venerdì 28 settembre 2012

Falsi d'autore - L'affarino Dreyfus


Il 18 febbraio del 2007 su "Libero" esce un articolo firmato con lo pseudonimo Dreyfus  a commento di un fatto di cronaca accaduto a Torino. Una ragazzina minorenne, accompagnata dalla madre, si era rivolta al giudice tutelare per ottenere il consenso all'interruzione della gravidanza, visto che non voleva far sapere al padre - separato dalla madre - del suo stato.
L'articolo di Libero riportava, tra proclami ferocemente antiabortisti perfettamente legittimi trattandosi di libera espressione del pensiero dell'autore, almeno quattro circostanze false relative ai fatti, come l'affermazione che il giudice avrebbe obbligato la minore ad abortire quando invece dagli atti e dalle successive notizie di stampa risultava che la ragazzina aveva compiuto la sua scelta in piena autonomia.
Di conseguenza, il giudice chiamato in causa dall'articolo di Libero si riteneva diffamato a mezzo stampa e ne denunciava l'allora direttore, Alessandro Sallusti, contestandogli l'omesso controllo, visto che l'articolo non era firmato da lui direttamente ma era stato comunque pubblicato sotto la sua responsabilità.

Il 26 settembre 2012 la sentenza della Corte d'Appello ha condannato il direttore Sallusti alla pena di un anno e due mesi di carcere per diffamazione, pena sospesa secondo i termini di legge.
In una nota successiva al clamore mediatico e politico suscitato dalla sentenza, la Corte di Cassazione ha sottolineato che la condanna non si riferisce ad un presunto reato d'opinione - come riferito erroneamente dalla maggioranza dei mezzi di informazione - ma alla circostanza che il direttore Sallusti aveva pubblicato notizie false riguardo al fatto in oggetto, sotto la sua responsabilità.
Il 27 settembre, durante una discussione alla Camera, l'on. Renato Farina - già condannato per la pubblicazione di un falso dossier dei servizi segreti e per favoreggiamento nel caso Abu Omar - ha rivendicato la paternità dell'articolo incriminato pubblicato da Libero sotto lo pseudonimo Dreyfus (che ricorda il nome del tenente colonnello dell'esercito francese condannato per tradimento nel 1895) ed ha chiesto clemenza per il direttore Sallusti e la revisione del processo.

Fin qui i fatti, nella loro banale semplicità. Ora comincia la parte interessante relativa a come i fatti sono stati interpretati, distorti, rimaneggiati ed utilizzati in maniera capziosa in questo paese sempre più immaginario e in preda alle visioni provocate dai funghi allucinogeni della propaganda.

La notizia della condanna di Sallusti è stata riportata quasi unanimemente dalla politica e dall'informazione mainstream come un caso di attacco alla libertà di espressione e di stampa.
Il nocciolo della questione, ovvero la pubblicazione da parte di un direttore responsabile di un FALSO ( fatto che costituisce reato), per giunta scritto da uno che aveva dovuto autoradiarsi dall'albo dei giornalisti a causa dei falsi già pubblicati per conto del SISMI, è tralasciato o accennato di sfuggita, come se non avesse alcuna importanza. Esemplari, in questo senso, questi due articoli di Repubblica. 

Si potrebbe parlare di un caso di condizionamento operante a livello collettivo, volendo ragionare in termini pavloviani. Sono state pronunciate alcune parole stimolo: ad esempio galera e libertà di stampa (quest'ultima usata volutamente da qualcuno in maniera capziosa) e tutti hanno risposto con una specie di riflesso automatico. La propaganda ha creato un'illusione percettiva, una nube di fumo attorno ad un fatto altrimenti di una semplicità e chiarezza sconcertante. Illusione nella quale sono caduti in molti.
Perfino Marco Travaglio ha scritto queste parole:
"Non so cosa fosse scritto in quell’articolo, ma non dubito che fosse diffamatorio, vista la normale linea Sallusti. Però ora non m’interessa, perché ciò che conta è il principio."

