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martedì 10 gennaio 2012

J. Edgar


La cosa più sorprendente di "J. Edgar", il biopic sul capo dell'F.B.I. Hoover, è che il quasi ottantaduenne Clint Eastwood, proseguendo il suo lavoro di analisi dei sentimenti umani - è uno dei pochi autori cinematografici di sentimenti, nel senso più nobile del termine, ed uno dei più freschi in senso anagrafico - abbia deciso di prendere a prestito la biografia di uno dei più fetusi sbirri della storia per raccontarcela in forma di storia d'amore. Di amore tra due uomini e di quegli amori potenti ed indistruttibili che durano una vita intera. Forse un vero amore.
Amore sempre sussurrato e sospettato tra l'inflessibile sbirro-capo d'America e il suo assistente, un segreto di Pulcinella finora confinato tra le pagine delle varie "Hollywood Babilonia" scandalistiche e ora finalmente rivelato. 
Una rivelazione che il regista decide di usare come chiave di lettura del personaggio Hoover, delle sue contraddizioni e delle sue meschinità. Affinché sia ben chiaro il senso del film, non a caso Eastwood per raccontarcelo sceglie lo stesso sceneggiatore di "Milk", biopic su un altro celebre san franciscan e pioniere della difesa dei diritti della comunità GLBTQ. 

Il senso di Hoover per la vita è spiare e ricattare gli altri perché ricattato a sua volta, probabilmente tenuto per le palle dall'intera Mafia dell'Universo non perché grande poliziotto ma perché omosessuale. 
Alla fine, la condanna di non poter essere noi stessi é il dover diventare peggiori di ciò che saremmo stati. Tutto a causa di una società che non perdona "quella" debolezza e che ti costringe a vivere nella menzogna e diventare una carogna di sicuro come il giudice di De André. 
C'è forse troppa materna comprensione, in questo film, nei confronti di Hoover, il persecutore dei neri e l'anticomunista viscerale? Troppo giustificazionismo sentimentale? Apparentemente è così ma il messaggio neanche troppo esoterico del film è come la società può farci diventare mostri se lo vuole. Un discorso sempre valido in ogni epoca.

A proposito di madri. In quella che, a mio parere, è la scena chiave del film, la madre di Edgar, fino a quel momento fin troppo presente ed affettuosa, racconta al figlio la storia di un ragazzino che veniva chiamato "Gerbera", del perché aveva questo nomignolo e della brutta fine che fece. 
"Preferirei avere un figlio morto piuttosto che un figlio "gerbera", dice infine Judy Dench a Leonardo DiCaprio con la stessa cosmica crudeltà di una Miss Ratched e la chiarezza di chi vuole che il messaggio venga ricevuto forte e chiaro.
In quella negazione feroce di ciò che significa amare un figlio chiunque egli sia, in quella sentenza senza appello di morte civile, nell'invocazione blasfema dell'unica cosa che una madre non si augura mai di vivere, sta tutta la tragedia dell'omosessualità negata. 
Non sarà la prima volta che questo dolore e questa crudeltà vengono rappresentati al cinema ma non accade così di frequente in un film di Hollywood. Non fa mai male ricordare il dolore che il discrimine verso l'omosessualità provoca negli esseri umani che lo vivono. Non fa male ricordarlo soprattutto agli eterosessuali.
Chapeau al vecchio giovane Clint per averci parlato ancora una volta della bellezza della tolleranza e della forza rivoluzionaria dell'amore.

venerdì 7 gennaio 2011

Hereafter


Il senso di "Hereafter", l'ultimo bellissimo film da regista di Clint Eastwood, è tutto in quella terrificante onda di tsunami iniziale. Un evento improvviso contro il quale non puoi far nulla, che ti travolge e ti trascina via. E' la metafora visiva migliore che si potesse trovare per simboleggiare la morte ma soprattutto il dolore che accompagna la morte e che affligge chi resta. Dolore che, chi ha perduto una persona cara lo sa, arriva  a ondate e sembra non volerti lasciar più respirare. Non a caso si dice annegare nel dolore.

