mercoledì 5 dicembre 2007

Pasticcio di diossina alla trevisana

"Italia, giorno, aprile 2007.
Uno dei principali magazzini della De'Longhi, a Treviso, prende fuoco. La nube nera del'incendio ( si incendiano sopratutto materiali plastici) si sviluppa per ore, lasciando nel panico gli abitanti delle aree attorno( il centro storico e' a pochi chilometri). Nessun piano di emergenza, per la sicurezza della popolazione, verra' attivato.
Non solo in quelle ore, ma per giorni e per mesi, nessuno tra quelli che abitavano vicino all'impianto ha potuto sapere cosa fare,ne' quali fossero le conseguenze, da nessuna delle autorita'.
I tecnici dell'Arpav dichiarano, piu' volte, che non c'è mai stato rischio diossina.
Un'analisi privata , condotta su un terreno non tra i piu' vicini alla sorgente del fuoco,smentisce in modo palese tali conclusioni.
Ad oggi, nessuna novita'.
Ogni tanto, le televisioni locali ospitano degli appelli degli abitanti.
A fare notizia, ci pensano i leghisti, a Treviso.
Ringrazio Paolodeck che, lasciando il suddetto commento ieri al post su agente orange, Bhopal e diossina, mi ha dato lo spunto per continuare il discorso sull'argomento.
Per approfondire la conoscenza dei fatti ho iniziato dai giornali nazionali. La notizia più recente è di Adnkronos del 28 novembre 2007, dove si dice che secondo gli esperti della Procura di Treviso, i privati che hanno commissionato proprie analisi e l'Arpav nessuna conseguenza sull'ambiente è derivata dall'incendio sviluppatosi in aprile alla De Longhi. Profusione di complimenti per la professionalità e la serietà degli enti coinvolti, tutto ok, mission accomplished.

Diverso è però il discorso se si vanno a leggere i blog, soprattutto quelli i cui autori vivono nella zona interessata e i giornali locali.
Nel blog un'altra Treviso si parla della richiesta di una commissione di inchiesta sul disastro; su Ubik, dell'interrogazione del consigliere provinciale del Pdci Stefano Mestriner che chiedeva, nel mese di maggio, di condurre ulteriori analisi sugli animali ritrovati morti dai cittadini dopo l'incendio.

Sul Gazzettino è stato pubblicato un interessante dossier che punta il dito sulle carenze nei sistemi di sicurezza antincendio, come denunciato dai vigili del fuoco. Vi si legge, e non è una cosa da poco che, secondo l'ingegnere Silvano Barberi, comandante provinciale dei vigili del fuoco di Treviso: «La De Longhi non ha presentato richiesta di sopralluogo per il rilascio del Certificato Prevenzione Incendi e quindi non risulta in possesso di tale certificato».

Si nota inoltre il mistero delle analisi private commissionate dalla compagna di Benetton, proprietaria di una villa situata poco distante dallo stabilimento andato a fuoco, che dicono cose ben diverse e ben più preoccupanti delle conclusioni dell'Arpav: "A 16 giorni dal rogo, nonostante le piogge torrenziali, le diossine e gli inseparabili furani (altri composti nocivi) sono stati trovati sulle foglie di ortaggi e insalate, sugli alberi da frutto e in grandi quantità sul terreno".
E' vero che queste analisi, costate ben 20.000 euro furono condotte nell'immediatezza del disastro, quindi in piena crisi, ma è possibile che così alti tassi di diossina si siano concentrati solo in quella villa?
Mi piacerebbe sapere da qualche esperto se questa ipotesi è possibile e quindi ci stiamo preoccupando per nulla.

Auguriamoci che abbiano ragione le autorità. Tuttavia, se avete informazioni, vivete in zona e volete raccontare la vostra esperienza lasciate un commento e il post si arricchirà con i vostri contributi.

martedì 4 dicembre 2007

Il sonno dell'industria genera mostri

Guardavo oggi su Repubblica le fotografie di Livio Senigalliesi che documentano gli effetti dell’Agente Orange sulle popolazioni del Vietnam.

