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mercoledì 12 settembre 2012

Quello che si sa ma non si dice


"Quanto al futuro, ascolti: / i suoi figli fascisti / veleggeranno / verso i mondi della Nuova Preistoria." (Pier Paolo Pasolini, da "Poesia in forma di rosa".)

"I maggiori centri decisionali non saranno tanto nel governo o nel parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch'essi avviati ad un coordinamento internazionale". (Eugenio Cefis, 1972)

Chiunque volesse cimentarsi nell'interpretazione dell'attualità, di questo drammatico passaggio tra Seconda e Terza repubblica, per capire cosa stia succedendo ed azzardare una previsione del nostro futuro, può farlo  utilizzando gli strumenti della nostra Storia, con i suoi preziosi suggerimenti e i tanti indizi che diventano prove.
Perché c'è un filo - o meglio una catena di schiavitù - che lega i destini delle generazioni che hanno vissuto gli anni dal dopoguerra ad oggi. E' una Storia che ha costanti immutabili, che ha incastonata una maledizione  - quella dei "vent'anni"- legata alla ciclicità delle sue crisi, che ha seminato morti e distruzione per ottenere una sola cosa: il declino inarrestabile di un paese - al quale assistiamo impotenti oggi - sacrificato sull'altare di interessi privati e sovranazionali.
Una Storia che non ha avuto pietà dei grandi uomini: industriali, politici e poeti colpevoli di non essersi piegati ma ribellati alle regole, di aver voluto tentare di  cambiare le cose o solo di testimoniare, urlandola, la verità e tanto meno ha avuto pietà degli uomini e donne anonimi che attendevano il loro turno ad uno sportello bancario o il treno in sala d'aspetto, semplici agnelli sacrificali da offrire in olocausto sul solito altare sempre bramoso di sangue innocente.
Una Storia che in prospettiva non ci offre niente di buono ma solo ancora asservimento ad un Potere che sempre di più, mano mano che ogni resistenza ad esso viene meno, pensa di poter decidere della nostra vita e della nostra morte, come un dio onnipotente non solo malvagio ma anche ottuso e quindi ancora troppo umano. Di un'umanità maligna che non riuscirà mai a scrollarsi di dosso.

Questa Storia, così come l'ho analizzata e studiata in questi anni e che credo di avere capito, aggredisce e sconcia le sue vittime, ci annichilisce  tutti - noi che vorremmo tanto vivere in un paese libero di scegliere il proprio destino - e ci abbandona nella solitudine. La solitudine dell'espressione triste di Pasolini che ritrovo in tanti di noi. E' l'insopportabile protervia degli esecutori del Potere che pretendono, con la logica tipica degli usurpatori, di essere ingiudicabili come la moglie di Cesare. Al di sopra della legge di Dio e degli Uomini perché hanno venduto la propria anima agli uomini che vogliono essere Dio. 
E' una Storia lunga quasi settant'anni che comincia con una sconfitta che marchierà questo paese per sempre e lo vincolerà al principio della sovranità limitata. Una storia di trattative sottobanco, di alleanze criminali, di tradimenti. Tutto sempre all'insegna del gattopardismo: della necessità che mai niente cambi veramente. La condanna definitiva ed in giudicato all'ingovernabilità palese ed all'immobilismo occulto della nostra nazione.

Questa Storia ha due punti cardine che permettono di comprendere gli avvenimenti che si sono succeduti in tutti questi anni.
La madre di tutte le trattative, la prima di tante che verranno è la liberazione di Lucky Luciano da un carcere di New York e la sua spedizione in Sicilia per preparare il terreno allo sbarco alleato ed assicurarsi l'appoggio dei boss locali che controllano il territorio. La Mafia diventa così a pieno titolo uno dei soggetti che potranno sedersi al tavolo della pace, assieme ai partiti che nasceranno dalla Resistenza, alla Chiesa ed al potere industriale. La Mafia non è andata al potere negli anni novanta, per intenderci. Godeva già di ottime credenziali nei palazzi del potere.

