venerdì 18 luglio 2014

God mode


Guardate questo filmato, è plain English, lo capisce perfino chi ha studiato l'inglese a scuola. L'unica avvertenza che vi faccio è che ascoltare un giornalista fare domande, non essendovi abituati, potrebbe causare un senso di vertigine.

Jon Snow di Channel 4 intervista il portavoce israeliano, a cui pone una semplicissima domanda, di quelle che il bimbetto impertinente avrebbe posto all'imperatore in mutande: "Con tutte le armi sofisticate che possedete, come mai non riuscite a riconoscere quattro bambini che giocano su una spiaggia?" 
Il poro Regev balbetta giusto un attimo ma si ripiglia presto e risponde: "Loro ci bombardano, noi ci difendiamo, è tutta colpa di Hamas". 
Quante parole sono, undici? Comodo, pratico, tascabile, si porta su tutto. Un passepartout semantico.
Snow insiste, illuso: "Non riuscite, nonostante la tecnologia, a fare bombardamenti chirurgici, non è possibile. Che senso ha quindi sparare a dei civili?" Ma Regev ormai sa che non deve più preoccuparsi, il frame risponde per lui in automatico. "E' colpa di Hamas. Non siamo noi, è Hamas. Hamas usa i civili come scudi umani. Hamas impedisce loro di fuggire, noi dobbiamo difenderci." Alla fine giustamente Snow chiude l'intervista bruscamente perché non ne può più.

Provate a ragionare con chi vi risponderà sempre con uno schema fisso ed immutabile, anche di fronte alla nuda evidenza dei fatti, ad un corpicino disarticolato per il quale non deve provare alcuna pietà perché è stato addestrato nel corso di decenni da un'ideologia intimamente razzista a considerarlo un parassita da eliminare. Provate a cambiare la prospettiva di chi ragiona esattamente come i suoi peggiori odiatori ma pretende di essere moralmente superiore a loro. Non ci riuscireste neppure in diecimila anni. 

Non riducete però il ragionamento dei vari Regev, israeliani e non,  ad un fatto puramente sociopatico e puerilmente autoassolutorio, perché dislocare la responsabilità delle proprie azioni sul nemico, reale o sotto forma di oggetto persecutorio, sempre e per qualunque cosa, serve a non essere mai responsabili di nulla. Esso ti rende anche infallibile. In fondo per essere simili a Dio basta copiare il suo schema, secondo il quale è Dio che crea l'Uomo a sua immagine e somiglianza ma lo crea difettoso e quindi è l'Uomo responsabile dei mali dell'Uomo e, se Dio lo punisce è colpa dell'Uomo. Divino.


mercoledì 16 luglio 2014

"Su Israele, l'Ucraina e la Verità" di John Pilger


Capita a volte di leggere qualcosa di epico. Uno scritto particolarmente felice che riassume tutto ciò che ci sarebbe da dire e che soprattutto si vorrebbe leggere sui giornali ed ascoltare nei notiziari sugli argomenti di attualità che non siano i fottuti Mondiali di Calcio vinti dai soliti crucchi, gli occhioni manga della ministra, le riforme, il chiscopachi estivo, l'addio di Conte, quisquilie atte a nascondere l'iniezione letale che sta per essere praticata alla democrazia italiana grazie ai maledetti piddini. 

Non è un caso che un articolo omerico come questo di John Pilger, che riprendo tradotto in italiano grazie al sempre mai abbastanza ringraziabile "Voci dall'Estero", provenga da un autore australiano e non italiano. Gli italiani, parafrasando un Gaber da censura, sono troppo invischiati nei propri sfaceli, non reagiscono più se non a comando, salivando come i cani di Pavlov in risposta alla stimolazione propagandistica. Assomigliano sempre di più ai loro ministri e ministre dalle espressioni lobotomizzate, dai cervellini rossi fritti e marinati nella catatonia.

Di quante cose gravi ci sarebbe da discutere in questi giorni. Discutere però, se non ancora proibito, è quanto meno sconsigliato. Meglio il generatore automatico di risposte predigerite e rigurgitate. 
L'Ucraina? Paga il suo tenere per Putin, l'amico di e quindi cattivo perché nemico soprattutto di quegli altri. 
Gaza e i suoi già duecento morti per i tre poveri ragazzi israeliani assassinati, non si saprà mai da chi perché questo è il mondo dove il terrorismo non rivendica più i suoi delitti e "chi è stato" è sempre di più un dettaglio? Se muoiono i palestinesi è solo colpa dei palestinesi e se non sei ancora completamente e sociopaticamente indifferente al tremendo filmato dell'uomo aggrappato in obitorio al cadaverino del figlioletto con la testa spaccata in due, significa che bisogna lavorarci ancora un po'.
Gaza? Ma scherzi, ricicliamo il vecchio pezzo lacrimogeno sul dramma speculare, anche se obiettivamente improponibile come confronto, degli insediamenti dei coloni sottoposti alla minaccia dei Qassam, che in confronto ai droni e agli esplosivi DIME sono bott a mur. 

Tutto deve essere ricondotto al principio del "si sono dati fuoco da soli" tanto caro a fogliacci per fortuna in coma dépassé come l'Unità, su cui lo spettro di Gramsci sta giustamente danzando e festeggiando, tifando per il duo-cougar Ferrari-Santanché affinché se ne aggiudichi in affidamento le ceneri. 

Vi lascio a Pilger, God bless him.


"Su Israele, l'Ucraina e la Verità" di John Pilger — 11 luglio 2014 da CounterPunch

L'altra sera ho visto 1984 di George Orwell rappresentato sul palcoscenico, a Londra. Nonostante abbia fortemente bisogno di un'interpretazione contemporanea, l'avvertimento lanciato da Orwell riguardo al futuro è stato rappresentato come un oggetto d'epoca: remoto, non minaccioso, quasi rassicurante. È come se Edward Snowden non avesse rivelato nulla, come se il Grande Fratello non fosse oggi uno spione digitale e Orwell stesso non avesse mai detto: "Per essere corrotti dal totalitarismo non è necessario vivere in un paese totalitario."
Acclamata dai critici, questa sapiente rappresentazione ha dato la misura del nostro tempo culturale e politico. Quando si sono riaccese le luci, le persone stavano già uscendo. Sono sembrati impassibili, o forse avevano altre cose per la testa. "Che delirio," ha detto una giovane donna mentre accendeva il cellulare.

Mentre le società avanzate diventano de-politicizzate, i cambiamenti sono tanto sottili quanto spettacolari. Nei discorsi quotidiani, il linguaggio politico si capovolge, come Orwell profetizzava in 1984. La parola "democrazia" è un artificio retorico. La pace è "perpetua guerra". "Globale" significa imperiale. Il concetto di "riforme", un tempo pieno di speranza, oggi significa regressione, perfino distruzione. "Austerità" è l'imposizione del capitalismo estremo sui poveri e i doni del socialismo dati ai ricchi: un sistema ingegnoso nel quale la maggioranza copre il debito di pochi.

Nelle arti, l'ostilità all'espressione della verità nella politica è un articolo della fede borghese. "Il periodo rosso di Picasso," diceva un titolo dell'Observer, "e perché la politica non fa buona arte." Considerate che questo era in un giornale che promuoveva il bagno di sangue in Iraq come una crociata liberal. L'opposizione di Picasso al fascismo durante tutta la sua vita è solo una nota a margine, proprio come il radicalismo di Orwell è svanito nel premio letterario che si è appropriato del suo nome.
Alcuni anni fa Terry Eagleton, allora professore di letteratura inglese all'Università di Manchester, aveva calcolato che "per la prima volta da due secoli a questa parte, non c'è poeta, drammaturgo o romanziere britannico che sia pronto a mettere in questione i fondamenti del modo di vivere occidentale." Non c'è uno Schelly che parli per i poveri, un Blake per i sogni utopistici un Byron che maledica la corruzione della classe dominante, un Thomas Carlyle o un John Ruskin che rivelino il disastro morale del capitalismo. William Morris, Oscar Wilde, HG Wells, George Bernand Shaw, non hanno degli equivalenti oggi. Harold Pinter è stato l'ultimo a sollevare la propria voce. Tra le voci insistenti del consumismo femminista, nessuna fa eco a Virginia Woolpiklpf, che aveva descritto "le arti di dominazione sulle persone ... del potere, dell'omicidio, dell'acquisizione di terre e di capitale".

