venerdì 15 marzo 2019

Maria piena di Grazia e le serpente


E' sempre più vero che, grazie al trascorrere del tempo, ogni mistero procede, attraverso vere e proprie trasmutazioni di stato e di senso, al proprio finale disvelamento.
Oramai si ha sempre più speranza di giungere a comprendere cose che una volta parevano incomprensibili non solo alla mente razionale ma a quella più nascosta che, volendo, si potrebbe chiamare anche anima.
Sta diventando tutto così chiaro. Complice il Kali Yuga nel quale siamo immersi che, volenti o nolenti, rende il cervello fino, il disegno sullo sfondo sta iniziando ad esplodere di mille colori e riusciamo perfino a mantenere gli occhi sempre più aperti nonostante i mille tentativi di accecamento che subiamo quotidianamente.

Premetto che queste mie riflessioni a seguire non intendono sconfinare nel discorso teologico ( "Domine non sum digna"), provenendo per giunta da un'agnostica che non osa più pronunciare certezze in campo metafisico e che della trascendenza ha sempre più rispetto, avendo avuto sentore, per vie traverse, formative ed esperienziali, di profonde e misteriose vie che potrebbero condurre al somewhere else.

L'attualità che mi fornisce lo spunto è l'articolo di due femministe cattoliche, Anne Soupa e Christine Pedrotti, pubblicato su "Le Monde". Ne ho trovato una versione integrale in portoghese.  Il titolo è "Chiediamo la decanonizzazione di Giovanni Paolo II".
Così, in scioltezza, con quella sfrontatezza che ha il sentore inconfondibile del fiammifero appena sfregato, si chiede di revocare la santità a un pontefice che, nel bene e nel male, ha segnato un'epoca e, alla luce dell'odierna sconcertante passività della gerarchia di fronte all'Eresia e con il senno di poi, è stato indubbiamente l'ultimo (perdonate l'ardire) Papa con le palle del Cattolicesimo.
Per quale motivo Papa Wojtyla non dovrebbe essere più santo, ammesso e non concesso che le patenti di santità sono un fatto politico più che religioso? Prima vi esporrò le motivazioni delle due signore (e quindi di chi le ispira) e poi vi dirò, in umiltà, le mie.

Le signore sostengono che identificare la Chiesa con la Donna significa condannare la donna ad un ruolo limitato al matrimonio, alla procreazione o al servizio di Dio nella Chiesa stessa. La donna non può essere solo moglie e madre. E Karol che colpa avrebbe? Quella di aver enfatizzato questa identificazione, parlando contro la contraccezione e consacrando il proprio pontificato a Maria, "figura di silenzio ed obbedienza".

Credo che la tesi piccolofemminista di Soupa e Pedrotti possa essere riassunta in queste quattro righe. Tutto qui? No di certo. Per corroborare la loro teologia zuccherofilata esse lanciano lo spin-off #MeToo delle molestie alle religiose (sempre in senso uomo verso donna, s'intende, mica parleranno delle molestie delle monache alle ragazzine) e sfruttano per l'ennesima volta la denuncia della piaga della pedofilia nella Chiesa che, lasciatevelo dire da una che conosce l'argomento, sta diventando l'ultimo rifugio delle canaglie eretiche.
Non è tanto sconvolgente ritrovare il solito leit motiv inconfondibile scandito dall'ostinato "diabolus in musica" del femminismo rivendicatorio di una intoccabilità selettiva (se sei bianco, cattolico, occidentale, noli me tangere, se sei tutto il resto ti offro queste vergini e questi bimbi miei in sacrificio).  Sconvolgente è sentir ridurre Maria, la rosa in che 'l verbo divino / carne si fece, a una donnetta al pari di queste due carampane e della loro sterile ira funesta.
La sacralità della figura della Madre di Dio ma anche di figure gigantesche come Caterina da Siena, compresse in una scenetta da colazione nel Mulino Bianco: mamma, babbo, bimbo, bimba, cane, gatto e tutto il mondo fuori. Il ruolo materno concepito solo come espressione dell'odiato mondo borghese che ormai si è interiorizzato come psicoma; il senso del femminino incistato nello stereotipo che si è state addestrate a demolire fin da piccole. E' il piccolofemminismo, l'idea che il massimo della punizione debba essere fare la fine delle proprie domestiche.
La tendenza culturale maligna che, partendo dall'uccisione sessantottina del padre, finisce con l'assassinio della madre (e del figlio) ed è ben rappresentata da quelle figurette inquietanti ed ossessive come la mostricciattola che in questi giorni ci compare a tradimento anche in fondo al corridoio: "Vieni a scioperare con me?"

Se il ruolo della donna non è quello di madre (il significato della maternità che va ben oltre quello di generare e partorire un figlio), quale dovrebbe essere, di grazia? Scrivere fregnacce parateologiche sentendosi delle Caterine non essendo degne nemmeno di portarle le pantofole, mirando con la fionda alle statue dei santi, sperando di épater les bourgeois? Guardate ragazze che, nell'inchinarvi a Mammona, non vi si vede solo la sottoveste rossa ma anche la coda biforcuta.

Ormai non mi stupisco più di niente perché so che l'attacco è frontale e decisivo. Era scritto anche che dovessi rivalutare il Papa polacco.
Ai tempi del pontificato di Papa Wojtyla mi ero sempre chiesta, pur sempre da ancor più agnostica qual ero, che senso avesse il suo continuo riferirsi a Maria. Confesso che questa ostinazione a voler sempre mettere prima la madre rispetto al Figlio mi pareva irrispettosa e fastidiosa, oltre che espressione di una possibile "fissazione materna" di tipo psicoanalitico.