La madre di tutti gli inciuci, degli accordi sottobanco, delle logiche partitiche di spartizione del potere è invece l'amnistia per i criminali di guerra firmata dal Togliatti ministro nel 1946. I responsabili della guerra appena perduta, dell'alleanza con il nazismo, dell'imperialismo fascista e delle stragi da esso compiute: i Badoglio, i Graziani, i Roatta - Mussolini è stato magnanimamente e strumentalmente concesso in dono al popolo ed alla sua rabbia - vengono non solo graziati ma sulla storia dei crimini di guerra italiani sarà eretto il primo muro di gomma dei tanti che sarebbero seguiti. Abbiamo stuprato, ucciso, torturato in Yugoslavia, siamo stati i primi ad infoibare, avevamo i nostri lager, gli etiopi hanno assaggiato le nostre armi di distruzione di massa - con Mussolini che scriveva proprio "gasateli" sui telegrammi, firmandoli senza pudore - ma da quel momento, grazie ad un innominabile do ut des chiamato pacificazione nazionale diventiamo perfino leggenda: la figura mitologica dell'italiano brava gente. Gli unici, in una guerra che ha visto scatenare i peggiori istinti omicidi in tutti i popoli coinvolti, ad esserne usciti puri come gigli e addirittura ancora più buoni di prima. I comunisti dicono che non si poteva fare altrimenti, che si doveva evitare la guerra civile ma di fatto l'amnistia serve per cancellare qualunque possibilità di giustizia per le vittime e per facilitare la cancellazione di tutte le colpe. Da una parte e dall'altra. 
L'effetto collaterale del patto di sangue con la Mafia - che prima o poi presenterà il conto - e della spartizione delle responsabilità criminali tra le due fazioni in lotta che si annullano a vicenda in nome di una par condicio scellerata è che il fascismo, non necessariamente e solo quello nero, non sarà mai definitivamente sconfitto ma potrà rimanere in sottofondo, in standby, pronto a risorgere appena le circostanze lo permetteranno. Con un golpe magari o, come usa oggi, con un governo che abbia il coraggio, non essendoci più i freni morali, di fare strame direttamente della Costituzione.

