giovedì 17 gennaio 2019

Lolito e Mammina


Il prossimo 22 gennaio questi due firmeranno il Trattato Franco-Tedesco di Aix-La–Chapelle, grazie al quale presto i francesi parleranno tedesco.
I contenuti dell'ennesimo Anschluss tedesco ai danni di un vicino, la nuova versione stranamente non percepita come nazista della Repubblica di Vichy, solo perché la Fuhrera non porta i baffetti, ma li ha, che porterà il francesino dritto contro il muro a corna spiegate, sono stati pubblicati e tradotti, per cui non mi dilungherò sui contenuti, lasciandovi alla lettura delle fonti indicate e dell'articolo che ha dedicato all'argomento Maurizio Blondet.

Riassumendo all'osso, la Francia, ovvero Lolito, acconsente a diventare l'amica del cuore di Mammina e potrà così entrare nella stanza dei giochi per baloccarsi con i fuciletti a tappo, i trenini e i cicciobelli colorati e bua che Essa metterà a sua disposizione. In cambio, Lolito Ammamma dovrà obbedire, fare il bravo, fare i compiti, non mettere in disordine la sua stanza e lasciare che Mammina pensi a tutto, perché Mammina sa ciò che è bene per le sue amichette. Se Lolito dovesse disobbedire, Mammina potrà diventare molto cattiva e lui non avrebbe più i suoi cartoni per una settimana.

Per agganciarmi all'ultimo mio post, visto il ruolo dominante che avrà la parte tedesca in questo trattato e il dato di fatto che vi sia stato un presidente francese che ha osato accettarlo, siamo qui all'infantilizzazione di un capo di stato, forse scelto a suo tempo nel casting per candidati manciuriani proprio per la sua dipendenza da e fissazione nei confronti di una forte figura materna sostitutiva, castrante ed abusante. Che Brigitte e Angela siano praticamente coetanee è una forse non casuale coincidenza. 
Il rapporto madre-figlio, agito per giunta da una mai stata madre su un figlio che non ha a sua volta figli, aggiunge sterilità al tutto. Questa Gerfrancia o Franciania, questo ibrido dalla vita breve, si illude di poter governare l'Europa (risate registrate) e rompere il culo ancor di più agli altri paesi intrappolati in questo psicoma che è diventato il sogno europeo. Loro a fare gli stronzi all'ONU, l'epicentro, dove Mammina ambisce a diventare Megaimperatrice galattica, magari con una bomba atomica in mano, e noi, greci, spagnoli e frattaglie varie, in castigo dietro la lavagna o, novelli Hansel e Gretel, nella casetta di pan pepato in attesa di essere spolpati da questi due psicopatici in piena folie à deux.

Detto che chi firmerà il patto tra le due nazioni è tra i leader più odiati di tutti i tempi delle rispettive storie, il quadro è completo. Immagino la felicità delle giubbe gialle a sentire che la Francia dovrà diventare bilingue e appendice francese alla macchina d'acciaio tedesca. E quella dei tedeschi a vedersi per la terza volta in cent'anni additare come quelli che sarebbero da ridurre all'impotenza e, stavolta, per sempre.

Ma guardateli, che teneri. Lui, vestito da cassamortaro, con il sorriso sforzato ma tanto orgoglioso da "guardami, mamma" e lei, con la cinquecentesima giacca uguale alle altre quattrocentonovantanove, che guarda le mucche che guardano i treni.
Andrà tutto bene ma devi stare attento, Lolito. Mammina t'ha fatto il trattato e te lo disfa.

martedì 15 gennaio 2019

Per chi suona il campanellino


Luigi Pecchioli su Twitter mi ha chiesto un parere da psicologa sul suo ultimo pregevolissimo articolo "La sinistra Kindergarten", che vi invito a leggere perché queste mie righe saranno anche una risposta alla sua richiesta e un approfondimento sull'argomento.

Fatto? Bene. Ecco le mie osservazioni, a voi piacendo.