Al National Theatre una nuova commedia, "Gran Bretagna", fa satira sullo scandalo delle intercettazioni telefoniche che ha visto processati e condannati dei giornalisti, tra cui un ex editore delle Rupert Murdoch's News del World. Descritta come una "farsa con le zanne [che] mette l'intera cultura incestuosa [dei media] sul banco degli imputati e la sottopone ad una ridicolaggine spietata", il bersaglio della commedia sono i personaggi "beatamente divertenti" del tabloid della stampa britannica. È cosa buona e giusta, e molto familiare. Che dire dei media non-tabloid che si considerano credibili e rispettabili, e tuttavia svolgono un ruolo parallelo come braccio del potere dello stato e delle corporazione, come ad esempio nella promozione di guerre illegali?

L'inchiesta di Leveson sulle intercettazioni telefoniche ha accennato a questo tema innominabile. Tony Blair ne stava dando dimostrazione, lamentandosi con Sua Maestà del fastidio che i tabloid davano a sua moglie, quando è stato interrotto da una voce proveniente dalla tribuna del pubblico. David Lawley-Wakelin, un produttore cinematografico, ha chiesto che Blair fosse arrestato e processato per crimini di guerra. Ci fu una lunga pausa: lo shock della verità. Il signor Leveson balzò in piedi e ordinò che colui che diceva la verità fosse mandato fuori, e si scusò con il criminale di guerra. Lawley-Wakelin finì sotto processo, Blair rimase libero.

I complici di lungo corso di Blair sono più rispettabili degli intercettatori delle telefonate. Quando la presentatrice della BBC, Kirsty Wark, lo intervistò per il decimo anniversario dell'invasione dell'Iraq, gli concesse un momento che egli poteva solo sognare; gli permise di soffermarsi sulla "difficile" decisione presa per l'Iraq invece che chiedergli conto del suo crimine epico. Ciò ha rievocato la processione di giornalisti della BBC che nel 2003 dichiaravano che Blair poteva sentirsi "vendicato", e la successiva "fondamentale" serie della BBC, "Gli Anni di Blair", per la quale David Aaronovitch fu scelto come scrittore, presentatore e intervistatore. Da servitore di Murdoch che ha fatto campagna a sostegno dell'attacco militare in Iraq, Libia e Siria, Aaronovitch ha saputo adulare sapientemente.

Fin dall'invasione dell'Iraq – esempio di atto di aggressione non provocata che un giudice di Norimberga, Robert Jackson, ha definito "il supremo crimine interazionale, che differisce da altri crimini di guerra per il fatto che contiene in se stesso la somma di tutti i mali" – Blair e il suo portavoce e principale complice, Alastair Campbell, hanno ricevuto abbondante spazio sul Guardian per poter riabilitare la propria reputazione. Descritto come una "star" del partito laburista, Campbell ha cercato le simpatie dei lettori usando la propria depressione e facendo mostra del suo interesse per la tirannia militare egiziana, sebbene questo non rientri nei suoi attuali compiti di consigliere di Blair.

Ora che l'Iraq è smembrato, a seguito dell'invasione di Blair e Bush, il titolo del Guardian dichiara: "Rovesciare Saddam è stato giusto, ma lo abbiamo fatto troppo presto". Questo capitava in concomitanza con un articolo in primo piano, il 13 giugno, di un ex funzionario di Blair, John McTernan, che tra l'altro era al servizio del dittatore iracheno installato dalla CIA, Iyad Allawi. Nel chiedere una ripetizione dell'invasione di un paese che il suo precedente padrone ha contribuito a distruggere, non ha fatto per nulla riferimento alla morte di almeno 700.000 persone, all'esodo di quattro milioni di rifugiati e al tumulto di sètte in un paese che precedentemente andava fiero della sua tolleranza di costumi.

"Blair incarna la corruzione e la guerra," ha scritto un cronista radicale del Guardian, Seumas Milne, in un focoso pezzo del 3 luglio. Questo è noto al mestiere come un "bilanciamento". Il giorno seguente, la rivista ha pubblicizzato a tutta pagina un bombardiere Americal Stealth. Sulla minacciosa fotografia del bombardiere c'erano le parole: "F-35. Grande per la Gran Bretagna". Quest'altra incarnazione di "corruzione e guerra" costerà al contribuente britannico 1,3 miliardi di sterline, dopo che il suo modello F- precedente ha massacrato un po' di persone in giro per il mondo in via di sviluppo.

In un villaggio dell'Afghanistan, abitato dai più poveri tra i poveri, ho filmato Orifa, in ginocchio sulle tombe di suo marito, Gul Ahmed, un tessitore di tappeti, di altri sette membri della famiglia tra cui sei bambini, e di due bambini che erano stati uccisi nella casa a fianco. Una bomba "di precisione" da 500 libbre è caduta dritta sulla loro casa di fango, pietre e paglia, lasciando un cratere largo 15 metri. Lockheed Martin, il costruttore dell'aereo, ha avuto l'onore di aver trovato posto nella pubblicità del Guardian.

L'ex Segretario di Stato e aspirante Presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton, è stata di recente all'Ora delle Donne sulla BBC, la quintessenza della rispettabilità mediatica. La presentatrice, Jenni Murray, ha presentato la Clinton come un faro della realizzazione femminile. Non ha ricordato ai suoi ascoltatori l'assurdità detta dalla Clinton secondo cui l'Afghanistan è stato invaso per "liberare" le donne come Orifa. Non ha chiesto nulla alla Clinton sulla campagna di terrore condotta dalla sua amministrazione, che usa i droni per uccidere donne, uomini e bambini. Non ha fatto menzione della vana minaccia della Clinton, formulata mentre faceva campagna per essere il primo presidente donna, di "eliminare" l'Iran, e nulla a proposito del suo sostegno alla campagna illegale di intercettazione di massa e alla caccia agli informatori.

La Murray ha fatto giusto una domanda da dito sulle labbra. Ha chiesto se la Clinton ha perdonato Monica Lewinsky per aver avuto una relazione con suo marito. "Il perdono è una scelta," ha detto la Clinton, "per me è assolutamente la scelta giusta." Questo ha riportato alla mente gli anni '90, gli anni consumati dallo "scandalo" Lewinsky. Il Presidente Bill Clinton stava allora invadendo Haiti, e bombardando i Balcani, l'Africa e l'Iraq. Stava anche distruggendo le vite dei bambini iracheni; l'Unicef riportò la morte di mezzo milione di bambini iracheni di meno di cinque anni, come risultato dell'embargo imposto dagli USA e dalla Gran Bretagna.

I bambini sono spariti dai media, proprio come le vittime delle invasioni sostenute e promosse da Hillary Clinton – in Afghanistan, Iraq, Yemen, Somalia – sono sparite dai media. Murray non ne ha fatto cenno. Una fotografia di lei e della sua distinta ospite, raggiante, è apparsa sul sito web della BBC.

In politica come nel giornalismo e nell'arte, sembra che il dissenso inizialmente tollerato nel "mainstream" sia regredito a dissidenza: un metaforico clandestino. Quando ho iniziato la carriera nel britannico Fleet Street, negli anni '60, era accettabile criticare il potere occidentale come una forza predatoria. Leggete i celebri resoconti di James Cameron sull'esplosione della bomba ad idrogeno sull'atollo Bikini, sulla barbarica guerra di Corea e sui bombardamenti americani nel Vietnam del Nord. La grande illusione di oggi è quella di essere nell'epoca dell'informazione quando, in realtà, siamo in un'epoca in cui l'incessante propaganda corporativa è insidiosa, contagiosa, efficace e liberale.

Nel suo saggio del 1859 Sulla Libertà, al quale i moderni liberali tributano i loro omaggi, John Stuart Mill scriveva: "Il dispotismo è un legittimo metodo di governo quando si ha a che fare coi barbari, purché la finalità sia il loro miglioramento, e i mezzi siano giustificati dall'efficace raggiungimento di quella finalità." I "barbari" erano grandi porzioni dell'umanità la cui "implicita obbedienza" era pretesa. "È un mito bello e comodo che i liberali siano pacifisti e i conservatori siano guerrafondai," ha scritto lo storico Hywel Williams nel 2001, "ma l'imperialismo alla maniera dei liberali può essere più pericoloso a causa della sua natura priva di limiti precisi: la sua convinzione di rappresentare una forma di vita superiore." Aveva in mente il discorso di Blair, nel quale l'allora primo ministro prometteva di "rimettere ordine nel mondo intorno a noi" secondo i suoi "valori morali".