Il resto, tutto ciò che è derivato da questi due eventi possiamo farlo scorrere con l'avanti veloce. Mattei e le trame interne ed esterne dell'ENI, la maledizione del petrolio, voleva fare di testa sua, la palla di fuoco di Bascapé. La Mafia, le sette sorelle, Cefis.
Moro e l'apertura a sinistra, con Gladio che vigila e lavora nell'ombra. Il golpe De Lorenzo, il golpe Borghese. Bagattelle. "E' inutile", dirà Eugenio Cefis, l'uomo nero dell'ENI e il fondatore della P2, "il golpe in Italia non si fa con le sciabole e i carri armati ma con il controllo dei media: giornali e televisioni". Un profeta.
Pasolini, l'oracolo poeta, vede e scrive la realtà e ci consegna, immondo e rivoltante, il nostro futuro, questi anni di sangue e merda perché possiamo tentare di difendercene. Vede il legame tra le trame di ieri e dell'oggi - si, proprio quella P2 che sta preparando l'assalto finale alla roccaforte del potere - e lo denuncia, lo urla.  Lo massacrano gridandogli "frocio, comunista". E' morto per colpa delle sue tendenze, diranno.
Il sessantotto, gli studenti. Quelli autentici e quelli infiltrati. C'è una pericolosa alleanza tra operai e studenti che dev'essere spezzata. Ci vuole un rimedio. Le bombe, gli attentati. Sono stati gli anarchici (ma erano i fascisti). La strategia della tensione, il terrorismo che fa rinascere quella guerra civile che Togliatti diceva di voler evitare. Rossi contro neri. I morti per le strade. Milano, Brescia.  Non possiamo permettere che un paese finisca nelle mani dei comunisti. Lo dice Kissinger in un orecchio a Moro, nel 1974, un anno dopo aver chiarito il concetto a Salvador Allende in Cile. Nasce la televisione spazzatura ma la chiamano libera. Tette e culi per spianare la strada all'omologazione, alla volgarità che dovrà minare alla radice per distruggerla la nostra cultura. La tabula rasa che è fondamentale per la terapia dello shock ed il successivo ricondizionamento. Moro e i 55 giorni. Lo massacrano in nome della difesa dello Stato. Era diventato pazzo, diranno. Ustica. Il nostro doppiogiochismo e la pulsione al tradimento. Bologna. Gli allegri ed opulenti anni ottanta. Craxi che firma la sua condanna a Sigonella. La P2, nuova gestione Gelli. Calvi e lo IOR di Monsignor Marcinkus.
Vent'anni. La giostra si ferma. La prima repubblica finisce alla gogna di Mani Pulite. Socialisti, repubblicani, democristiani, scendano, prego. I comunisti no, rimangano per il momento, che ci servono ancora. Per potervi difendere dai comunisti.  Ancora morti. Suicidi molto strani, come quello di Raul Gardini, toccato dalla maledizione dell'ENI trent'anni dopo Mattei. La Montedison che era di Cefis. Una zeppa, il corsaro, uno troppo intraprendente, un'anomalia, un rivale. Troppi galli nel pollaio. Si è suicidato perché avrebbe dovuto testimoniare, diranno.
Craxi e le monetine, Di Pietro sei tutti noi. E poi la trattativa, le stragi, la Mafia che alla fine presenta il conto e in lista c'è segnato proprio tutto. Falcone e Borsellino che hanno volato troppo vicino al Sole.
Si cambia per non cambiare. Ci vuole uno fico, un imprenditore di successo magari, uno del Nord, un milanese ma con agganci a Palermo. Uno con le televisioni, e se non ne ha abbastanza gliele daremo tutte. Anche i giornali. La visione di Cefis. Cefis che disegnava il futuro con Gianfranco Miglio, l'ideologo della Lega. Colui che voleva il Nord in mano ai movimenti federalisti in odore di nazionalsocialismo e il Sud alle Mafie: la vietnamizzazione dell'Italia in nome di chissà quali interessi particolari. Altro che Casaleggio.
E poi lo sdoganamento definitivo del fascismo. La shock therapy a Genova: le botte, le notti cilene, un due tre, arriva Pinochet. La politica del bipolarismo, facciamo finta di essere democratici ed anglosassoni. Prodi e l'euro nato deforme. Prodi e le privatizzazioni. Prodi e, aiuto ci rubano le elezioni. Poi di nuovo l'imprenditore di successo, amico di brave persone come il boss Mangano e benefattore di altri amici come i collezionisti di diari falsi, capitoli mancanti e messaggi cifrati, da tirar fuori al momento giusto. Uno che non paga la corsa del taxi e poi scende ma compra direttamente macchina e tassista. Uno drogato di sé stesso che alla fine è andato in overdose.
Diciassette anni. Peccato, avrebbe superato il record di Mussolini se non avesse avuto il maledetto vizio di non riuscire a salvare le sue aziende dal fallimento. Una zeppa, ormai ci fa perdere clienti.  Inaffidabile, stop. Lo scandaletto a sfondo sessuale è la firma del mandante del golpe morbido, a volerla vedere.
Vent'anni.  La giostra si è fermata di nuovo. Le Mafie dilagano al Nord e presto scalzeranno anche le Leghe pappandosi tutto. L'imprenditore scenda ma rimanga a disposizione per ogni evenienza. I comunisti. I comunisti non ci sono e non servono più. Sono entrati in banca anche loro. Anzi, sono le banche a venire a noi, adesso. Comanda la finanza tossica, nel senso dei derivati, delle stock options, delle put, dello spread,della governance, e della spending review. Non servono più nemmeno i politici. Sono impegnati a contare i soldi. Appena finiranno di contarli gliene daremo altri - li moltiplichiamo come le cellule cancerose - e così via. Fanno finta di stringere alleanze e il giorno dopo di litigare ma l'anno prossimo sarà l'anno del ritorno del monocolore democristiano. L'unico governo possibile. La cultura di questo paese è distrutta, sull'economia stiamo lavorando e non troviamo grossi ostacoli, è un popolo di zombi. Il cervello degli italiani è ormai all'ammasso, è vuoto, lo riempi con qualsiasi cosa, anche con l'illusione che l'ennesimo uomo di spettacolo possa essere la giusta soluzione di governo. Pensate, si illudono ancora di poter cambiare le cose. Ormai ci servono solo quattro professori ottusi ma basterebbe il pilota automatico. Missione compiuta. Si ricomincia. Dunque, dicevamo, la trattativa. Cosa chiedono ancora, adesso?


