venerdì 29 aprile 2016

Another break in the vallum


Caro Federico, dopo aver visto la ministrA norvegese inscafandrata per la full immersion nell'identificazione con lo stile di vita del migrante - e con questo le abbiamo viste tutte - ti propongo, come aperitivo bonne bouche alla nostra conversazione odierna, la notizia dell'affiliazione a fil di spada e a sua insaputa alla Loggia dei Migrantofili del poro William Shakespeare (di cui si è celebrato in questi giorni il 400° dalla morte).
E' incredibile. Un manoscritto che viene miracolosamente ritrovato nel momento storico più appropriato, di uno scrittore sul quale non si hanno certezze nemmeno sull'identità e di cui non si sono ritrovati manoscritti originali non è male come narrazione, vero? 
(A proposito, non si rendono conto dell'inevitabile effetto boomerang di questo martellamento continuo? Se ti raccontassi fin dove è arrivato il rigetto: perfino nelle parrocchie di certi preti normalmente morigerati e ligi al rispetto delle gerarchie ecclesiastiche …)

F. Giunti a questo punto mi aspetto di vedere la terza carica dello Stato gettarsi nel Mare Nostrum per dare il buon esempio, ma non escludo la possibilità di vedere il Papa che si incammina dalla Grecia alla Germania a piedi per far diventare la rotta balcanica il nuovo cammino di Santiago. Nel frattempo, attendo di leggere Dante che inneggia alle virtù dell’accoglienza del rifugiato e dell’abbattimento dei muri.

Non provocarli. Dante fu migrante, profugo e perseguitato. Non vorrei che lo facessero diventare un no border sovranazionale ante litteram, al limite dello sfondamurismo: “Vassi in San Leo e discendesi in Noli, montasi su in Bismantova...” Poveri Fidelis in amore...

F. Ormai sull’immigrazione – o migrazione o accoglienza o come dobbiamo chiamarla – è in corso un bombardamento propagandistico di una perseveranza e pervasività che, per quanto riguarda la mia memoria, non ha precedenti. 

Nemmeno per la mia.

F. La pressione della retorica del migrante non conosce più limiti. Ci sono dei momenti in cui, mentre ascolto la radio o guardo la TV, alzerei le braccia e mi arrenderei dichiarando ad alta voce: “Basta, mi arrendo! Dico che dobbiamo accoglierli tutti, che è nostro dovere dargli subito una casa, un lavoro e una moschea a testa ma vi prego, adesso basta!” se solo servisse a far terminare questo bombardamento continuo: 

DEVI amare il migrante, DEVI accoglierlo a braccia aperte, DEVI farlo senza fare domande, DEVI farlo senza porre condizioni, DEVI farlo dimostrando tutta l’empatia di questo mondo. 
DEVI respirare questa propaganda a pieni polmoni, gonfiarti il petto di piddinismo e sputare sentenze indignate come questa, oppure questa

Altrimenti, sei un razzista di merda. 

E' vero. Eppure, non so se hai notato il paradosso che conferma la teoria dell'effetto boomerang, non siamo mai stati tanto razzisti come da quando comandano gli antirazzisti e la loro tolleranza viene irrorata 24 ore al giorno come fosse glifosato sui campi. Dagli effetti collaterali altrettanto tossici dei pesticidi, a quanto pare.

F. Qualche giorno fa postavi questo video ai confini della realtà in cui una truppa di “migranti” supportata dagli “attivisti no borders” effettuava posti di blocco per autisti e camionisti in transito al confine tra Grecia e Macedonia di Idomeni, pretendendo l’esibizione di documenti a prova della cittadinanza e spiegazioni sul motivo del viaggio. Il tutto avveniva con un’arroganza da padroni, non da ospiti, con l’autista visibilmente intimorito e probabilmente rassicurato in quel momento solo dalla presenza della telecamera (oggetto che “il migrante” conosce molto bene, insieme a tutto quello che c’è dietro). Come se questo non fosse abbastanza, gli attivisti no borders che fornivano il supporto logistico (acqua e cibo) alla surreale pattuglia di migranti senza frontiere a guardia della frontiera, di fronte alla giornalista che chiedeva loro da dove provenissero rispondevano con decisa arroganza che la loro provenienza “non ha senso perché le frontiere non hanno senso.”



