venerdì 15 marzo 2019

Maria piena di Grazia e le serpente


E' sempre più vero che, grazie al trascorrere del tempo, ogni mistero procede, attraverso vere e proprie trasmutazioni di stato e di senso, al proprio finale disvelamento.
Oramai si ha sempre più speranza di giungere a comprendere cose che una volta parevano incomprensibili non solo alla mente razionale ma a quella più nascosta che, volendo, si potrebbe chiamare anche anima.
Sta diventando tutto così chiaro. Complice il Kali Yuga nel quale siamo immersi che, volenti o nolenti, rende il cervello fino, il disegno sullo sfondo sta iniziando ad esplodere di mille colori e riusciamo perfino a mantenere gli occhi sempre più aperti nonostante i mille tentativi di accecamento che subiamo quotidianamente.

Premetto che queste mie riflessioni a seguire non intendono sconfinare nel discorso teologico ( "Domine non sum digna"), provenendo per giunta da un'agnostica che non osa più pronunciare certezze in campo metafisico e che della trascendenza ha sempre più rispetto, avendo avuto sentore, per vie traverse, formative ed esperienziali, di profonde e misteriose vie che potrebbero condurre al somewhere else.

L'attualità che mi fornisce lo spunto è l'articolo di due femministe cattoliche, Anne Soupa e Christine Pedrotti, pubblicato su "Le Monde". Ne ho trovato una versione integrale in portoghese.  Il titolo è "Chiediamo la decanonizzazione di Giovanni Paolo II".
Così, in scioltezza, con quella sfrontatezza che ha il sentore inconfondibile del fiammifero appena sfregato, si chiede di revocare la santità a un pontefice che, nel bene e nel male, ha segnato un'epoca e, alla luce dell'odierna sconcertante passività della gerarchia di fronte all'Eresia e con il senno di poi, è stato indubbiamente l'ultimo (perdonate l'ardire) Papa con le palle del Cattolicesimo.
Per quale motivo Papa Wojtyla non dovrebbe essere più santo, ammesso e non concesso che le patenti di santità sono un fatto politico più che religioso? Prima vi esporrò le motivazioni delle due signore (e quindi di chi le ispira) e poi vi dirò, in umiltà, le mie.

Le signore sostengono che identificare la Chiesa con la Donna significa condannare la donna ad un ruolo limitato al matrimonio, alla procreazione o al servizio di Dio nella Chiesa stessa. La donna non può essere solo moglie e madre. E Karol che colpa avrebbe? Quella di aver enfatizzato questa identificazione, parlando contro la contraccezione e consacrando il proprio pontificato a Maria, "figura di silenzio ed obbedienza".

Credo che la tesi piccolofemminista di Soupa e Pedrotti possa essere riassunta in queste quattro righe. Tutto qui? No di certo. Per corroborare la loro teologia zuccherofilata esse lanciano lo spin-off #MeToo delle molestie alle religiose (sempre in senso uomo verso donna, s'intende, mica parleranno delle molestie delle monache alle ragazzine) e sfruttano per l'ennesima volta la denuncia della piaga della pedofilia nella Chiesa che, lasciatevelo dire da una che conosce l'argomento, sta diventando l'ultimo rifugio delle canaglie eretiche.
Non è tanto sconvolgente ritrovare il solito leit motiv inconfondibile scandito dall'ostinato "diabolus in musica" del femminismo rivendicatorio di una intoccabilità selettiva (se sei bianco, cattolico, occidentale, noli me tangere, se sei tutto il resto ti offro queste vergini e questi bimbi miei in sacrificio).  Sconvolgente è sentir ridurre Maria, la rosa in che 'l verbo divino / carne si fece, a una donnetta al pari di queste due carampane e della loro sterile ira funesta.
La sacralità della figura della Madre di Dio ma anche di figure gigantesche come Caterina da Siena, compresse in una scenetta da colazione nel Mulino Bianco: mamma, babbo, bimbo, bimba, cane, gatto e tutto il mondo fuori. Il ruolo materno concepito solo come espressione dell'odiato mondo borghese che ormai si è interiorizzato come psicoma; il senso del femminino incistato nello stereotipo che si è state addestrate a demolire fin da piccole. E' il piccolofemminismo, l'idea che il massimo della punizione debba essere fare la fine delle proprie domestiche.
La tendenza culturale maligna che, partendo dall'uccisione sessantottina del padre, finisce con l'assassinio della madre (e del figlio) ed è ben rappresentata da quelle figurette inquietanti ed ossessive come la mostricciattola che in questi giorni ci compare a tradimento anche in fondo al corridoio: "Vieni a scioperare con me?"

