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mercoledì 1 dicembre 2010

La televisione italiana e la cura Silvio


Ma che sta succedendo agli italiani che guardano la televisione? Se analizziamo i dati degli ultimi ascolti televisivi c'è da stropicciarsi gli occhi diverse volte. Non ci si crede.
Il TG1 del gerarca Minzolini perde spettatori a rotta di collo e a sue spese guadagna Mentana con il suo TG monocratico ma sicuramente ben fatto e che non parla solo della stagione degli amori del muflone muschiato ma di fatti.

A guardare Saviano e Fazio, strameritevoli senz'altro per aver fatto cultura ed informazione in prima serata ma, diciamolo senza timore di bestemmiare, con un programma tanticchia prolisso,  un campo minato a paraculaggine dove c'era sempre il rischio di saltare in aria, c'erano in certi momenti quasi 19 milioni di persone a seguirli davanti allo schermo. La media di ascolto dell'ultima puntata è stata di nove milioni di telespettatori.
L'ultimo fatto incredibile ieri sera. Sempre sulla RAI è tornato il teatro dopo 33 anni con "Filomena Marturano". Mariangela Melato e Massimo Ranieri a recitare Eduardo. Più di cinque milioni di telespettatori. E' vero che altri cinque milioni guardavano nel medesimo tempo "I Cesaroni" ma è pur sempre un fatto quasi incredibile.
E noi che credevamo che i telespettatori fossero dei poveri dementi decerebrati atti solo a farsi venire il cervello a squacquerone grazie alle tette & culi gentilmente offerti in quantità industriali da Sua Berlusconità. Una massa di superficiali dalla testa simile a quella cosa che nun vo' penziere.

Sono anni che sostengo che la gente sarebbe ben felice di guardare dell'ottima televisione, se solo gliela si desse. Quando hai assaggiato la Sacher all'Hotel Sacher difficilmente ritorni alla Viennetta.
Io e quelli della mia generazione siamo venuti su a sbadilate di cultura trasmessa dalla televisione. 
La tv ci ha fatto da scuola. Abbiamo imparato le lingue e perfino a leggere e scrivere, grazie a San Alberto Manzi, protettore degli analfabeti e primo adorato maestro catodico di milioni di cinquantenni.
Il venerdì sera avevamo il teatro e le fiction portavano in casa i classici della letteratura. A cantare per noi c'era Mina, mica Nebruz, with all respect.
Se siamo diventati più cinefili di Tarantino è grazie ai "cicli" dedicati ad attori e registi. Intere filmografie, da Kurosawa a Bergman, Fellini e John Ford ed ai corsi di cinema trasmessi all'ora di pranzo. Tra parentesi, ho notato con piacere, stasera, che La7 commemora Monicelli trasmettendo un suo film e un documentario a seguire. Come usava una volta. Teniamo presente che nel 2009 il decennale della morte di Stanley Kubrick è passato totalmente sotto silenzio. 
Era la televisione di tanto tempo fa, certo. Roba da vecchi.  Però, come ha dimostrato la Spagna qualche anno fa, quando ha tolto la pubblicità dalla tv pubblica e ne ha fatto uno strumento di cultura, lasciando la fuffa e le minchiate alla tv privata, la gente si è buttata sulla tv pubblica e gli ascolti di quest'ultima sono impennati. La cultura è sempre attuale, non invecchia mai.

Da noi sono più di trent'anni che lo spettatore è sottoposto, immobilizzato sul divano, alla cura Silvio. Obbligato a farsi piacere, anche per forza, la gnocca che piace a Sua Bassezza, quella pettoruta e dall'encefalogramma piatto. Addestrato  a sbavare come il cane di Pavlov con la televisione dei guardoni fino a farsi quasi venire per reazione la crisi di rigetto verso il sesso sano e praticato. 
Torturato dalla pubblicità (cinque minuti di programma o film  e tre di spot) lo spettatore non ha scampo perché tutta la televisione si somiglia, dato che il virus ha infettato tutti i canali. Non poteva che essere così, giacché se ci fossero stati dei canali intelligenti o semplicemente normali, la gente non avrebbe mai abboccato all'amo del venditore di fuffa ed al suo progetto politico.
La RAI ha dovuto abbassarsi a diventare una succursale della TV Spazzaturaset (un giorno capiremo una volta per tutte che non si può pretendere da chi ha fondato un regno sulla monnezza di liberarne una città) e da servizio pubblico si è trasformata in termovalorizzatore di contenuti, cultura e divertimento normale e non pervertito in senso voyeuristico. Desidero inviare, a questo punto, un vivo e sincero ringraziamento di cuore alla sinistra italiana che ha contribuito a consegnare la tv pubblica nelle grinfie del Grande Guardone senza opporre resistenza. 

Ora però qualcosa forse sta cambiando. Esiste notoriamente l'effetto boomerang e, come per la Cura Ludovico, l'overdose di oscenità e stupidità sta cominciando a far vomitare i telespettatori sul tappeto acquistato con la televendita. I programmi che solo qualche anno fa avrebbero fatto ascolti da percentuale di albumina perché culturali ed "impegnati" ora sbancano l'Auditel. E' una reazione ed è vivaddio tremendamente sana e normale. 

Avrei una curiosità sperimentale. Chissà come sarebbe sottoporre Silvio alla sua stessa cura. Una roba molto Abu Graib, me ne rendo conto,  legato alla sedia con gli occhi pinzati a guardare 24 ore al giorno Italia1, deprivato del sonno.
Quanto credete che resisterebbe? Non lo so, essendo abituato a "Ballarò" e a Santoro forse non molto. Sicuramente, dopo ore di "well, well, well" di Duffy  arriverebbe ad odiare la pubblicità e perfino la gnocca con tutto il cuore. Dell'Utri mi fé, disfecemi Belen.

domenica 14 marzo 2010

Dimezzolini

C'era una volta, tanto tanto tempo fa, la televisione.
Era un servizio pubblico, chiamato RAI, lottizzato dai partiti esattamente come oggi, con un partito dominante come la Democrazia Cristiana di Andreotti e Fanfani e quindi era una TV bacchettona e pretaiola.
Poteva capitare che ballerine tedesche troppo spogliate nell'unico varietà esistente del sabato sera - con un costume che oggi potrebbe fungere tranquillamente da burkini in una piscina islamica - venissero coperte, per decreto censorio proveniente dai piani alti di Viale Mazzini, da un bel collantone 60 denari.
Eppure, anche se i telegiornali erano letti da fini dicitori che ripetevano veline democristiane a pappagallo, non si avvertiva la sensazione di essere in un regime come succede oggi.