Sui legami tra i casi Mattei, De Mauro e Pasolini: "Profondo Nero", di Lo Bianco e Rizza
Inchiesta di RaiNews24:  parte I  - parte II

martedì 20 settembre 2011

Il deserto dei Tarantini


"L’esistenza di Drogo invece si era come fermata. La stessa giornata, con le identiche cose, si era ripetuta centinaia di volte senza fare un passo innanzi. Il fiume del tempo passava sopra la fortezza, screpolava le mura, trascinava in basso polvere e frammenti di pietra, limava gli scalinie le catene, ma su Drogo passava invano; non era ancora riuscito ad agganciarlo nella sua fuga." 
(Dino Buzzati, "Il deserto dei Tartari")

Viviamo asserragliati nella fortezza Italia, con viveri ormai razionati, completamente paralizzati nell'attesa di qualcosa, una guerra, una catastrofe, un'invasione, un colpo di gong gigantesco che ci svegli e dia un senso alla nostra esistenza e ci redima all'ultimo istante dal peccato dell'incapacità di reagire a questa tetraplegia mentale che ci impedisce perfino di immaginare una realtà diversa da questo orrore. Paralizzati come nei sogni più angosciosi, con le gambe che vorremmo muovere ma non possiamo.
Campiamo per inerzia, ci crogioliamo del non saper che fare, senza più alcuna dignità di popolo da rivendicare nel giorno del giudizio. Il nemico è laggiù, lontano, il default forse arriverà e dovremo combattere per difenderci ma qualcuno comincia a pensare che il default, come i Tartari di Buzzati, sia solo una metafora. Troppa fatica pensare di combattere. Sdraiamoci e che abbiano pietà di noi.
Non c'è alcun fremito, alcuna timida speranza di rovesciare il destino. Non c'è resistenza, ribellione, orgoglio ferito, volontà di riscossa. l'Italia è un immenso lazzaretto popolato di malati di impotenza che attendono solo la fine. 
Guardarli sapendo di stare guardando noi stessi è una sensazione orribile.

martedì 31 marzo 2009

Prove tecniche di rivoluzione?

Che succede in Europa? Succede che lavoratori disperati dalla prospettiva della perdita del lavoro provocata dalla "crisi", cominciano ad incazzarsi di brutto e alcuni di loro hanno preso ad assediare i manager delle società e a sequestrarli negli uffici per forzarli a trattare i licenziamenti preventivati. Insomma, i lavoratori si ribellano. Si registra già qualche clamoroso episodio di stringiculo ai danni di manager d'alto bordo, come il patron del lusso François-Henri Pinault e i manager della Caterpillar a Grenoble.
Succede in Francia, soprattutto, ma anche in Scozia, dove l'amministratore delegato della Royal Bank of Scotland, al centro di un clamoroso fallimento provocato dall'ingordigia dei suoi dirigenti, si è visto assaltare la villa da un gruppo denominato "Bank bosses are criminals".

Non esaltiamoci troppo, non si tratta forse di vere e proprie prove tecniche di rivoluzione, però è consolante vedere che al di fuori del nostro paese, chi subisce le conseguenze pesanti della crisi del liberismo hardcore, non se ne sta a rincoglionirsi davanti al Grande Fratello e a sorbirsi le balle del nano tuttofare ma si ribella e fa sapere che non si lascerà ridurre sul lastrico senza reagire.
Da noi, nel paradiso della mansuetudine operaia, nel paese dove il padrone non deve chiedere mai, dove Cipputi ormai vota Berlusconi o Lega, sembra di stare in una specie di Svizzera dove non accade nulla di più movimentato di un paio di caprette che fanno ciao.
Complice forse un'informazione sempre più vergognosa e connivente, preoccupata solo di non dispiacere al leader minimo, ed impegnata a condurre le proprie campagne di disinformazione mediante cazzabubbole fabbricate di volta in volta e a seconda della moda del momento. Oggi il cane mordace, domani gli zingari che portano via i bambini.
Una (dis)Informazione che racconta solo le classi che non sono (per ora) toccate dalla crisi: imprenditori, professionisti, commercianti, benestanti, ricchi, insomma la nuova aristocrazia e quindi da far sembrare che in Italia vada tutto a gonfie vele.
Per tentare di salvare la faccia, fanno finta di credere che la crisi colpisca democraticamente tutti e aggrottano le sopravcciglia quando inizia la pagina dell'economia con il resoconto dei danni della crisi, ma in realtà sanno benissimo che non è vero.