Sarò scomposto ed eccessivo: questo comportamento mi ha ricordato questo vecchio ma fondamentale video dell’ISIL. In quel caso la faccenda finiva con l’omicidio dei tre camionisti che non avevano superato il questionario della milizia del califfo, un esito che nel nostro caso – almeno per ora – risulta impensabile, eppure la modalità con cui i “no borders” pretendono venga applicata la loro visione è altrettanto assolutista e chiusa a qualsiasi osservazione. 

Il normale buon senso ci dice che se vogliamo accogliere rifugiati dobbiamo farlo stabilendo un numero prestabilito di persone che andranno a far parte di un programma di accoglienza e integrazione ben strutturato, persone che andranno prese direttamente nei campi profughi nei paesi confinanti con le zone in conflitto, privilegiando nuclei familiari interi (hanno più bisogno e sono più affidabili e disposti a seguire un programma d’integrazione) e sapendo fin dall’inizio che qualsiasi politica di accoglienza risulterà insufficiente perché è sotto gli occhi di tutti che non è possibile salvare tutte le persone che se lo meritano e che ne hanno bisogno. 
Purtroppo di buon senso non se ne vede più da nessuna parte. 

E non c'è neppure il tempo necessario per attuare i progetti di integrazione, che hanno sempre richiesto tempo, molto tempo, a volte decenni o secoli. La sottrazione del tempo – facci caso, siamo costretti a ritagliarci pochi minuti la sera, stanchi morti, per poter pensare, informarci, riflettere, comunicare – è un'altra delle tante armi di dominio della Global Inquisition. Occorre fare in fretta, tutto e subito, senza fermarsi, perché non c'è alternativa. Il famigerato fateprestismo.

F. Ultimamente abbiamo visto il Papa andare a Lesbo per un siparietto con i profughi; una bella scena, baci e abbracci a profughi cristiani e musulmani, donne e bambini. Immagino le famiglie di cristiani siriani disperate, sfuggite alle persecuzioni, che si ritrovano tra le braccia del Papa e immaginano di essere finalmente in salvo perché – ecchecca', diciamocelo – quello è il Papa e loro sono cristiani, non li abbandonerà, non li lascerà indietro....
Il Papa ha scelto di salvare qualche famiglia musulmana contrabbandandola in Italia (paese dove hanno chiesto asilo, mica in Vaticano) nella comunità di Sant’Egidio ben fuori le sacre mura, e ha abbandonato i cristiani a Lesbo (ora non si sa dove sono, il campo è stato smantellato subito dopo le telecamere in vista della stagione estiva) perché – lo ha detto lui stesso – quelle famiglie “non avevano documenti”. 
Di fronte a delle mostruosità del genere l’effetto boomerang sulla popolazione è una certezza, e parlo di qualcosa che andrà purtroppo ben oltre la semplice ascesa dei partiti di estrema destra. 

Dirti che tutto ciò viene sempre più percepito come sempre meno cristiano penso sia inutile. Siamo al vero e proprio muto sgomento. 
A proposito di armi di migrazione di massa e di spostamento verso la disumanizzazione, mi pare che il generale Jean, in questa intervista a Libero, l'abbia toccata pianino.



È cinismo o realismo con obbligo di cinismo dell'esperto di cose di guerra? Ci toccherà prima o poi, come egli prevede, diventare molto cattivi per opporsi all'impossibilità pratica ed etica di travasare un continente in un altro? 

F. Sia i paesi europei che gli Stati Uniti hanno sempre tenuto una politica ambigua con gli immigrati: da una parte hanno sempre reso più o meno difficile l’immigrazione legale, soprattutto quella low-skilled (i famosi lavori che i bianchi non vogliono più fare, ecc…) Dall’altra hanno sempre lasciato aperta una o più finestre per consentire l’immigrazione illegale e un conseguente percorso di legalizzazione del clandestino. In Italia va così praticamente da sempre e con la legge Bossi-Fini (spacciata per legge severa e repressiva quando invece è estremamente inclusiva) ne abbiamo avuto un esempio lampante. 
È interessante fermarsi a riflettere sul fatto che per la stragrande maggioranza degli immigrati l’ingresso e la legalizzazione della propria presenza in un paese europeo passa inevitabilmente per menzogne e sotterfugi burocratici, il che non è esattamente un bel biglietto da visita.