C'era una volta, un po' meno tempo fa, la televisione cosiddetta "libera". Tolti i paletti democristiani e piantati i garofani socialopportunisti, caddero non solo i collant ma anche le mutande, come ci ha raccontato "Videocracy".
Nel giro di vent'anni ci ritrovammo dalle calzamaglie delle Kessler a Moana Pozzi nuda in studio, senza neppure un cache-sex a proteggere la sensibilità dei telespettatori. Bisogna dire che era troppo perfino per la TV bordello di Berlusconi e che il programma, "Matrioska", cadde sotto la mannaia della censura. Più per lo Scrondo satirico di Disegni e Caviglia che per Moana, per la verità.

Nella televisione preistorica ed in quella più recente, pensate, poteva accadere che conduttori molto popolari venissero redarguiti o addirittura cacciati perchè si erano sfogati in diretta di qualche problemuccio personale. Non ricordo bene ma - forse era la Bonaccorti, di un fatto del genere, di una censura ad una conduttrice rea di eccessiva confidenza con i telespettatori, ne parlarono perfino i giornali.
"Non si utilizza il servizio pubblico radiotelevisivo per scopi personali".

Venne poi un signore che scese in politica per non finire in galera che utilizzò forse lo stesso collant delle Kessler per coprirsi le rughe sull'obiettivo della telecamera, recitando un proclama che sembrava preso pari pari dal monologo del beccamorto dell'inizio del "Padrino".

Grazie a questo signore arrivarono i telegiornali con le ospitate quotidiane a tutto l'avvocatume dei peggiori delinquenti, per il quale gli imputati erano ovviamente innocenti, nonostante le coda del sorcio gli pendesse ancora dalla bocca. Vennero due o tremila puntate-pollaio di Porta a Porta in difesa della Franzoni e furono perfettamente tollerate. L'allarme scattò solo quando "Anno Zero" si occupò dei processi del Signore dei Collant.

Oggi la televisione non esiste più. E' un contenitore unico di immondizia dove può passare di tutto, perfino la figa, purchè la monnezza venga inframmezzata dalla pubblicità pagata al Signore dei Collant. La RAI non è più un servizio pubblico ma una dependance dell'immondezzaio principale Mediaset. E' ridotta ad una discarica di rifiuti speciali che si concentrano soprattutto nei telegiornali, ormai inguardabili da tanto che sono sfacciatamente nanofili, addirittura più di quelli della casa madre.

"Mi vogliono dimezzato", ha piagnucolato il Dimezzolini nell'editoriale-sfogo mandato in onda in prime time dopo la scoperta degli altarini telefonici nei quali si dimostrava, se ancora ve ne fosse stato bisogno, che lui è un pretoriano mediatico del padrone della TV. Messo lì non a caso ma per uno scopo ben preciso. Presidiare.
C'è di tutto in quel filmato del Dimezzolini dimezzato: tutto ciò che una volta non sarebbe stato permesso, perfino ai tempi di Bernabei. Utilizzo personale del servizio televisivo ancora pubblico, almeno nominalmente; abuso di posizione dominante, dispregio della par condicio - dov'era la controparte? ed anche una buona dose di pornografia del tipo P.O.V.
Un autoservizietto pubblico, in pratica.

domenica 19 aprile 2009

La croce di Lorena


Se quando ero piccola mi avessero preso sulle ginocchia per darmi la pappa e detto: "Lo vedi quel signore lì alla tivù, il Mago Silvan? Un giorno diventerà un pericoloso sovversivo e un emblema della Resistenza", penso che avrei tirato in faccia al malcapitato una cucchiaiata di stelline con il formaggino a mo' di fionda. Ai bambini non piace essere presi in giro.

Eppure, quella che una volta si chiamava la realtà romanzesca ha colpito ancora.
Il Mago Silvan, uno dei muri portanti della televisione italiana, di età sconosciuta, probabilmente mummificato già all'età di vent'anni e conservatosi quindi meglio dell'uomo di Similaun, (visto che io ho quasi mezzo secolo e lui faceva già i prestigi quando andavo ancora in triciclo), è il protagonista dell'ennesimo episodio di censura, in questo caso preventiva antifurto e antincendio, responsabilità civile verso terzi, accaduto nella trasmissione soporifera di mezzo pomeriggio "Domenica In(guardabile)".

Come si vede nel filmato, Aldo Savoldello è intento ad compiere il solito prestigio settimanale come da contratto e sguaina una bacchetta magica all'uopo.
Osservate l'espressione di Lorena Bianchetti (che d'ora in poi sarà Gianchetti in omaggio alle mie origini genovesi).
All'inizio osserva il fazzoletto con un'espressione rilassata e sorridente ma appena Silvan nomina, associandolo alla sparizione di un anello sotto il fazzoletto, il nome dello statista joker (oddìomamma), affermando che farà dono a costui della stessa bacchetta magica, si suppone per risolvere i tanti problemi di questo paese, Lorena Sbianchetta. La vediamo osservare schifata lo stesso fazzoletto come fosse un kleenex che qualcuno ha appena usato dopo essere venuto.

Silvan non solo insiste con la bacchetta e si fa decisamente inquietante quando invita i bambini a "strofinarla bene nella tasca se no non si alza" (Gianchetti è ormai in Defcon 2) ma se ne esce con una delle più geniali espressioni della comicità classica: la supercazzola. Che cos'è altrimenti quel "ecco, ecco, guarda la bacchetta che si alza da sola" e, si potrebbe aggiungere, stuzzica e prematura?