Ora, per tornare ai misteri che si disvelano, a mio modo di vedere il senso di quella invocazione alla protezione materna diventa chiarissimo. Perfino quel dover "consacrare il mondo alla Madre", che allora pareva il delirio dell'oscurantismo cattolico più reazionario, assume un valore storico.
La via misteriosa è forse quella per la quale si suggerisce l'esistenza di Dio fornendo le prove dell'esistenza del Male?
L'attacco alla Madre, come quello al Padre, è rivolto alle figure che ci proteggono. Chi sostiene di difendere i poveri bimbi e le donne dagli abusi (ricordate sempre l'inversione del senso) vuole in realtà privarli di una protezione ancora più "alta". 
Perché colpire le figure religiose in tempi di disperazione? Perché la religione può essere un sollievo, per chi riesce ad aver fede. Ogni attacco al trascendente, alla possibilità dell'esistenza di un altrove, ogni riduzione dell'esperienza alla fredda materialità ed alla ineluttabilità di un nulla dopo il niente, non è altro che l'ennesima enunciazione del "non vi è alternativa". Ci vorrebbero soli, disperati, di fronte al muro nero. Dannati. E per farlo pensano che sia ancora una volta suadente la voce del serpente. O delle serpente.
E se vi dico che non ci riusciranno?



mercoledì 6 marzo 2019

Eh, ma Faye è di destra!

courtesy @boschbot 

"Sotto l'aeroporto di Francoforte, sepolto nello spessore del cemento, da qualche parte tra il parking e il business center sotterraneo, è stato costruito un night club. Sotto l'aeroporto di Johannesburg, c'è un night esattamente uguale. A Oslo, ancora lo stesso. Idem a Tokyo e a Chicago. Ben presto, a Nairobi, Atene, Roma, Rio de Janeiro... In questo stesso night club, si sente ovunque la stessa musica, suonata sugli stessi giradischi, scientificamente selezionata dagli stessi music marketers. Risaliamo in superficie: nelle grandi città mondiali e progressivamente nelle province e campagne attigue, il paesaggio si trasforma. Il viaggiatore planetario è sempre meno spaesato: ritrova dappertutto gli stessi blocchi di vetro e di acciaio. La gente è vestita con gli stessi jeans, con gli stessi anorak. Le stesse auto solcano le stesse strade costellate dagli stessi shopping centers, in cui si trovano approssimativamente gli stessi prodotti.
Nelle cellule abitative individuali, siete accolti dalla televisione. Evidentemente le trasmissioni in certa misura cambiano, di città mondiale in città mondiale. Ma presto il programma «Time-Life», diffuso tramite satelliti geostazionari, unificherà tutto ciò. Seduto davanti al video qualcuno legge un giornale. No, in realtà non legge. Si limita a guardare le figure di un fumetto. È Mickey Mouse. Egli chiude la rivista, vi guarda: è giapponese, norvegese, italiano o francese. Non ha importanza. Vi spiega, con voce mielata, in basic english, con un accento senza provenienza, che è di nazionalità occidentale e che ricerca la felicità. Ha due figli, un maschio e una femmina. Questi, da parte loro, hanno l'aria di annoiarsi terribilmente. La ragazza canticchia slogan pubblicitari. Il figlio, un po' inebetito, tamburella su di un football elettronico.
Uscite dalla cellula; attraversate il praticello (ne avete visto uno identico, ieri, attorno alla stessa abitazione, a diecimila chilometri da qui). Salite nella Toyota che avete preso in affitto (ieri ne avevate una uguale). Accendete la radio: trasmette musica. La stessa del night-club. La vostra memoria, macchina meravigliosa, ha adesso rammentato ogni nota. La musica s'interrompe: slogan pubblicitario. Toh, è lo stesso di poc'anzi; ma è anche lo stesso dell'altro ieri, quando, in un "Holiday Inn", avevate acceso la televisione di camera vostra. Ma, di fatto, cosa dice la réclame? Si tratta di un libro. Il titolo vi ricorda qualcosa: una storia d'amore che si svolge durante una catastrofe. Riflettete, pochi secondi al massimo; ma i vostri neuroni non hanno bisogno di funzionare, giacché siete proprio appena passati davanti ad un cinema, la cui insegna reca esattamente lo stesso titolo del libro. Ci siamo: le immagini delle locandine hanno stimolato il vostro cervello: questo film l'avete visto, quattro giorni fa, molto lontano da qui, a ... per farla breve, in un'altra città, in un altro paese, il che non ha dopotutto molta importanza. Ma di che cosa parlava il film? E stupido non ricordarsene: vi torna ora in mente che l'avete visto una seconda volta sull'aereo che vi ha portato qui. Poco importa: era un film americano che raccontava grosso modo una storia d'amore e di catastrofe, esattamente ciò che ha detto la pubblicità.
D'altronde, la musica della pubblicità — questo ve lo ricordate —è la stessa che ritmava il film, evidentemente, la stessa della discoteca, l'altra sera a ..., poco importa. Istruttivo, questo giro del mondo che vi ha pagato la vostra società, la X.X.X. & Co., per visitare i suoi clienti sparsi per il mondo.
Potreste risvegliarvi; tutto questo potrebbe essere un incubo; ma ha già smesso di essere un sogno. In Africa le ultime comunità tribali sono in via di estinzione. In America latina, nelle favelas prodotte dall'ordine mercantilistico occidentale, i giovani dimenticano a tutta velocità la cultura ancestrale. Nelle campagne europee, le balere assomigliano sempre più ai locali della Rive Gauche. Ma voi non siete reazionari. Le contadinelle infiocchettate e le rudi parlate locali non sono eterne. Bisogna stare dalla parte del mondo moderno. Ma quale mondo moderno? Dov'è finita la modernità? I sogni futuristi sono svaniti. La televisione, la sicurezza sociale, i diritti dell'uomo, l'imbottigliamento sulla deviazione A86, le false travi in formica, il mini-stereo a credito, è dunque questo il mondo moderno? Abbiamo smesso di voler andare sulla luna. Se avete la fortuna di non essere disoccupato, tutto attorno a voi trasuda comfort. Il comfort... è confortevole evidentemente, ma non è esaltante. Questo mondo moderno, non lo trovate un po' noioso? Ma per distrarvi c'è sempre il cinema e la televisione. Qui, diventa appassionante il mondo moderno. La tecnica dà tutta la misura di sé; partiamo all'avventura nei pianeti con gli incrociatori dello spazio. Ma sapete bene che tutto ciò non esiste, che tutto ciò non è che un simulacro. Sì, è proprio così, voi vivete nel simulacro. Simulacro della felicità, dell'avventura, dell'amore, della violenza, della religione.
Una cosa almeno è rassicurante: avete la vostra personalità, un po' narcisistica forse, ma se la depressione nervosa è in agguato, uno psichiatra vi aiuterà a riscoprire il vostro io. Se il vostro alloggio e il vostro abbigliamento assomigliano a quelli del vicino, il vostro spirito almeno, quanto ad esso, non assomiglia a quello di nessun altro. E poi siete rispettati. Siete liberi. Il vostro vicino lo è altrettanto, del resto. Il suo io è «rispettato», come i milioni di piccoli «io» di tutti gli Occidentali, vostri vicini e fratelli, che non hanno beninteso niente a che vedere col vostro.
Certo, avete gli stessi gusti musicali dai vicini: comprate tutti le stesse musicassette. Certo, temono tutti, come voi, l'esaurimento nervoso... o il cancro. Si appassionano tutti, come voi, alle venti e trenta, allo stesso sceneggiato. Ma il senso che voi date alla vostra esistenza non è, esso, profondamente originale? Originale?" (fonte)