Se il ruolo della donna non è quello di madre (il significato della maternità che va ben oltre quello di generare e partorire un figlio), quale dovrebbe essere, di grazia? Scrivere fregnacce parateologiche sentendosi delle Caterine non essendo degne nemmeno di portarle le pantofole, mirando con la fionda alle statue dei santi, sperando di épater les bourgeois? Guardate ragazze che, nell'inchinarvi a Mammona, non vi si vede solo la sottoveste rossa ma anche la coda biforcuta.

Ormai non mi stupisco più di niente perché so che l'attacco è frontale e decisivo. Era scritto anche che dovessi rivalutare il Papa polacco.
Ai tempi del pontificato di Papa Wojtyla mi ero sempre chiesta, pur sempre da ancor più agnostica qual ero, che senso avesse il suo continuo riferirsi a Maria. Confesso che questa ostinazione a voler sempre mettere prima la madre rispetto al Figlio mi pareva irrispettosa e fastidiosa, oltre che espressione di una possibile "fissazione materna" di tipo psicoanalitico.

Ora, per tornare ai misteri che si disvelano, a mio modo di vedere il senso di quella invocazione alla protezione materna diventa chiarissimo. Perfino quel dover "consacrare il mondo alla Madre", che allora pareva il delirio dell'oscurantismo cattolico più reazionario, assume un valore storico.
La via misteriosa è forse quella per la quale si suggerisce l'esistenza di Dio fornendo le prove dell'esistenza del Male?
L'attacco alla Madre, come quello al Padre, è rivolto alle figure che ci proteggono. Chi sostiene di difendere i poveri bimbi e le donne dagli abusi (ricordate sempre l'inversione del senso) vuole in realtà privarli di una protezione ancora più "alta". 
Perché colpire le figure religiose in tempi di disperazione? Perché la religione può essere un sollievo, per chi riesce ad aver fede. Ogni attacco al trascendente, alla possibilità dell'esistenza di un altrove, ogni riduzione dell'esperienza alla fredda materialità ed alla ineluttabilità di un nulla dopo il niente, non è altro che l'ennesima enunciazione del "non vi è alternativa". Ci vorrebbero soli, disperati, di fronte al muro nero. Dannati. E per farlo pensano che sia ancora una volta suadente la voce del serpente. O delle serpente.
E se vi dico che non ci riusciranno?



mercoledì 6 marzo 2019

Eh, ma Faye è di destra!