Involontario o meno, si è trattato di un momento di satira politica geniale, da far impallidire il miglior Luttazzi coprofilo ma ovviamente oggi si parla, più che dell'inedito Silvan satirico, della reazione avuta dalla conducatrice cara alle Curie, la Lorena Gianchetti, scattata come un salvavita nel momento in cui è stato nominato Berlusconi e prodottasi, finita la supercazzola magica, in una accorata arringa a difesa delle "istituzioni" che così tanto stanno facendo per i terremotati ed i bisognosi. Una vera Giovanna d'Arcore in difesa dell'Impegno Concreto, con tanto di mani giunte e sudorazione profusa.

Si ignora se Silvan sia stato in seguito tradotto in qualche prigione segreta della CIA e torturato con la visione di ore ed ore di numeri del Mago Binarelli, ma intanto la Lorena la sua croce al merito se l'è proprio meritata. Una excusatio in piena regola e proprio non petita.

Pare intanto che la bacchetta, terrorizzata di dover cadere in mano al mago Silvion, si rifiuti da allora di alzarsi, per quanto la si strofini, fuori o dentro i pantaloni. Come si conviene in questi casi, siete invitati a non ridere di lei.

mercoledì 8 aprile 2009

Pronto, Silvio?

L'amico Davide, il Cornacchione ufficiale di questo blog, in un commento al post precedente, mi rimprovera di fare inutili polemiche antigovernative quando "mai come questa volta la macchina dei soccorsi ha funzionato così bene".
Ecco cosa succede a guardare troppa televisione, a fidarsi dei TG a veline unificate e dei discorsi che si fanno nel Vespasiano in seconda serata.

Guarda, Davide, sono disposta stasera a dirti che Silvio non ha colpa se, intervistato dalla tedesca RTL ha paragonato la vita in tendopoli ad un camping e per questo ci sbeffeggiano anche in Brasile. Si, non fraintendetelo, lui si riferiva solo a questo fine settimana e poi ha detto che per i terremotati vi saranno ben altre sistemazioni: gli alberghi.
Vedi Cornacchio', quest'uomo è il contrario dei terremoti, è prevedibilissimo. Sai esattamente a che ora e a che minuto secondo sparerà la prossima cazzata, senza nemmeno bisogno che emetta radon con gli isotopi di bismuto-214.

Non è colpa sua. E' il prodotto finale della bollitura del buonismo iperglicemico di Portobello, dei fagioli della Carrà, delle lacrime dei fratelli d'America ritrovati, dei centrini dei carcerati, delle Telethon, della retorica del volemose bene, dell'itagliano brava gente e, in quest'ultima versione padana, del milanés dal coeur en man.
Cos'ha detto lui nell'intervista, e non è un caso che la valkiria microfonata non abbia afferrato, che i terremotati sono "circondati dall'amore dei volontari, hanno maccheroni al sugo e la coperta di pile, poi andranno al mare in albergo", cosa potrebbero desiderare di più?
L'unica cosa che differenzia Silviobello da Raffaella è che non è un'icona gay ma forse, applicandosi, potrebbe un giorno eguagliare la mitica di Bellaria.

Quando io "faccio inutili polemiche", me la prendo solo marginalmente con Berlusconi. E' questa mentalità emergenziale itagliana che non è in grado di prevenire i disastri ma è solo capace di sfoderare i volontari e lo sforzo di generosità tramite l'SMS da un euro, che mi fa violentemente incazzare.

Non è vero che solo questa volta la macchina dei soccorsi ha funzionato bene. Noi funzioniamo sempre bene nelle emergenze, è la nostra specialità, nessuno al mondo ci batte. Sono la quotidianità e la normalità che siamo incapaci di gestire.
Non so quanti anni hai ma io ne avevo sei quando venne l'alluvione a Firenze e ciò che ricordo meglio, come tutti del resto, sono gli angeli studenti che ravanano nel fango per salvare i codici miniati e le tele del Pinturicchio. Abbiamo volontari meravigliosi che ogni volta danno il massimo per salvare gli altri, nessuno lo nega.

Però, e qui siamo al nocciolo della questione, se mettiamo in moto la parte razionale del cervello, dovremmo sapere che in un paese ad alto rischio sismico come il nostro, il terremoto E' SEMPRE PREVEDIBILE. Nel senso che non si può vivere come se non dovesse mai venire.
Prevedere i terremoti significa fare prevenzione, come nei paesi civili, due a caso: Stati Uniti e Giappone.
Lo Stato di un paese ad alto rischio sismico impiega la protezione civile non solo in situazioni d'emergenza ma per fare esercitazioni periodiche ed educazione della popolazione alla reazione all'evento sismico.
Torno noiosamente sull'autobiografico ma serve per spiegare meglio. Durante lo sciame sismico a Faenza del 2000 nessuno ci disse, ed ebbero un mese di tempo per farlo, cosa avremmo dovuto fare in caso di ulteriori scosse e, Dio non voglia, in caso di disastro. Non fu affisso uno straccio di manifesto in piazza, non girò per le strade un auto che desse informazioni utili, non si organizzarono punti di raccolta, niente. I giornali e telegiornali ci ignorarono. Per fortuna non successe nulla, lo ripeto, ma non è così che si gestisce un evento come il terremoto, con un parente che a Milano non sa che ti svegli ogni notte con il letto che trema dato che nessuna gazzetta mediatica l'ha informato.

Uno Stato serio, prevede il terremoto occupandosi della messa a norma di edifici pubblici e di applicare incentivi e detassazioni per quella destinata ad edifici privati; controlla l'applicazione delle norme antisismiche nelle nuove costruzioni, concentra risorse d'emergenza in punti strategici dai quali raggiungere i luoghi maggiormente a rischio, studia e sviluppa i più moderni sistemi di previsione, che siano le radiazioni o i lombrichi. Se non possiamo fare nulla per impedire il terremoto tanto vale studiarle tutte. Non è questione di indovinare quando e a che ora, queste sono cazzate, si tratta di non farsi cogliere impreparati.