Condivido assolutamente la diagnosi dell'infantilizzazione della sinistra intesa come comunità di fedeli e clero, come chiesa di lotta e liturgia.
L'infantilismo è, per quando riguarda il clero, un fenomeno di regressione nevrotica causata dallo stress dell'abbandono da parte della propria base di fedeli e del progressivo isolamento sociale, come reazione di difesa dal dolore lancinante alla ferita narcisistica suppurativa provocata dall'essere stati traditi con l'altro da sé; sé ancora percepito, nonostante la dissolution, come onnipotente e indiscutibile. 
Anche le reazioni tipicamente adolescenziali, oserei dire quasi da compagnominkia, di fronte alla critica vissuta come attacco eretico, sia da parte degli avversari politici che del suo stesso popolo di quasi ex sostenitori ed elettori, ormai agita nell'assoluta insofferenza e nel ritiro nel blablabla con le mani sulle orecchie, per non ascoltarla, sono un fenomeno tipico di regressione. 

Aggiungerei però che l'infantilismo intende mascherare l'ormai conclamata sociopatia perfettamente adulta della sinistra (non vedo come definire altrimenti l'adesione cosciente, cieca ed assoluta al delirio autodistruttivo europeo). La regressione quindi, agita nella negazione psicotica della realtà, rappresenta anche un ripiegamento e un tentativo di giustificazione al proprio ingiustificabile comportamento. Tentativo secondo me cosciente di fuga dalle proprie responsabilità che vengono negate, mentre la realtà viene interpretata in base alla propria percezione e quindi allucinata. Una psicosi lucida da birboni che si esprime anche nella proiezione sistematica della colpa del tradimento sull'avversario e sul popolo fedifrago che non li segue più o addirittura inizia a detestarli e che non dovrebbe permettersi di farlo, brutti straccioni che non sono altro.

Farei notare, a corollario, il dato di fatto che, come succede con bambini e matti, gli infantilizzati non amano essere contraddetti e, come fenomeno generale, quello della progressiva estinzione a sinistra del concetto di autocritica, ben noto invece a quelli della mia generazione. Ci torneremo.

Se il discorso dell'infantilizzazione vale, come dicevo, per il clero ex di governo, per i cosiddetti quadri, dai lievi acquerelli fino su, su, alle grandi pale d'altare ad olio del PD, esso può essere allargato anche ai simpatizzanti, agli elettori e perfino a coloro che apparentemente non sarebbero quasi più di sinistra o credono di essere altro ma, di fronte allo stimolo giusto, all'innesco, reagiscono in maniera straordinariamente simile al dirigente qualsiasi del noto partito sul viale del tramonto di cui sopra, con lo stesso set di stupefacenti comportamenti estremi. 

L'attualità mi offre uno spunto ulteriore di riflessione sull'argomento. Avevo già notato come il popolo residuale di sinistra, e sembra farlo purtroppo anche inconsciamente, pensi ormai attraverso un unico grande cervello, riproducendone un set di concetti elementari che seguono alcuni schemi preconfezionati. Ovvero, quando li ascolto o leggo lo stesso identico tweet su decine di account, condito dalla medesima carica emotiva, ho l'impressione di trovarmi di fronte, più che ai neuroni specchio, a dei riprogrammati (sia detto senza dileggio) che hanno ascoltato l'accordo fatidico o il suono del campanellino, che li fanno reagire con quel comportamento rigido e taglia unica che risiede più dalle parti d'Er Canaro Pavlov che di quelle di Freud.

Uno dei classici del brainwashing è l'attivazione del soggetto mediante lo stimolo trigger. Roba da film spionistico, direte. Eppure oggi, in occasione del rimpatrio del noto ergastolano finora mancato, si è assistito ad un'attivazione di massa per imitazione che ha prodotto effetti da psicodramma collettivo nel laboratorio dei social, tanto da farmi sempre più convincere che il lavaggio del cervello e-sis-te!
E' stato come un rapido contagio che ha provocato un discreto rash di appartenenza su molti che si sono sentiti offesi (per proprietà transitiva?) per come è stato definito Battisti: un comunista, per giunta associato alla parola assassino, come del resto si conviene direi logicamente a chi combatteva la lotta armata sotto la bandiera dei "Proletari Armati per il Comunismo" - ma che, secondo un meccanismo tipico del set mentale del politicamente corretto, avrebbe dovuto essere chiamato "fascista" per non offendere nessuno.