courtesy @boschbot 

"Sotto l'aeroporto di Francoforte, sepolto nello spessore del cemento, da qualche parte tra il parking e il business center sotterraneo, è stato costruito un night club. Sotto l'aeroporto di Johannesburg, c'è un night esattamente uguale. A Oslo, ancora lo stesso. Idem a Tokyo e a Chicago. Ben presto, a Nairobi, Atene, Roma, Rio de Janeiro... In questo stesso night club, si sente ovunque la stessa musica, suonata sugli stessi giradischi, scientificamente selezionata dagli stessi music marketers. Risaliamo in superficie: nelle grandi città mondiali e progressivamente nelle province e campagne attigue, il paesaggio si trasforma. Il viaggiatore planetario è sempre meno spaesato: ritrova dappertutto gli stessi blocchi di vetro e di acciaio. La gente è vestita con gli stessi jeans, con gli stessi anorak. Le stesse auto solcano le stesse strade costellate dagli stessi shopping centers, in cui si trovano approssimativamente gli stessi prodotti.
Nelle cellule abitative individuali, siete accolti dalla televisione. Evidentemente le trasmissioni in certa misura cambiano, di città mondiale in città mondiale. Ma presto il programma «Time-Life», diffuso tramite satelliti geostazionari, unificherà tutto ciò. Seduto davanti al video qualcuno legge un giornale. No, in realtà non legge. Si limita a guardare le figure di un fumetto. È Mickey Mouse. Egli chiude la rivista, vi guarda: è giapponese, norvegese, italiano o francese. Non ha importanza. Vi spiega, con voce mielata, in basic english, con un accento senza provenienza, che è di nazionalità occidentale e che ricerca la felicità. Ha due figli, un maschio e una femmina. Questi, da parte loro, hanno l'aria di annoiarsi terribilmente. La ragazza canticchia slogan pubblicitari. Il figlio, un po' inebetito, tamburella su di un football elettronico.
Uscite dalla cellula; attraversate il praticello (ne avete visto uno identico, ieri, attorno alla stessa abitazione, a diecimila chilometri da qui). Salite nella Toyota che avete preso in affitto (ieri ne avevate una uguale). Accendete la radio: trasmette musica. La stessa del night-club. La vostra memoria, macchina meravigliosa, ha adesso rammentato ogni nota. La musica s'interrompe: slogan pubblicitario. Toh, è lo stesso di poc'anzi; ma è anche lo stesso dell'altro ieri, quando, in un "Holiday Inn", avevate acceso la televisione di camera vostra. Ma, di fatto, cosa dice la réclame? Si tratta di un libro. Il titolo vi ricorda qualcosa: una storia d'amore che si svolge durante una catastrofe. Riflettete, pochi secondi al massimo; ma i vostri neuroni non hanno bisogno di funzionare, giacché siete proprio appena passati davanti ad un cinema, la cui insegna reca esattamente lo stesso titolo del libro. Ci siamo: le immagini delle locandine hanno stimolato il vostro cervello: questo film l'avete visto, quattro giorni fa, molto lontano da qui, a ... per farla breve, in un'altra città, in un altro paese, il che non ha dopotutto molta importanza. Ma di che cosa parlava il film? E stupido non ricordarsene: vi torna ora in mente che l'avete visto una seconda volta sull'aereo che vi ha portato qui. Poco importa: era un film americano che raccontava grosso modo una storia d'amore e di catastrofe, esattamente ciò che ha detto la pubblicità.
D'altronde, la musica della pubblicità — questo ve lo ricordate —è la stessa che ritmava il film, evidentemente, la stessa della discoteca, l'altra sera a ..., poco importa. Istruttivo, questo giro del mondo che vi ha pagato la vostra società, la X.X.X. & Co., per visitare i suoi clienti sparsi per il mondo.
Potreste risvegliarvi; tutto questo potrebbe essere un incubo; ma ha già smesso di essere un sogno. In Africa le ultime comunità tribali sono in via di estinzione. In America latina, nelle favelas prodotte dall'ordine mercantilistico occidentale, i giovani dimenticano a tutta velocità la cultura ancestrale. Nelle campagne europee, le balere assomigliano sempre più ai locali della Rive Gauche. Ma voi non siete reazionari. Le contadinelle infiocchettate e le rudi parlate locali non sono eterne. Bisogna stare dalla parte del mondo moderno. Ma quale mondo moderno? Dov'è finita la modernità? I sogni futuristi sono svaniti. La televisione, la sicurezza sociale, i diritti dell'uomo, l'imbottigliamento sulla deviazione A86, le false travi in formica, il mini-stereo a credito, è dunque questo il mondo moderno? Abbiamo smesso di voler andare sulla luna. Se avete la fortuna di non essere disoccupato, tutto attorno a voi trasuda comfort. Il comfort... è confortevole evidentemente, ma non è esaltante. Questo mondo moderno, non lo trovate un po' noioso? Ma per distrarvi c'è sempre il cinema e la televisione. Qui, diventa appassionante il mondo moderno. La tecnica dà tutta la misura di sé; partiamo all'avventura nei pianeti con gli incrociatori dello spazio. Ma sapete bene che tutto ciò non esiste, che tutto ciò non è che un simulacro. Sì, è proprio così, voi vivete nel simulacro. Simulacro della felicità, dell'avventura, dell'amore, della violenza, della religione.
Una cosa almeno è rassicurante: avete la vostra personalità, un po' narcisistica forse, ma se la depressione nervosa è in agguato, uno psichiatra vi aiuterà a riscoprire il vostro io. Se il vostro alloggio e il vostro abbigliamento assomigliano a quelli del vicino, il vostro spirito almeno, quanto ad esso, non assomiglia a quello di nessun altro. E poi siete rispettati. Siete liberi. Il vostro vicino lo è altrettanto, del resto. Il suo io è «rispettato», come i milioni di piccoli «io» di tutti gli Occidentali, vostri vicini e fratelli, che non hanno beninteso niente a che vedere col vostro.
Certo, avete gli stessi gusti musicali dai vicini: comprate tutti le stesse musicassette. Certo, temono tutti, come voi, l'esaurimento nervoso... o il cancro. Si appassionano tutti, come voi, alle venti e trenta, allo stesso sceneggiato. Ma il senso che voi date alla vostra esistenza non è, esso, profondamente originale? Originale?" (fonte)