Questa ambiguità continua a perpetuarsi ed ora sta raggiungendo il suo apice. 
Sua Santità Angela Merkel ha invitato i profughi a raggiungere la Germania senza alcuna limitazione, con grandi applausi di tutta la piddineria internazionale. Allo stesso tempo però la Germania non fa assolutamente niente per andare a prendersi questi profughi, evitando loro di doversi avventurare in una pericolosa traversata e marcia forzata fino all’Eldorado tedesco.

O meglio, li raccoglie con le navi nel Mediterraneo poi li sbarca in Italia, che "non è affatto invasa", salvo poi pretendere la selezione del migrante e la prelazione su quello di prima scelta al Brennero.

Infatti. In Grecia sarebbero felici di accogliere voli charter destinati a trasportare i profughi direttamente in Germania; a Idomeni l’arrivo degli autobus per l’aeroporto sarebbe accolto tra gli applausi e invece non accade niente di tutto questo, perché “solo chi arriverà alla frontiera tedesca sopravviverà” in questi "Hunger Games" europei gentilmente sponsorizzati dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite e dalle tante organizzazioni non governative dispiegate lunghe le rotte di viaggio attrezzate per l’impresa.

Siamo già molto cattivi: se ci pensi bene, per il migrante avere successo in questo viaggio vuol dire tenere duro a livello fisico e mentale, essere cinici, cattivi, lasciare indietro i più deboli, fingersi deboli e bisognosi ogni volta che serve (di fronte ai fotografi, ai volontari delle ONG), dimostrare forza e determinazione contro la polizia quando c’è bisogno ed essere capaci di negoziare con i trafficanti. 
Quindi, se escludiamo le famiglie complete, le donne sole e i bambini – che come sappiamo sono una piccola minoranza del totale – sono solo “i migliori” a farcela. 
Tuttavia, se oggi siamo cattivi, in futuro dovremo inevitabilmente esserlo molto di più, e soprattutto dovremo essere molto meno ipocriti. 

Verrebbe da chiedersi: come è possibile che le anime candide non si inquietino di fronte a queste “marce della morte” e al grande e crudele gioco di sopravvivenza con in premio la selezione della specie e il carrarmato da costruire personalmente in fabbrica in Germania? La solita amnesia storica, eh?

Tornando al generale Jean, egli nomina il caso Regeni. Ti sei fatto una tua idea in proposito?

F. Questo sì che è un argomento difficile perché a oggi ancora non posso dire di essermi fatto un’opinione relativamente decisa a riguardo. Sono tanti gli aspetti oscuri di questa vicenda e sono tanti i depistaggi dei governi, dei non governi e dei media che di giorno in giorno contribuiscono a rendere sempre più difficoltosa una lucida analisi dei fatti e degli scenari. Giulio Regeni è diventato nel giro di pochi giorni un’eroe civile con un volto da mettere su magliette, striscioni e bandiere alla testa di marce popolari indignate e implacabili. In poche parole, è diventato subito un brand e questa cosa nella mia mente leggermente deviata porta subito a pensar male. 

In nome della “verità per Giulio Regeni” sì è rapidamente costruita una campagna di comunicazione, sponsorizzata dalle ONG più prestigiose, che sta avendo eco ovunque, dai giornali al mondo dello spettacolo, fino ai campi di calcio. Oggi addirittura sentivo che il colore giallo è diventato sinonimo della lotta per avere la verità per Giulio Regeni, lo stesso colore giallo che il brand di Amnesty International ha sempre avuto e che adesso sembrano un tutt’uno. Vista in questa ottica, la strategia di marketing è stata eccellente (pensa che a me invece quella tonalità di giallo fa pensare a Hezbollah…)



Il solito malpensante...