Mi scuso per la lunghissima citazione ma era necessaria. Vengo subito al dunque. Secondo voi quando è stato scritto questo testo? Non ho voglia di lanciare indovinelli e quindi svelerò immediatamente l'arcano. Questo brano, prologo de "Le système à tuer les peuples" di Guillaume Faye, ed. Copernic, Paris,  fu pubblicato per la prima volta nel 1981. Quanto fa, trentotto anni, giusto?
Incredibile! Profetico!  No, ragazzi. Di esempi così ce ne sono scaffali pieni, nelle librerie dei libri nascosti, quelli che ti tocca per forza comperare sull'Amazonbrutto perché l'egemonia culturale, secondo la quale se qualcuno dice una cosa giusta, prima di condividerla bisogna verificare con la prova del DNA che l'autore sia dei nostri, preferisce che tu legga o niente o le tonnellate di letteratura che pure gli ombrelloni oramai schifano e l'inutile distesa di autobiografie di VIP scritti dai "negri" (ghostwriters, se siete buonaioli e timorati del dio PolCor) e saggi di cosiddetta attualità firmati dai gerarchi del regime o dai pennivendoli da salotto. 

Mi ero per altro già occupata di Faye in questo post dove presentavo un suo scritto sull'imperativo del métissage, come dice Sarkozy, e in questo "Il sistema per uccidere i popoli" (ed. italiana AGA) viene confermata la sua capacità di leggere nei primissimi anni ottanta il futuro del nuovo millennio nei segnali da esso disseminati nel presente d'allora. 
Preveggenza? No, semplice consapevolezza che, al contrario di quel che credono da sempre i progressisti,  il progresso non  è necessariamente positivo e può perfino divenire catastrofico. 
C'è da capire come mai questa deriva catastrofica sia stata negletta dalla cultura dominante progressista accecata dal sol rotante dell'avvenire e intossicata dall'oppio del Potere, altro che oppio dei popoli.

A parte Pasolini e la sua ancor precedente intuizione concettuale sull'omologazione, non mi risulta che la preoccupazione per un futuro di homunculus regrediti alla primitività consumistica ed alienata in nome dell'uguaglianza di sostanza e non di opportunità e comprata con la moneta del diritto cosmetico di cartapesta, fosse negli anni 80 molto diffusa nella curva dove sedevamo noi tifosi partegiustisti. I piddini di allora, insomma, e Dio solo sa quanto mi costi dirlo. 
Basti pensare a cosa facevamo noi in quegli anni ottanta mentre altri stavano già capendo dove sarebbe andato a rotolare il mondo, ossia al frontale contro sé stesso in fondo alla pista ben oliata dal laissez faire culturale, utile paravento di quello economico. 
Certi che la nostra squadra del cuore non ci avrebbe mai delusi compravamo e leggevamo La Repubblica, l'Espresso, Cuore, il Manifesto, assorbendo come spugne il Verbo che già allora propagandava il meraviglioso mondo delle Amélie multiculturali (in realtà monoculturali, one size fits all). Ci preparavamo come buoni soldatini a combattere il reaganismo e l'imperialismo americano, sempre pronti a piagnucolare sul più subdolo inno pacifista di tutti i tempi, quella "Imagine" di John Lennon,  che recitava: " Spero che un giorno vi unirete a noi ed il mondo sarà come un’unica entità." L'esattore inviato a riscuotere di fronte al Dakota Building avrebbe dovuto in seguito insospettirci.
Di lì a poco il berlusconismo, creato in funzione dell'antiberlusconismo,  ci avrebbe tenuti ben ben distanti dal vero terreno di gioco, quello dove si preparava, passo dopo passo, la demolizione controllata dell'Italia nel quadro della liquidazione dell'intero mondo, a cura della Premiata Ditta Utili Idioti. 
Ma quanto siamo stati coglioni a non aver mai avuto un dubbio fino a quando il mondo non ha cominciato a scricchiolare e ad aprircisi sotto i piedi? Anche l'hamburger dallo stesso identico sapore a Monaco come a Singapore avrebbe dovuto configurarsi come sintomo patognomonico. Invece niente. Mettere il discussione John Lennon sarebbe stato impensabile.
E nemmeno adesso, in mezzo alle macerie fumanti, loro, nemmeno con mezzo occhio ormai aperto, si ricredono. Mi par di vederli, con quel loro trasalir pallido e assorto, e di sentirli, in un ultimo spasimo: "Eh, ma Faye è di destra."


sabato 2 marzo 2019

Lili Moplen™




Che dici, guardiamo Bagnai dalla Gruber stasera? La prova è dura, sul mio televisore la ricerca del canale de La7 è ormai da considerarsi impresa assai più mitologica di quella compiuta ieri dalla mia dentista per trovarmi il terzo canale nel secondo molare superiore, ma proviamo. Meglio una leggera sedazione preventiva, perché soffrire inutilmente? Mica dobbiamo fare gli eroi. 
In effetti ci voleva, perché la prima trapanata colpisce direttamente il nervo: 

"Lei è il Roberto Burioni della politica".

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Parliamone. Spieghiamo un attimo il parterre di ieri sera e riveliamo l'identità dell'estensora della sorprendente similitudine. Dunque, il senatore Bagnai è economista, quindi uno si aspetterebbe che andassero a prendere, per tenergli testa, un economista espiatorio giannino o boccolocrinito femmina; una vergine intonsa, sempre tra gli economisti, anche se sono introvabili, oppure un banale armento da sacrificargli. Marattin aveva già dato con i poveri definiti "stock" e quindi era troppo stanco per una prova del genere. Meglio qualcosa di più subdolo: una giornalista della rivista scientifica "Oggi". E, naturalmente, evitiamo accuratamente di fargli domande sulle quali potrebbe farvi male, per esempio di economia.
Quindi citiamogli a freddo Burioni. Chissà se sapevano che i due sono nati lo stesso giorno, mese ed anno? Giurerei che hanno dato tre euro al ragazzo-spazzola in redazione affinché cercasse su Wikipedia o su Astra la ferale coincidenza.
Perché, essi pensavano, se lo provochiamo subito accostandolo ad un nemico perderà l'aplomb e lo attireremo nel centro dell'arena per poi finirlo con calma. Eh no, care Erinni. Bagnai ormai è più Zen di un samurai. E, come il miglior Toshiro Mifune, vi taglia trasversalmente con la katana talmente velocemente che, fino a che le due metà non si separano scivolando l'una sull'altra, non ve ne accorgete e magari riuscite ancora a fare due passi. 
Difatti si è visto che la domina, trovatasi con l'incanto Burionus inefficace è entrata in affanno:




Proviamo allora con l'incanto Nordesticus (il titolo del programma è "Salvini, se il Nord si arrabbia"):

"Il Nord è scontento, sa?"
Risposta:


Si ignora il motivo per il quale si è deciso infine, per la serie: non contenti di stare sulla Beresina, apriamo un secondo fronte, di chiedere al senatore Bagnai, economista e membro della commissione finanze, un parere sulla possibile riapertura delle case chiuse. 
Forse, abituati ai botoli caciaristi da salotto, si sarebbero aspettati la battutaccia sull'ansia da concorrenza di una certa classe giornalistica, ma il nostro ha risposto, schivando l'ennesima bacchetta magica spuntata, con un impeccabile: "Apriamo il dibattito. In Europa si fa" (cito a memoria). La mente vola ad Amsterdam, a St. Pauli - Amburgo ma anche, vista l'aria da smobilitazione pre Bunker, a Lili Marlen.

Da lì in avanti, ciò che io ho ribattezzato #canottoemezzo è stato un evento dalle connotazioni mistico-alchemiche. Lili Moplen™ ha perso ogni speranza di riacciuffare la puntata, nonostante i pezzi da novanta di Oggi e del Fuffington, definitivamente percossi e attoniti. Così, il lavoro di un chirurgo chiaramente traumatizzato da piccolo dalla visione dei cartoni dei Thunderbirds ha acquisito mobilità e l'espressione della sconfitta ha superato l'immota essenza lapidaria del botulino. Tra i meriti di Bagnai aggiungeremo anche quello di aver smentito dal vivo la leggenda dell'indistruttibilità della plastica. Grazie.

Dopo la trasmissione stava per andare in onda "Propaganda Live". Giusto precisare, perché la Gruber invece è registrata. Ospite Saviano. Eh, no. Qui giunse, pietoso, lo zapping.

A corollario, visto il recupero dalla memoria a lungo termine, per associazione e assonanza, di questo nome forse sconosciuto ai più giovani, traggo da Wikipedia questa illuminante storia del Moplen™, come metafora nazionale del giorno.

"Moplen è stato il marchio registrato di una nota materia plastica, il polipropilene isotattico (indicato chimicamente con la sigla PP-H), ottenuta tramite reazione di polimerizzazione a partire dal propilene. Tale materiale è da considerarsi profondamente innovativo perché, sia per le sue caratteristiche di resistenza meccanica, sia per l'economicità di lavorazione, ha rivoluzionato l'industria dei materiali termoplastici.
Il Moplen è, ancora oggi, una delle materie termoplastiche più utilizzate nell'industria, trovando largo impiego nell'ambito idrosanitario come tubi di scarico e sifoni, e uso casalingo come vasche, secchi, ecc. Il polipropilene isotattico fu inventato negli anni cinquanta dal chimico imperiese Giulio Natta. L'invenzione gli valse il Premio Nobel per la chimica del 1963.
Il Moplen era prodotto dalla Polymer e dalla Montesud (controllate della Montecatini, poi Montedison). Lo stabilimento di Terni dove si produceva il polipropilene era gestito dalla controllata Polymer, mentre quello di Brindisi era invece gestito dalla controllata Montesud. Nel 1971, la Polymer si fuse poi per incorporazione nella Montefibre, ma il settore fibre Merak e Neofil fu separato da quello della plastica, che si sviluppò soprattutto per le pellicole trasparenti Moplefan usate nel confezionamento dei prodotti alimentari.[2]
Dopo complesse vicende societarie, il settore è passato alla Basell, formata da BASF e Shell."  (fonte Wikipedia)


domenica 24 febbraio 2019

La crociata dei gretini




Qualche sparuto cinefilo hard tra di voi ricorderà il titolo di un classico del cinema italiano del 1943, anticipatore del neorealismo, un film di De Sica (tranquilli, il padre) intitolato "I bambini ci guardano". La tragica storia del bambino Pricò alle prese con la catastrofica dissolution della sua famiglia, innescata tipo reazione a catena dalla fuga di casa della madre con l'amante, per finire con il conseguente suicidio del padre. Un argomento che oggi verrebbe considerato feffifta per l'implicazione che le donne inquantodonne e tangenzialmente madri non possono fare ciò che vogliono e quindi mostrare  che possano causare sofferenza agli altri membri della famiglia con il loro comportamento libertino non è politicamente corretto. 

Peccato che non solo il comportamento abbandonico ma quello eccessivamente protettivo, indifferente o manipolatorio, seduttivo o ispirato ad un'educazione laissez-faire o totalitaria dei genitori causi effettivamente danni emotivi e materiali inenarrabili alla prole. Possiamo concedere che la maggior parte delle volte essi non lo facciano consapevolmente (genitori non si nasce) ma a volte non riescono proprio a smettere di farlo. Oggi purtroppo, visto che i genitori ancor più che in passato possono fare ciò che vogliono dei figli (il paradosso della pedagogia nera solo tinteggiata di rosso, come le rose della Regina cattiva di Alice) ecco che vediamo il tripudio dei bambini attori, modelli, troietti, testimonial, addirittura drag-queen e transgender e ora l'ultimo orrore: attivisti per il clima, saputelli da convegno, perfette bambole parlanti con lo sportellino nella schiena che gracchiano a comando.

I bambini ci guardano? Appunto, guardate come ci guata torva questa Greta Thunberg, la nuova testimonial della follia globalista, appena gemmata spontaneamente nelle piantagioni di segale cornuta di Bruxelles e lanciata sul mercato sottostante grazie ad una serie di comparsate nelle migliori logge dell'europeismo alcolico. 
Invece di attivare il Telefono Azzurro vedendo certi baciamano, scrivono le paginate sulle gazzette ladre e lanciano tweet adoranti sull'eroina tagliata male dallo sguardo da wannabe serial killer, la piccola Cianciulli pronta a saponificare senza pietà chi oserà scorreggiare nel suo ambiente intonso da gas di scarico.


La piccola apprendista sorella di Chucky (pare che abbia incredibilmente sedici anni ma dimostrandone quarantasette) purtroppo non tace pitagoricamente, no; parla, comanda, s'incazza, avoja!