Mi scuso per la lunghissima citazione ma era necessaria. Vengo subito al dunque. Secondo voi quando è stato scritto questo testo? Non ho voglia di lanciare indovinelli e quindi svelerò immediatamente l'arcano. Questo brano, prologo de "Le système à tuer les peuples" di Guillaume Faye, ed. Copernic, Paris,  fu pubblicato per la prima volta nel 1981. Quanto fa, trentotto anni, giusto?
Incredibile! Profetico!  No, ragazzi. Di esempi così ce ne sono scaffali pieni, nelle librerie dei libri nascosti, quelli che ti tocca per forza comperare sull'Amazonbrutto perché l'egemonia culturale, secondo la quale se qualcuno dice una cosa giusta, prima di condividerla bisogna verificare con la prova del DNA che l'autore sia dei nostri, preferisce che tu legga o niente o le tonnellate di letteratura che pure gli ombrelloni oramai schifano e l'inutile distesa di autobiografie di VIP scritti dai "negri" (ghostwriters, se siete buonaioli e timorati del dio PolCor) e saggi di cosiddetta attualità firmati dai gerarchi del regime o dai pennivendoli da salotto. 

Mi ero per altro già occupata di Faye in questo post dove presentavo un suo scritto sull'imperativo del métissage, come dice Sarkozy, e in questo "Il sistema per uccidere i popoli" (ed. italiana AGA) viene confermata la sua capacità di leggere nei primissimi anni ottanta il futuro del nuovo millennio nei segnali da esso disseminati nel presente d'allora. 
Preveggenza? No, semplice consapevolezza che, al contrario di quel che credono da sempre i progressisti,  il progresso non  è necessariamente positivo e può perfino divenire catastrofico. 
C'è da capire come mai questa deriva catastrofica sia stata negletta dalla cultura dominante progressista accecata dal sol rotante dell'avvenire e intossicata dall'oppio del Potere, altro che oppio dei popoli.

A parte Pasolini e la sua ancor precedente intuizione concettuale sull'omologazione, non mi risulta che la preoccupazione per un futuro di homunculus regrediti alla primitività consumistica ed alienata in nome dell'uguaglianza di sostanza e non di opportunità e comprata con la moneta del diritto cosmetico di cartapesta, fosse negli anni 80 molto diffusa nella curva dove sedevamo noi tifosi partegiustisti. I piddini di allora, insomma, e Dio solo sa quanto mi costi dirlo. 
Basti pensare a cosa facevamo noi in quegli anni ottanta mentre altri stavano già capendo dove sarebbe andato a rotolare il mondo, ossia al frontale contro sé stesso in fondo alla pista ben oliata dal laissez faire culturale, utile paravento di quello economico. 
Certi che la nostra squadra del cuore non ci avrebbe mai delusi compravamo e leggevamo La Repubblica, l'Espresso, Cuore, il Manifesto, assorbendo come spugne il Verbo che già allora propagandava il meraviglioso mondo delle Amélie multiculturali (in realtà monoculturali, one size fits all). Ci preparavamo come buoni soldatini a combattere il reaganismo e l'imperialismo americano, sempre pronti a piagnucolare sul più subdolo inno pacifista di tutti i tempi, quella "Imagine" di John Lennon,  che recitava: " Spero che un giorno vi unirete a noi ed il mondo sarà come un’unica entità." L'esattore inviato a riscuotere di fronte al Dakota Building avrebbe dovuto in seguito insospettirci.
Di lì a poco il berlusconismo, creato in funzione dell'antiberlusconismo,  ci avrebbe tenuti ben ben distanti dal vero terreno di gioco, quello dove si preparava, passo dopo passo, la demolizione controllata dell'Italia nel quadro della liquidazione dell'intero mondo, a cura della Premiata Ditta Utili Idioti. 
Ma quanto siamo stati coglioni a non aver mai avuto un dubbio fino a quando il mondo non ha cominciato a scricchiolare e ad aprircisi sotto i piedi? Anche l'hamburger dallo stesso identico sapore a Monaco come a Singapore avrebbe dovuto configurarsi come sintomo patognomonico. Invece niente. Mettere il discussione John Lennon sarebbe stato impensabile.
E nemmeno adesso, in mezzo alle macerie fumanti, loro, nemmeno con mezzo occhio ormai aperto, si ricredono. Mi par di vederli, con quel loro trasalir pallido e assorto, e di sentirli, in un ultimo spasimo: "Eh, ma Faye è di destra."