Affermare che i terremoti non sono prevedibili rappresenta l’alibi delle istituzioni per la loro impreparazione e per il menefreghismo riguardo la prevenzione e riduzione del danno. Se costoro affermano, e i loro servi “scienziati” che vanno in TV e fanno si si con la testolina, che “i terremoti non si possono prevedere”, come si fa ad accusarli poi di impreparazione, quando tira veramente il terremoto? Mica potevano essere indovini.

Se avessero ascoltato per una volta sola non dico Giuliani, ma la legge della probabilità, avrebbero semplicemente concentrato mezzi di soccorso e materiali in Abruzzo, in modo da averli subito pronti. Come scusa avevano anche le più di 200 scosse registrate in zona fin da ottobre. Chi parla di evacuazioni dice stronzate. Nessuno pensa di evacuare Los Angeles in caso di BigOne, però la popolazione di L.A. sa come ci si deve comportare in caso di terremoto. Altrettanto in Giappone. Ogni scolaro delle elementari ha il suo elmetto sotto il banco da indossare in caso di sisma. Da noi si vive alla giornata ma quando c'è l'emergenza, dio quanto siamo buoni, generosi, altruisti, volontari e meravigliosi.

Mi dà un fastidio enorme la retorica dell'eroismo dei volontari, dello slancio di generosità delle raccolte di fondi (occhio a dove andranno a finire i soldi, nel solito posto), i servizi sui bambini con la musica stracciabudella in sottofondo, i clown di Evita Carfagna, la mistica dei cani, della solidarietà, della beneficenza, come se chi perde la casa in un terremoto fosse sempre obbligatoriamente un poveraccio che ha bisogno dell'elemosina. Mi sta sulle balle la discesa del Deus Ex-Elicottero che va a benedire gli sfollati ( nei TG viene raccontata con toni da battaglia del grano ma nel filmato tedesco si sente un'anziana mandarlo cordialmente affanculo).

Mi dà fastidio perchè nessun giornalista pensa, ad esempio, di andare a chiedere alla Impregilo come mai quell'ospedale costruito da loro a L'Aquila è venuto giù come un castello di carte. Giusto per curiosità. Se permettete, visto che si occuperanno di ponti a minchiata unica sullo Stretto io tanticchia mi preoccupo, preventivamente.

giovedì 6 novembre 2008

Si sBaracka!

Sono convinta che George W. Bush sia, al di là di tutto, una figura tragica della storia. Un po' come il Fredo della saga del Padrino, il fratello sfigato che si mette addosso la pelliccetta del capro espiatorio e paga per tutti.
Penso che un giorno il 43° presidente degli Stati Uniti sarà chiamato a rispondere di diverse cosette ma forse si giustificherà piagnucolando, dicendo che ha solo eseguito gli ordini.

Questo è un uomo che è riuscito a diventare imperatore nonostante fosse una nullità completa. Un altro esempio di come l'America sia veramente la terra delle opportunità. Certo, in questo caso si trattava di trasmissione del potere per via dinastica, come si addice agli imperatori e si sa che spesso i figli di re non possiedono un decigrammo della grandezza dei padri.

Prima della carriera politica, nonostante avesse avuto la strada spianata da un babbo petroliere, figlio di petrolieri, poi capo della CIA e presidente degli Stati Uniti, come imprenditore era stato una frana. La sua compagnia, la Arbusto Oil, è una delle poche che in Texas sia riuscita a fallire con il petrolio. Per un po', per dargli una mano, si associarono a George anche i Bin Laden, amici di famiglia, ma uno di loro, zio di Osama, finì male, precipitando con l'aereo, come succede in questi casi, causa maltempo in un soleggiato giorno d'estate. La maledizione dei petrolieri. There will be blood.

Buttato sul ring come candidato repubblicano da papi, dopo una carriera da serial killer legalizzato come governatore del Texas (si calcola che il texecutioner abbia condannato a morte almeno 155 persone, rifiutando loro la grazia e prendendone pure in giro in televisione le suppliche) si impose nelle presidenziali del 2000 solo grazie, da una parte, al clima favorevole ai repubblicani creato dallo scandalo Lewinski abilmente costruito ai danni di Clinton dai soliti mestatori neocon e, dall'altra, grazie ai noti pasticci elettronici della Florida.
Grazie alla forchetta troppo piccola tra un partito e l'altro fu possibile dare una spinta a George, supportato da una cricca di guerrafondai che non aspettava altro che un pupo alla Casa Bianca da manovrare a piacimento per farsi una dozzina di guerre in qua e in là. Lo stesso scherzo riuscì nel 2004 e gli anni di presidenza del minus habens sarebbero stati alla fine otto.

George è stato il presidente meno amato dagli americani fino all'11 settembre 2001.
Fu l'unico della storia a dover raggiungere il palco della inauguration in macchina per sfuggire ad un popolo incazzatissimo per aver dovuto accettare un presidente nominato dalla Corte Suprema e non dal proprio sacrosanto voto.

L'11 settembre si rivelò per quello che era: non un imperatore ma al massimo un kagemusha, una controfigura.
Riguardare, per credere, il famoso filmato della scuola elementare della fatal Florida, dove lui rimane lì come un baccalà invece di alzarsi di scatto come un sol Chuck Norris, imbracciare l'M16 e correre in salvo dell'America violata. Più che imputarlo di stupidità o vigliaccheria, penso gli abbiano detto: "Per carità, George, non toccare nulla".
Come aprì bocca, quel giorno, riuscì perfino ad impappinarsi fino a dire che aveva visto in tv il primo aereo schiantarsi sul WTC e a commentare le immagini successive con un incredibile: "Ma che pilota scarso, quello!" Una scuola comica che conosciamo bene noi italiani. Nessuna meraviglia che i due si capissero tanto.