Per dire come sono cambiati i tempi. Come tutto cominciò. Pare che un giorno andasse da sua madre (casualmente una cantante svedese migrantofila, attivista desinistra e tutto ciò che percola ormai incessantemente da quel paese in avanzato stato di putrefazione) e le disse: "Genitora 1, oggi a scuola ennecivvù, non ci vado, perché ho deciso di scioperare per l'ambiente". Ai miei, di tempi, avrei rimediato la classica rullata di cartoni e, come me, qualunque altro ragazzino che si fosse inventato una scusa altrettanto magra, quella dello "sciopero della scuola". 
Ai loro tempi, no. Nonostante la ragazzina le desse delle ambasce in quanto diagnosticata come Asperger (suvvia madame, ai nostri tempi eravamo semplicemente chiusi, musoni, testoni ma altrettanto Asperger e forse ancor di più) madre Malena Ernman intuì che con quella specie di Mercoledì avrebbe potuto far diventare famosa la sua famiglia Addams e far parlare di sé al di fuori delle gare canore dell'Eurovisione, oramai ricettacolo di fenomeni da baraccone dai tempi della cantante barbuta. 

Ragazzi, sarà cattiveria ma una personaggetta così, che sembra uscita non solo dagli Addams ma dal "Villaggio del dannati", altro cult movie su bambini inquietanti, te la tira proprio fuori senza sforzo. E non la menate con Asperger e poverina non si possono toccare i diversi perché, ripeto, chi scrive fa parte di una generazione che allora si sarebbe beccata la diagnosi in massa e in più, fatevi servire da me, quegli stronzi hanno ingaggiato la Asperger proprio per impedirne la critica e la critica delle istruzioni in linguaggio macchina che ha ricevuto e che deve divulgare.

E' un caso infine che questa ragazzina sia solo inquietante come le atlete dei paesi dell'Est dallo sviluppo fermato in un'eterna adolescenza asessuata e non ispiri quella simpatia che i bambini veramente spontanei creano all'istante in chi li osserva?

I bambini ci guardano ma anche noi guardiamo i bambini e questa non è una bambina, è una povera pedina mandata al fronte assieme agli altri Kindersoldaten da un regime agli sgoccioli di percolato. 
Si faccia spiegare dai suoi superiori corteggiatori, se è tanto genia, se per caso non hanno niente a che fare con il cambiamento climatico che lei deve combattere. Ne approfitti di chiederlo all'entrata nella prossima segreta stanza.

giovedì 14 febbraio 2019

#lorizzontedeglieventi live - Verso una nuova guerra di religione?


Ringrazio Meglio Di Niente Radio che ospita la versione live del mio blog. Interviste in diretta con persone che ammiro, che dicono cose interessanti e con le quali mi piace parlare.
In onda sul canale YouTube della webradio ogni martedì alle ore 21.00.

Il primo appuntamento è stato con Roberto Buffagni: scrittore, autore teatrale, traduttore, animatore ed autore de "L'Italia nel mondo", spesso anche graditissimo commentatore di questo blog. 

Prossimo ospite: Francesca Totolo che presenterà il suo libro "Inferno: viaggio tra i protagonisti del business dell'accoglienza". 

Seguitemi, iscrivendovi al canale e lasciando i vostri commenti, like e domande. 

domenica 10 febbraio 2019

Purghe e rivoluzioni culturali


Post ad uso comunicazione di servizio. La purga è quasi completata e questo blog da oggi non sarà più lo stesso. I pezzi che scrissi in passato e che oggi non riconosco più come coerenti con il mio pensiero attuale, risultato di una maturazione che devo in gran parte all'età (sia benedetta) e alle cose terribili che a volte devono accadere perché si aprano finalmente gli occhi sul mondo, sono stati epurati. Bye bye, baby. Un click e via, i bit svaporano, il binario è morto. Il blog sforbiciato e dimezzato è realtà.
Che sollievo! Cancellare i propri scritti se ti accorgi che molti di essi in fondo non valgono un cavolo e non reggono il passare del tempo è terapeutico, lo consiglio a chiunque si diletti di scrittura. Alla fine ti rendi conto che, su cento scritti, quelli veramente validi che ti restano in mano sono meno di una decina. Magari serviranno per quel famoso libro, se mai ti offriranno l'opportunità di pubblicarlo.

Una volta non avrei mai avuto il coraggio di premere il grilletto della 44 magnum su una povera papera, avrei considerato ogni parola digitata sulla tastiera come prezioso nettare sgorgato dalle mie cervella e non avrei mai accettato di perderla, nemmeno per sbaglio, ne avrei fatto una tragedia. Oggi non me ne frega più niente. 

C'è un bellissimo racconto breve di Stephen King su un tizio che si accorge che premendo ctrl-alt-canc può uccidere qualcuno a distanza. 
Io allo stesso modo ho terminato quella me stessa che avrei tanto preso volentieri a ceffoni, leggendola in questi giorni, ripassando i suoi scritti per la fatal selezione, non senza a tratti vergogna ed autocommiserazione, considerandola una povera cretina, una demente che si era fatta infinocchiare come un'oca (altro che anatra) fino alle soglie del cinquantennio. 
Quella me stessa che oggi non esiste più e quindi è giusto che vada a riposo; ho lasciato solo alcuni post del 2011 come monito per le future generazioni e a testimonianza del fatto che da certe malattie ideologiche si può guarire (e che serva d'esempio agli altri) e di essa rimane a malincuore quel soprannome di "anatra zoppa" che mi porto dietro solo perché tanti mi conoscono e riconoscono per Lameduck. Da oggi però voglio essere soprattutto Barbara Tampieri e proseguire su questa nuova strada. 

La rivoluzione nel blog nasce anche da una precisa esigenza di correttezza. Constatato che un numero incredibile di persone mi segue sui social e addirittura mi ritiene responsabile della propria raggiunta consapevolezza su determinati argomenti, cosa che tuttora stento a considerare possibile ma che mi è stata ripetuta innumerevoli volte all'ultimo Goofy, ritengo mio dovere puntare solo sulla qualità, compreso l'uso del bel tacer che non fu mai scritto. Se non ho scritto molto ultimamente infatti è perché ho ritenuto di dovermi esprimere soprattutto attraverso il silenzio. Silenzio assenso e silenzio di carità di patria. Silenzio assenzio per dimenticare, silenzio di tomba per non infierire. 