Ecco, peccato che il principio, in questo caso, non sia affatto la libertà di stampa o la libertà di esprimere opinioni o il fatto che i giornalisti possano andare in galera ma il reato di falso commesso senza ombra di dubbio da Sallusti. Come recita la nota della Cassazione, altri articoli di stampa avevano chiarito nei giorni successivi al fatto di Torino come non vi fosse stata alcuna coercizione nei riguardi della minorenne ad abortire, eppure non era arrivata da parte di Libero alcuna rettifica all'invettiva di, adesso lo sappiamo, Renato Farina nei confronti del giudice. Invettiva contenente, en passant, l'invocazione della pena di morte per gli abortisti. Una richiesta sempre curiosa se proviene da chi vuole difendere la vita. Ma si sa che i crociati erano dei bei peperini.
Anche Massimo Fini, che polemizza con Travaglio sempre sul Foglio, escludendo la solidarietà a Sallusti in nome del principio della legge uguale per tutti, compresi i giornalisti, equivoca e neglige il vero senso della vicenza, ovvero il problema della pubblicazione di un FALSO su un giornale. Fatto che dovrebbe essere sempre considerato gravissimo perché scrivere il falso in cronaca significa alterare la realtà.

Siamo tutti d'accordo che il carcere è una pena obsoleta e disumana ma, se parliamo di principio, esso vale per tutti i detenuti, compresi i disgraziati che non possono permettersi l'avvocato d'alto bordo e non usufruiscono, per esclusione di classe e di casta, dei megafoni della difesa corporativistica di categoria.  Possiamo dire che esiste sempre la possibilità di modificare il tipo di pena da comminare ma il reato commesso rimane e, se riguarda questioni fondamentali di convivenza civile, deve rimanere.

Vorrei dire, a questo punto, che le ricostruzioni più obiettive della vicenda Sallusti, le più chiare e focalizzanti la questione fondamentale del FALSO, le ho trovate solo in Rete. In quella Rete che, secondo coloro che in questi giorni hanno salivato a comando come i cagnolini di Pavlov, è il regno della cospirazione, della falsità e della bufala, oppure dell'opinionismo pressapochista.
Due articoli descrivono i fatti e offrono un'interpretazione quasi scientifica della reazione patologia dei media ai fatti. Mi piace citarli come i più illuminanti che ho trovato:
Alessandro Robecchi, "Due o tre cosucce sul caso del martire Sallusti. E perché non è il caso di piangere", Micromega online, 26 settembre 2012. 
Sergio Di Cori Modigliani, "La cupola mediatica e il caso Sallusti", dal blog Libero Pensiero.

Mentre i giornali ripetevano a pappagallo la litania della minaccia alla libertà di espressione, si muovevano gli alti piani del governo, compreso l'attico, e la politica marcia  - con quella che standogli accanto comincia pure lei a marcire - non si faceva sfuggire l'ennesima occasione per colpire la Magistratura e le leggi dello Stato, la Rete è andata per prima cosa a cercare l'articolo originale (bastava cercarlo nell'Archivio della Rassegna Stampa della Camera: Dreyfus, "Il giudice ordina l'aborto. La legge più forte della vita", Libero, 27-2-2007).  Poi ha confrontato ed incrociato le fonti, spulciato tra gli articoli che ricostruivano come si erano svolti i fatti, si è rinfrescata la memoria sulle imprese dell'Agente Betulla e di Pio Pompa, scopriva la legge numero 801 del 1977 che fa divieto ai giornalisti professionisti di intrattenere rapporti con i Servizi Segreti, per giunta a pagamento, e infine ha riconsegnato una versione più obiettiva della questione. La più obiettiva in assoluto. Quella che una volta avrebbero sentito il dovere di scrivere i giornalisti d'inchiesta.

Cosa ci insegna questo episodio, questo caso esemplare di psicopatologia sociale? Qualcosa di estremamente preoccupante. Questa negazione del cuore del problema, della realtà fattuale in favore della realtà interpretativa, capziosa e anch'essa falsa, è un fatto gravissimo, patologico, che deve farci riflettere sulla pericolosità della propaganda e sulla condizione di debolezza e condizionamento di coloro che ormai la subiscono da decenni. E' inutile dire che, se passasse il principio che qualunque cosa scriva un giornalista, comprese le balle più clamorose, è da considerarsi libertà di stampa, un giorno potremmo veramente trovarci in una realtà virtuale peggiore della Matrice dei film di fantascienza.