La presidenza di Bush ha coinciso per gli americani con una nuova stagione di guerre combattute all'estero alla "non si sa per che cazzo combattiamo", costate migliaia di giovani morti, più di quattromila.
Guerre che si trovavano già da anni nella scaletta del folle Progetto per il nuovo Secolo Americano degli stramaledetti neocon e che dopo l'11 settembre, che fortuna quel proditorio attacco, hanno potuto esplodere in tutta la loro violenza.

E' stata la presidenza delle menzogne.
La scusa dell'Afghanistan da attaccare come covo di Bin Laden, mentre era dall'Arabia Saudita che provenivano i supposti attentatori dell'11 settembre.
La figura di cacca fatta rimediare al povero Colin Powell all'ONU con la sceneggiata sulle armi di distruzione di massa di Saddam, mai trovate, ma addotte come scusa per l'invasione dell'Iraq nel 2002, compiuta dopo mesi di manifestazioni oceaniche contro la guerra.
E' stata la presidenza dei soldati morti a casa del diavolo e rimpatriati di nascosto, ed al riparo delle telecamere, perchè a qualcuno non venisse in mente di chiederne conto. Ispanici, neri, disoccupati, donne, carne da cannone senza alcun valore.
E ancora, è stata la presidenza dei tanti americani che non si sono convinti della versione dell'11 settembre raccontata dai neocon e dai media a loro appecoronati (mi consenta, Nano, di citarla) e che hanno perfino tirato dalla loro parte i militari, sempre più insofferenti di essere comandati da gente che di guerra vera, di arti mozzati e sangue non capisce un cazzo e che li ha trascinati in un pantano senza fine giocando ai wargames a tavolino.
Per ultimo, la presidenza Bush sarà ricordata per il modo allegro con il quale sono stati progressivamente smantellati i controlli statali sul sistema finanziario, con il risultato di mandare al fallimento banche, banchette e bancone e di impoverire ancor di più l'americano medio.

Nessuna meraviglia che per Obama vi sia stata una valanga di voti e vi sia ora una tale aspettativa di cambiamento. Solo degli opportunisti e falsi amici degli americani possono rimpiangere la presidenza Bush. Chi ama veramente l'America (non gli stronzi che ne occupano le stanze del potere militare-industriale) non può che rallegrarsi del fatto che Bush finalmente sBARACKi.
Non tanto per lui come persona, ma per ciò che i suoi burattinai hanno fatto all'America. Sperando che Obama sia diverso, che faccia dimenticare presto il presidente che faceva piangere i bambini.

Va' George, e che Dio ti perdoni.


P.S. Pensando ad un titolo per questo post, al di là dello scontato gioco di parole, mi è tornato in mente un pezzo di televisione vintage, la sigla finale di "Non Stop" del 1979, ed il modo inconfondibile con il quale Stefania Rotolo pronunciava la frase "si sba-rac-ca!". Un omaggio ed un ricordo.

sabato 24 maggio 2008

Camicie stirate della rivoluzione

Qual'è l'emblema ultimo, l'oggetto simbolo dell'oppressione del sistema capitalistico?
Io non ho alcun dubbio: la camicia. Quella da uomo, di cotone, con i bottoncini, le tasche con i risvolti, le pieghe, le piegoline attorno ai polsi, ed altri bottoncini, possibilmente doppi o tripli, le stecche nel colletto.
La funzione oppressiva della camicia sulla classe lavoratrice si evidenzia nell'atto della sua stiratura.
Si favoleggia che esistano camicie "non stiro" ma sarà un caso, quelle dei miei uomini sono sempre del genere "prova a stirarmi a puntino se ne sei capace".

Abbiamo sbagliato, a suo tempo, noi ragazze a bruciare i reggiseni, non esisterà mai vera emancipazione femminile fintanto che esisterà la maledizione della camicia da stirare.
E i maschi single che ultimamente sono costretti a darsi da fare in casa, obtorto collo?
Parlate con loro e vi diranno che tutto sommato riescono a cucinare, a fare una lavatrice, a coltivare il basilico sul terrazzo, a passare il battitappeto ma stirare le camicie no, terribile, non è possibile, "quelle le porto da mamma".

Si, la camicia è uno strumento di oppressione borghese, per usare un termine da Maggio '68 (a proposito, qualcuno si è accorto che è il quarantesimo anniversario? Boh, staranno aspettando il 2009 per festeggiare il 69, inteso come posizione).
Mi sono sempre chiesta, en passant, come facciano gli uomini, oltre alla schiavitù della camicia, a tollerare la cravatta attorno al collo. Solo pensare di dover indossare qualcosa che ti strangola a me pare insopportabile.
Va bene che noi donne potremmo controbattere con il tacco a stiletto, le autoreggenti che se non sono siliconate te le ritrovi giù a gambaletto, il push-up con i ferretti. Insomma, la gara è dura ma non divaghiamo.

Per fare un poco di storia, la camicia per come la conosciamo, capo imprescindibile del guardaroba degli uomini e che contamina anche quello di noi donne, in versione magari peggiorata da ruches e volants, fu inventata, manco a farlo apposta, dagli inglesi, quelli stessi che mandavano i bambini di quattro anni in miniera, nel 1871.

Su Wikipedia c'è una curiosa osservazione. A parte le celeberrime camicie rosse di Garibaldi (portate su delle specie di jeans), molti movimenti fascisti storici si fecero rappresentare da una camicia colorata.
Dalle camicie nere della rivoluzione mussoliniana e dei fascisti inglesi, finlandesi e tedeschi, alle camicie brune delle SA naziste; quelle blu dei falangisti spagnoli e dei movimenti fascisti irlandesi e canadesi, della Solidarité Française e della Società delle Camicie Blu cinesi.
In Ungheria, Romania e Brasile il fascismo vestiva camicie verdi (ogni riferimento a Borghezio è puramente casuale), in Messico camicie dorate, negli Stati Uniti argentate e rosse in Turchia. Per non parlare dei "descamisados" peronisti che si presentavano appunto in camicia, senza giacca e cravatta.