Nel tentativo di stanare i vietcong in un territorio ricoperto da una fitta giungla e incuranti del fatto che lì sotto vi fossero soprattutto popolazioni civili, gli americani irrorarono il territorio vietnamita, in un periodo di dieci anni, dal 1961 al 1971, con qualcosa come 72 milioni di litri di defolianti chimici dai nomi colorati come i pastelli dei bambini: agenti blu, arancio, rosa, viola e bianco. Un arcobaleno di veleni che, a causa dei loro derivati diossinici entrarono subdolamente nella catena alimentare e diedero luogo a danni permanenti e a terribili deformazioni nelle successive generazioni. Anche i soldati americani che servivano nelle zone irrorate dai pesticidi hanno avuto figli deformi e si sono ammalati essi stessi di cancro, come denunciano le combattive associazioni di veterani come questa.

I defolianti in dotazione all’esercito USA erano gentilmente forniti soprattutto dalle multinazionali Monsanto e Dow Chemicals. L'Agente Orange era appunto una miscela di due erbicidi prodotti dalle due società. Un perfetto matrimonio d'interessi. La Dow deliziò le popolazioni asiatiche anche con il napalm, miscela di acido NAftenico e acido PALMitico, quello il cui odore la mattina faceva impazzire il personaggio di Robert Duvall in Apocalypse Now.
Il caro vecchio napalm, classe 1942, dai fasti di Dresda e del Vietnam si è evoluto sempre di più attaccandosi alla pelle e bruciandoti vivo fino al suo ultimo discendente, quel Napalm II miscela di benzene e benzina con polistirene a cui viene aggiunto fosforo bianco che ne facilita l'accensione durante la dispersione nell'aria. Do you remember Falluja?

L’agente arancio rilasciava diossina, quindi. Diossina, Seveso, anche noi nel nostro piccolo abbiamo avuto il nostro disastro con la fuoriscita di triclorofenolo, componente dei diserbanti, dalla fabbrica dell’ICMESA, nel 1976.
Niente però a paragone della più grande grande tragedia industriale della storia della quale ricorre proprio in questi giorni il 27° anniversario. Ancora più terribile e immediatamente devastante del disastro di Chernobyl, che ancora turba i nostri sogni perché l’abbiamo vissuto da vicino, con l’incubo della foglia larga e del latte radioattivo.

A Bhopal in India, migliaia di persone continuano ad ammalarsi e morire a causa del disastro che rilasciò nell’aria circostante alla fabbrica della Union Carbide, nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, quaranta tonnellate di isocianato di metile, un componente di un insetticida, il Sevin.
Fu all’epoca della tragedia di Bhopal, con le immagini terrificanti di 8000 morti immediati e altri 12000 bruciati ed accecati dal gas, che imparammo questa semplice legge: qualunque erbicida, insetticida o defoliante in alta concentrazione diventa un’arma chimica. Scoprimmo anche che a poche centinaia di metri da casa nostra vi erano fabbriche di pesticidi, potenzialmente a rischio, come la Sariaf di Faenza, e non ci sentimmo più tanto tranquilli.

La storia di Bhopal è quella delle sue ventimila vittime per la maggior parte mai risarcite, della totale impunità di quel Warren Anderson che non è mai stato chiamato a rispondere in un tribunale per conto della Union Carbide che presiedeva e della stessa Union Carbide che oggi, guarda caso, è stata assorbita proprio dalla Dow Chemicals.

Quella che doveva essere una fabbrica modello, in grado di sfornare tonnellate di un geniale nuovo insetticida, il Sevin, diventò invece a causa del flop sul mercato del prodotto, uno scomodo relitto, nel quale le misure di sicurezza vennero progressivamente e criminalmente azzerate per un unico motivo: risparmiare. Quando l’isocianato di metile uscì dalla fabbrica non suonarono neanche le sirene, erano state zittite per tagliare i costi.
Il principio che ha condotto al disastro di Bhopal, risparmiare, è lo stesso che indusse la Signora Thatcher negli anni '80 a tollerare l’eliminazione dei procedimenti di bollitura delle farine animali che, se correttamente applicati, avrebbero limitato la diffusione dell’infezione da “mucca pazza”. Per non buttare via nulla si è pensato di sfruttare l’uranio impoverito che deriva dalle centrali nucleari per migliorare la penetrabilità dei proiettili. L’inquinamento da Uranio Impoverito è un’ennesima piaga che sta affliggendo le popolazioni dove sono passati i nuovi Attila, che per essere ben sicuri che non cresca più un filo d’erba usano i defolianti.