La reazione era attesa perché anche comunista è diventato uno di quegli aggettivi che possono provocare dei guai.
Mentre "fascista" è un mantra, uno scongiuro al pari del "merde" francese, utilizzabile sempre senza nemmeno prendersi il disturbo di contestualizzare, "comunista" è parola proibita. Fate la prova. dite ad alta voce: "Fascista!" Vi sentite bene, purificati, emendati dal peccato. Dite "Comunista!" Sperate che il vicino non vi abbia sentito. Avete quasi la stessa sensazione di aver bestemmiato, di aver nominato qualcosa o Qualcuno invano. E' una sensazione che provo sempre anch'io. Ricordate il discorso all'inizio su chiesa, clero e fedeli? Hai voglia a mangiar solo materialismo, sì da cacare solo materialismo, ma reprimendo in tal modo lo spirito ti ritroverai a vomitarlo in forma di ortodossia religiosa.

Con calma e ponderazione, vediamo di ripigliarci e ragionare, sempre che l'esercizio sia gradito.

La reazione che è scaturita da un'interpretazione assai allucinata della realtà, fatta di solidarietà con l'ergastolano ingiustamente perseguitato da, per una volta e guarda la sfiga, giudici non rossi, l'evocazione di piazzali loreti a parti inverse, la pietà per i figli e naturalmente il disgusto per chi lo ha catturato, mette in luce una evidente contraddizione. 
Se comunista è un bell'appellativo, e in fondo è solo la parola che designa chi si riconosce nel comunismo, perché l'avversario non dovrebbe pronunciarlo, perché altrimenti è un'offesa?

Perché offendersi se, come in tutti i cesti, anche lì si trova la mela marcia? Non sarebbe stato più istruttivo, invece di considerare Battisti "uno dei nostri" e reagire da ultras da curva, dissociarsene chiamandolo, che ne so, vergogna del comunismo? La fine dell'impunità di una lenza criminale, siccome colorata politicamente, mette forse in discussione e in pericolo l'impunità di gregge, la quasi certezza di essere divenuti negli anni, per via di oscuri cedimenti di anime e primogeniture, degli intoccabili e che quindi ogni critica rappresenti lesa maestà e terrore che qualcuno ci chiuda l'ombrello protettivo lasciandoci in pasto alla folla che abbiamo vessato in ogni modo possibile? Scusate la malignità.

L'arresto di Battisti a causa della momentanea distrazione dei francesi, impegnati in ben altri guai domestici, e per giunta con l'avallo della new entry direttamente al primo posto nella hit parade delle action figure dei cattivi, Jair Bolsonaro, dopo un iniziale silenzio di percussione e attonimento, ha fatto perdere il lume degli occhi, dispiace dirlo, anche alle menti pensanti.
Si è sentito e letto di tutto: che Battisti "nonècomunistasecondome", variante al solito "non è vera sinistra" che ormai è rumore di fondo ineliminabile di ogni dialettica con quella parte politica. Non è mancata la bizzarra rilettura psicostorica degli anni di piombo, secondo la quale tutta la sinistra anche comunista avrebbe lottato compatta contro il terrorismo, dimenticando che, nel fatidico 1978, in pieni cinquantacinque giorni, il socialista Craxi tentò, unico nel mare della fermezza, di salvare la vita del condannato a morte Moro mentre l'estrema sinistra solidarizzava con i carcerieri e qualcuno che era comunista perbene andava a prendere nuovi ordini sul Potomac per il nuovo ordine a venire all'insegna dell'austerità da pan secco che avrebbe sostituito anche in Italia il benessere costruito con il lavoro e le soluzioni economiche espansive. Cambiamento che la morte di Moro avrebbe enormemente facilitato.

Se siamo costretti a generalizzare sul concetto di sinistra è perché oggi essa appare ridotta ad un'unica espressione linguistica ed un'unica identità residuale, quella del globalismo, che è lasciata imperversare in regime di quasi monopolio come piace ai suoi mentori all'interno dell'élite. La sinistra è appiattita su uno schermo dove non risaltano più le differenze che esistevano in passato e che oggi scorrettamente vengono negate tramite un bieco revisionismo, perfettamente tollerato dai censori pronti a fare le pulci a qualunque altra interpretazione storica non gradita alla Laica Inquisizione, che inoltre nega la componente totalitaria del comunismo, manifestatasi nel secolo scorso anche attraverso il terrorismo.