F. Partiamo da quello che sappiamo: Regeni è stato trovato sul ciglio di una strada con i pantaloni calati e il corpo – volto compreso – brutalmente sfigurato dalle ferite inflitte per torturarlo. Il corpo è stato ritrovato (diciamo fatto ritrovare) dopo alcuni giorni che il ragazzo era scomparso proprio nel giorno in cui la delegazione italiana era in visita al Cairo. 
Ora, già in questo ci sono molte cose che devono far riflettere. 
Al di là del timing perfetto, che non può essere casuale, mi risulta molto difficile pensare che a uccidere Regeni sia stata la polizia o l’intelligence egiziana su ordine diretto dei superiori. Sicuramente questo ricercatore disturbava e non piaceva alle autorità, sicuramente lo avevano individuato (facilmente, perché se sei l’unico uomo bianco alle “riunioni semi-clandestine dei sindacati egiziani” non passi esattamente inosservato), ma il governo egiziano – come tanti altri – in questi casi ha l’abitudine di espellere gli studenti occidentali che sono considerati militanti politici, analisti per servizi d’informazione o addirittura spie. Prendere Regeni, trovare un pretesto qualsiasi per incriminarlo di qualcosa e caricarlo su un aereo diretto a Roma con un foglio di via avrebbe creato molte meno complicazioni al governo egiziano rispetto a quanto è avvenuto. 

Tutto questo ragionamento al netto dell’effettiva “pericolosità” o capacità di disturbo di Regeni. Questo è il famoso articolo sui sindacati egiziani scritto sotto pseudonimo. Capisco la scelta di non voler firmare l’articolo, il tema è delicato, leggilo, ma qui non c’è scritto niente sulla mano pesante del regime di Al-Sisi che non sia già stato detto dagli inviati delle principali testate internazionali; e, da quanto ho potuto approfondire, quella riunione sindacale non è stato quell'evento così segreto e inafferrabile che l’intelligence egiziana non avesse potuto monitorare e identificare senza dover strappare le unghie a un giovane ricercatore occidentale molto intraprendente. 
In questa puntata – estremamente mainstream – di "Petrolio", andata in onda pochi giorni fa ci sono tutte queste informazioni, si vede il luogo dove è avvenuta la riunione, alcune delle persone coinvolte, viene mostrato uno spaccato di quel mondo dei venditori ambulanti del Cairo che Regeni stava osservando. 

Se invece per qualche motivo fosse successo che i servizi di sicurezza avessero deciso di uccidere “il pericoloso” Giulio Regeni, beh, la realtà egiziana mi porta a pensare che quel ragazzo non sarebbe mai stato ritrovato, mai. Nell’Egitto di Al-Sisi sono già sparite molte persone, la repressione del dissenso ha raggiunto livelli molto superiori a quelli di Mubarak. Se i servizi di sicurezza avessero deciso che il ragazzo andava proprio eliminato fisicamente, sarebbe sparito per sempre. 

In effetti il suo ritrovamento, in quelle condizioni, pare un preciso messaggio a chi ha occhi per vedere e orecchie per intendere. 

F. Certo. Per come la vedo io, chi ha ucciso Regeni voleva anche che il suo corpo fosse trovato e che le torture fossero evidenti. Da questa storia l’apparato statale egiziano nella sua interezza non trae alcun beneficio da questa uccisione, per il Cairo questo è un vero e proprio disastro; anche per i servizi segreti egiziani la morte di Regeni è un enorme smacco. 

Dal canto loro, fin dall’inizio, dal Cairo ci propinano versioni di comodo semplicemente inaccettabili. Si è cominciato col dire che Regeni era morto per incidente stradale, poi si è tirata fuori la pista dell’omicidio omosessuale, fino ad arrivare alla sparatoria con i colpevoli tutti ammazzati e le prove in casa (una versione giustamente definita inaccettabile, anche se assomiglia molto alle versioni dei fatti sulla cattura degli attentatori di Parigi e Bruxelles). 