La crisi colpisce solo ed esclusivamente (per ora) i precari, i lavoratori non indispensabili, i meno qualificati, gli anziani, in generale chi può contare solo sul proprio salario o pensione mese per mese. Gente che non ha voce in capitolo ma che, per colmo d'ironia, si è buttata a votare con ardore coloro che l'hanno ridotta così. Gente che qualcuno ha deciso debba sopravvivere con 700 euro al mese, mentre quel qualcuno i 700 euro li spende in una sera per i lunghi preliminari senza fretta e il 2° e 3° canale sincronizzati con il 26x17 appena arrivato, 7a naturale.

Oggi Berlusconi ha detto che lo Stato penserà a chi perde il lavoro. Ha parlato di carità cristiana e ha terminato raccontando una bella favola, cioè che la cassa integrazione coprirà il 100% dello stipendio e che alla fine della crisi i licenziati saranno riassunti (una balla che chiunque sia stato licenziato si è sentito raccontare: "non si preoccupi, tra al massimo un paio di mesi la riassumeremo magari in un altra filiale").
In qualunque altro paese uno così non sarebbe preso sul serio ed anzi si comincerebbe a parlare di T.S.O. Da noi guai a chi lo tocca.
Migliaia se non milioni di disocccupati in futuro e lui (cioè, noi) paga loro lo stipendio per intero? Con quali fondi Dio solo lo sa. Forse, da bravo Unto, con la moltiplicazione dei pani e dei pesci... d'aprile.

sabato 17 febbraio 2007

Etiopia 1937: i crimini italiani dimenticati, da Addis Abeba a Debra Libanos

Lunedì ricorrerà, molto probabilmente nel silenzio e nell'amnesia generali, il 70° anniversario di una delle pagine più nere della storia coloniale italiana e di uno degli episodi più vergognosi, il massacro di civili etiopi che seguì come rappresaglia all’attentato al Vicerè d'Etiopia Rodolfo Graziani, avvenuto il 19 febbraio 1937.

Graziani, prima del suo incarico in Africa Orientale al fianco del Maresciallo Badoglio, aveva già condotto con ferocia la repressione contro i ribelli di Omar el-Mukhtar in Libia nel 1921, come narra anche un film americano del 1981 con Anthony Quinn e Oliver Reed, “Il leone del deserto”, censurato e mai distribuito nel nostro paese.

Durante la Seconda guerra italo-abissina, il generale si distinse per la spregiudicatezza con la quale irrorava di gas come l’iprite le popolazioni “ribelli”, con il pieno beneplacito di Mussolini, che in diversi telegrammi ai suoi generali autorizzava lui e Badoglio all’uso sistematico delle armi chimiche: “Dati sistemi nemico di cui a suo dispaccio n.630 autorizzo V.E. all'impiego anche su vasta scala di qualunque gas et dei lanciafiamme”.

Sull’utilizzo dei gas da parte dell’esercito italiano in Etiopia vi fu una lunga diatriba molti anni fa tra Indro Montanelli e lo storico Angelo Del Boca. Montanelli negava che questi crimini fossero stati compiuti. Quando poi Del Boca, uno dei massimi esperti di colonialismo italiano, produsse documenti inoppugnabili che dimostravano la realtà dei fatti, Montanelli ebbe la signorilità di ammettere il suo errore.

Il 19 febbraio 1937 Graziani, per festeggiare la nascita a Napoli dell’erede al trono Vittorio Emanuele, il nostro principe dei casinò, convocò nel suo palazzo di Addis Abeba un bel po’ di notabili locali e qualche centinaio di poveri, ciechi e storpi ai quali annuncia che farà l’elemosina di due talleri d’argento. Mentre è in corso la sfilata dei reietti, alle 12,20 degli etiopi che si erano mescolati tra la folla lanciano alcune granate all’indirizzo del palco delle autorità. Pur non essendo le deflagrazioni di enorme potenza, il bilancio delle vittime sarà di sette morti e circa cinquanta feriti tra i quali, in modo non grave, lo stesso Graziani.

La rappresaglia, condotta dal federale Cortese ed eseguita per massima parte da civili italiani, la cosiddetta gente comune, fu spietata e colpì alla cieca nei tre giorni che seguirono. Per primi coloro che si trovavano all’interno del cortile dove era avvenuto l’attentato, non ebbero scampo. L’inviato speciale del Corriere della Sera Ciro Poggiali così scrisse: "Tutti i civili che si trovano ad Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada... Vedo un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente".