Viviamo in un mondo che già utilizza la propaganda come arma di penetrazione nelle coscienze, che crea illusioni e prestigi per sviare l'attenzione dai fatti, che utilizza come unico linguaggio omologante  la menzogna, quella goebbelsianamente più grossa di tutte, e vuole sostituire, idolatrandolo come un vitello d'oro, il mito alla storia. E' per questo che, per il cittadino, fare informazione nel senso anche di ricostruire la realtà da un cumulo di menzogne rivelando gli omissis dei media ufficiali, può diventare il modo più costruttivo ed efficace di fare politica ed opposizione.

La rete non perdona. Un utente di FB pubblica la foto di un ritaglio dell'intervista a Renato Farina di Tommaso Labate su "Pubblico". Un grazie a Dario Ballini.

martedì 25 settembre 2012

Opinionista del ca'


"Signora mia, la vedo stanca, oggi." Non me ne parli, mi sono appena aperta un blog."
Oggi si parla molto di blogosfera e di bloggers, visto che è arrivato l'arrotino, l'omologatoio delle zie ricche d'America "Huffington Post" nella versione italiana curata da Lucia Annunziata, già direttora responsabile della rivista di Aspen Istitute "Aspenia" e che un giorno ebbe a dire, discutendo da Santoro su questioni mediorientali, che, da quella tribuna televisiva, "noi", intendendo i giornalisti, "dobbiamo orientare il pensiero degli italiani su queste cose".
Forse ora si sta rendendo necessario anche orientare il pensiero dei blogger e soprattutto quello dei loro lettori, omologando ed omogeneizzando le notizie ed i commenti con l'aiuto delle bacchettate delle professoresse dell'informazione che sono sbarcate, al seguito dei conquistadores, anche sul web con le loro piattaforme. (Scelgono le donne perché pensano che la figura materna sia rassicurante.) Queste direttore  hanno un'idea assolutamente errata e preconcetta sui bloggers, come gli spagnoli che si trovavano di fronte per la prima volta i nativi americani e li trattavano da selvaggi; un'idea imperialista del tipo: "Ora porteremo loro la vera civiltà e faremo loro vedere." Gente che fa aprire un blog ad un centinaio di vip - perfino a quelli che si sospetta non sappiano neppure leggere, figuriamoci scrivere - e pensa con ciò di fare blogging. Non solo, lo fa pure pesare.

I miei amici Debora Billi e Gennaro Carotenuto hanno scritto oggi post piuttosto critici riguardo a questo neonato club dal retrogusto rotariano. Se Gennaro accusa l'Annunziata di aver fatto un prodotto affatto dissimile dalle tante versioni online dei giornali - qualcuno vede perfino troppe similitudini con l'impostazione del "Fatto Quotidiano" - Debora se la prende soprattutto con una frase dell'Annunziata riportata su un'intervista rilasciata questo mese a Prima Comunicazione:
"I blog non sono un prodotto giornalistico, sono commenti, opinioni su fatti in genere noti; ed è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati.” (fonte)
Frase che fa giustamente imbestialire chi conosce da vicino la realtà di sfruttamento e quasi schiavismo delle redazioni.
Oltre a ciò, comunque,  la frase della Lucia denota più che altro, secondo me, l'assoluta ignoranza del mondo del blogging e soprattutto della sua filosofia. Definendo tra le righe i bloggers degli opinionisti del cazzo e dei riciclatori di notizie di ben altro pedigree giornalistico, dimentica che ci sono opinionisti altrettanto del cazzo e riciclatori di fuffa e menzogne più o meno illustrate in ogni giornale. Nel meraviglioso mondo di Lucia, la visione del blogger è una visione di classe, di parente povero del giornalismo. Essendo schiava delle regole del business, perché la mission di questo Huffington non credo sia la gloria ma fare tanti ma tanti accessi e sghei, non riuscirà mai a capire il godimento di scrivere per qualche centinaio di persone al giorno a gratis. Ricevendo solo le medaglie al valore della stima di amici e colleghi e della quotidiana fedeltà dei lettori.