Il governo italiano fa bene a pretendere la massima collaborazione dal Cairo, ma quella che dobbiamo scoprire è la verità, non “la verità vera” chiesta da Amnesty International, quella che vede Al-Sisi direttamente coinvolto nell’omicidio. Il massimo della ritorsione diplomatica che dovremmo applicare al governo egiziano è quella di mettere l’Egitto tra i paesi non sicuri per i viaggi (una realtà difficile da discutere), con conseguente contraccolpo sull’industria turistica egiziana, ma senza compromettere le relazioni commerciali e strategiche, relazioni che – è bene ricordarlo – dovranno sopravvivere all’epoca Al-Sisi così come sono sopravvissute all’epoca Mubarak e all’infausta parentesi di Morsi. 

Per quanto possa suonare cinico, Giulio Regeni non era un rappresentante diplomatico dell’Italia, era lì a fare ricerca per conto di un’Università britannica a cui andrebbero chieste con la stessa decisione usata con il Cairo spiegazioni dettagliate sugli incarichi assegnati al ragazzo, un ragazzo che non era una spia e che temo invece sia finito vittima di disegno che ha visto in lui una pedina sacrificabile per farne un martire da usare a fini politici. 

Fini politici attraverso manovre di intelligence. Anch'io ho l'impressione che quello sfortunato ragazzo un po' troppo fiducioso dei suoi contatti a Cambridge sia stato usato senza scrupoli ("dagli amici mi guardi Iddio...") e la cosa tragica è che probabilmente non aveva proprio nulla da confessare ai suoi torturatori. E' possibile, mi domando, ottenere la "verità" quando chi l'ha massacrato ci ha così tragicamente fatto capire quanto poco contiamo sullo scacchiere internazionale?
E qui veniamo al perché l'Egitto è così importante, a parte le piramidi.

L’Italia è un alleato cruciale dell’Egitto, per l’estrazione di gas ma anche in relazione alla nuova Libia. E' un paese troppo importante per lasciare che esploda come sono esplose Libia e Siria. Purtroppo, Regeni o non Regeni, va comunque detto che “la stabilità” del governo Al-Sisi è falsa e basata solo su un pugno di ferro che non può funzionare per sempre. L’Egitto è una polveriera che esploderà. Non c’è generalissimo e uomo forte che possa tenere a bada quasi 90 milioni di abitanti di cui la stragrande maggioranza è giovane, affamata e con le pezze al culo.

L’Egitto va aiutato e coinvolto nelle relazioni internazionali anche a costo di mandare giù dei bocconi molto amari. Portare il Cairo all’isolamento potrebbe essere la scintilla per una nuova rivoluzione egiziana, rivoluzione che aprirebbe un vaso di Pandora tanto esplosivo da far sembrare la Guerra in Siria e l’esodo dei profughi Siriani il timido antipasto di un sontuoso banchetto. Una nuova rivoluzione in Egitto si produrrebbe subito in un’ondata di violenza che porterebbe il paese a una guerra civile con un esodo in stile albanese in grado di cambiare per sempre non solo il Nordafrica e il Medio Oriente ma l’intero continente Europeo.

Dal giallo all'arancione e poi al rosso sangue...

La scelta sta a noi: gestire i rapporti con un governo autoritario ma prevedibile, come l’attuale governo dell’Egitto, o contribuire a scatenare l’inferno per poi ritrovarsi a piangere sul dittatore versato.



Lameduck ft. Federico Nero.



Titoli di coda.






lunedì 25 aprile 2016

#Bellaciaone





Per il frame "i migranti sono i nuovi partigiani", vogliate gradire l'immagine del giorno.
(Cose di lavoro: notate lo squallore del "restauro" delle tombe, l'economia della doppia lapide in carrara poggiata semplicemente sul cordolo di cemento. Una spintarella, un'appoggiata della nonna malferma e cadono per terra spezzandosi. Per non parlare del fatto che non sono a prova di saraceno. Non credo che lo squallore sia colpa della genovesitudine, anche se conosco i miei concittadini. Questo è proprio senso dello squallore innato da sezione di partito. Riunire le salme di chi è morto affinché voi possiate stuprare la Costituzione in un unico bel sacrario con una bella fiamma eterna faceva troppo nazionalista, o troppo Arlington imperiale, figgeu?)