sabato 2 marzo 2019

Lili Moplen™




Che dici, guardiamo Bagnai dalla Gruber stasera? La prova è dura, sul mio televisore la ricerca del canale de La7 è ormai da considerarsi impresa assai più mitologica di quella compiuta ieri dalla mia dentista per trovarmi il terzo canale nel secondo molare superiore, ma proviamo. Meglio una leggera sedazione preventiva, perché soffrire inutilmente? Mica dobbiamo fare gli eroi. 
In effetti ci voleva, perché la prima trapanata colpisce direttamente il nervo: 

"Lei è il Roberto Burioni della politica".

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Parliamone. Spieghiamo un attimo il parterre di ieri sera e riveliamo l'identità dell'estensora della sorprendente similitudine. Dunque, il senatore Bagnai è economista, quindi uno si aspetterebbe che andassero a prendere, per tenergli testa, un economista espiatorio giannino o boccolocrinito femmina; una vergine intonsa, sempre tra gli economisti, anche se sono introvabili, oppure un banale armento da sacrificargli. Marattin aveva già dato con i poveri definiti "stock" e quindi era troppo stanco per una prova del genere. Meglio qualcosa di più subdolo: una giornalista della rivista scientifica "Oggi". E, naturalmente, evitiamo accuratamente di fargli domande sulle quali potrebbe farvi male, per esempio di economia.
Quindi citiamogli a freddo Burioni. Chissà se sapevano che i due sono nati lo stesso giorno, mese ed anno? Giurerei che hanno dato tre euro al ragazzo-spazzola in redazione affinché cercasse su Wikipedia o su Astra la ferale coincidenza.
Perché, essi pensavano, se lo provochiamo subito accostandolo ad un nemico perderà l'aplomb e lo attireremo nel centro dell'arena per poi finirlo con calma. Eh no, care Erinni. Bagnai ormai è più Zen di un samurai. E, come il miglior Toshiro Mifune, vi taglia trasversalmente con la katana talmente velocemente che, fino a che le due metà non si separano scivolando l'una sull'altra, non ve ne accorgete e magari riuscite ancora a fare due passi. 
Difatti si è visto che la domina, trovatasi con l'incanto Burionus inefficace è entrata in affanno:




Proviamo allora con l'incanto Nordesticus (il titolo del programma è "Salvini, se il Nord si arrabbia"):

"Il Nord è scontento, sa?"
Risposta:


Si ignora il motivo per il quale si è deciso infine, per la serie: non contenti di stare sulla Beresina, apriamo un secondo fronte, di chiedere al senatore Bagnai, economista e membro della commissione finanze, un parere sulla possibile riapertura delle case chiuse. 
Forse, abituati ai botoli caciaristi da salotto, si sarebbero aspettati la battutaccia sull'ansia da concorrenza di una certa classe giornalistica, ma il nostro ha risposto, schivando l'ennesima bacchetta magica spuntata, con un impeccabile: "Apriamo il dibattito. In Europa si fa" (cito a memoria). La mente vola ad Amsterdam, a St. Pauli - Amburgo ma anche, vista l'aria da smobilitazione pre Bunker, a Lili Marlen.