Vuoi vedere che odiare le camicie potrebbe essere un segno inconscio di antifascismo?

Nei tardi anni sessanta, quelli del Sessantotto, appunto, e non a caso del femminismo militante, ci fu un momento in cui imperversarono i colletti alla cinese.
Era soprattutto nei film di fantascienza, quelli che prospettavano il futuro, che sparivano le camicie, sostituite da semplici maglioncini a collo alto.
Purtroppo la rivoluzione tessile del comandante Straker è finita con l'arrivo degli anni ottanta, trionfo di colletti bianchi che più bianchi non si può, di squali da Borsa in camicia Burberry's e di yuppies in preda all'edonismo Reaganiano.

Oggi, tra camicie verdi padane e le camicie scure del Berlusconi ultima maniera, talmente blu da sembrare nere, non si vede all'orizzonte qualcosa che possa eliminare definitivamente l'incubo kafkiano della casalinga e del single.

Chiunque stia progettando una rivoluzione ricordi che essa dovrà obbligatoriamente comportare l'abolizione della camicia. Questa volta non ci sono santi.


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domenica 20 gennaio 2008

Tele Piovra


Sto facendo mentalmente un giochino. Mi immagino che un telespettatore qualsiasi, grazie ad una macchina del tempo, venga trasportato dai suoi primissimi anni Novanta ai giorni nostri, per mostrargli i telegiornali attuali. Per vedere di nascosto l'effetto che fa.

Ieri sera il maggiore telegiornale della sera, il TG1, ha chiamato a commentare la sentenza che condanna Totò Cuffaro, governatore (ça va sans dire) della Sicilia, a cinque anni per favoreggiamento di singole persone legate alla Mafia, il procuratore nazionale dell'antimafia Piero Grasso, e va bene.
Di seguito però sono state presentate due dichiarazioni, critiche (?) nei confronti di Cuffaro, degli onorevoli Miccichè e Dell'Utri che io proprio non ho capito. Cosa voleva dire Dell'Utri con quel discorso sulle "corde in casa dell'impiccato" e Miccichè con "la Sicilia indebolita"?
Forse è stato uno scherzo del montaggio, una mossa involontaria della regia ma, tra un taglio e l'altro alle interviste, sono sembrati alla fine quasi dei pizzini in diretta.

Miccichè, oltre che già Ministro per lo sviluppo e la coesione territoriale del governo Berlusconi, è l'autore di questo profondo e recente pensiero:
"Intitolare l'aeroporto di Punta Raisi a Falcone e Borsellino è stato un errore che ha danneggiato l'immagine della Sicilia e il turismo. Non credo che oggi siamo nelle stesse condizioni di quando partì l'operazione Vespri siciliani e non mi pare neanche che la Sicilia sia alla stessa stregua di altre regioni per numero di reati. Tra l'altro in queste regioni non mi pare che si invochi la presenza dell'Esercito per arginare la camorra o la ndrangheta, ma al contrario si cerca di trasmettere un segnale positivo per evitare di danneggiarsi. Noi, invece, trasmettiamo sempre un messaggio negativo. Ad esempio se qualcuno, in viaggio per Palermo in aereo, non ricorda che l'immagine della Sicilia è legata alla mafia, noi la evidenziamo subito già con il nome dell'aeroporto 'Falcone e Borsellino'..." (la Repubblica-Palermo, 10 ottobre 2007)
Subito dopo è stata rievocata la morte di Bettino Craxi con le immagini commoventi del pellegrinaggio alla tomba di Hammamet. Il servizio terminava con la frase "la morte di Craxi riguarda tutta l'Italia". Non abbiamo dubbi, ma non è stato fatto cenno alle pur eroiche imprese di Bettino come emulo dei pirati della Malesia. Pietà per i morti ma qualche rimasuglio per i vivi taglieggiati, corrotti e concussi, per non parlare del popolo ingannato, dovrebbe rimanerne.

Immagino il nostro telespettatore teletrasportato cosa avrà pensato a questo punto. Che qualcosa di sconvolgente dev'essere accaduto in Italia nel frattempo.
Se, prima di rispedirlo indietro nel tempo, abbiamo ancora la pazienza di fargli riascoltare le minacce di Berlusconi di riformare pesantemente la giustizia, non appena tornato al potere, si convincerà che una guerra è stata combattuta nel frattempo e qualcuno ha vinto. Forse non i buoni, come accade sempre nei film.
Se poi gli mostreremo le nostre fiction dove gli eroi non sono più i giudici ma i criminali e scoprirà che il Commissario Cattani ora interpreta le gesta del boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, non avrà più alcun dubbio.





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martedì 3 aprile 2007

A letto dopo questo post - I 50 anni di Carosello

L’altro giorno, parlando dello scoiattolo scorreggione, vi ho mentito. Ho scritto che detesto la pubblicità ma in fondo non è vero. La detesto quando è troppo paracula ed esoterica e non la capisco e ciò accade inevitabilmente per gli spot delle automobili tedesche.
Non mi piacciono gli spot dove la tipa approccia un Togo come fosse in un film di Rocco Siffredi perché si prendono troppo sul serio e sono in fondo ridicoli. Il sesso per me funziona in pubblicità solo se è sdrammatizzato e tira sul comico, vedi “Antò, fa caldo!” oppure le battutine della Ridolfi sul gorgonzola e le pere. Per non parlare del ben più audace, per l'epoca :"Caballero, che pistola!" pronunciato da Carmencita.

Va bene, alcune pubblicità mi piacciono ma solo se mi divertono. Dev’essere l’imprinting di Carosello. E’ difficile per chi ha conosciuto solo il “du gusti is meglio che uan” capire cosa ha rappresentato per quelli della mia generazione l’appuntamento serale con i 4-5 sketch della rubrica fissa della RAI, andata in onda ininterrottamente dal 1957 al 1977, della quale in febbraio si è celebrato il cinquantenario.