Richard Falk, rispettata autorità di diritto internazionale e Relatore Speciale dell'ONU in Palestina, una volta descrisse uno "schermo di immagini positive dei valori occidentali e dell'innocenza, autolegittimato e a senso unico, raffigurato come sotto minaccia per legittimare una campagna di illimitata violenza politica." Esso è "così ampiamente accettato da risultare pressoché inattaccabile".

La clientela e i sostenitori premiano i guardiani. Su Radio 4 della BBC, Razia Iqbal ha intervistato Toni Morrison, Premio Nobel afro-americano. La Morrison si chiedeva perché la gente fosse “così arrabbiata” con Barack Obama, il quale è così “cool” e vuole costruire una “economia forte e un’assistenza sanitaria”. La Morrison è stata orgogliosa di aver parlato al telefono con il suo eroe, che aveva letto uno dei suoi libri e l’aveva invitata alla sua inaugurazione.

Né lei né la sua intervistatrice hanno menzionato le sette guerre di Obama, inclusa la campagna di terrore coi droni, nella quale intere famiglie, i loro soccorritori e chi era in lutto per loro, sono stati assassinati. Quel che sembrava contare era che un uomo di colore “bravo a parlare” è riuscito ad arrivare ai vertici del potere. Nei Dannati della Terra, Frantz Fanon scrisse che la “missione storica” dei colonizzati era quella di servire come “linea di trasmissione” per coloro che comandavano e opprimevano. Nell’era moderna, l’impiego delle differenze etniche nel sistema di potere e di propaganda occidentale è considerato essenziale. Obama incarna esattamente questo, sebbene sia stato il governo di George W. Bush – la sua cricca guerrafondaia – il più multietnico della storia presidenziale.

Mentre la città irachena di Mosul cadeva nelle mani degli jihadisti dell’ISIS, Obama diceva che “Gli americani hanno fatto enormi investimenti e sacrifici per dare agli iracheni l’opportunità di inseguire un destino migliore.” Quanto è “cool” questa bugia? Quanto è stato “bravo a parlare” Obama nel discorso all’accademia militare West Point il 28 maggio? Facendo il suo discorso sulle “condizioni del mondo” alla cerimonia di laurea di quelli che “prenderanno la leadership dell’America” nel mondo, Obama ha detto “Gli Stati Uniti useranno la forza militare, unilateralmente se necessario, quando i nostri interessi fondamentali lo richiederanno. Le opinioni internazionali sono importanti, ma l’America non dovrà mai chiedere il permesso...”

Ripudiando la legge internazionale e i diritti delle nazioni indipendenti, il presidente americano si appella ad una divinità sulla base del potere della sua “indispensabile nazione”. È un ben noto messaggio di impunità imperiale, sebbene sempre rassicurante da sentire. Evocando l’ascesa del fascismo negli anni ’30, Obama ha detto “Credo nell’eccezionalità dell’America con ogni fibra del mio essere.” Lo storico Norman Pollack a scritto: “Per quelli che marciano col passo dell’oca, rimpiazzate la militarizzazione apparentemente più innocua dell’intera cultura. E per il leader altisonante abbiamo il riformatore mancato, spensieratamente all’opera, che pianifica ed esegue omicidi, sorridendo tutto il tempo.”

In febbraio gli USA hanno imbastito uno dei loro “coloriti” colpi di stato contro un governo eletto in Ucraina, sfruttando le sincere proteste contro la corruzione a Kiev. Il consigliere di Obama per la sicurezza nazionale, Victoria Nuland, ha scelto personalmente il leader di un “governo provvisorio”. Lo ha soprannominato “Yat”. Il vicepresidente Joe Biden è andato a Kiev, così come il direttore della CIA John Brennan. Le truppe d’assalto per il loro colpo di stato erano fascisti ucraini.

Per la prima volta dal 1945, un partito neo-nazista e apertamente anti-semita controlla i punti chiave del potere statale in una capitale europea. Nessun leader dell’Europa occidentale ha condannato questo risveglio del fascismo nella zona di confine nella quale i nazisti di Hitler uccisero milioni di russi. Essi avevano il supporto dell’Esercito di Insurrezione Ucraino (UPA), responsabile del massacro di ebrei e russi, chiamato “vermin”. L’UPA è l’ispiratore storico dell’odierno partito Svoboda e del suo associato Settore Destro. Il leader di Svoboda, Oleh Tyahnybok ha chiesto la purga della “mafia russo-ebraica” e di “altra feccia” tra cui gay, femministe, e gente di sinistra.

Fin dal collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno circondato la Russia di basi militari, aerei da guerra nucleari e missili, come parte del progetto di allargamento della Nato. Rinnegando la promessa fatta al presidente sovietico Mikhail Gorbachev nel 1990, secondo cui la Nato non si sarebbe espansa “di un solo centimetro verso est”, la Nato ha, in realtà, occupato militarmente l’est Europa. Nel Caucaso ex-sovietico, l’espansione della Nato costituisce il più grande sviluppo militare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Un piano di azione per l’appartenenza alla Nato è il regalo di Washington fatto al regime di Kiev. In agosto l’Operazione Tridente Rapido porterà truppe americane e britanniche sul confine russo dell’Ucraina, e il piano Brezza di Mare spedirà navi da guerra statunitense entro il raggio visivo dei porti russi. Immaginate la reazione se questi atti di provocazione o intimidazione fossero fatti sui confini americani.

Nel reclamare la Crimea, che Nikita Kruschev separò illegalmente dalla Russia nel 1954, i russi si sono difesi come fanno da almeno un secolo. Più del 90 percento della popolazione della Crimea ha votato per il ritorno del territorio nella Russia. La Crimea è la sede della Flotta del Mar Nero, e la sua perdita sarebbe fatale per la Marina Russa e sarebbe un premio per la Nato. In un modo che ha confuso i falchi a Washington e a Kiev, Vladimir Putin ha ritirato le truppe dal confine ucraino e sollecitato i russi residenti nell’Ucraina dell’est ad abbandonare il loro separatismo.

Tutto ciò è stato capovolto alla maniera orwelliana, e in occidente si è parlato di “minaccia russa”. Hillary Clinton ha paragonato Putin a Hitler. Senza ironia, i commentatori tedeschi di destra hanno fatto lo stesso. Nei media, i neo-nazisti ucraini vengono presentati come “nazionalisti” o “ultra-nazionalisti”. Ciò che temono è che Putin stia abilmente cercando una soluzione diplomatica e possa avere successo. Il 27 di giugno, per reagire all’ultimo atto accomodante di Putin – la sua richiesta al parlamento russo di abrogare la legislazione che gli dava il potere di intervenire a nome dei russi residenti in Ucraina – il Segretario di Stato John Kerry ha mandato un altro dei suoi ultimatum. La Russia doveva “agire entro le prossime ore, letteralmente” per far terminare la rivolta nell’est dell’Ucraina. Nonostante Kerry sia ampiamente riconosciuto come un pagliaccio, il vero scopo di questi “avvertimenti” è quello di conferire alla Russia lo status di pariah, e di sopprimere le notizie sulla guerra che il regime di Kiev sta facendo contro la sua stessa gente.

Un terzo della popolazione ucraina parla Russo ed è bilingue. Da tempo stanno cercando di ottenere una federazione democratica che rifletta le diversità etniche in Ucraina e sia al contempo autonoma e indipendente da Mosca. Molti non sono né “separatisti” né “ribelli”, ma solo cittadini che vogliono vivere in sicurezza nel proprio paese. Il separatismo è la reazione agli attacchi che la giunta militare di Kiev sta svolgendo contro di loro; attacchi che hanno provocato l’esodo di circa 110.000 persone (secondo le stime ONU) attraverso il confine verso la Russia. Tipicamente si tratta di donne e bambini traumatizzati.