Si tratta di una sinistra in effetti massimalista, anarcoide, tendente appunto al revisionismo storico di comodo e con una spudoratezza assoluta in campo economico, addirittura perfettamente a suo agio nell'economismo selvaggio che regna in Europa. La sinistra alla quale, dopo l'annientamento del "comunismo in un solo paese", è stato concesso di sopravvivere in cambio di un piccolo favore: la disponibilità ad offrirsi quale esecutrice materiale dello smantellamento del capitalismo industriale che, lo sapevano benissimo i papaveri, come effetto collaterale si sarebbe portato nella tomba secoli di conquiste operaie e benessere faticosamente raggiunto da milioni di lavoratori. E ciò per sostituirlo con il neoschiavismo e la regressione culturale al Paleolitico voluti da un'élite finanziaria che sta dismettendo il capitalismo industriale perché non ha più bisogno di consumatori, di merci e, in definitiva, di un'umanità ma solo di far regredire alcuni miliardi di molesti umanoidi fino al punto in cui sarà un sollievo farne un mucchietto di ceneri, magari dopo una provvidenziale pandemia, e ritrovarsi con un meraviglioso pianeta finalmente libero dall'inquinamento e governato da una fredda e raffinata tecnologia per pochissimi. 
E' una sinistra il cui tratto più odioso è quello di usurpare continuamente il termine democratico, che è per la diversità ma non di opinioni, per la libertà ma non di scelta e tanto meno individuale. Che, chinandosi, mostra il culo scoperto del collettivismo, del primato dell'astrazione sull'individuo e che quindi è disposta a schiacciarne la volontà in qualsiasi momento.

Chissà se coloro che sono sempre pronti a ricordarci, da sinistra, quanto faccia schifo il liberalismo (Babele confonde le lingue e i termini), si rendono conto che se chiami con spregio "individualismo"la libertà individuale e la ritieni comunque violabile in nome della collettività in ambito economico, poi non devi meravigliarti della messa in discussione della libertà di scelta del singolo nel privato, ad esempio nella salute e che Essi ti considerino solo una pecora del gregge. L'individuo è carne e sangue (e spirito), la collettività è astrazione. Ditemi, cari: avrebbero potuto i vostri odiati liberisti (questo è il termine giusto, per non cader in tentazione) arrivare ad abbeverarsi fino a San Pietro senza i volonterosi distruttori della società dall'interno, i piazzisti di diritti civili, le brigate fucsia, le erinni matriarcaliste, gli odiatori di sé e gli antirazzisti con l'obbligo dell'autorazzismo, tutti benedetti dal crisma dell'appartenenza a sinistra?

E' vero che una volta esistevano altre sinistre che non ci sono più e, occorre dirlo, non solo alcune di essere trovavano normale essere anticomuniste ma quelle comuniste erano perfino nazionaliste e non consideravano fascista il termine patria. La sinistra cattolica, il socialismo europeo, la socialdemocrazia. Perfino la Resistenza non è stata tutta comunista. 
Ma è stato tutto distrutto, tutto smantellato. Temo che siano stati loro ad aver dato un po' di benessere all'operaio e che quelli di oggi siano gli unici rimasti in fondo sempre monoliticamente coerenti con i loro principi di distruzione della società occidentale, per cui tacciarli di tradimento ha ben poco senso.

Non vi è più autocritica, si diceva, anche perché cosa vuoi ormai criticare, da sinistra? Se la linea comune è quella del globalismo, malattia neoplastica dell'internazionalismo, chi si proponesse con un'alternativa all'ortodossia del pentolone del solve et coagula della diversità omologata, bell'ossimoro diabolico, è tuttora talmente irrisorio ed ha la voce così fioca e ultrasonica che non la sentono nemmeno i cani.