A questo punto vorrei quindi spiegare cos'è per me, che sono blogger da sei ininterrotti anni, che ho pubblicato più di 1400 post, la filosofia del blogging. Un blogger è essenzialmente qualcuno che ha la passione di scrivere e che decide di dedicare qualche ora al giorno del suo tempo libero, quasi tutti i giorni, alla scrittura. Generalmente lo fa senza alcun ritorno economico ma solo per passione. Un blogger scrive in base ai suoi interessi e in piena libertà. Non deve rendere conto a nessuno ma alla sua coscienza. Il blogging è soprattutto libertà, è una delle migliori  incarnazioni della libertà di espressione. E' come il surf.  Scrivere un grande post è come cavalcare la grande onda. Il blogging è rivoluzionario e geneticamente anarchico. Il blogging è però anche impegno e ricerca quando vuole farsi informazione. Capita di dover passare diverse ore sul web alla ricerca di materiale, di documentazione, dovendo tradurre da lingue straniere, cercando riscontri alle fonti. E' un maledettissimo impegno che impone anche, volendo trattare di politica ed attualità, di stare sempre sul pezzo, come dicono i cugini giornalisti. Il blogger, in questa versione di servizio, può perfino diventare l'intellettuale dei nostri tempi.
Non siamo pagati ma è meglio così. Non abbiamo nessuno che ci cambi il titolo, che ci tagli e ricucia i pezzi, che ci censuri pensieri e parolacce, che ci mescoli con gente che il blog se lo fa scrivere dal portaborse, dalla segretaria o dall'assistente alla poltrona governativa.

Ho buttato un occhio sul sito di "Huffington Post Italia" oggi ma devo dire che trovarmi come articolo di inauguration un'intervista a B. - con quell' IO SILVIO che mi ha ricordato - ancora tra i fumi degli scandali romani - quel vecchio film '"IO CALIGOLA" e poche ore dopo le facce da cassoeula di Marchionne e Jaki a tutto schermo mi è parso decisamente troppo.Così come trovare tra i "blogger immagine" la Santanché e Tremonti. Non so, forse ci saranno le spintonate, soprattutto tra i bloggers fighetti (aka blogstars), per entrare negli elenchi di questa P2 della blogosfera ma ho l'impressione, il sentore, come ho detto all'inizio, che si tratti solo del tentativo di omologare e controllare chi si ostina a scrivere in libertà. Soprattutto ora che il pensiero unico è l'imperativo categorico per completare la distruzione di questo paese.

P. S. Questo blog non ha pubblicità, non spompina le blogstar e quindi da sei anni non riceve nomination ai Macchianera Awards, non è tra i primi cento blog italiani e non ha casaleggi alle spalle. Se volete fare qualcosa per questo blog, se vi piace, l'unico modo è parlarne in giro, linkarne i post ed invitare a leggerlo.

Io intanto vi lascio cinque minuti con lo spirito di Pier Paolo.


lunedì 24 settembre 2012

Il Diavolo veste PD

"In un nuovo centrosinistra europeo Monti può trovarsi a perfetto agio. È una personalità liberale che con la sua azione può mitigare positivamente le resistenze stataliste che ci sono ancora tra i socialisti. La sua insistenza sul completamento del mercato unico è giusta. Ha posizioni che a me paiono compatibili con il nostro orizzonte programmatico." (Massimo D'Alema, luglio 2012)
E' l'ora del quiz. Per chi si sentisse ancora vagamente di sinistra, è più inquietante la prima pagina di venerdì di "Milano Finanza", con l'annuncio dell'endorsement elettorale di Goldman Sachs (ovvero della finanza casinò) al Partito Democratico di Bersani o la dichiarazione di D'Alema tratta da un'intervista di un paio di mesi fa?

Seriamente, dopo queste due pistole fumanti del patto diabolico, dopo questa doppia dichiarazione d'amore, qualcuno potrebbe ancora appassionarsi alla disfida delle primarie del PD, al minuetto delle alleanze del PD con il centro si, centro no, UDC, uhm forse, Svendola si, Svendola no, se c'è Di Pietro io non ci vengo, però se Casini viene, a meno che non ci sia D'Alema, e via dicendo?
Quando ho letto l'articolo di Antonio Satta, riportato su un blog complottardo, sono andata a controllare che non fosse una bufala o una di quelle finte prime pagine di giornale satiriche. Invece era proprio vero. Tutto sul sito del giornale finanziario. Non solo, ma quelli del PD il pezzo se lo sono incorniciato anche nel loro  sito. Ne vanno orgogliosi. Se poi li inviteranno anche al prossimo raduno Bilderberg, come camerieri del catering, è fatta.