C'è anche un'altra novità in pentola. Degli amici mi hanno coinvolto in questa nuova avventura mediatica in video. Grazie a Radio Meglio Di Niente avrò un mio spazio in diretta web su YouTube il martedì sera alle 21.00. "L'orizzonte degli eventi" avrà quindi una nuova dimensione parallela dove incontrerò personaggi che mi ispirano ed amici talentuosi, per parlare assieme di argomenti che ci sembreranno interessanti. Se vi va, seguitemi. Si comincia martedì 12 con ospite Roberto Buffagni.


lunedì 28 gennaio 2019

Hitlery's baby


"La follia di domani non si trova a Mosca ma più a Manhattan - e gran parte di ciò che era a Broadway è già a Piccadilly." 
G.K. Chesterton

Questa specie di ago ipodermico illuminato del colore più falso del mondo (notare di seguito la cravatta in tinta del governatore Cuomo), si trova sopra il One World Trade Center e, seguendo la moda stucchevole di illuminare i palazzi ogniqualvolta viene incisa una tacca sulla carlinga dell'Enola Gay incaricato di nuclearizzare i nostri punti di riferimento, esso festeggia l'approvazione a New York del Reproductive Health Act, un aggiornamento della preesistente legge di regolamentazione dell'interruzione della gravidanza che permetteva di abortire dopo le 24 settimane solo nel caso in cui la vita della donna fosse stata in pericolo. 

Da oggi si può abortire ogniqualvolta la vita o la salute (fisica e mentale) della donna sia messa a repentaglio dal prosieguo della gravidanza, in qualsiasi momento della gestazione essa si trovi. Quindi, anche al nono mese. Saranno i medici a decidere se sussistano i requisiti per l'aborto dopo le 24 settimane. E, dicono per facilitare le donne che vivono in contesti rurali isolati dove reperire un medico potrebbe essere difficile, l'aborto potrà essere effettuato anche da infermiere e ostetriche e poi, chissà anche da chiunque possa essere definito praticante. Soprattutto, nessuno di coloro che praticherà l'aborto anche dopo la 24esima settimana potrà essere incriminato di omicidio, come poteva avvenire prima di questa legge.

Non è chiaro se la nuova legge newyorchese supererà il bando attualmente vigente in USA sulle tecniche di aborto a nascita parziale ma se i diritticivilisti ne reclamano il superamento, vedrete che tra un po' qualche senatore si lascerà intenerire. Magari si capisce anche perché i dem volessero a tutti i costi uno dei loro alla Corte Suprema, visto che è su questi fatti che essa può pronunciarsi a titolo di cassazione.

La cosa curiosa è che, nonostante la notizia fosse vera e documentata sul meglio mainstream e gli scroscianti applausi al momento dell'approvazione li abbiamo visti in video, dal momento che qualcuno aveva manifestato il diritto a dichiararsi contrario a certi avanzamenti del Progressesimo, i pupazzetti a molla incaricati di definire bufala tutto ciò che non garba ai loro padroni ci hanno provato lo stesso, coi loro inutili sitarelli, a negarne la veridicità. Però, nonostante gli sforzi sfinterici, i pupazzetti hanno evacuato solo questa piccola fallacia: "La notizia è falsa perché in Italia la legge già prevede ciò che stabilisce". 
Si riferiscono alla legge 194 che permette l'aborto terapeutico nel caso la salute o la vita della madre si trovino in pericolo. Se siamo più avanti di quei bacchettoni degli americani su questi argomenti, e loro ne vanno fieri, sappiamo che lo dobbiamo anche alle pompette per biciclette.

Almeno uno non ci trova niente da ridere
Sembrerebbe trattarsi anche stavolta della solita annosa diatriba sull'aborto che, da atto estremo che dovrebbe sempre essere prevenibile grazie ai metodi contraccettivi ormai disponibili da decenni, è stato fatto diventare un diritto come quello di svegliarsi una mattina con l'uzzolo di cambiar sesso e una questione di principio, oltre che bieco strumento politico di pressione e di ricatto morale. 
In pratica, se non diventi assolutamente indifferente di fronte all'immagine di un esserino abortito che, nelle giuste mani, può diventare feto-merce, fornitore di piccolissimi organi sempre più richiesti, dicono le mammane istituzionali di Planned Parenthood, e non si sa bene a quali scopi, ma che saranno sicuramente Scientifici, allora sei fascista.

Se i critici della nuova legge osano obiettare comprensibilmente che il concetto di salute, soprattutto mentale, della madre può divenire assai soggettivo, le varie associazioni dei diritti civili ribadiscono che l'aborto è un diritto fondamentale assoluto della donna. Se è un diritto in sé, di conseguenza, non è importante che la motivazione dell'aborto sia grave e fondata su un effettivo stato di malessere, al limite basta un Ennecivvù (nun c'ho voja).
Ovviamente i difensori del "fa di questo esserino ciò che vuoi" come sempre non spendono alcuna parola sui diritti degli altri due interessati dalla questione: il bambino e il padre. Quest'ultimo poi ridotto al solito "eh, ma lui s'è solo divertito, che cazzo vuole?"

Sembrerebbe la solita diatriba sull'aborto ma non lo è. Possiamo tapparci gli occhi ma anche questo è l'ennesimo passo avanti nella totale disumanizzazione dell'essere umano di cui la riduzione a merce del corpo è un aspetto particolarmente ributtante ma non l'unico del quale preoccuparsi, essendoci anche il puro scopo distruttivo, l'eliminazione per sé, da tenere in conto. Senza contare che, se la madre riesce a disfarsi sacrificandolo di un figlio ormai perfettamente formato, a maggior ragione potrà "cederlo" per rendere madre chi non può o può pagare per averlo.

Per giustificare l'introduzione della legge si è ricorsi alle solite storie lacrimogene sulla povera madre che trovandosi malata di cancro, incinta e con un figlio gravemente deforme in grembo ha dovuto rischiare l'incriminazione per poterlo abortire oltre i sei mesi di gravidanza. E qui casca l'asino. Queste storie estreme servono sempre come giustificazione per far passare l'innominabile. Scusate se mi autocito:
"Una richiesta di eutanasia pervenne alla Cancelleria, da parte di una famiglia nella quale era nato un bambino gravemente deforme. Si richiedeva l'autorizzazione a sopprimere la creatura e Hitler acconsentì, raccomandando ai dirigenti sanitari di risolvere allo stesso modo casi simili, secondo il principio della Gnadentod (morte pietosa). Fu il primo di tanti "ordini non scritti" tesi ad avviare il genocidio.
Si cominciò con i bambini. Medici e levatrici erano obbligati a segnalare all'autorità la nascita di neonati affetti da malformazioni e deficit psichici, che venivano inviati in speciali "cliniche pediatriche" dove venivano lasciati morire di fame o soppressi con iniezioni letali. Nella prima fase del programma morirono così almeno 5200 tra neonati e adolescenti.91
Nell'ottobre del 1939 si passò agli adulti. Il decreto fu retrodatato al 1° settembre per accampare l'alibi dello stato di guerra." (fonte)
Non vuol essere una reductio ad hitlerum ma visto che si nomina sempre il nazismo solo per ciò che fa comodo e non quando maggiormente si dovrebbe, è giusto ricordare dove si rischia di arrivare, soprattutto se è già successo. Così vediamo se si stupiscono anche i borghesi desinistra.