Come i bambini iracheni sotto embargo e le donne e ragazze “liberate” dell’Afghanistan, terrorizzati dai signori della guerra della CIA, questi gruppi etnici dell’Ucraina sono spariti dai media occidentali, le sofferenze e le atrocità commesse contro di loro vengono minimizzate o taciute. Nei media mainstream occidentali manca il senso della proporzione degli attacchi svolti dal regime. Questo non è privo di antecedenti. Rileggendo l’eccellente “La Prima Vittima: il corrispondente di guerra come eroe, propagandista e creatore di miti”, di Phillip Knightley, rinnovo la mia ammirazione per Morgan Philips Price, del Manchester Guardian, l’unico reporter occidentale rimasto in Russia durante la rivoluzione del 1917, che ha riportato la verità su una disastrosa invasione degli alleati occidentali. Imparziale e coraggioso, Philips Price è stato l’unico a rompere ciò che Knightley definiva un “silenzio oscuro” anti-russo nell’Occidente.

Il 2 maggio di quest’anno, a Odessa, 41 russi sono stati bruciati vivi nella sede dei sindacati, con la polizia che stava davanti a loro. Ci sono delle orribili riprese a dimostrarlo. Il leader del Settore Destro, Dmytro Yarosh, si è riferito al massacro come a “un altro giorno luminoso nella storia della nostra nazione”. Nei media americani e britannici questa è stata descritta come una “fosca tragedia” risultata dagli “scontri” tra i “nazionalisti” (neo-nazisti) e i “separatisti” (persone che raccoglievano firme per un referendum per l’Ucraina federale). Il New York Times ha seppellito la cosa, cassando come propaganda russa gli avvertimenti riguardo le politiche fasciste e anti-semite condotte dai nuovi clienti di Washington. Il Wall Street Journal ha maledetto le vittime – “Il micidiale incendio in Ucraina è stato probabilmente acceso dai ribelli, dice il governo”. Obama si è congratulato con la giunta militare per la sua “moderazione”.

Il 28 giugno il Guardian ha dedicato la maggior parte di una pagina alle dichiarazioni del “presidente” del regime di Kiev, l’oligarca Petro Poroshenko. Di nuovo si applica la regola dell’inversione orwelliana. Non c’è stato un colpo militare, non c’è una guerra contro le minoranze in Ucraina, e i russi sono da incolpare per qualsiasi cosa. “Vogliamo modernizzare la nazione,” ha detto Poroshenko. “Vogliamo introdurre la libertà, la democrazia e i valori europei. Qualcuno non vuole questo. Qualcuno è contro di noi per questo.”

Nel suo resoconto, il reporter del Guardian, Luke Harding, non mette alla prova queste dichiarazioni, né menziona le atrocità di Odessa, o gli attacchi aerei e di artiglieria fatti dal regime su aree residenziali, o l’uccisione e il rapimento di giornalisti, o il bombardamento di un giornale dell’opposizione, o la minaccia di “liberare l’Ucraina dallo sporco e dai parassiti”. I nemici sono “ribelli”, “militanti”, “insorti”, “terroristi”, e fantocci del Cremlino. Ripensate alle storie dei fantasmi di Vietnam, Cile, Est Timor, sud-Africa, Iraq. Notate le stesse etichette. La Palestina è la calamita di questo perenne inganno. L’11 luglio, a seguito dell’ultima azione israeliana, un massacro a Gaza armato dagli americani – sono morte 80 persone tra cui 6 bambini in una sola famiglia – un generale israeliano ha scritto nel Guardian, sotto al titolo, “Una necessaria dimostrazione di forza”.

Negli anni ’70 incontrai Leni Riefenstahl, e le chiesi dei film che glorificavano il nazismo. Usando in modo rivoluzionario la telecamera e le tecniche di illuminazione, Leni aveva prodotto una forma di documentario che aveva ipnotizzato i tedeschi. È stato il suo “Trionfo della Volontà” che ha presumibilmente dato il lancio al maleficio di Hitler. Le ho domandato della propaganda nelle società che si ritengono superiori. Lei replicò che i “messaggi” nei suoi film non dipendevano da “ordini dall’alto”, ma dal “vuoto sottomesso” della popolazione tedesca. “Ciò includeva anche la borghesia liberale ed istruita?” le chiesi. “Chiunque,” rispose, “e, naturalmente, anche gli intellettuali.”



John Pilger è autore di Freedom Next Time. Tutti i suoi documentari possono essere visti gratuitamente sul suo sito web http://www.johnpilger.com/

lunedì 14 luglio 2014

La crociata di luglio del duemilauno. Intervista eretica a Giovanni Polli sul G8 di Genova


Anche quest'anno nel mese di luglio si riapre la ferita di Genova e di quel famigerato G8 che, anno dopo anno, ci ricorda che da allora tutto è cambiato e che il mondo che è derivato, direttamente o indirettamente, da quella battaglia così anti-moderna perché combattuta corpo a corpo, non è per niente bello e non promette niente di buono per il futuro.
Giorni fa ho riparlato di quell'estate violenta del 2001 con un amico, Giovanni Polli, che mi diceva di aver vissuto in prima persona, da diretto testimone, in quanto giornalista inviato, quelle giornate e di averne da raccontare una storia diversa da quelle ufficiali dei media mainstream e di quelli indipendenti.
Ecco quindi il suo racconto di quel maledetto G8, che potrà suonare francamente eretico a chi si è nutrito finora unicamente delle versioni che si limitano a demonizzare acriticamente e faziosamente i rispettivi avversari ideologici e ad imputarne la violenza ad un oramai poco sostenibile principio di casualità e spontaneismo.
A tredici anni di distanza credo si possa e si debba andare oltre la propaganda di guerra – perché di guerra si trattò - per entrare nella disamina storica e non manichea degli eventi, senza paura di dover eventualmente rivedere alcune delle proprie convinzioni su chi fossero i buoni e chi i cattivi, per scoprire magari che entrambe le parti in causa furono coinvolte in un gioco, un battle royale di cui persero presto il controllo.
Continuare a capire il perché di quella tragedia è fondamentale. Noi proviamo a farlo con questa intervista. Buona lettura.

"Intervista a Giovanni Polli sul G8 di Genova 2001"

Giovanni, tu a Genova c'eri come giornalista incaricato di documentare quelle giornate. Vuoi raccontarci cosa hai visto?

Per un giornalista schierato idealmente ma non dichiaratamente “embedded” con una delle due parti in causa, come mi sono posto io in quella occasione, gli eventi legati al G8 di Genova sono stati una vera e propria sfida. Osservare senza preconcetti ideologici come nasce, si sviluppa e arriva a conclusione una pianificata e violentissima “guerra” di strada è stata una palestra importantissima in cui poter esercitare lo spirito critico, avendo a cuore un’informazione eretica e al di là dei partiti presi. Ho usato la parola “guerra” non a caso. Perché era quella usata, del tutto irresponsabilmente, dal leader delle allora tute bianche Casarini nella sua famosa “Dichiarazione di guerra” alla zona rossa, l’area di Genova proibita che le manifestazioni “no global” non avrebbero mai potuto per nessun motivo toccare. 
Ho visto tantissimi manifestanti con intenzioni pacifiche non rendersi conto che, seguendo certi leader e certe parole d’ordine, sarebbero andati al massacro di se stessi e delle loro sacrosante ragioni ideali. Ho visto poi una vastissima area grigia di manifestanti non dichiaratamente violenti, ma che non attendevano altro che qualcuno desse il la per iniziare a menare le mani e a sfasciare tutto, vetrine, teste ed ogni cosa capitasse a tiro, con una rabbia piuttosto cieca e demenziale. 
Ho visto forze dell’ordine, nei primi momenti, impreparate ad una violenza che era comunque nell’aria. Impossibile non ricordarsi immediatamente della lezione di Pasolini a Valle Giulia. Il giorno prima dei fatti di Piazza Alimonda ho visto passare sotto i miei occhi, negli scontri, un giovane carabiniere portato via con un enorme squarcio alla testa, proprio vicino al loro mezzo dato alle fiamme, quello che si è visto in tutte le riprese. E ho pensato, dopo la morte di Giuliani, che il fatto che fosse morto un manifestante e non uno “sbirro” sia stato puramente casuale. 