L'imperterrito di sinistra potrebbe pensare, vedendo un titolo del genere da bacio della morte mediatico, ad una manovra sottile da menti raffinate proprio per spingere i terrorizzati dai baccelloni comunisti, ancora pronti ad invaderci, a rivotare l'ex gestore del ristorante "La Grande Abbuffata" e far perdere il PD alle elezioni, un po' come l'altro tocco della medusa Papi al candidato BischeRenzi.
Invece no. Dato che la sinistra in Italia si trova ormai solo in tracce, come le emazie nelle urine, e non conta assolutamente più niente - è quella che è uscita dal Parlamento, per intenderci - non c'è più bisogno di trame più o meno occulte per danneggiarla.
Quella che siede ai tavoli del ristorante senza accorgersi dei maiali che vi si abbuffano, che prepara le aragoste e i pranzi luculliani (per i politici) e le sbobbe (per il popolo) nella cucina da incubo di Chef Monti, ha ormai da tempo abdicato al suo ruolo di difensora dei lavoratori. Nella lotta di classe più feroce di tutti i tempi, nella guerra dichiarata dall'1% al restante 99%, questa sinistra di Vichy ha scelto da che parte stare.
La mission del PD, l'avete sentito l'immarcescibile baffino, consiste nel mitigare le resistenze stataliste che affliggono ancora i socialisti. Più chiaro di così.
Non solo Goldman Sachs si appresta quindi ad accettare il PD e Bersani  - o un qualunque famiglio - come eventuali successori di Monti ma credo che per quei marpioni chi sieda in Parlamento sia assolutamente irrilevante. Tanto, ciò che conta è quello che i partiti faranno dopo le elezioni e su quello non hanno dubbi.

Non è un caso, ma non lo nota quasi nessuno, che siano spariti i programmi dei partiti. Davvero, non se ne parla più, nessuno ne ha uno da presentare.
Ricordate il programma dell'Unione del 2006, pieno anzi, ripieno di buoni propositi e promesse mai mantenute, come la Commissione d'inchiesta sui fatti del G8, la legge sul conflitto d'interessi (!!) Un volumone con la copertina gialla e la scritta nera. Altra epoca. Non ce n'è più bisogno. Il programma è unico per tutti i partiti, come il pensiero. Menu fisso. Neoliberismo e dottrina dello shock.
Di conseguenza, se questa prospettiva non vi garba, se il governo Monti vi pare stia solo attuando effettivamente della macelleria sociale a vantaggio di chi si sta arricchendo senza controllo con la finanza casinò, non illudetevi che, se le elezioni le vince Bersani o qualunque altro figuro, "la sinistra andrà al potere". Pensate alla frase di D'Alema e chiedetevi quale sarà mai il loro orizzonte programmatico e cosa vi riserverà il completamento del mercato unico.

Se il neoliberismo non vi piace per il vostro futuro allora dovrete evitare di votare coloro che attualmente si fanno venire le smanie e le caldane per Monti. Come D'Alema.
E non crediate che sia tutto amore. Non lo fanno né per Monti né per il bene dell'economia, come la Minetti,   lo fanno solo perché a loro conviene, perché la crisi è solo una scusa, un'opportunità.
Il sistema ha scoperto che investire su una classe dirigente corrotta fino al midollo, infoiata di denaro e abbarbicata alla poltrona, può essere molto più redditizio, per papparsi un paese intero, che piazzare bombe e far tintinnare le sciabole. Non c'è bisogno di niente, nessuno scarmazzo o violenza. Si va via con un filo di gas. Basta promettere ai politici la conservazione della poltrona, il mantenimento del feudo in provincia nelle partecipate, il vitalizio, la pensione milionaria, l'assunzione della mignotta preferita, farli ingozzare di soldi e daranno la loro fedeltà incondizionata. Il golpe se lo comprano, portano a casa e montano da soli, come il mobile dell'IKEA.
Peccato per quegli imperterriti di sinistra che ancora ci credono, alle favole.