Per tornare, in chiusura, all'articolo di Luigi e ringraziandolo nuovamente per avermi dato l'opportunità di leggerlo, posso essere d'accordo che in democrazia sia necessaria la presenza di una parte progressista da contrapporre a quella conservatrice ma non credo essa possa essere individuata nella sinistra massimalista superstite al 1989, vista la sua intelligenza con il nemico, e nemmeno in quella che continua a vivere in uno stato di guerra civile permanente e passa il tempo a negare la realtà e a riscrivere la storia in forma di favola per bambini tonti. Ci vorrebbe una sinistra che non fosse sinistra. Qualcosa di veramente nuovo e inedito, che chiudesse per sempre con gli errori e le complicità del passato. Un progressismo positivo, costruttivo, devoto ai diritti dell'Uomo più che ai diritti umani. Di uguaglianza di possibilità più che di uguaglianza nominale e quindi fasulla. E' una bella sfida che qualcuno dovrebbe prendersi la briga di pensare seriamente a realizzare. magari non per noi "reazionari" ma per chi si fa dei problemi a sembrarlo.

lunedì 7 gennaio 2019

In tempo di guerra


Mercoledì 9 gennaio, grazie all'invito dell'amico Antonello Zedda e sotto lo sguardo fiero e sornione di Boss, ho l'onore e il piacere di ritornare in diretta  dalle ore 21.00 su Meglio di niente Radio per una chiacchierata che spero solleciterà nuove riflessioni sul tempo che stiamo vivendo e su come affrontare le enormi sfide che ci sta proponendo, soprattutto a livello nazionale, questa guerra non dichiarata ma rumorosamente sottintesa nella quale ci ritroviamo tutti a combattere non per onore o gloria ma per la nostra mera sopravvivenza.

Per darvi un'idea di cosa stiamo vivendo. Ottant'anni fa c'era la guerra, si, devastante, terrificante per il prezzo di milioni di vite umane sterminate non solo in battaglia ma con la scusa della battaglia in corso, ma oggi non si tratta più di un puro conflitto tra nazioni, per la spartizione di risorse, comandato dai soliti potentati finanziari che tutto manovrano sulla scacchiera della storia per il puro gusto del potere alimentato dalla droga del denaro. No, oggi siamo nel mezzo di un attacco concentrico alla civiltà, a tutto ciò che siamo e che siamo diventati nei secoli. In uno di quei momenti di noia che probabilmente seguono alle quotidiane schermaglie tra potenti, tra una teoria strampalata e l'altra, è stato deciso di distruggere la nostra civiltà, di azzerarla per provare a farla ripartire da zero. Così, per gioco.

Il materialismo, in qualunque declinazione vogliamo vederlo, anche in quella apparentemente progressista, si è messo in testa di azzerare ciò che tutto sommato è servito ad inventarlo ed è avviato verso la realizzazione non della società ideale ma dell'anarchia totale, ovvero l'espressione tipica del Potere che sostanzialmente vuole solo fare ciò che vuole, come scriveva Pasolini. Se ogni tipo di sovranità: di popolo, personale, fisica, mentale è sotto attacco è perché si è deciso di dichiarare guerra non solo alla carne ma alla spiritualità, a ciò che è patrimonio di memoria, cultura e tradizione e che nessuna crisi economica, nessun piatto vuoto a pranzo e a cena dovrebbero mai mettere in secondo piano o sottovalutare, perché è da questi valori che nasce la vera volontà di ribellione e di opposizione a tutto ciò che identifichiamo come il male. Tutto ciò che subiamo oggi, e con noi milioni di persone in tutto l'Occidente, viene fatto in nome di un fantomatico cambiamento calato dall'alto che richiede di cancellare tutto ciò che  è stato conseguito fino ad oggi, per sostituirlo con qualcosa che non viene nemmeno nominato perché, francamente, è innominabile.
Eppure la salvezza sta proprio in quella spiritualità e in quel misterioso legame che in situazioni di pericolo lega i simili in un patto di reciproca solidarietà e che, in qualche modo, ha fatto si che non solo in Italia ma potremo dire in tutto quel mondo che viene messo in discussione, i popoli si stiano ribellando e rivoltando contro chi li vuole condurre al macello al suono del "è per il tuo bene".

Parleremo delle difficoltà che questa battaglia comporta, delle forze in campo (e anche dei suoi bluff) e di come reagire soprattutto all'arma più letale che possano scatenarci contro: la depressione che fa venir voglia di mollare tutto e chiudersi in sé stessi in attesa dell'inevitabile. La parola chiave è attesa. Trovare il senso dell'attesa nella certezza che, compreso il suo valore, essa ci condurrà alla vittoria.