Stai forse dicendo che finora in questi anni ci siamo focalizzati sulle brutalità poliziesche e molto meno sulle violenze della controparte, cioè della parte organizzata dei manifestanti?

Sarebbe utile ripensare tutto, di quei giorni. Purtroppo circolano ancora sempre e solo le due versioni ufficiali e ideologiche. Versioni di comodo. Che si sia trattato di una macelleria messicana per i manifestanti, e in effetti la reazione pianificata a tavolino alla Diaz non è stata certo una bella pagina di Storia, o che si sia trattato di una questione di ordine pubblico dall’altra. Torti e ragioni sono certamente da rileggere, e l’imbarazzo continuo dei leader della contestazione no global di quei giorni non viene cancellato dal tentativo di agiografia del presunto eroe caduto dalla loro parte. Un po’ di rottami ideologici di due decenni prima affidati alle armate Brancaleone dei centri sociali sono purtroppo riusciti a trasformare le profonde ragioni politiche della contestazione al G8 ed alla globalizzazione in torti altrettanto profondi. Non è un caso se da quel momento il movimento “no global”, che due anni prima a Seattle era veramente uscito come vincitore morale e politico, è stato definitivamente sconfitto. A chi ha giovato la violenza programmata, pianificata e dichiarata dei contestatori? In quei momenti pensavo: “Accidenti, ma se queste migliaia e migliaia di persone anziché ingaggiare una guerriglia assurda sfilassero gandhianamente in rigoroso silenzio a mani alzate, farebbero molto, molto più rumore ed avrebbero già vinto”. E invece hanno perso, ed abbiamo perso tutti. Giuliani, anche la vita.

Il g8 di Genova è uno degli eventi piú documentati della storia recente. Esistono migliaia di ore di filmati, soprattutto di controinformazione, atte a documentare la repressione poliziesca ma, da ciò che adesso mi racconti, mi accorgo che manca effettivamente quasi del tutto la registrazione della violenza della controparte. È una cosa voluta?

Secondo me sì. Voluta da tutti. Quello che è andato in scena in quei giorni è stato un drammatico, anzi tragico, teatro di massa. Il fatto è che la stragrande maggioranza degli attori erano semplici comparse e non lo sapevano. Credo che l'identità della vittima, un manifestante e non un poliziotto o un carabiniere, sia stata poi determinante perché si siano lasciate le cose, dal punto di vista dell'"informazione", così come sono state lasciate. So per certo, perché ho parlato con chi lavorava in questo senso, e perché è prassi normale durante tutte le manifestazioni, che vi sono anche ore e ore di filmati realizzati dalle forze dell'ordine con le violenze da parte dei manifestanti. E' tutto materiale che è stato perfettamente registrato. Che poi si sia scelto un basso profilo informativo e non si sia combattuta la guerra e controguerra dei filmati è naturale. Da parte di chi avrebbe dovuto gestire l'ordine pubblico, e da parte dello Stato che l'ha gestito a modo suo con le rappresaglie che sappiamo, era ed è del tutto inutile mettersi al livello della propaganda dell'altra parte in campo. Meglio il silenzio, decisamente. Diciamo così che, dopo la sconfitta politica delle ragioni dei "no global", e dopo quanto accaduto alla Diaz e a Bolzaneto, e con il processo (a mio avviso indegno) a Placanica, a che sarebbe servito buttare altra benzina sul fuoco? Il risultato sul campo è stato evidente, direi, al netto di tutte le lamentazioni.

Lo sai che stiamo dicendo che, per semplificare al massimo, una parte consistente dei manifestanti non era affatto innocente, come ha sempre raccontato la voce "indipendente"? Sento odore di rogo per entrambi noi...

La copertura “indipendente” si fa coincidere, di solito, con quella di area “no global”. Quindi di parte. Un paio di esempi simbolici ma concreti. Vero che Casarini aveva “dichiarato guerra”, ma il tentativo dei “no global” nel loro complesso era stato quello di accreditarsi come manifestanti pacifici. Vero, la gran parte di loro lo era. Ma una consistente, consistentissima area non lo era affatto. 
Qualche esempio? Ho chiacchierato tranquillamente, la sera del primo giorno di disordini, con un manifestante come tanti. Era greco, non aveva nemmeno l’aspetto del frequentatore tipico dei centri sociali Aria da bravo studente, mano nella mano con la sua ragazza. Gli chiedevo se ritenesse giusto mettere a ferro e fuoco una città, distruggere vetrine ed auto, alcune delle quali appartenenti tra l’altro agli stessi manifestanti. La sua risposta fu chiara: "dobbiamo distruggere il potere, è giusto sfasciare tutto. Dare fuoco a case e auto è il miglior modo per “fottere il potere”". Convinto lui. 
La sera poi del concerto di Manu Chao, dal palco lo speaker aveva esortato tutti a mettersi il casco, il giorno dopo, “perché nessuno si dovrà fare male. Almeno nessuno di noi”, aveva aggiunto ammiccando pesantemente. Nessuno racconta quindi, né ha mai raccontato, della precisa e dichiarata volontà di non essere poi così pacifici come hanno tentato di spacciarsi.
Nessuno ha mai ricordato abbastanza il nome del “locale” che Casarini gestiva al centro sociale Rivolta di Marghera, vale a dire l‘osteria “Allo sbirro morto”. Né si è raccontato a sufficienza che nel cortile della Diaz i manifestanti si allenavano agli scontri. In quei giorni ho cercato invano testimonianze giornalistiche che dessero conto anche di questi dati, ed anche dello stato d’animo delle forze dell’ordine, tutt’altro che preparate ad attacchi di quella violenza, e dopo tre giorni frustrate dai continui attacchi, di cariche e controcariche, botte date e botte prese. Nessuno ha raccontato che, nell’ultimo corteo, si tentò di deviare il flusso verso il quartier generale delle forze dell’Ordine sul lungo mare. Sarebbe stato un massacro. A prezzo di scontri furibondi, altre botte, incendi e devastazioni, e dell’uso di terribili lacrimogeni di tipo nuovo che ricordo benissimo anch’io per averne subito gli effetti micidiali, si riuscì ad evitare il peggio. Pensavo di trovare tutto questo in qualche resoconto. Ma purtroppo ho visto solo un grande vuoto.


Parliamo invece della copertura mainstream del G8.

Ho un ricordo personale. Una carica e contro-carica in cui io, insieme a Fabio Cavalera del "Corriere della Sera", ci siamo trovati esattamente in mezzo. E, proprio mentre stavamo correndo durante l'inseguimento non so se dei manifestanti verso i poliziotti o viceversa, lo stavo intervistando in diretta per la radio. Non vorrei compiacermi io, adesso, del lavoro che svolsi, ma il giornalismo vero, in quei momenti, avrebbe comportato il raccontare come ci stava solennemente pestando da entrambe le parti. In quei giorni mi sono mosso con grande libertà, e avevo l'accredito sia da una parte come dall'altra. Sono stato mezza giornata alla Diaz, a vedere quel che faceva il movimento, a parlare con i ragazzi, a fare un paio di domande anche ad Agnoletto, che mi pareva un personaggio del tutto inadeguato, ed è un eufemismo, a manovrare quella enorme polveriera. Non mi sono sentito affatto embedded, ma del tutto libero. Un altro ricordo: una collega è stata sfiorata da una enorme biglia di acciaio che arrivava, chiaramente, dai manifestanti. L'ha raccolta e se l'è tenuta per ricordo. Erano ben armati tutti. D'altra parte era stata o no dichiarata una guerra? Eppure la logica del giornalismo per partito preso è andata per la maggiore, e ancora - parlando di quei giorni - non sembra proprio che sia cambiata. D'altra parte questa è l'Italia, che non mi pare molto ben messa nella classifica della libertà di informazione, tra i Paesi occidentali.


Le violenze della polizia comunque innegabilmente ci furono e le più gravi furono compiute a freddo, al di fuori del teatro di scontro delle strade, a Bolzaneto e alla Diaz. Quale pensi sia stato il ruolo delle forze dell'ordine in quel contesto? C'era una regia dove la macelleria messicana era prevista o nella confusione e nel conflitto di poteri a qualcuno sfuggì di mano la situazione? 