Tra le testimonianze straniere della ferocia scatenata dagli italiani sulla popolazione locale quella dell’ambasciatore USA che per descrivere l’accaduto fece riferimento agli orrori del genocidio turco degli Armeni del 1917. Ma anche testimoni italiani si dissero sconvolti da quanto videro con i propri occhi.

Graziani, dal letto d’ospedale, ordina ai governatori delle altre regioni di agire con il massimo rigore. Si incendiano i tucul, le chiese copte, i raccolti, i terreni coltivati. Si uccide il bestiame e si inquinano i terreni con aggressivi chimici. Gli inglesi denunciano al proprio Parlamento l’uccisione di 700 etiopi che si erano in un primo tempo rifugiati nell’ambasciata del Regno Unito ad Addis Abeba. Vengono uccise migliaia di persone.
Il bilancio di tre giorni di massacro è stimabile, secondo le fonti più attendibili inglesi, francesi e americane, in circa 6.000 vittime, anche se fonti etiopi arrivano a contarne 30.000.

Graziani ordina quindi la fucilazione di esponenti della intelligencija etiopica e perfino di decine di indovini e cantastorie, colpevoli solo di aver predetto il crollo del regime coloniale.
Le esecuzioni sommarie di presunti colpevoli e fiancheggiatori degli attentatori proseguiranno nelle settimane e nei mesi successivi, fino al massacro di Debra Libanos.

Questa città conventuale era uno dei luoghi più sacri al cristianesimo copto.
Convinto che nel monastero avessero trovato rifugio i responsabili dell’attentato, nel mese di maggio Graziani ordina al generale Maletti di spazzar via ”tutti i monaci compreso il vicepriore". A queste prime vittime passate sommariamente per le armi con le mitragliatrici pesanti sull'orlo della stretta gola di Zega Waden, si aggiungeranno poco dopo anche i diaconi, poco più che ragazzini. Il bilancio di questa carneficina, compiuta su religiosi cristiani con l’aiuto dei 1.500 armati musulmani della banda di Mohamed Sultan, secondo studi e scavi recenti va da un minimo di 1.600 ad un massimo di 2.200 vittime. Martiri dimenticati dal calendario.

Durante l’estate scoppiano altre rivolte e continua la repressione, che culmina con l’esecuzione di Hailù Chebbedè, considerato il capo dei ribelli, la cui testa mozzata portata come trofeo in giro per l'Etiopia (si dice in una scatola di latta per biscotti) fu issata su un palo e mostrata nelle piazze dei mercati.
Altri massacri ed episodi efferati vedranno gli italiani protagonisti negli anni successivi, come nel 1939 a Debra Brehan, dove più di mille tra uomini, donne, vecchi e bambini saranno gasati con l’iprite nelle grotte dove si erano rifugiati.

Il dominio coloniale italiano in Etiopia finirà solo con la sconfitta del 1941 ad opera dei britannici e con il ritorno sul trono dell’imperatore Hailè Selassiè.
Arresosi alle truppe anglo-americane nel 1945, Graziani fu processato nel 1948 e condannato a 19 anni di carcere, 17 dei quali gli furono condonati. Nel 1953 divenne presidente onorario del MSI ma in contrasto con alcuni camerati preferì ritirarsi a vita privata. Morì nel 1955 nella sua casa di Roma.

Immagine tratta da "Fascist Legacy" di Ken Kirby, produzione BBC.

sabato 10 febbraio 2007

"Si ammazza troppo poco!" - L'altra faccia della memoria

E’ giustissimo il 10 febbraio ricordare le vittime delle foibe ma penso che ancora una volta si sia persa un’occasione (ahi, Presidente!) per fare ulteriore chiarezza e giustizia su quello che fu il mattatoio dei Balcani nella seconda guerra mondiale.
Al giusto riconoscimento alle vittime delle foibe si attende da sessant’anni che si affianchi quello per le vittime dell’aggressione italiana alla Jugoslavia. Non per fare il solito sporco gioco del bilancino bipartisan che vuole soppesare le vittime e schierarle da una parte e dall’altra, ma semplicemente per ricordare che se vi furono vittime dimenticate, altre continuano ad esserlo e giustizia vorrebbe che fossero ricordate tutte.