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mercoledì 2 gennaio 2019

Il 2019 e tutti gli altri nove della nostra vita

Non sono una particolare appassionata di numerologia. Non lo sono per il fatto che il giocare con i numeri, volendo trovare in essi ad ogni costo particolari significati, è un esercizio rischioso come la tavoletta Ouija, in grado di dare la stura ad un inconscio che raramente si riesce a tenere a bada; tanto che si finisce per darli, i numeri.
In questi giorni però, ragionando sull'anno che stava per arrivare, il 2019, l'anno in cui si svolge "Blade Runner" ovvero l'ennesimo film futuribile che ormai è scaduto a film d'attualità, mi sono accorta che gli anni con il nove, ovvero ogni ultimo del decennio, nel secolo scorso hanno scandito eventi molto significativi e così mi è venuta voglia di elencarli, giusto per sapere quali anniversari potremo celebrare nel corso dell'annata. Un tipico esercizio per riempire il capodanno e farlo passare il più presto possibile. 

Ieri 1° gennaio sono stata afflitta da un mal di testa tremendo con nausea come non mi accadeva da anni e credo che, oltre ai postumi dei brindisi con vinacci vari mescolati e non agitati del trentun dicembre, sia stato il ventennale della nascita dell'euro a sconquassarmi le budella. Io sono una che somatizza molto, specie in occasione degli anniversari. Un mio professore diceva che era un fenomeno classico della psicosomatica e mi raccontava i casi sorprendenti di pazienti afflitti da mali inesplicabili, addirittura improvvise cecità, che si risolvevano appena costoro riuscivano a prendere coscienza del fatto che questi sintomi comparivano invariabilmente in occasione di date particolarmente significative per loro. Ad esempio ricorrenze di lutti e perdite che avevano subìto.

Il 1° gennaio del 1999, appunto, nasceva il mostriciattolo, il tessoro, l'irreversibile, che dal 2002, anno della sua entrata a gamba tesa nelle nostre vite, certifica senza pietà il nostro inesorabile declino economico. Per ironia della sorte nacque nell'anno in cui il Nobel per l'economia andò a Robert Mundell, il teorico dell'area valutaria ottimale, ovvero quella cosa che è stata scientificamente fatta mancare all'euro per renderlo apposta così letale. 

Il 1999 offrì altri spunti particolamente significativi per tutto ciò che avrebbe caratterizzato il nuovo millennio. In quell'anno uscirono due film, "Eyes Wide Shut", l'ultimo film di Stanley Kubrick e "La nona porta" di Roman Polanski che curiosamente si occupavano entrambi del medesimo soggetto oscuro: il satanismo praticato dalle élite. Un argomento divenuto oggi assai di moda. Fu l'anno anche di "Matrix"
Fu l'anno in cui si insediarono Ciampi alla presidenza della repubblica e Prodi alla Commissione europea, mentre D'Alema bombardava assieme alla NATO la Serbia. Atto assai imperialista che finora non pare essere mai stato rinnegato dalla cosiddetta sinistra di lotta e di governo maanche pacifista. Si vede che era qualcosa che s'aveva da fare. Per fortuna che Eltsin si levò di torno e lasciò spazio a Vladimir Putin. Altro ventennale.
Il presidente Clinton (il marito) firmò la legge che di fatto cancellava il Glass-Steagall Act, la regolamentazione sulla separazione tra attività bancaria commerciale e di investimento che risaliva agli anni '30. Legge che, negli intenti dei suoi estensori, avrebbe dovuto impedire la catastrofe di un nuovo '29 e la cui eliminazione non ha infatti evitato la grande crisi dei mutui subprime.
Eh già, perché quest'anno saranno anche i novant'anni dal crollo di Wall Street, la prima grande crisi finanziaria del Novecento, culminata con il "venerdì nero" del 1929

A dieci anni prima, al 1919, e qui siamo di centenario, data il famigerato Trattato di Versailles che tanti lutti avrebbe addotto all'Europa e che ispirò a J.M. Keynes "Le conseguenze economiche della pace". In quell'anno nacquero i partiti che avrebbero di lì a poco fatto la storia della restante parte del Novecento: Anton Drexler fondò in Germania il Partito del Lavoro (futuro partito nazionalsocialista), Don Sturzo fondò il Partito Popolare (futura DC), Lenin e Trotsky la Terza Internazionale e Benito Mussolini i Fasci di combattimento. Non male.