Che i tessuti fetali oggi possano diventare oggetto di commercio non è un mistero. Oltre all'immagine dei piccoli organi ordinati dai clienti ("richiedono sempre tanti fegati, e poi gambine, chissà cosa ci fanno", qui il video), c'è anche la visione ancor più orrenda della distruzione dell'etica che, a differenza del lato materiale che può essere sempre perseguito dalle leggi degli uomini, non può essere ricostruita, una volta superati certi confini. Questo stressare il fatto che, riguardo all'aborto, trattasi di "diritto civile inalienabile" rivendicabile in qualunque momento dalla donna soltanto non deve farci dimenticare ciò che qualcuno sostiene:
"...non c’è differenza ontologica tra feto e neonato per cui ciò che è considerato lecito compiere, entro date circostanze, contro il primo dovrebbe essere considerato lecito compiere anche nei confronti del secondo. Il che equivale a dire che nei Paesi in cui è legale l’aborto non dovrebbero esserci ragioni per non rendere legale, a parità di condizioni, anche l’uccisione di un neonato". (fonte
E' la tesi di tale Peter Singer e di due ricercatori italiani che hanno pubblicato un articolo oramai leggendario sulla legittimità (secondo loro e il loro mentore) dell'aborto post natale, tranne poi tirar fuori la storia del "volevamo solo provocare", dopo essere stati sgamati. Aborto post natale (per gli amici infanticidio) il quale risolverebbe il problema pratico del dover sopprimere (uccidere) il nascituro quando è ancora nel grembo della madre, secondo le modalità che prevedono l'uso creativo del forcipe e di grossi aghi ipodermici, perché una volta uscitone si tratterebbe di omicidio.
Ecco quindi che se una masturbazione filosofica sull'ontologia diventa Lascienza, come lo diventano le necessità di controllo, profitto e oppressione da parte della nemesi medica sulla popolazione attraverso i trattamenti sanitari obbligatori, è lecito preoccuparsi e denunciare il proprio invernale scontento.

La dimensione non materialista a cui accennavo è quella che ci porta anche ad altre considerazioni tangenti. Il percorso del Progressesimo è costellato da sacrifici umani. New York è la città che, in un altro World Trade Center, ne ha contati quasi tremila, in quell'orgia alchemica di solve et coagula, fondi e polverizza, nel crogiolo sulfureo propiziatorio di un secolo destinato a far impallidire il ventesimo già di per sé abbastanza demoniaco.

Riguardate "Rosemary's Baby", a proposito di rosa. Rischia di apparirvi, come dice Roberto Buffagni, un documentario, ma forse anche un buffo ricordo demodé di cos'era l'istinto materno. Perché in fondo è la storia di una madre che non è assolutamente disposta a cedere un figlio concepito per conto terzi.



Ecco la citazione completa di Chesterton:

The next great heresy is going to be simply an attack on morality; and especially on sexual morality. And it is coming, not from a few Socialists surviving from the Fabian Society, but from the living exultant energy of the rich resolved to enjoy themselves at last, with neither Popery nor Puritanism nor Socialism to hold them back... The roots of the new heresy, God knows, are as deep as nature itself, whose flower is the lust of the flesh and the lust of the eye and the pride of life. I say that the man who cannot see this cannot see the signs of the times; cannot see even the skysigns in the street that are the new sort of signs in heaven. The madness of tomorrow is not in Moscow but much more in Manhattan - but most of what was in Broadway is already in Piccadilly.

[GKC, G. K.’s Weekly, June 19, 1926; quoted in Maycock, The Man Who Was Orthodox, 123]

giovedì 17 gennaio 2019

Lolito e Mammina


Il prossimo 22 gennaio questi due firmeranno il Trattato Franco-Tedesco di Aix-La–Chapelle, grazie al quale presto i francesi parleranno tedesco.
I contenuti dell'ennesimo Anschluss tedesco ai danni di un vicino, la nuova versione stranamente non percepita come nazista della Repubblica di Vichy, solo perché la Fuhrera non porta i baffetti, ma li ha, che porterà il francesino dritto contro il muro a corna spiegate, sono stati pubblicati e tradotti, per cui non mi dilungherò sui contenuti, lasciandovi alla lettura delle fonti indicate e dell'articolo che ha dedicato all'argomento Maurizio Blondet.

Riassumendo all'osso, la Francia, ovvero Lolito, acconsente a diventare l'amica del cuore di Mammina e potrà così entrare nella stanza dei giochi per baloccarsi con i fuciletti a tappo, i trenini e i cicciobelli colorati e bua che Essa metterà a sua disposizione. In cambio, Lolito Ammamma dovrà obbedire, fare il bravo, fare i compiti, non mettere in disordine la sua stanza e lasciare che Mammina pensi a tutto, perché Mammina sa ciò che è bene per le sue amichette. Se Lolito dovesse disobbedire, Mammina potrà diventare molto cattiva e lui non avrebbe più i suoi cartoni per una settimana.

Per agganciarmi all'ultimo mio post, visto il ruolo dominante che avrà la parte tedesca in questo trattato e il dato di fatto che vi sia stato un presidente francese che ha osato accettarlo, siamo qui all'infantilizzazione di un capo di stato, forse scelto a suo tempo nel casting per candidati manciuriani proprio per la sua dipendenza da e fissazione nei confronti di una forte figura materna sostitutiva, castrante ed abusante. Che Brigitte e Angela siano praticamente coetanee è una forse non casuale coincidenza. 
Il rapporto madre-figlio, agito per giunta da una mai stata madre su un figlio che non ha a sua volta figli, aggiunge sterilità al tutto. Questa Gerfrancia o Franciania, questo ibrido dalla vita breve, si illude di poter governare l'Europa (risate registrate) e rompere il culo ancor di più agli altri paesi intrappolati in questo psicoma che è diventato il sogno europeo. Loro a fare gli stronzi all'ONU, l'epicentro, dove Mammina ambisce a diventare Megaimperatrice galattica, magari con una bomba atomica in mano, e noi, greci, spagnoli e frattaglie varie, in castigo dietro la lavagna o, novelli Hansel e Gretel, nella casetta di pan pepato in attesa di essere spolpati da questi due psicopatici in piena folie à deux.