Avrete sentito dire che i nostri genitori pronunciavano la fatidica frase: “A letto dopo Carosello”. Ma era proprio vero? In genere si, non c’era alcun problema di fascia protetta perché i bambini a quei tempi si levavano dagli zebedei alle otto e mezza di sera e si andava a letto per davvero. Poi, che il massimo della trasgressione per gli adulti rimasti di fronte al teleschermo fosse Albertazzi con le lenti a contatto bianche nei panni di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, è un’altra storia.
A volte ci veniva concesso di rimanere svegli per eventi eccezionali, come Maigret o il mitico Belfagor (sui cui effetti traumatici su un'intera generazione ho già raccontato), oppure lo sbarco sulla Luna, per il quale venni tirata giù dal letto senza troppa convinzione da parte mia.

Carosello e imprinting, si diceva. Pare che la prima parola che riuscii a leggere sia stata “Zoppas”, letta sulla cucina a gas di mia zia.
Il pianeta Papalla, Carmencita “chiudi il gas e vieni via”, L’ispettore Rock e la brillantina Linetti, Caio Gregorio guardiano der Pretorio, Joe Condor, Gigante-pensaci-tu, “capitano, lo posso torturare?” “supercortemaggiore-la-potente-benzina-italiana”, “con quella bocca può dire ciò che vuole”, l’omino Bialetti, l’uomo in ammollo, la linea di Cavandoli, Alemagna “ullallà è una cuccagna” e ovviamente Calimero, il più grande.
Se ancora oggi uso “quel” detersivo il motivo sta sicuramente nell’imprinting, del quale si parla anche nel Lorenziano primo episodio di Calimero, che narra del pulcino rifiutato, "perchè nero", da una gallinaccia parente di Borghezio. Per fortuna l'Olandesina (il cui significato allegorico mi sfugge) lo lava e lo rende uguale ai suoi ariani fratelli. Spot reazionario o sapiente uso della pubblicità per divulgare un messaggio antirazzista?



Una cosa che mi stupisce, ricordando Carosello, è la quantità incredibile di alcolici e superalcolici che erano pubblicizzati ed il cui messaggio arrivava tranquillamente, senza che alcun MOIGE si imbarazzasse, a noi bambini.
Stock 84, Dom Bairo l’uvamaro, Vecchia Romagna Etichetta Nera, Amaro Ramazzotti, Liquore Strega, la China Martini, la sambuca Molinari, aperitivo Biancosarti, Brancamenta brrrr, l’orrenda Batida de Coco, Petrus Boonekamp (che mi faceva venire ogni volta un accidente con il guantone di ferro, sbang!), Cambusa Uam l’amaricante, il Cynar contro-il-logorio-della-vita-moderna, Cavallino Rosso, Rosso Antico.
Eppure non siamo diventati tutti alcolizzati. Meno male. In compenso non c’erano spot di automobili e ne siamo più o meno tutti schiavi.
Misteri del condizionamento.

mercoledì 3 gennaio 2007

Sul fil rouge dei ricordi, a volte ritornano


"Trois, deux, un, pfiuuuuu!" Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri, ve li ricordate?
Per chi ha superato la boa dei 40 sono nomi più noti di quanto lo siano Dolce e Gabbana per i ragazzini. Erano i mitici giudici “sfizzeri” di “Giochi senza frontiere - Jeux sans frontieres”, la trasmissione allo stesso tempo più idiota e più (ri)educativa in senso europeista della televisione. Presenti sin dalla prima edizione del 1965 fino agli anni ottanta, i Collina del fil rouge con il conto eternamente in sospeso con l’Italia, da vere icone trash possono vantare anche una partecipazione straordinaria nell’album di Elio “Eat the phikis”.

La notizia di attualità che ha stimolato il ricordo dei faccioni rubizzi dei due eroi del fischietto è che “Giochi senza frontiere”, apparentemente morto nel 1999 per eccesso di costi e carenza di ascolti, ritorna nel 2007, anche se non si sa ancora se l’Italia vi parteciperà. Per il momento hanno aderito Belgio, Croazia, Spagna, Grecia, Paesi Bassi, Portogallo, Svizzera e Slovenia. Nicchiano, oltre all’Italia, Francia e Germania.

“Giochi senza frontiere” era una versione kitch e multilingue della sagra paesana. Era il trionfo dell’albero della cuccagna e della pentolaccia nello splendore dell’Eurovisione. Il momento di gloria per le tante cittadine di provincia che sguinzagliavano per l’occasione tutte le glorie sportive locali.
Nati nel 1965 da un’idea del generale De Gaulle per promuovere la fratellanza europea ('tacci sua), i giochi hanno accompagnato le nostre estati per 30 anni, costando l’equivalente odierno di 750.000,00 euro a puntata e raccogliendo 5 miliardi di telespettatori. Alla faccia!

Chi non ricorda la prova suprema, il “Fil Rouge”, questo filo rosso che in tempi di guerra fredda faceva ancora sussultare come qualcosa di vagamente minaccioso? E le prove da superare, ve le ricordate? Sembravano pensate da una mente malata, se non altro per l’astrusità delle situazioni create, ma erano caratterizzate in fondo dall’assoluta mancanza di cattiveria e di sadismo, nonostante a noi spettatori sembrassero quasi insormontabili da superare per i meschini concorrenti. Più corsa nei sacchi che forche caudine, con un mare di gommapiuma a proteggere ossa e articolazioni.