Negli ultimi tempi si è parlato di class action, che è tanto più efficace quanto meno è potete il defendant, l’imputato. Nei casi di Bhopal e dell’Agente Orange ci sono stati tentativi di class action ma contro giganti come la Dow Chemicals, che ufficialmente vende prodotti chimici, in realtà è una delle più impunite fabbricanti di armi chimiche, è una lotta contro i mulini a vento.


La natura è stata capace di creare montagne, mari, laghi, fiumi, deserti, foreste, milioni di specie animali e vegetali, tramonti, aurore boreali, stelle e pianeti, in armonia e bellezza. L’uomo moderno, l’uomo industriale accecato dal profitto sembra capace di generare solo dei mostri.

lunedì 3 dicembre 2007

Se l'occidente dà del Bush a Putin

Cominciando stasera a costruire un presepe ideale per questo blog, come prime figure ci metto il bue e l'asinello.

Tempo di elezioni in Russia e tutti parlano di vittoria un po' troppo allegra, 64,1% di consensi, dell'asinello Putin. Irregolarità, voto scorretto sono le accuse formulate non solo dall'opposizione interna ma anche dagli organismi europei come l'Osce.
"Ci sono state testimonianze di irregolarità nel voto, e abbiamo esortato i russi a fare controlli", ha affermato la portavoce della Casa Bianca, Dana Perino, come riportato da Repubblica, spiegando che il bue Bush ha espresso "preoccupazione" per possibili brogli nella consultazione per il rinnovo della Duma. Muhahaha!

Se andassimo a vedere tutte le ultime elezioni presidenziali svolte nel meraviglioso mondo imperiale negli ultimi anni, a cominciare proprio da quelle americane, con i casi della Florida e dell'Ohio; dal Messico alle Filippine, dall'Iraq fino ad arrivare al mistero italiano della scheda bianca scomparsa, vedremmo che i buoi dovrebbero starsene ben zitti.

Curiosamente, le uniche consultazioni elettorali dove non sono al momento denunciati brogli sono quelle del referendum venezuelano voluto da Chavez. Perchè Chavez ha perso, è ovvio.

domenica 2 dicembre 2007

Arrosto di cane e profumi per zingari


“Più grande è la bugia e più la gente la crederà”.
Adolf Hitler

Non riesco a credere ad alcuna notizia pubblicata su “Libero” ma c’è un motivo ben preciso: una causa traumatica, si potrebbe dire. Da quando Feltri pubblicò quell’articolo sui ristoranti bavaresi e i piatti innominabili che vi venivano cucinati ho capito che non era il caso di prenderlo sul serio anche per gli anni a venire. Sono cose che non si superano. Come, come? Volete sapere la storia?

Negli anni novanta, quando “il Giornale” passò alle sapienti e ben più docili mani di Vittorio Feltri, al posto degli editoriali di Montanelli e a veri e propri pezzi di letteratura firmati da scrittori come Anthony Burgess, l’autore di "Arancia Meccanica", iniziarono ad apparire notizie e pezzelle di costume nelle quali già si prefigurava il glorioso avvenire di fogli come l’attuale “Libero”.

Per l’esempio che farò dovrete purtroppo credermi sulla parola perché fu pubblicato nei primissimi anni novanta e non se ne trova traccia in rete. Lo conservai per molti anni come cimelio e curiosità ma poi finì al macero assieme ad altra cartaccia in seguito a necessità di trasloco.
L’articolo in sostanza raccontava con raccapriccio e dovizia di particolari, foto incluse, come in Baviera, la civile Baviera, nei ristoranti fosse usanza comune servire, all’insaputa dei clienti suppongo, arrosto di cane e mica di un cane qualsiasi, ma di teutonico pastore tedesco. Non è satira, giuro che diceva proprio così, non scherzava ed era molto serio. Voi capite che sono notizie che quando si leggono su un giornale che vorrebbe essere autorevole fanno cadere non solo la sua credibilità ma anche le nostre palle, autentiche o metaforiche.