domenica 23 settembre 2012

Jaki, i' vorrei che tu e Lapo ed io


E' stato calcolato che la FIAT, dagli anni settanta ad oggi, abbia ricevuto l'equivalente di più di 7 miliardi di euro di soldi pubblici, aiuti di Stato, reinvestendone 6,2. Solo l'anno scorso abbiamo versato nelle sue casse 591,832 milioni. L'Italia è il terzo sostenitore pubblico nel mondo della FIAT, dopo Serbia e Brasile.
La FIAT, ovvero gli Agnelli, i Cordero (sempre agnello è) e ultimamente i Gran Elkann, sarebbero praticamente quelli che Cetto La QuaRomney, il miliardario cafone prima scelta dei Repubblicani americani per la corsa alle presidenziali contro Obama, definisce parassiti che vivono a spese dello Stato.

Eppure, nonostante tutto quel ben di dio elargito con munificenza in cambio di un ombrello nel culo - e che non include la CGI versata nei secoli dai cittadini nelle casse FIAT - pare che le cose non vadano bene e che Fabbrica Italia, una specie di Isola Che Non C'è industriale, non si farà più. E i soldi che vi abbiamo dato? Boh, non so, chiedete a Lapo. 

La FIAT potrebbe andarsene dall'Italia perché c'è un problemino. L'Europa, questa padrona in frustino e tacchi a stiletto, come sapete, ci chiede sacrifici e Mario Monti, in teoria, sarebbe il maggiordomo incaricato di mettere a posto la servitù, bacchettando nocche, lasciando gli indisciplinati senza cena e le industrie senza aiuti di stato mentre i lavoratori leccano la suola delle scarpe. 
L'Europa naziliberista proibisce gli aiuti di stato perché segue alla lettera il manuale del neoliberismo: "Le centoventi giornate di Chicago" che come ha motto: "Chi ha, ha e chi non ha, che si fotta." 

L'Europa non vuole ma bisogna che voglia per forza, perché senza aiuti pare che la FIAT, secondo una vecchia leggenda metropolitana, non sia capace di andare avanti. 
Così ieri Marchionne, l'amministratore genio che tutti i condomini della galassia ci invidiano, colui che gestisce la baracca mentre Lapo si fa il restyling completo e Jaki studia da potere forte, è stato cinque ore in una stanza con Mario9000 nel tentativo di crackarlo in modalità "full ammo" e "god mode".
Immaginiamo la scena.
L'ha buttata là piagnucolando: "La guerrigliera a Pernambuco mi dà un mucchio di soldi...è pazza di me." "Su, dammi una decina di miliardi che la prossima settimana mi arriva l'eredità dello zio canadese buonanima e te li restituisco subito". "Insomma, dammi le agevolazioni, se no spaco botilia."
Peccato che le agevolazioni fiscali valgano per tutte le multinazionali che investono in paesi stranieri. La Djalma si adegua soltanto, finché non le faranno girare le balle sul serio. Io glielo avrei fatto notare. Come, ad essere proprio cattivi, mi sarebbe venuto da chiedergli: "Abbéllo, non sarà che Obama e il sindacato americano ti hanno prestato i soldi per risanare Chrysler, te li stanno chiedendo indietro mandandoti i men in black e tu cerchi di farteli dare dall'Italia?"

Si ignora cosa abbia risposto Mario Monti al padrepio che, i buchi nelle mani, vuole farli venire allo Stato. Essendo in Italia temo che tutti i buoni propositi di Chicago e del neoliberismo andranno a farsi fottere. Friedmanisti in teoria, Keynesiani col culo degli altri.

P.S. Del resto, la Fabbrica Italia, l'Europa, l'ombrello in culo, Pernambuco e Milton Friedman sono tutte cazzate. Ecco cosa conta veramente al giorno d'oggi:
GQ Cina ha eletto Lapo Elkann 'uomo dell'anno', in quanto stiloso e forte esempio di italianità e di innovazione con la seguente motivazione:
"Esportatore dello stile italiano all'estero, ha attualizzato la sua mission anche attraverso il marchio Italia Independent, il brand che coniuga la tradizione dell'italianità con l'innovazione di materiali e processi produttivi per esportare un made in Italy "rinnovato" nel mondo globale".