Proprio per questo motivo mi viene un dubbio, circa la riesumazione di JSF. Si dice che oggi il telespettatore sia attratto da trasmissioni shock, estreme, ai limiti del tollerabile; si dice che godiamo a vedere dare di matto i naufraghi affamati nelle isole deserte o a vedere gente sepolta viva dentro una bara brulicante di scorpioni, con l’adrenalina che scorre a fiumi se scappano la litigata e magari le botte. Ha senso pensare che ci si possa ancora divertire con un grosso coniglione che corre dentro un sacco per raggiungere un trampolino dal quale dovrà lanciarsi per colpire un bersaglio con una mazza di cartapesta? Mah… forse ci sarebbe da augurarselo.

mercoledì 4 ottobre 2006

Addio, professo'

E’ di oggi una triste notizia. E’ morto Riccardo Pazzaglia, il filosofo di “Quelli della notte”, la trasmissione di Arbore del 1985 che lanciò tanti personaggi a noi cari.
Era scrittore, regista e come autore di canzoni aveva collaborato con Modugno, per il quale aveva scritto “Io, mammeta e tu”.
Pazzaglia era l'intellettuale nel gruppone di scalmanati di Arbore e con la sua signorilità non trascendeva mai nonostante le provocazioni del sanguigno Ferrini o del pazzo Marenco e le banalità lapalissiane di Catalano.
Quando la discussione sul "brodo primordiale" si faceva difficile lui allungava una mano verso terra e la scuoteva dicendo sconsolato ma sempre con calma olimpica: “Il livello è basso”.
Indimenticabile il suo pezzo sul cavalluccio rosso per il compleanno del nipotino nel film di Luciano de Crescenzo "Così parlò Bellavista".
Caro professore, aveva proprio ragione. Guardandoci attorno e vedendo quanto si stia ancora abbassando il livello penseremo a lei e la ricorderemo sempre con affetto.

domenica 1 ottobre 2006

Zitta, o chiamo Belfagor!

Un fantasma si aggira per l’inconscio di chi ha almeno 45 anni.
Non so quanto possa dire questo post agli under 40. Non dico che non abbiano mai sentito parlare di Belfagor ma l’aver vissuto la cosa è sicuramente diverso.
Se vi dicessi che ancora oggi, se devo percorrere un corridoio buio anche in casa mia lo faccio regolarmente di corsa senza guardarmi indietro? Colpa di Belfagor.
Da qualche parte devo avere ancora qualcuno dei disegni che facevo compulsivamente per esorcizzare lo spavento: Belfagor di qui, di là, di fianco alla casetta con l’alberello, Belfagor piccolo, Belfagor grande. Mio nonno me li comperava, 100 lire l’uno (che a pensarci oggi era una bella cifra!)

Ma chi era ‘sto Belfagor?
Il 15 giugno 1965 sul Secondo canale della televisione (allora c’era solo la RAI) andava in onda per la prima volta uno sceneggiato francese in sei puntate, “Belfagor o il fantasma del Louvre” ispirato a un romanzo scritto nel 1927 da Arthur Bernède e diretto da Claude Barma. Lo sceneggiato fu poi replicato varie volte, nel 1966, 1969, 1975 e 1988.

La Francia era molto popolare in televisione allora. Un anno prima avevano cominciato ad andare in onda "Le Inchieste del Commissario Maigret” con Gino Cervi e la collaborazione alla sceneggiatura del maestro Camilleri. Tutto rigorosamente in bianco e nero.

Belfagor fu una sferzata in faccia. Sugli allora pudibondi schermi democristiani approdarono tutti assieme: i Rosa Croce e le sette segrete, l’esoterismo, l’alchimia, l’antico Egitto, una donna adulta che ha una relazione con uno studentello, le droghe che rendono gli individui automi, i maestri del terrore e misteriose pietre radioattive, il tutto avvolto in una pericolosa nebbia sulfurea e diabolica (Belfagor è un famoso arcidiavolo).

Ricordo la trama per i troppo giovani. Un guardiano del Museo parigino del Louvre viene assassinato nottetempo durante il suo giro di ronda. Il commissario Menardier indaga e per conto suo anche uno studente curioso, Andrea Bellegarde, che si fa prendere dal mistero che circonda il caso. Già, perché si parla di un misterioso fantasma, visto da diversi guardiani, che si aggirerebbe nelle sale dedicate all’Antico Egitto.
Andrea, che ha conosciuto per caso Colette, la figlia del commissario, si fa rinchiudere nel Louvre assieme alla ragazza, che ha ereditato il fiuto da segugio dal padre, e una notte il fantasma compare finalmente. E’ alto, completamente ricoperto da un mantello nero e indossa una maschera di cuoio. Nel corso delle indagini Andrea conosce anche Luciana, un’affascinante signora dell’alta borghesia che ha una relazione con un misterioso individuo, un certo Williams. Da lì la trama si sviluppa e si fa intricatissima. Compaiono una vecchia signora che forse sa troppe cose, una setta esoterica e una sorella gemella di Luciana. Chi è il fantasma? Chi sta manipolando la sua volontà?

Elemento fondamentale del successo di Belfagor era la sceneggiatura di Jacques Armand che mescolava tutti gli elementi della storia misteriosa senza far uso di effetti speciali o trucchi. Lo spavento nasceva da cose in fondo stupide ma tremendamente efficaci. Cosa immaginare di più spaventoso che svegliarsi nella propria camera con Belfagor che si nasconde dietro una tenda? Un altro elemento di fascinazione è la Parigi di Belfagor, che è ancora quella dei cafés, dei cancan e delle edicole, un luogo denso di grandi misteri ma in fondo familiare.

In Belfagor domina la presenza magnetica di Juliette Greco, con la voce profonda, l'occhio egizio e l'allure di femme fatale. Assieme a lei il protagonista Yves Rénier, deciso a combattere il male ma manipolato e salvato da figure femminili di grande forza. Nei ruoli secondari René Dary, visto in "Non toccate il Grisbi", un commissario Menardier con gli accenti di un Gabin, mentre François Chaumette conferma la sua grandezza di attore teatrale. Una curiosità, nei panni eburnei di Belfagor si celava un mimo, Isaac Alvarez.

Per chi volesse farsi prendere dalla nostalgia consiglio il cofanetto in DVD del 40° anniversario che contiene anche, integralmente, la prima versione di Belfagor: un film muto del 1927 che venne sceneggiato direttamente dall’autore del romanzo originale, Arthur Bernède, e co-prodotto da un altro intenditore di misteri parigini: Gaston Leroux, il padre del "Fantasma dell’Opera".


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