La campagna italiana (fascista) in Jugoslavia fu condotta con pugno di ferro da generali come Roatta e Robotti, volonterosi alleati di Hitler nel progetto di “germanizzazione” dei Balcani. Proprio a Robotti si deve la frase che ho messo nel titolo: “Si ammazza troppo poco!”, a commento di un fonogramma inviatogli dal Capo di Stato Maggiore Galli nel 1942 con il resoconto di un rastrellamento in zona Travna Gora.
All’Italia, come premio per l’impegno a fianco del Terzo Reich, furono assegnati i territori della provincia di Lubiana in Slovenia, il controllo del Regno di Croazia e il protettorato del Montenegro.
Alleati dei fascisti italiani nella repressione tra gli altri di serbi, rom, ebrei ed oppositori erano i feroci Ustascia croati il cui capo, il collezionista di occhi nemici Ante Pavelic secondo Curzio Malaparte, fuggì in Argentina impunito grazie alla rete della Via dei Topi gestita con la complicità del Vaticano, della quale ho parlato in un post precedente.

Durante l’occupazione italiana, la popolazione slovena fu sottoposta a deportazione in campi di concentramento in Jugoslavia (come il famigerato Arbe al quale si riferisce la foto) e anche in Italia per far posto alla colonizzazione fascista. Qui trovate un articolo sul campo di concentramento di Alatri e le foto (questo sito contiene altre testimonianza delle atrocità alle quale parteciparono gli italiani, con immagini estremamente crude).

Sui crimini di guerra italiani, di cui la Jugoslavia fu soltanto uno dei teatri oltre l’Africa Orientale e la Libia, permane una congiura del silenzio che può essere spiegata solo con i sordidi interessi della guerra fredda.
Invano il governo jugoslavo chiese per molti anni che i criminali di guerra italiani fossero estradati per essere giudicati. Per loro non vi fu mai alcuna Norimberga, perchè godettero sempre di protezioni politiche e diplomatiche. Non vi fu mai una discussione sui crimini di guerra italiani semplicemente perché si decise di farli scomparire e di inventare al loro posto la leggenda degli “italiani brava gente”.

Molti anni fa, ormai venti, la BBC realizzò un documentario, “Fascist Legacy”, avvalendosi della collaborazione di storici come Michael Palumbo, autore anche di un volume sui crimini di guerra italiani che mai passò le maglie della censura e rimase inedito.
Questo documentario diviso in due parti, una dedicata al teatro jugoslavo e l’altro a quello africano, è una visione illuminante per coloro che sono cresciuti con l’idea che l’italiano in guerra non ha mai fatto male ad una mosca. Vi si parla di orrori, di esecuzioni sommarie, di campi di concentramento come Arbe in Croazia, dove i vivi venivano lasciati morire di fame in condizioni igieniche spaventose e i morti venivano seppelliti a tre per ogni fossa.
E’ una visione che fa star male, perché ci si sente traditi, ci si vergogna non solo di ciò che è stato fatto da nostri connazionali, ma anche per l’impunità della quale hanno in seguito goduto.
Un’impunità che era probabilmente voluta un po’ da tutti, anche da coloro che per nascondere le proprie magagne hanno lasciato che su queste infamie calasse l'oblio. Fu Togliatti a firmare l'amnistia che diede un fenomenale colpo di spugna ai crimini fascisti. Tu lascia stare i miei e io lascio stare i tuoi, alla faccia dei morti. Se delle foibe non si è parlato per decenni nulla mi vieta di pensare che fosse dovuto anche a questo patto bipartisan del silenzio.

Tornando al documentario di Ken Kirby, fu acquistato e doppiato dalla RAI ma mai messo in onda. E’ stato presentato a mezzanotte da La7 un paio di anni fa o più, alla chetichella, e riproposto in seguito da History Channel nel pacchetto Sky. Avrei voluto proporvelo ma non l’ho trovato in rete.
In compenso in Internet si trovano molti documenti e materiali su quelle pagine oscure della nostra storia. Qui troverete un esauriente catalogo di articoli sulla campagna italiana nei Balcani, le foibe e il cover-up dei crimini italiani.

In questa strana memoria settoriale della storia dove, a seconda delle simpatie, le vittime possono essere ricordate o meno, spero che un giorno, oltre alle vittime delle foibe (tutte, non solo quelle italiane), si ricordino anche le altre.
I deportati sloveni, gli internati di uno dei campi di sterminio più terribili come Jasenovac, tomba di ebrei, musulmani, serbi e rom, gestito dai nostri alleati di allora, lo chiedono invano da sessantadue anni.

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