Così, memore di questo aneddoto, ogni volta che un certo tipo di notizie appare su “Libero”, che è il giornale attuale di Feltri, io sento inequivocabile lo stesso odorino di arrosto. Non di cane questa volta ma di allocco, anzi di allocchi in gran quantità, cucinati a dovere dal cuoco sapiente.

Prendiamo l’ultimo esempio di notizia così smaccatamente manipolata che tutti l’hanno presa per oro colato: la scandalosa neo-carriera di Marco Ahmetovic come testimonial di una linea di profumi e jeans.
Ricordo brevemente che il 23 aprile di quest’anno, in un tragico incidente automobilistico, morirono quattro ragazzi di Appignano in provincia di Ascoli Piceno, falciati da un furgone guidato da un giovane rom completamente ubriaco, Marco Ahmetovic. Il giorno dopo il campo nomadi da dove proveniva il ragazzo venne dato alle fiamme, per fortuna senza conseguenze per le persone.
Il 17 settembre ad Ahmetovic vennero concessi gli arresti domiciliari e il 5 ottobre, con una sentenza che andava perfino oltre le richieste del PM, veniva condannato a 6 anni e 6 mesi, questi ultimi da scontare in una comunità di recupero per alcolisti e al risarcimento di 200 mila euro per ciascuna delle famiglie che si sono costituite nel procedimento. La condanna non soddisfò comunque l’opinione pubblica che non la ritenne sufficientemente severa, mancando la sinistra figura del boia sullo sfondo.

In ottobre inizia a rimbalzare su tutti i giornali e nei notiziari televisivi, nessuno escluso, la notizia di un contratto da 300 mila euro offerto da una fantomatica azienda al giovane rom, per la realizzazione di una linea di jeans e profumi.
Chiunque si sarebbe immediatamente chiesto chi mai poteva essere quel pazzo di un imprenditore che oserebbe sfidare l’ira funesta dei pelidi achilli con un’idea così idiota, vista la scarsissima popolarità del testimonial. Giustamente ci si è indignati alla sola idea che qualcuno potesse sfruttare una disgrazia per guadagnarci dei soldi.
L’origine della notizia era “Libero” e nessuno si è insospettito, nonostante le palesi assurdità di cui era infarcito l'articolo, come si evince da questo mirabile esempio di dolce stil novo:
Il pezzo forte della collezione è il profumo, il "rom parfum". Ma ci sono anche jeans tempestati di coltelli e pistole, occhiali che fascinano gli zigomi, orologi con il cinturino in caucciù e cinture da macho in periferia. E' la "linea rom" , la collezione di abbigliamento ed accessori realizzata per Marco Ahmetovic, il rom di ventun anni che lo scorso 23 aprile ha travolto ed ucciso quattro ragazzi di Appignano, nelle Marche [...] E' lui il testimonial di tutta la "linea rom". Tra sponsorizzazioni, diritti d'autore del suo libro ('Anche io sono un essere umano') e pubblicità quadagnerà trecentomila mila euro.
"Dietro Marco Ahmetovic c'è uno staff di dodici persone" spiega il suo agente Alessio Sundas [...] "I jeans, gli occhiali, i profumi si potranno comprare nei centri commerciali tra una ventina di giorni distribuiti da una rete di agenti", assicura. Sundas spiega che ha fatto disegnare jeans aggressivi, violenti "come possono diventare i rom se qualcuno li provoca. Ma a fare da contraltare alle lame di coltello e le pistole puntate contro tutti, c'è la scritta 'Sar an' che nella lingua rom è un gentile: 'Come stai?' e poi le manette, le manette che tintinnano tra le armi come un avvertimento continuo", racconta il manager.
"Gli occhiali avvolgono bene gli zigomi perchè un rom non ama farsi guardare troppo in faccia".
Va bene tutto, ma come si spiega il "rom parfum"? "Lo so che le due parole sembrano un ossimoro, come quell'esempio del ghiaccio bollente che ci spiegavano a scuola. Però proprio perchè i rom solitamente con hanno molta familiarità con l'acqua, è perchè quasi tutti tutto il giorno stanno in giro a chiedere l'elemonsina, hanno bisogno di un profumo forte, più forte della puzza del sudore e tutto il resto".
La linea comprende gli orologi, "necessariamente resistenti, adatti alla vita dei rom" e le cinture "sulla fibbia c'è un toro con le corna, simbolo della forza e del coraggio". L'agente ha già pronto il tariffario: confezione piccola di profumo 22 euro, la grande 30. Orologio 159 euro, occhiali e jeans intorno agli 80. "La linea non è costosa perchè si sipira a un popolo che ricco non è"…. (Tratto da Libero del 27/11/2007 )
Invece di prendersela con colui che ha offerto i soldi al ragazzo, si continua ad alimentare il razzismo e l'odio anti-rom. Passano i giorni e perfino Mastella, che ha beccato, chiede un'indagine sul caso.
Poi la nebbia comincia a diradarsi e si cominicano a vedere più chiaramente le incongruenze della storia. Repubblica timidamente scrive: “Sul sito di aste eBay (sul quale, tuttavia, facendo una ricerca non compare alcun oggetto "Linearom") è stato messo in vendita, per 159 euro, l'orologio della "Linearom" […] L'asta è cominciata il 25 novembre e scadrà il 6 dicembre”.
Questo passaggio è un capolavoro di surrealismo. Non c’è l’orologio ma ci credo lo stesso.
Si parla di un asta ritirata ma miracolosamente non ancora conclusa, della quale su Ebay non v’è traccia. Siamo al puro prestigio.