Inutile ricordare cosa accadde nel 1939, come conseguenza del 1919 e del 1929.

Per i settantenni da celebrare, nel 1949 l'Italia aderì alla NATO e il Trattato di Londra sancì la fondazione del Consiglio d'Europa. Intanto i sovietici facevano esplodere la loro prima bomba atomica. Ma non è finita. il 1° ottobre nasceva la Repubblica Popolare Cinese e si riuniva il parlamento del neonato stato di Israele. Nacque quella Germania doppia che piaceva tanto a Giulio. Furono infatti proclamate la Repubblica Federale e la Repubblica Democratica. Il venir meno di un famoso muro, e oggi non sappiamo più dire se fu più devastante il muro o il suo crollo, avvenne in un altro "9", nel 1989, anno in cui si celebra anche la nascita del web, la nostra catena quotidiana.

Nel 1959 la rivoluzione di Fidel a Cuba porta il socialismo nei Caraibi e un costante e fastidioso prurito alle parti basse d'America.

Altre ricorrenze europee sono scandite dal numero nove. Nel 1979 nacque il papà di Euro, quindi quest'anno si celebreranno i quarant'anni dello SME e nel 2009 entrò in vigore il Trattato di Lisbona. Un decennale niente male. Che il 2019 ci porti degli altri eventi significativi? Chissà.

E il cinquantenario, che fa sempre la sua porca figura celebrarlo? Il sessantanove, numero interessante sotto molti aspetti soprattutto mondani, nel senso di 1969 sarà celebrato come l'anno in cui furono alimentati sogni ed illusioni di gloria e di viaggi (in tutti i sensi) come mai prima nella storia, per poi infrangerli con quelli che potrebbero essere considerati i primi esempi della dottrina dello shock. Da Cape Canaveral a Piazza Fontana.
Dal mito (e/o illusione?) del "man on the moon" e dai viaggi interstellari mescalinici a Woodstock fino al bad trip in cima a Cielo Drive con le satanasse di Charlie Manson a compiere sacrifici umani su Sharon Tate (moglie di Polanski) e i suoi ospiti, in nome dell'Helter Skelter, l'imminente guerra razziale che avrebbe portato i neri al potere. Un orrore ormai divenuto pane quotidiano della cronaca e proclami allora considerati giustamente i deliri di un folle con la svastica tatuata in fronte ma che oggi potrebbero passare tranquillamente per i contenuti di qualche documento dell'ONU. 

Cinquant'anni dall'estate della Luna. Ho già ricordato che fui tirata giù dal letto da mamma: "Vieni a vedere l'astronauta sulla Luna!" Ma a me, impastata di sonno, quell'omino nella TV in bianco e nero, che sembrava far finta di saltellare sulla scaletta, non diceva assolutamente nulla, tantomeno quel "ha toccato!!" quasi orgasmico di Tito Stagno. I bambini non li freghi e noi eravamo ancora bambini ingenui. Fu dopo, con i servizi fotografici a colori pubblicati su "Epoca" e una notevole fascinazione per gli astronauti che mi feci prendere. Tanto che avrei tenuto per anni appesa in camera la foto di Buzz Aldrin immortalato da Armstrong. Però quella mattina no, non mi impressionai e forse pensai che sembravano proprio in studio. In effetti la Luna ce la immaginavamo tutti diversa, diciamo la verità. Non così polverosa e tristarella come la spiaggia di Casalborsetti.

Un mese dopo ci fu il raduno di Woodstock, 500.000 persone ad assistere, strafatte, a musicisti anch'essi strafatti che però ci lasciarono delle performance memorabili e all'avanguardia che ormai sono diventate musica classica. Altra illusione, altro prestigio. Sesso, droga e rock & roll. I figli dei fiori che di lì a poco sarebbero diventati i fiori del male. 
E' un cinquantenario da celebrare, quindi? L'unica cosa certa è che, tra la Luna e Woodstock, almeno una delle due cose è avvenuta davvero. Jimi Hendrix ha davvero camminato sulla Luna.

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