Il migrante che "si è offerto spontaneamente" per ramazzare tra le tombe. Immagino. Immagino la fila. Magari si poteva dirgli anche che le cuffiette, in un luogo di rispetto, andrebbero tolte. Soprattutto quando ci sono i fotografi. Tanto la ricarica te la davamo lo stesso.

Sono cinica, iconoclasta, razzista, in questo giorno di letizia? Si, queste cose mi danno il voltastomaco, mi provocano un'achillea ira funesta, come questa prosa iperglicemica di Liala Celi che merita di finire agli atti del Best of Retorica odierno.



Egregia Signora,

solo un pensiero mi sovvien, leopardianamente parlando, in questo di' di festa.

Oggi i partigiani, quelli originali, quelli lì, quelli lì, vi prenderebbero a mazzate. E si alleerebbero con i nazionalisti per cacciarvi.

Cordiali saluti.


domenica 24 aprile 2016

Il buonismo nuoce gravemente ai neuroni



Robert Fisk, che normalmente sarebbe anche un ottimo giornalista, se ne è uscito con questo titolo:

"When we mourn the passing of Prince but not 500 migrants, we have to ask: have we lost all sense of perspective?"

Ovvero: "Quando piangiamo la morte di Prince ma non dei 500 migranti, dovremmo chiederci: abbiamo forse perso il senso della prospettiva?" 
Il relativo articolo, pubblicato sull'Independent, può essere riassunto così: "Perché non vi sentite in colpa per esservi dispiaciuti per la morte di Prince e non dei 500 migranti annegati l'altro giorno?" 
I lettori dell'Independent, nei commenti, gli hanno già risposto a tono e con ottime argomentazioni, ma vorrei, per senso di prospettiva e rispetto, fargli rispondere in primis da Jean-Jacques Rousseau:



Da parte mia, ammetto di fare molta fatica a seguire Fisk nel suo ragionamento benaltrista, perché mi immagino quanto gliene potrà fregare, al paese di quei migranti, se muoiono 500 di noi o della Papuasia e anche Prince. E li capisco, perché il razzismo e il cazzomenefreghismo sono sempre fenomeni bivalenti e reciproci - ma Fisk finge di non saperlo. Vorrei quindi rivendicare il principio universale di potersene appunto fregare al mondo gli uni degli altri e ancor maggiormente quanto più distanti siamo e vorrei fosse considerato un diritto inalienabile dell'Uomo. Tra l'altro è proprio quando smettiamo di ignorarci e usciamo dal nostro territorio per invadere quello altrui che scoppiano le guerre. Chissà perché. Rivendico altresì il diritto inalienabile di potersi dispiacere e magari piangere se qualcuno che ha fatto qualcosa per il mondo, fosse solo l'aver scritto canzoni, viene a mancare.

In pratica invece, secondo il cittadino del mondo Fisk, saremmo delle pessime persone, anzi dei nazisti, per aver dato nel lutto la precedenza emotiva, notoriamente poco governata dalla razionalità, piuttosto che a dei perfetti estranei, ad un compositore e polistrumentista che rasentava la genialità, dalla tecnica chitarristica mostruosa, che ha, più semplicemente, accompagnato la nostra giovinezza, ci ha emozionato ed esaltato, consolato con la propria musica nei lunghi anni di depressione (nel mio caso) e che, per colmo di sfortuna, è morto ancor giovane e quindi soggetto alla nota mitizzazione di chi, lasciando questa valle di lacrime troppo presto, risulta caro agli dei. 
Non lo sa Fisk che i menestrelli, i guitti e gli sportivi che alleviano le nostre tristi vite ci sono diletti perché diventano parte di noi e del nostro vissuto in base a ciò che essi ci danno, sia esso arricchimento culturale o semplice ricreazione o emozione?  Che può succedere che ci dispiaccia più della morte di David Bowie che della suocera o del vicino di casa proprio per ciò che Bowie ci ha dato e loro no? E che ciò è un fenomeno perfettamente normale? 
Il suo sembra un tipo di ragionamento animalista applicato agli esseri umani, che ne condivide lo stesso assolutismo. Non è amore né altruismo; è parafilia verso l'alieno. 