E' stupefacente come l'ottantenne Clint, a un età in cui di solito si preferisce non pensarci perché si comincia ad esserne sempre più quotidianamente terrorizzati, sia riuscito a comporre un affresco così pieno di serenità nei confronti della morte, senza imporre certezze religiose o superstiziose sull'aldilà ma suggerendoci che le risposte che cerchiamo, riguardo ad argomenti così dolorosi come la perdita e il lutto e l'angosciosa questione se dopo finisca tutto o meno, sono dentro di noi, nella nostra mente. Occorre solo qualcuno o qualcosa che ci aiuti a tirarle fuori.

"Hereafter" è un poderoso film sull'elaborazione del lutto e sul suo significato profondo di fattore di crescita di personalità. Proprio per questo è straordinariamente ottimistico e positivo. La prospettiva del dolore della perdita non è il dolore infinito ma la trasformazione della propria esistenza in qualcosa di non necessariamente negativo.

Nessuna contaminazione religiosa nel discorso sull'aldilà, dicevo. C'è solo una brevissima scena, quasi un flash amaramente sarcastico, dove un sacerdote, di fronte al feretro di un bambino, parla di angeli, di lui che ora ci protegge ed è lassù a fianco di Gesù, concludendo: "Le ceneri saranno a disposizione nel retro della chiesa. Avanti il prossimo".
Le frasi che abbiamo sentito mille volte pronunciare senza convinzione nei funerali cattolici e che ci hanno lasciato solo un gran senso di rabbia per la loro inadeguatezza di fronte, ad esempio, al dolore cosmico di una madre che ha perduto un figlio.
E' paradossale perché, per la loro fede, la morte dovrebbe significare il ricongiungimento con Dio e quindi qualcosa di assolutamente gioioso, ma i religiosi (l'osservo continuamente nel mio lavoro) sono le persone più spaventate dalla morte, coloro che ne affrontano i rituali meno volentieri. Forse perché l'hanno popolata di demoni infernali e noiosissimi paradisi e la considerano un evento scontato e prevedibile dal quale non si può ricavare null'altro che un'impressione molto negativa e fine a sé stessa.

Nell'aldilà laico di Eastwood, invece, per alcune anime l'inferno è il rimorso di aver fatto del male e di non aver avuto tempo di chiedere perdono alle loro vittime. Siamo noi, però, attraverso il nostro processo di guarigione dal passato e di crescita, senza dimenticare l'ausilio del perdono, che possiamo render loro la pace, lasciandoli finalmente andare. Prima di tutto dalla nostra testa.

"Hereafter" è anche e soprattutto un film che descrive mirabilmente l'empatia e la difficoltà che prova chi quotidianamente si trova ad interagire con persone che stanno elaborando un lutto. 
Attraverso le vicende che portano la donna, il bambino e il sensitivo al loro incontro ravvicinato con la morte, possiamo renderci conto che il dolore non è mai fine a se stesso ma ha un significato che dobbiamo arrivare a scoprire con l'aiuto degli altri. 
Il sensitivo aiuterà il bambino a crescere ed affrancarsi dall'ingombrante figura fraterna; la donna fornirà al sensitivo le risposte che cercava, liberandolo infine dalla "maledizione" del contatto iperempatico con i dolenti e i fantasmi che li affliggono. In questo senso, i tre formano una simbolica triade i cui membri sono indissolubilmente legati l'uno all'altro ed il cui significato è: non è isolandosi che si guarisce dalla malattia del dolore ma passando attraverso l'esperienza dell'empatia, della pietas, della condivisione e dell'amore che ci vengono dall'altro da sé. Un percorso accidentato, doloroso e che a volte sembra di difficoltà insormontabile ma che ci rende alla fine persone migliori. 

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