Sinceramente non credo che vi fu una sola regia dietro le forze dell’ordine. Ho parlato molto anche con alcuni carabinieri e poliziotti. La loro rabbia e frustrazione nell’essere stati oggetto per tre giorni di fila, nella migliore delle ipotesi, di sputi e scherni continui, ma soprattutto di attacchi di una violenza esagerata da parte dei violenti armati di tutto, era davvero profonda. Per quello, guardandoli in viso, ho pensato molto alla lezione di Pasolini. 
La macelleria messicana della Diaz e di Bolzaneto è stata invece a mio avviso tutta un’altra cosa. Quelle operazioni, tra l’altro, furono condotte da reparti ben diversi da quelli in piazza in quei giorni. Qualcuno decise che, dopo tre giorni in cui le ragioni della contestazione erano già state distrutte di fronte all’opinione pubblica insieme alle case, ai negozi, alle auto e alla pace di Genova, ci si sarebbe potuti “togliere lo sfizio” di impartire una sorta di severa lezione definitiva al movimento “no global”. Un’azione sicuramente condannabile e condannata, e che sancì il definitivo trionfo dei poteri che oggi fanno di noi il bello e il cattivo tempo. Senza manganelli, oggi, ma con i colpi di Stato mascherati e la sottrazione definitiva della sovranità dei cittadini in favore di quella della grande finanza e dei grandi potentati internazionali.

La domanda, a questo punto, è quasi inutile ma te la pongo lo stesso. Perché, secondo te, il maggiore partito della sinistra allora (una delle incarnazioni del sempiterno serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD, per utilizzare la metafora di Costanzo Preve)  non partecipò ai cortei e non fornì neppure il suo celeberrimo servizio d'ordine a difesa dei manifestanti pacifici contro gli inevitabili provocatori previsti ed attesi in quelle giornate?

Diciamo che un servizio d’ordine serio non ci fu per nulla. Il maggior partito della sinistra di allora, che aveva voluto, organizzato, pianificato la riunione del G8 dopo essere stato il fedele cagnolino dei poteri che avevano voluto le bombe su Belgrado, come avrebbe potuto mostrarsi così incoerente di fronte ai grandi alleati del mondo? 
E a vergogna perenne dei celebrati leader “no global” è proprio il non aver capito, o aver fatto finta di non capire, che mettere in marcia migliaia e migliaia di persone in quelle condizioni sarebbe stato un suicidio. Soprattutto dopo averne aizzate le parti più esagitate con parole d’ordine che, se fossero state usate in altre situazioni da altri campi politici, avrebbero fatto gridare al ritorno dei nazisti. Evocare la guerra non è uno scherzo. Eppure hanno giocato con la benzina e i fiammiferi. E non ci hanno pensato due volte a mandare al massacro anche gente forse sprovveduta, che pensava di andare a fare una scampagnata, ma pacifica, inerme e, soprattutto, con tantissime ragioni ideali da dover difendere. 

Secondo la vecchia logica della "destra e sinistra", chi ha politicamente guadagnato di più dalle botte di Genova?  Vi erano stati disordini e repressione anche a Napoli pochi mesi prima, quando il governo era di centrosinistra.

A una domanda di questo genere posta nel 2014, quindi ragionando ex post, ti direi tranquillamente “tutte e due”. Perché destra e sinistra oggi sono soltanto parole che rappresentano etichette del secolo scorso. Già allora il G8 fu una sorta di prodotto di “larghe intese” non dichiarate, dal momento che il G8 fu preparato da D’Alema e gestito da Berlusconi. Lo stesso D’Alema che aveva dato il via alle bombe su Belgrado, soltanto tre anni prima, non era certo Alice nel Paese delle meraviglie. Non poteva non sapere che cosa avrebbe significato un’occasione del genere per gli sciagurati “antagonisti” che pensavano, nella migliore delle ipotesi e solo per essere buoni, di apparire come lo studente di fronte al carro armato in piazza Tien An Men. Ha senso davvero parlare di “sinistra o destra”? Ci hanno guadagnato davvero, e tantissimo, tutti gli artefici e i sostenitori della globalizzazione.


Ti sei fatto un'idea su chi fossero e da dove venissero i misteriosi black bloc che imperversarono pressoché indisturbati a Genova? Truppe mercenarie, come i gruppi di ultras calcistici arruolati perché buoni conoscitori del territorio - e vengono in mente i disordini in zona Marassi, attigua allo stadio - o partecipanti in buona fede alla chiamata alla crociata?

Avere le prove provate di chi siano veramente, che cosa rappresentino e per conto di chi agiscano i black bloc sarebbe come avere in mano il Sacro Graal. O i nomi dei mandanti delle stragi dei misteri italiani. Di fatto, non sono soltanto italiani, sono internazionali. Sono professionisti della guerriglia urbana, perfettamente addestrati a svolgere il loro compito, riuscendo senza alcuna fatica a tirarsi dietro quella che ho chiamato la "zona grigia" della protesta. Quelli, cioè, che a parole sono pacifici, ma si bardano e si abbigliano come se dovessero andare alla guerra. E infatti ci vanno, e quando qualcuno suona la carica diventano ottimi sprangatori pure loro. Ed è tutta manovalanza se si vuole anche in buona fede, ma a chi tiri la volata è evidente. E' evidente però che alla testa vi siano siano truppe mercenarie senza scrupoli e pronte all'uso, prescindendo dall'ideologia dichiarata. E' appena il caso di ricordare quello che è accaduto a Kiev pochissimi mesi fa, dove personaggi di questa stessa risma, ben sobillati e ben strutturati, hanno addirittura portato a termine un colpo di Stato. Guarda caso, a favore degli stessi poteri che a Genova si sarebbero voluti teoricamente contestare. Mi pare che chi voglia riflettere su questo lo possa fare... Non si tratta di dietrologie, ma di semplici ragionamenti logici.

C'è quindi un'altra storia del G8 di Genova ancora da raccontare? Riusciremo mai ad averne una storia veramente completa, chiara ed obiettiva?

Più che una storia ancora da raccontare, ci sarebbe una storia da interpretare. Per me vale il principio del “cui prodest?”, per cui tutto quel gran disastro pianificato in quel modo, da una parte come dall’altra, alla fine ha portato esattamente al risultato sperato. Dal potere, naturalmente. Come si può partire “armati” dell’intenzione di assaltare chi deve proteggere i “grandi” otto della terra, tra cui il presidente degli Stati Uniti, e pensare veramente di vincere uno scontro sul terreno? C’è un limite logico, in cui le velleità e le ingenuità non possono essere spiegate e spiegabili se non con una strategia che vada ben oltre le apparenze.

Pensi che il G8 di genova possa essere annoverato tra i misteri italiani?

Misteri italiani sì, perché prove non ce ne possono essere, e le verità giudiziarie sono – appunto – verità delle aule di quegli stessi tribunali che non hanno mai chiarito proprio un bel nulla a proposito dei veri mandanti dei “misteri”. Quello che si può fare, per avere un po’ di chiarezza, è ragionare per logica deduttiva e comparativa. Se poi qualcuno definisce la chiarezza di quel che è accaduto come “dietrologia” non ci si può fare niente. Ma, ragionando a contrario, torno a dire che il potere sperava che andasse a finire esattamente come è finita. E non sarebbe potuto finire diversamente. Il fatto che la vittima sia stata un manifestante anziché un carabiniere o un poliziotto non sposta assolutamente di una virgola il significato di quanto è accaduto. Anzi, se a morire fosse stato il carabiniere Placanica anziché Carlo Giuliani, il potere avrebbe avuto ancora più le sue “ragioni” a porre in essere la rappresaglia del tutto ignobile e fuori luogo che comunque ci fu alla Diaz e a Bolzaneto. E’ finita che chi le ha prese le ha prese, e la globalizzazione ha stravinto come previsto.  

Secondo te la critica alla globalizzazione ed al capitalismo assoluto è definitivamente morta sotto le mazzate del G8? Ricordo un certo compiacimento allora da parte dei TG, mascherato da un atteggiarsi a giornalismo verità all'americana, nel mostrare i pestaggi sui manifestanti inermi di corso Italia. Il messaggio "guardate cosa vi può succedere se vi ribellate" in effetti si è rivelato molto efficace, come prevenzione di future contestazioni. 

