in incognito nei confessionali d’Italia.
Cosa ha scoperto di tanto sconvolgente Riccardo Bocca? L’acqua calda, e santa, ovvero che di fronte alla confessione del peccato, soprattutto sessuale, un prete non è detto che segua pedissequamente le direttive delle gerarchie biancogialle ma più spesso forse la sua umana e cristiana coscienza.

E’ una cosa che ho constatato anche di persona un paio di anni fa quando, sentendo un gran bisogno di Dio, trovai un simpatico frate con il quale cominciai a parlare e la conversazione divenne in pratica una confessione. Certo, quando venne a sapere che la pecorella smarrita conviveva con il suo compagno scosse la testa e disse che dovevo fare di tutto per arrivare a santificare la relazione nel matrimonio, ma poi mi diede l’assoluzione dai miei peccati e perfino la comunione, nella chiesa deserta. Una cosa tra me, lui e Dio. Qualche tempo dopo tornai in Chiesa, un’altra. Il parroco mi stette ad ascoltare ma all’annuncio del fatto della convivenza si fece cupo in volto e mi disse che assolutamente non poteva darmi l’assoluzione. Praticamente quasi mi cacciò dal confessionale. “Un frate l’altro giorno mi ha dato l’assoluzione e la comunione”, protestai, “Allora figliola, quello che ti consiglio è di tornare da quel frate”.

Capita l’antifona? Non c’è assolutamente uniformità di comportamento all’interno della Chiesa (altro che centrosinistra). C’è prete e prete, c’è Ponzio Pilato e Torquemada, c’è Ruini e c’è Don Gallo, gli ottusi burocrati e quelli che “se Cristo ha perdonato l’adultera…”
Tutto ciò è normale e risaputo ma, come nel caso della pedofilia, per il Vaticano lo scandalo non è lo scoprire che alcuni preti molestano i bambini, ma che qualcuno lo denunci.

E’ molto interessante e istruttivo che, grazie a quest’inchiesta, si rimarchino le divisioni all’interno della Chiesa sugli argomenti sui quali si scannano in questi giorni anche i politici: PACS, unioni omosessuali ed eutanasia. Se permettete è bello sapere che il sacerdote può essere indulgente anche con l’anonimo peccatore di provincia oltre che con il fantastiliardario pluridivorziato-risposato al quale si concede pubblicamente l’ostia in barba alla dottrina. La discussione potrebbe servire molto alla Chiesa per fare chiarezza al suo interno.
Invece si urla al sacrilegio e al “come si sono permessi” e il bello è che si scandalizzano non soltanto le gerarchie vaticane ma anche i ben pensanti e ben scriventi, a leggere diversi commenti nei blogs.

Non vorrei che questo fosse un brutto segno dei tempi. Non sarà la disabitudine al giornalismo di inchiesta? I troppi anni di “Porta a Porta” alle spalle? I servizi da Londra di Masotti? I primi effetti della contaminazione da gossip impoverito che ogni giorno ci propinano giornali e tv?

Forse alcuni sono troppo giovani per ricordarlo, ma di queste inchieste una volta “L’Espresso” ne faceva una alla settimana e di ben più toste.
Il giornalismo è questo, purtroppo, non il TG5 di Carlo Rossella O’Hara che è uguale al TG1 e al TG2, dove cambiano solo le scrivanie e gli orari ma il pastone è sempre quello.
Non ci siamo più abituati e non ne faccio una colpa a nessuno, ma i veri giornalisti non sono quelli con il giubbotto antiproiettile e antivergogna, embedded nel senso che si infilano (metaforicamente, ci mancherebbe altro) nel letto di chi li paga, ma quelli che per capire bene l’argomento e il fenomeno devono infiltrarsi, fare opera di investigazione, e tanto più quanto il materiale è scottante e bisogna quindi ricorrere a questi mezzi per parlarne e farne parlare. Insomma sono quelli che danno, con rispetto parlando, le notizie.

Tanti anni fa in Germania, ben prima di Fabrizio Gatti, Gunter Wallraff si fece crescere dei bei baffoni alla turca, assunse una falsa identità da immigrato e si fece assoldare da una grande casa farmaceutica che cercava clandestinamente cavie umane sulle quali testare i nuovi farmaci. Quella, ed altre esperienze da lui vissute in incognito diventarono il libro “Faccia da Turco”, ancora oggi una delle testimonianza più vive e inquietanti sul dramma dell’immigrazione oltre che un classico del giornalismo di inchiesta imitato da allora in tutto il mondo.
Non meravigliatevi per favore, ragazzi, se esiste ancora un giornalismo che fa riflettere. Lo so, sulle prime è amaro da mandar giù, ma poi ci fa guarire.

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