Siate felici. Questo successo l'avete pagato anche voi.

venerdì 21 settembre 2012

Smutandate Barbie!



(Post vivamente sconsigliato a chi ha sempre giocato solo con Cicciobello.)

Grazie ad un post di MenteCritica sono venuta per caso a conoscenza di un fatto che mi ha, a dir poco, sconvolta. Si, una cosa terribile, che mi ha tolto il sonno. Non so nemmeno come iniziare a parlarne. Tanto vale farsi forza e sputare il rospo tutto in una volta. 
Ebbene, so che per tutte le ex bambine della mia età sarà un colpo, ma dovete saperlo. La Mattel ha messo le mutande alla Barbie. Gliele ha proprio saldate addosso. Dei mutandoni, visti gli standard attuali perizomiali, e color carne. Una cintura di castità, una cosa orrenda. La foto è qui, per chi ha lo stomaco forte (warning, graphic content!)

Non capisco cosa ci fosse da coprire, oltretutto. Non gioco con la Barbie da quando avevo dodici anni, quindi da un bel po', ma me la ricordo bella nuda e smutandata, con appena il tatuaggio in rilievo, praticamente la marchiatura, del logo Mattel su una chiappetta. Un confronto tra la versione vintage e quella attuale è in questo straordinario calendario.
Mi ricordo che là sotto, tra le gambe affusolate che negli anni settanta divennero meravigliosamente snodate, era liscia con appena un'allusione di solco di passerina. Praticamente infibulata con il metodo egizio. Non parliamo di quel frocetto di Ken, con quel pacco appena accennato (noi bambine intuivamo qualcosa di mancante ma non sapevamo ancora cosa di preciso) e che ci dava comunque una certa subliminale angoscia di castrazione. Credo che adesso abbiano messo anche a lui una specie di sospensorio da pugile per confondere maggiormente le acque.

Mettere lo Sloggi contenitivo alla Barbie è una bestemmia, è un crimine che poteva venire in mente solo ad una corporation psicopatica. Primo perché la Barbie, proprio perché censurata e mutilata, nonostante l'abbiano infibulata e scapezzolata all'origine per tentare di renderla meno erotica, è la bambola più cripticamente maiala che sia mai stata creata. Degenitalizzandola l'hanno fatta diventare solo più perversa, più perturbante ed incline a sollecitare fantasie sadomaso o violente tout-court.

Non a caso è sicuramente la bambola d'elezione per fantasie infantili perverso-polimorfe  e per installazioni più o meno hard adulte. Guardate questo maiale cosa ha combinato per risessualizzare Barbie e Ken.
Qui potete gustare una serie molto interessante, realizzata dalla fotografa Mariel Clayton, con Barbie e Ken. C'è la Barbie shibari, la domina, quella che minaccia Ken con un fallo posticcio gigantesco  (volevo postarla qui ma Blogger me l'ha censurata, protestanti bacchettoni di merda).
Non mi sono meravigliata affatto di vedere le altre fotografie decisamente gore della Barbie serial killer intenta a decapitare Ken, a fare a pezzi e conservare in salamoia le teste delle amiche. E' normale. Non so perché ma è una bambola che prima o poi ti dà un gusto sovrumano a staccarle la testa.
Non mi meraviglierei che, nella versione mutandata, qualche infante emulo di Jack the Ripper provasse a mutilarla ulteriormente nel tentativo di asportarle gli odiosi slip contenitivi.

La riprova della perturbanza di Barbie è questa foto dove l'umano imita l'inanimato. La sconcertante Barbie di carne.



E ora qualcosa di completamente diverso. La bambola Kate, praticamente indistinguibile dall'originale.
La casa reale inglese si fa venire le crisi isteriche se la principessa si toglie le mutande in favore dei paparazzi e minaccia la libertà di cronaca nel mondo per impedire che dal parrucchiere possiamo vedere uno scorcio della real patonza per morire d'invidia al pensiero di cosa si tromba il principesso William.
Chissà se la Drag Queen Betty ha idea delle cose che dei bambini innocenti possono far fare alla bambola di Kate, pensando non solo alle Barbie e a Ken ma al cavallo di Barbie.


LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...