Il movimento cosiddetto “no global” sì. La critica definitivamente morta no, di certo ha subìto una sconfitta dalla quale si deve ancora rialzare. I resti dei “no global” sono definitivamente dispersi. Buona parte di quelle persone, più o meno in buona fede, sono “entrate in banca”, come si diceva una volta, appoggiando magari – penso in particolare all’ala cattolica dei manifestanti - la stessa “sinistra” oggi renziana, quindi portatrice degli stessi interessi che si pretendeva di contestare. I cosiddetti “centri sociali”, invece, da lì in poi si sarebbero dimostrati sempre più come semplici contenitori di cani da guardia del regime. Forse che hanno contestato qualcosa o qualcuno, dal momento del golpe Monti in poi? Forse che con l’introduzione dell’euro hanno organizzato qualcosa di evidente, di rilevante, di strategicamente sostenibile contro la globalizzazione? O forse non dovevano disturbare troppo il manovratore? Oggi soltanto una consapevole alleanza non ideologica contro la globalizzazione e il capitalismo finanziario può avere qualche speranza di mobilitazione. Le vecchie barricate, vere o finte che fossero, sono ormai sfondate.

Finora mi hai descritto il clima di quel G8 genovese come qualcosa di molto simile ad una guerra. Possiamo ipotizzare quindi in conclusione che in quei giorni il messaggio sia stato: "C'è da combattere il vostro nemico, scendete sul campo e lottate". Come per le crociate. E che il messaggio criptato che forse oggi riusciamo a decriptare meglio con il senno di poi, fosse "che noi ci spartiremo il bottino"?

Più o meno. Una recita, come ho già avuto modo di dire. D'altra parte occorreva assolutamente fare in modo, per i detentori del potere, che non si ripetesse lo smacco di Seattle. Lì, anche se pure c'erano stati scontri violenti, l'immagine dei contestatori del WTO era uscita molto più limpida e pulita di quella dei ricchi signori che si erano seduti a pianificare come si sarebbero spartiti il Pianeta. Occorreva quindi assolutamente ribaltare l'immagine degli attori in campo e far passare a tutti i costi i "no global" per quello che poi sono passati. Violenti, anarchici, distruttori, casseurs senza regole né remore, privi di una leadership credibile o di una strategia logica. Chi ha vinto lo sappiamo benissimo. Durante gli scontri dell'ultimo corteo vicino al lungomare, ricordo un manifestante, di quelli pacifici mandati al massacro, che telefonava piangendo un po' per i lacrimogeni un po' per la rabbia, e spiegava che quelli come lui erano stati fregati, e che lui non ci sarebbe cascato mai più, e che i leader giottini, con quel che avevano provocato o lasciato che accadesse, erano stati i primi alleati del potere. Se n'era accorto, un po' tardi ma se n'era accorto. Mi sorprendo sempre quando penso che c'è qualcuno che non se n'è accorto ancora oggi. Tredici anni dopo.


Giovanni Polli (Gioann March Pòlli) è giornalista e animatore culturale. Da sempre impegnato in particolare a favore dei diritti politici e culturali e linguistici dei popoli non riconosciuti e attento critico dei fenomeni legati alla globalizzazione. Dopo una prima gavetta giornalistica e radiofonica nel suo Piemonte, si sposta a Milano dove lavora tre anni presso l’Ufficio Stampa del Piccolo Teatro di Giorgio Strehler. Successivamente, nel 1997, inizia a lavorare nella redazione del quotidiano "La Padania", dove svolge tutt’ora la sua attività, dando vita contemporaneamente ad una trasmissione bisettimanale su Radio Padania, “Lingue & Dialetti”, dedicata ai diritti dei locutori di lingue locali, regionali o minoritarie. Nella sua attività su blog e nei social network si rivolge a chiunque, senza steccati ideologici o geografici, desideri confrontarsi intorno ad una visione profondamente eretica degli attuali assetti di potere, sia interni allo Stato italiano sia della geopolitica internazionale.

lunedì 7 luglio 2014

2014, anno I del ventennio renzista

foto da Dagospia
Il mio affezionato lettore Chinacat ha postato questo commento qualche giorno fa:

"Dato che anche io vivo circondato da piddini, credo sia utile (e sommamente divertente) sapere come mandare in tilt l'unico neurone sopravvissuto alla "piadaina".
Come fare impazzire un piddino. Istruzioni per l'uso:
A) chiedere al piddino cosa ne pensa del Senato NON elettivo;
B) attendere la risposta del piddino, il quale ovviamente giustificherà tale misura (ah, la casta-cricca-corruzione!)
C) fargli notare che tra averlo non elettivo e non averlo affatto non cambia poi molto;
D) il piddino a questo punto inizia a dare segni di disagio ma, granitico, continua a difendere la "riforma";
E) a questo punto è con le spalle al muro e gli si fa notare che già ben prima del PD a qualcuno era venuto in mente di togliere di mezzo il Senato;
F) ora il piddino è nella posizione giusta, detta altresì "mosca-sul-muro" ma ancora non intuisce il pericolo;
G) il colpo di grazia consiste nel fare leggere questo al piddino:

"Il programma fascista del 23 marzo 1919:

Di solito il piddino resta basito. Se poi siete davvero bastardi dentro (e io, modestamente, lo nacqui) potete fare notare al piddino che per avere un Senato elettivo, migliaia di italiani hanno dato la loro vita e che quindi, in sostanza, il PD fa oggi quello che il PNF fece tra il 1922 ed il 1925: togliere la libertà agli italiani."

Dal canto suo, l'altrettanto ottimo Zugzwuang aggiungeva:

"Chinacat, devi anche far leggere ai piddini, che sono intimamente fascisti a loro insaputa, l'appello del P.C.I. ai FRATELLI FASCISTI in camicia nera. Riporto un piccolo stralcio della lettera totalmente leggibile in internet: " I comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori [...]"

Mi sono incuriosita assai perché il protoinciucione con i fascisti in effetti giuro mi era finora sfuggito, per dire quanto può essere sorprendente lo studio della storia se si ha la pazienza di andare oltre i testi scolastici e ringrazio i miei lettori per avermi permesso di colmare questa succulenta lacuna.  Sono andata quindi a leggere il testo di quell'appello.
Sulle prime uno dice: guarda! Guarda, guarda, guarda! Guarda, guarda, guarda, guarda, se non è il caro P.C.I., baluardo dell'antifascismo, e poi dell'antiberlusconismo, dell'antigrillismo e a Dio piacendo, non mettiamo limiti alla futura provvidenza, antichissacosaltroancora. 
Comunisti che vogliono allearsi con i fascisti? Nel 1935? Ma è proprio vero? Lo avete detto ai kompagni dei centri sociali che fanno dell'antifa e del bellaciao una questione di sopravvivenza, e magari anche a quei residuati del sessantotto per i quali lo scontro di piazza con il fascio era imprescindibile?