Che male c'è se l'uomo si rifugia nel culto degli dei e degli eroi morti giovani quando viene tradito perfino dalla propria religione, anch'essa ormai votata all'amore parafiliaco verso il diverso purchessia, in sfacciata antitesi all'"ama il prossimo tuo" (prossimo, disse Cristo, non lontano)?
Si può amare il lontano, il diverso, ma solo dopo averlo conosciuto ed aver avuto il tempo di familiarizzarcisi. Mi permetto di dubitare della richiesta di generosità a priori con obbligo di sparecchiamento e della fratellanza a comando di questi appuntamenti al buio che ci vengono imposti. 

Non sarà, quella di Fisk e dei suoi compari d'anello, oltre all'invidia per il genio, più nefasta di quella per il pene, anche insofferenza nei confronti di una cultura che è vista come degna ormai di scomparire, assieme ai suoi campioni, in vista dell'annichilimento nel pentolone del multikulti senza più identità?
Il dolore straordinariamente cocente per le perdite di Bowie e Prince lo vedo invece come un buon segno, guarda un po'. Significa che l'umanità si sta accorgendo della decadenza in corso, dell'attacco all'identità e alla cultura e, nello specifico, della differenza ormai innegabile tra la musica di ieri e quella di oggi. Dell'abisso che c'è tra il Major Tom perduto nello spazio, la pioggia viola ma perfino le canzoncine degli Abba e il ballo del qua qua e la cacofonia di oggi: la ritmica tribale, i testi a base di "hohoho, wowowo, ahaha", le lagne da muezzin e tutte quelle insopportabili voci femminili istigatrici l'omicidio. La decadenza dal Rhythm&Blues al Pimps&Hookers. La differenza tra la musica che aveva una struttura, un testo, una storia, un ritmo, una melodia, un linguaggio  - o, come si diceva allora, conteneva un messaggio - che era anche sperimentazione e ricerca e la tortura sonora di Guantanamo oggi direttamente nel tuo centro commerciale. Credetemi, si distrugge la domanda interna anche così.


Prince, tra parentesi, qui si mangia Jimmy Page con la chitarra, la custodia e tutto.

giovedì 21 aprile 2016

Da Trotsky al pollo fritto



"Qui vige l'uguaglianza. Non conta un cazzo nessuno". (Full Metal Jacket)

Stavo leggendo questo bellissimo articolo di Eriprando Sforza, che vi consiglio, quando è apparsa la somiglianza. Perché, mi sono chiesta (ignorando l'esistenza di una entità chiamata Kentucky Fried Chicken e il suo logo), qualcuno ha voluto associare Lev Trotsky al pollo fritto? In quel momento è stata sincronicità in tutto il suo fulgore. Non era Trotsky ma il colonnello Harland Sanders (Sanders, Sanders, questo nome non mi è nuovo), fondatore e sorridente testimonial di una delle centrali del complesso militare-alimentare americano. Non era Trotsky eppure era Trotsky lo stesso e non era un sorriso ma un ghigno satanico. Il trionfo della rivoluzione permanente (o globalizzazione) del pollo fritto. L'occupazione imperial-alimentare del paese con la cucina migliore del mondo celebrata, come narra Eriprando, con code chilometriche in occasione dell'inaugurazione dell'ultimo tempio del Partito Consumista in Padania. Code per andare a mangiare il pollo fritto che ha lo stesso sapore a Lahore come a Denver, ad Arese come a Shanghai, perché è pollo globale, infelice, torturato, alienato, massificato e oppresso come la massa magmatica multikulti e kalergicamente bastarda che è costretta a correre a cibarsene con un rito quasi cannibalesco, uguale in tutto il mondo. L'uguaglianza del non contare un cazzo nessuno, come dice il Sergente Hartmann.