Da lì in avanti, ciò che io ho ribattezzato #canottoemezzo è stato un evento dalle connotazioni mistico-alchemiche. Lili Moplen™ ha perso ogni speranza di riacciuffare la puntata, nonostante i pezzi da novanta di Oggi e del Fuffington, definitivamente percossi e attoniti. Così, il lavoro di un chirurgo chiaramente traumatizzato da piccolo dalla visione dei cartoni dei Thunderbirds ha acquisito mobilità e l'espressione della sconfitta ha superato l'immota essenza lapidaria del botulino. Tra i meriti di Bagnai aggiungeremo anche quello di aver smentito dal vivo la leggenda dell'indistruttibilità della plastica. Grazie.

Dopo la trasmissione stava per andare in onda "Propaganda Live". Giusto precisare, perché la Gruber invece è registrata. Ospite Saviano. Eh, no. Qui giunse, pietoso, lo zapping.

A corollario, visto il recupero dalla memoria a lungo termine, per associazione e assonanza, di questo nome forse sconosciuto ai più giovani, traggo da Wikipedia questa illuminante storia del Moplen™, come metafora nazionale del giorno.

"Moplen è stato il marchio registrato di una nota materia plastica, il polipropilene isotattico (indicato chimicamente con la sigla PP-H), ottenuta tramite reazione di polimerizzazione a partire dal propilene. Tale materiale è da considerarsi profondamente innovativo perché, sia per le sue caratteristiche di resistenza meccanica, sia per l'economicità di lavorazione, ha rivoluzionato l'industria dei materiali termoplastici.
Il Moplen è, ancora oggi, una delle materie termoplastiche più utilizzate nell'industria, trovando largo impiego nell'ambito idrosanitario come tubi di scarico e sifoni, e uso casalingo come vasche, secchi, ecc. Il polipropilene isotattico fu inventato negli anni cinquanta dal chimico imperiese Giulio Natta. L'invenzione gli valse il Premio Nobel per la chimica del 1963.
Il Moplen era prodotto dalla Polymer e dalla Montesud (controllate della Montecatini, poi Montedison). Lo stabilimento di Terni dove si produceva il polipropilene era gestito dalla controllata Polymer, mentre quello di Brindisi era invece gestito dalla controllata Montesud. Nel 1971, la Polymer si fuse poi per incorporazione nella Montefibre, ma il settore fibre Merak e Neofil fu separato da quello della plastica, che si sviluppò soprattutto per le pellicole trasparenti Moplefan usate nel confezionamento dei prodotti alimentari.[2]
Dopo complesse vicende societarie, il settore è passato alla Basell, formata da BASF e Shell."  (fonte Wikipedia)


domenica 24 febbraio 2019

La crociata dei gretini




Qualche sparuto cinefilo hard tra di voi ricorderà il titolo di un classico del cinema italiano del 1943, anticipatore del neorealismo, un film di De Sica (tranquilli, il padre) intitolato "I bambini ci guardano". La tragica storia del bambino Pricò alle prese con la catastrofica dissolution della sua famiglia, innescata tipo reazione a catena dalla fuga di casa della madre con l'amante, per finire con il conseguente suicidio del padre. Un argomento che oggi verrebbe considerato feffifta per l'implicazione che le donne inquantodonne e tangenzialmente madri non possono fare ciò che vogliono e quindi mostrare  che possano causare sofferenza agli altri membri della famiglia con il loro comportamento libertino non è politicamente corretto. 

Peccato che non solo il comportamento abbandonico ma quello eccessivamente protettivo, indifferente o manipolatorio, seduttivo o ispirato ad un'educazione laissez-faire o totalitaria dei genitori causi effettivamente danni emotivi e materiali inenarrabili alla prole. Possiamo concedere che la maggior parte delle volte essi non lo facciano consapevolmente (genitori non si nasce) ma a volte non riescono proprio a smettere di farlo. Oggi purtroppo, visto che i genitori ancor più che in passato possono fare ciò che vogliono dei figli (il paradosso della pedagogia nera solo tinteggiata di rosso, come le rose della Regina cattiva di Alice) ecco che vediamo il tripudio dei bambini attori, modelli, troietti, testimonial, addirittura drag-queen e transgender e ora l'ultimo orrore: attivisti per il clima, saputelli da convegno, perfette bambole parlanti con lo sportellino nella schiena che gracchiano a comando.