La storia di quella lettera-appello è qui e, come scrive  anche Michele Pistillo (il grassetto nel testo è mio):
"Questa iniziativa politica nasce ai primi del 1935. E’ del 25 marzo 1935 una lettera di Togliatti a Grieco, nella quale, tra l’altro, si afferma: “bisognerebbe dire qualcosa ai militi fascisti in generale. Ma qualcosa che essi capiscano, perché non dire ad esempio pressappoco così. E’ ora che vi convinciate che colla marcia su Roma non avete fatto nessuna rivoluzione, ma […] se volete fare una rivoluzione per davvero dovete unirvi con noi per farvi rispettare dai padroni, per cacciarli […].
E’ ora che vi convinciate che il bastone bisogna adoperarlo contro i padroni […] non contro gli operai che sono mal pagati. Solo con espressioni simili ci si può rivolgere efficacemente ai fascisti…2
Chi per primo solleva l’esigenza di un richiamo al programma fascista del 1919 è sempre Togliatti, secondo la testimonianza di Boni (Bibolotti)3: “Dobbiamo riuscire a riporre in movimento le grandi masse, lavorando nei sindacati fascisti e in tutte le organizzazioni fasciste e cattoliche, facendo valere fortemente le tradizioni nazionali progressive, liberali e democratiche del nostro popolo […] rivendicando e utilizzando politicamente il programma fascista del 1919”.
Già nel 1935, nell’Appello del C.C. del P.C.I., scritto da Togliatti, contro la guerra all’Abissinia, è delineata la linea della “riconciliazione nazionale” (l’Appello ha per titolo “Salviamo il nostro paese dalla catastrofe”)4. Si tratta di una politica ardita, che solleva dubbi e discussioni (Di Vittorio è contro l’entrata nei sindacati fascisti, ma poi converrà con gli altri sulla politica della “riconciliazione”). L’estensore dell’Appello non è il solo Grieco, anche se gli si assume tutte le responsabilità. L’Appello è scritto da Grieco, da Sereni, da Di Vittorio. Togliatti, che pure si era fatto promotore di questa linea, non partecipa alla sua stesura, e la sua firma apre il lungo elenco dei firmatari, con proprio nome e cognome."
Vi offro anche una gustosa discussione storico-esegetica con citazioni ed analisi delle motivazioni di quell'appello e della svolta "entrista" del partito di Togliatti. Nel testo dell'appello non mancano inquietanti parallelismi con la situazione attuale. A chi piacciono i corsi e ricorsi storici la lettura integrale offrirà orgasmi garantiti. Eccone un breve estratto:
"ITALIANI!
La causa dei nostri mali e delle nostre miserie è nel fatto che l'Italia è dominata da un pugno di grandi capitalisti, parassiti del lavoro della Nazione, i quali non indietreggiano di fronte all'affamamento del popolo, pur di assicurarsi sempre più alti guadagni, e spingono il paese alla guerra, per estendere il campo delle loro speculazioni ed aumentare i loro profitti.
Questo pugno di grandi capitalisti parassiti hanno fatto affari d'oro con la guerra abissina; ma adesso cacciano gli operai dalle fabbriche, vogliono far pagare al popolo italiano le spese della guerra e della colonizzazione, e minacciano di trascinarci in una guerra più grande.
Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso alla riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la potenza dei pescicani nel nostro paese e potrà strappare le promesse che per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non sono state mantenute.
L'Italia può dar da mangiare a tutti i suoi figli."

Però, però, c'è un però. Miei cari commentatori attenti e colti, quell'appello bisogna appunto leggerlo e dice anche altro, oltre ad esaltare da parte comunista le radici sansepolcriste del fascismo del pur socialista Benito Mussolini che per noi figli degli opposti estremismi post-sessantottini suona logicamente come un bestemmione in chiesa. E' per questo retaggio di contrapposizione forzata che ci fa tanta impressione l'inciucio con il centrodestra degli ultimi governi post-golpisti perché siamo condizionati dal "con quelli mai" e dalla logica della spranga nel cervello.

In fondo quello di Togliatti e compagni era un richiamo alle comuni radici anticapitaliste che di fatto ancora oggi caratterizzano le ali estreme di destra e sinistra e che si traducono in una critica similare della globalizzazione ed dell'ultracapitalismo. Che poi l'estrema destra suoni più di sinistra dell'estrema sinistra, è un'altra questione.
Allora il PCI faceva ancora il partito di sinistra, quindi non mi scandalizzo affatto. Togliatti, visto che il capitalismo mondiale e la Germania nazista, espressione del complesso militare-industriale tedesco, stanno spingendo verso la guerra e i presupposti della catastrofe economica per il popolo ci sono tutti, cerca una sponda tra i fascisti "socialisti" per combattere il capitalismo e compiere la rivoluzione. La logica c'è ed è condivisibile perfino oggi.

Chiediamoci piuttosto cosa è successo dopo, perché qualcosa è sicuramente successo ed ha stravolto completamente i presupposti di quell'appello, visto che di anticapitalismo nel PCI, per non parlare delle sue successive metamorfosi sempre più scolorite, ne è rimasto ben poco, a parte forse solo la fissazione sulla patrimoniale che resiste all'usura dei secoli e che viene mantenuta perché funzionale alla vessazione delle classi medie invise anch'esse al potere reazionario.
Se stabiliamo infatti che un'alleanza infine sia idealmente nata da quell'appello, ma non tra le componenti socialiste ma tra quelle reazionarie dei rispettivi schieramenti, che per la componente di sinistra doveva comprendere  il ripudio della rivoluzione e della critica al capitalismo, tutto diventa più chiaro, anche l'attuale fascinazione di "sinistra" per la shock economy neoliberista reazionaria e il neofilogermanesimo di tanti volonterosi carnefici autoarruolatisi con il proprio tamburino nell'esercito del Quarto Reich, per non parlare del "tradimento" del sindacato.
La storia successiva, dal dopoguerra ai nostri giorni, se l'anticapitalismo non era più un principio fondante, come abbiamo visto, doveva essere dominata da un altro principio altrettanto forte, che non poteva essere trovato altro che nell'antifascismo.

Se i proletari di tutto il mondo non riuscirono ad unirsi, lo fecero i reazionari e l'anticomunismo da un lato e l'antifascismo dall'altro, servirono a corruttori (i fautori dell'ultracapitalismo) e corrotti (i loro collaborazionisti arruolati tra i politici più vicini ideologicamente alle classi subalterne) a disegnarsi un mondo a propria immagine e somiglianza, a spese del famoso 99%. Lo fecero mantenendo il popolo impegnato in una guerra ideologica che va dalla stagione degli opposti estremismi, con annessa strategia della tensione al compromesso storico; dall'antiberlusconismo rituale come copertura a vent'anni di complicità, come testimonia la famosa "confessione" in Parlamento di Violante ad infine la fascistizzazione attuale di tutti coloro che non si sottomettono al potere unico della democrazia totalitaria della quale scrive ora Travaglio, lasciando finalmente perdere i vizi privati di Berlusconi, per cominciare ad inquadrare il vero pericolo per l'Italia rappresentato dal renzismo. Ovvero, da quella smania del partito democratico di ottenere il potere più assoluto possibile e la sua conseguente allergia alla dissidenza ed all'opposizione che rappresentano forse la riscossione finale della vendita dell'anima, ceduta al Diavolo non in quel lontano 1935 ed ai fascisti ma allo stesso potere che corruppe anche il fascismo.

Dietro alla facciata di cartapesta della sacra rappresentazione della contrapposizione destra-sinistra non meraviglia che si siano potuti stilare patti-ricatto dei poteri forti ai dirigenti del PCI, i cui giovani virgulti di nomenklatura sarebbero stati cacciati dal comodo posto assicurato negli uffici studi delle banche, ai tempi del divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia nel 1981, se il PCI si fosse opposto, assieme ad alcune frange della DC, alla prevista cessione di sovranità monetaria, come pare testimoniato da una telefonata di allora tra Ciampi e Berlinguer citata in questo video da Nino Galloni. Oppure la successiva salvaguardia del Partito e del suo apparato dallo tsunami di Tangentopoli in cambio della partecipazione alla ventennale tragicommedia berlusconiana nel ruolo dello sparring partner di poteri anche innominabili mentre il paese veniva preparato per la spoliazione finale in nome e per conto di poteri finanziari ultranazionali.

Oggi forse ci vorrebbe un altro appello ai "fascisti", con più o meno le stesse motivazioni, per opporsi tutti assieme alla forma più maligna di capitalismo ed alla morte per cachessia economica del nostro paese. Il problema è che da una parte almeno non c'è nessuno. Sono tutti morti assieme al comunismo o sono in banca.

Syd Barrett, the immortal remains 2006-2014


Nel 1968, poco prima di essere gentilmente accompagnato fuori dalla porta dai Pink Floyd, per evitare che le sue mattane compromettessero il cosmico futuro successo del fenomenale gruppo, Syd Barrett aveva grandi piani per espandere la band, che illustrò ai compagni. Voleva inserire due musicisti jazz, incluso un sax e una voce femminile. Progetto al quale Waters e gli altri opposero un no risoluto, trattandolo, anche in quell'occasione, da pazzo. *
Per ironia della sorte, cinque anni dopo, nel 1973, il sassofonista Dick Perry e le coriste Liza Strikes, Lesley Duncan e Doris Troy diedero all'album di maggior successo dei Pink, "The Dark Side of the Moon", intriso per altro fino al midollo dello spirito inquieto di Barrett, il suo tocco jazzistico caratteristico.  

Syd Barrett, 6 gennaio 1946 - 7 luglio 2006


*Aneddoto raccontato da Julian Palacios in "Syd Barrett & Pink Floyd, Dark Globe", 2010.

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