Curioso che, del comunismo, l'ipercapitalismo abbia saputo sapientemente conservarne la parte più elettivamente affine e funzionale al proprio trionfo. E forse, proprio nell'antico antagonismo tra comunismo nazionalistico e comunismo internazionalista si può trovare la spiegazione per certi bollori, certi attaccamenti fanatici delle sinistre attuali all'Idea, al Fogno, all'Utopia di una oscenità come gli Stati Uniti d'Europa: da Spinelli, giù giù, ma proprio giù, fino a Tsipras. La simpatia, l'affinità e l'ingordigia delle sinistre per quello stato di rivoluzione permanente che, dopo la fine della storia (dicono i loro mentori nelle alte sfere) fluisce nella futura decennale "lotta al terrorismo" dei neocon e, in ultima analisi, nel caro vecchio ordo ab chao. Culto della Rivoluzione Permanente o globalizzazione che, come una pestilenza pre-apocalittica, ha contagiato e cooptato tutti, perfino i patetici No Global, ora riciclati come No Borders, le puttane al seguito degli eserciti di invasione.





martedì 19 aprile 2016

My Private Idaho



In una relazione del 23 marzo 2016 (a firma Roberta Metsola e Kashetu Kyenge) alla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento Europeo sulla "situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell'UE in materia di immigrazione" si legge:


Bene. Per integrarsi meglio nel meraviglioso Paese dei Balocchi Teutonico promesso loro dagli omini di burro in missione in Africa e nei campi profughi, ai ciuchi migranti che hanno svenato le famiglie fino al quarto grado per venire in Europa a fare i ganzi e bullarsi con gli amici con il Money Transfer, i nazisti offrono un "ein-euro job", ovvero un posto di lavoro a un euro all'ora. Questo senza che ai P.d.m. (professionisti dei media) la cosa paia punto scandalosa. 
Anzi, vi spiegherebbero che essa è perfettamente coerente con il necessario processo di adattamento del Nuovo Europeo Diversamente Europeo alla durezza del vivere. 
Ovviamente l'euro all'ora devono meritarselo. Ecco quindi i corsi obbligatori di lingua e cultura tedesca. Tra le materie del primo anno: Senso di Colpa I, Mercantilismo, Teoria dei colori delle giacche della Merkel, Eugenetica autorazzista e Amnesia storica corso propedeutico.

Auguro a questi infami (i nazisti) di dover gironzolare presto, unici rimasti in Europa, con la monetaccia schifosa da venti miliardi di euro in tasca e di diventare cittadini di almeno cinque o sei Germanie, di cui una retta da un califfo di stretta osservanza wahabita, una annessa alla Russia e un'altra all'Ungheria. 

Tenete sempre a mente che i monoeuristi ci vengono vomitati dalle navi pietose dei nostri concorrenti affinché un giorno ci paghino le pensioni. A noi bianchi e kuffar di merda, per giunta. 
I libberisti, con una mano, vorrebbero un Welfare Svedese per i ciuchi, mentre, al contempo, con l'altra, lo vorrebbero togliere agli autoctoni per i quali sono già previste da tempo le coperte infette. Trentenne, tu lavorerai con dolore fino ai 75 anni e tu, imprenditore che non sai dove investire i soldi che ti escono dalle mutande e i guadagni che lo Stato ti lascia per intero, perché non investi in una bella scuola professionale per i ciuchi?  Benissimo, ma ce le vedete voi le lavorazioni di eccellenza italiane eseguite da ciuchi messi poi a un euro all'ora? L'africano non è il cinese, e non è razzismo.
Senza contare che:


Naturalmente i libberisti vogliono arrivare, sempre mossi dalla schizofrenia, alla privatizzazione della Sanità. Come antipastino di ciò che potrebbe attenderci, vogliate gradire un gigantesco #facciamocome postato da @KappaRar e che si riferisce, naturalmente, alla realtà americana. 


Si tratta del conto di sei notti in ospedale negli Stati Uniti. Le flebo e le medicine sono decisamente esose (2.175,01 dollari) ma il monitoraggio cardiaco è un vero affare, appena 340,36 dollari. E' quella simpatica macchinetta che, se non hai l'assicurazione perché hai perso il lavoro e nemmeno i 55.496,11 dollari da parte, si mette a fare beeeeeeeeeeeeep........

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