Visto che a seguito del rumore mediatico provocato da questa notizia il 29 novembre qualcuno è andato a disegnare delle svastiche sulla casa dove risiede Ahmetovic, sarebbe bastato dire, da parte di chi ha ripreso la notizia sugli altri media, chi era l'Alessio Sundas citato da Libero come "agente" del ragazzo.
I telespettatori che seguono Mi Manda Raitre lo conoscono bene. Pare, concediamogli il beneficio del dubbio, che sia uno abituato a fare promesse e a non mantenerle, per usare un eufemismo. Un venditore di fumo, più che di jeans, orologi e profumi. Uno che ha illuso molti ragazze e ragazzi che volevano fare i modelli e per giunta a pagamento. Un altro Corona in cerca di facile pubblicità che ora sul suo sito si difende parlando di "provocazione".
Una cosa studiata a tavolino quindi? E magari servita a qualcuno che aveva bisogno di uno spunto per solleticare i più bassi istinti del popolaccio?

La realtà paradossale è che un italiano è riuscito probabilmente ad infinocchiare un giovane rom inguaiato fino al collo, al quale sono stati promessi dei soldi, di farne una star e che rimarrà quasi sicuramente con un palmo di naso.
Tuttavia, per un puro e geniale gioco di prestigio creato dai grandi illusionisti della stampa, primo tra tutti il grande Houdini di Libero, l'orologio scomparso da Ebay è ricomparso magicamente dietro il nostro orecchio e siamo rimasti stupiti. Come degli allocchi.

sabato 1 dicembre 2007

I 25 anni del Vernacoliere

Questa sera, per sopraggiunti limiti di stanchezza e al fine di non dover celebrare le premature esequie di una papera, avendo inoltre Lameducche già dato ieri in termini di stronzate settimanali, lascio la parola alla vera Satira e mi compiaccio di regalarvi una delle copertine-civetta più memorabili di tutti i tempi del glorioso Vernacoliere.
Proprio in questi giorni si celebrano i 25 anni di vita di questo mensile satirico, una vera zingarata illustrata; sboccato, irriverente, anticlericale, toscanaccio fino al midollo, creato negli altrimenti superficiali anni '80 (1982 per la precisione) da Mario Cardinali, qui intervistato dal Tirreno in occasione dell'anniversario.

Noi della generazione che ha amato"Cuore" e ne sente tanto la mancanza, che viviamo nel vuoto pneumatico creato da un Potere che aborrisce e quando può censura la Satira, non possiamo che volere bene a questo fogliaccio. Auguri Vernacoliere, da una affezionata portatrice sana di topa.

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