I bambini ci guardano? Appunto, guardate come ci guata torva questa Greta Thunberg, la nuova testimonial della follia globalista, appena gemmata spontaneamente nelle piantagioni di segale cornuta di Bruxelles e lanciata sul mercato sottostante grazie ad una serie di comparsate nelle migliori logge dell'europeismo alcolico. 
Invece di attivare il Telefono Azzurro vedendo certi baciamano, scrivono le paginate sulle gazzette ladre e lanciano tweet adoranti sull'eroina tagliata male dallo sguardo da wannabe serial killer, la piccola Cianciulli pronta a saponificare senza pietà chi oserà scorreggiare nel suo ambiente intonso da gas di scarico.


La piccola apprendista sorella di Chucky (pare che abbia incredibilmente sedici anni ma dimostrandone quarantasette) purtroppo non tace pitagoricamente, no; parla, comanda, s'incazza, avoja!

Per dire come sono cambiati i tempi. Come tutto cominciò. Pare che un giorno andasse da sua madre (casualmente una cantante svedese migrantofila, attivista desinistra e tutto ciò che percola ormai incessantemente da quel paese in avanzato stato di putrefazione) e le disse: "Genitora 1, oggi a scuola ennecivvù, non ci vado, perché ho deciso di scioperare per l'ambiente". Ai miei, di tempi, avrei rimediato la classica rullata di cartoni e, come me, qualunque altro ragazzino che si fosse inventato una scusa altrettanto magra, quella dello "sciopero della scuola". 
Ai loro tempi, no. Nonostante la ragazzina le desse delle ambasce in quanto diagnosticata come Asperger (suvvia madame, ai nostri tempi eravamo semplicemente chiusi, musoni, testoni ma altrettanto Asperger e forse ancor di più) madre Malena Ernman intuì che con quella specie di Mercoledì avrebbe potuto far diventare famosa la sua famiglia Addams e far parlare di sé al di fuori delle gare canore dell'Eurovisione, oramai ricettacolo di fenomeni da baraccone dai tempi della cantante barbuta. 

Ragazzi, sarà cattiveria ma una personaggetta così, che sembra uscita non solo dagli Addams ma dal "Villaggio del dannati", altro cult movie su bambini inquietanti, te la tira proprio fuori senza sforzo. E non la menate con Asperger e poverina non si possono toccare i diversi perché, ripeto, chi scrive fa parte di una generazione che allora si sarebbe beccata la diagnosi in massa e in più, fatevi servire da me, quegli stronzi hanno ingaggiato la Asperger proprio per impedirne la critica e la critica delle istruzioni in linguaggio macchina che ha ricevuto e che deve divulgare.

E' un caso infine che questa ragazzina sia solo inquietante come le atlete dei paesi dell'Est dallo sviluppo fermato in un'eterna adolescenza asessuata e non ispiri quella simpatia che i bambini veramente spontanei creano all'istante in chi li osserva?

I bambini ci guardano ma anche noi guardiamo i bambini e questa non è una bambina, è una povera pedina mandata al fronte assieme agli altri Kindersoldaten da un regime agli sgoccioli di percolato. 
Si faccia spiegare dai suoi superiori corteggiatori, se è tanto genia, se per caso non hanno niente a che fare con il cambiamento climatico che lei deve combattere. Ne approfitti di chiederlo all'entrata nella prossima segreta stanza.

giovedì 14 febbraio 2019

#lorizzontedeglieventi live - Verso una nuova guerra di religione?


Ringrazio Meglio Di Niente Radio che ospita la versione live del mio blog. Interviste in diretta con persone che ammiro, che dicono cose interessanti e con le quali mi piace parlare.
In onda sul canale YouTube della webradio ogni martedì alle ore 21.00.

Il primo appuntamento è stato con Roberto Buffagni: scrittore, autore teatrale, traduttore, animatore ed autore de "L'Italia nel mondo", spesso anche graditissimo commentatore di questo blog. 

Prossimo ospite: Francesca Totolo che presenterà il suo libro "Inferno: viaggio tra i protagonisti del business dell'accoglienza". 

Seguitemi, iscrivendovi al canale e lasciando i vostri commenti, like e domande. 

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