Detto che chi firmerà il patto tra le due nazioni è tra i leader più odiati di tutti i tempi delle rispettive storie, il quadro è completo. Immagino la felicità delle giubbe gialle a sentire che la Francia dovrà diventare bilingue e appendice francese alla macchina d'acciaio tedesca. E quella dei tedeschi a vedersi per la terza volta in cent'anni additare come quelli che sarebbero da ridurre all'impotenza e, stavolta, per sempre.

Ma guardateli, che teneri. Lui, vestito da cassamortaro, con il sorriso sforzato ma tanto orgoglioso da "guardami, mamma" e lei, con la cinquecentesima giacca uguale alle altre quattrocentonovantanove, che guarda le mucche che guardano i treni.
Andrà tutto bene ma devi stare attento, Lolito. Mammina t'ha fatto il trattato e te lo disfa.

martedì 15 gennaio 2019

Per chi suona il campanellino


Luigi Pecchioli su Twitter mi ha chiesto un parere da psicologa sul suo ultimo pregevolissimo articolo "La sinistra Kindergarten", che vi invito a leggere perché queste mie righe saranno anche una risposta alla sua richiesta e un approfondimento sull'argomento.

Fatto? Bene. Ecco le mie osservazioni, a voi piacendo.

Condivido assolutamente la diagnosi dell'infantilizzazione della sinistra intesa come comunità di fedeli e clero, come chiesa di lotta e liturgia.
L'infantilismo è, per quando riguarda il clero, un fenomeno di regressione nevrotica causata dallo stress dell'abbandono da parte della propria base di fedeli e del progressivo isolamento sociale, come reazione di difesa dal dolore lancinante alla ferita narcisistica suppurativa provocata dall'essere stati traditi con l'altro da sé; sé ancora percepito, nonostante la dissolution, come onnipotente e indiscutibile. 
Anche le reazioni tipicamente adolescenziali, oserei dire quasi da compagnominkia, di fronte alla critica vissuta come attacco eretico, sia da parte degli avversari politici che del suo stesso popolo di quasi ex sostenitori ed elettori, ormai agita nell'assoluta insofferenza e nel ritiro nel blablabla con le mani sulle orecchie, per non ascoltarla, sono un fenomeno tipico di regressione. 

Aggiungerei però che l'infantilismo intende mascherare l'ormai conclamata sociopatia perfettamente adulta della sinistra (non vedo come definire altrimenti l'adesione cosciente, cieca ed assoluta al delirio autodistruttivo europeo). La regressione quindi, agita nella negazione psicotica della realtà, rappresenta anche un ripiegamento e un tentativo di giustificazione al proprio ingiustificabile comportamento. Tentativo secondo me cosciente di fuga dalle proprie responsabilità che vengono negate, mentre la realtà viene interpretata in base alla propria percezione e quindi allucinata. Una psicosi lucida da birboni che si esprime anche nella proiezione sistematica della colpa del tradimento sull'avversario e sul popolo fedifrago che non li segue più o addirittura inizia a detestarli e che non dovrebbe permettersi di farlo, brutti straccioni che non sono altro.

Farei notare, a corollario, il dato di fatto che, come succede con bambini e matti, gli infantilizzati non amano essere contraddetti e, come fenomeno generale, quello della progressiva estinzione a sinistra del concetto di autocritica, ben noto invece a quelli della mia generazione. Ci torneremo.

Se il discorso dell'infantilizzazione vale, come dicevo, per il clero ex di governo, per i cosiddetti quadri, dai lievi acquerelli fino su, su, alle grandi pale d'altare ad olio del PD, esso può essere allargato anche ai simpatizzanti, agli elettori e perfino a coloro che apparentemente non sarebbero quasi più di sinistra o credono di essere altro ma, di fronte allo stimolo giusto, all'innesco, reagiscono in maniera straordinariamente simile al dirigente qualsiasi del noto partito sul viale del tramonto di cui sopra, con lo stesso set di stupefacenti comportamenti estremi. 

L'attualità mi offre uno spunto ulteriore di riflessione sull'argomento. Avevo già notato come il popolo residuale di sinistra, e sembra farlo purtroppo anche inconsciamente, pensi ormai attraverso un unico grande cervello, riproducendone un set di concetti elementari che seguono alcuni schemi preconfezionati. Ovvero, quando li ascolto o leggo lo stesso identico tweet su decine di account, condito dalla medesima carica emotiva, ho l'impressione di trovarmi di fronte, più che ai neuroni specchio, a dei riprogrammati (sia detto senza dileggio) che hanno ascoltato l'accordo fatidico o il suono del campanellino, che li fanno reagire con quel comportamento rigido e taglia unica che risiede più dalle parti d'Er Canaro Pavlov che di quelle di Freud.

Uno dei classici del brainwashing è l'attivazione del soggetto mediante lo stimolo trigger. Roba da film spionistico, direte. Eppure oggi, in occasione del rimpatrio del noto ergastolano finora mancato, si è assistito ad un'attivazione di massa per imitazione che ha prodotto effetti da psicodramma collettivo nel laboratorio dei social, tanto da farmi sempre più convincere che il lavaggio del cervello e-sis-te!
E' stato come un rapido contagio che ha provocato un discreto rash di appartenenza su molti che si sono sentiti offesi (per proprietà transitiva?) per come è stato definito Battisti: un comunista, per giunta associato alla parola assassino, come del resto si conviene direi logicamente a chi combatteva la lotta armata sotto la bandiera dei "Proletari Armati per il Comunismo" - ma che, secondo un meccanismo tipico del set mentale del politicamente corretto, avrebbe dovuto essere chiamato "fascista" per non offendere nessuno.

La reazione era attesa perché anche comunista è diventato uno di quegli aggettivi che possono provocare dei guai.
Mentre "fascista" è un mantra, uno scongiuro al pari del "merde" francese, utilizzabile sempre senza nemmeno prendersi il disturbo di contestualizzare, "comunista" è parola proibita. Fate la prova. dite ad alta voce: "Fascista!" Vi sentite bene, purificati, emendati dal peccato. Dite "Comunista!" Sperate che il vicino non vi abbia sentito. Avete quasi la stessa sensazione di aver bestemmiato, di aver nominato qualcosa o Qualcuno invano. E' una sensazione che provo sempre anch'io. Ricordate il discorso all'inizio su chiesa, clero e fedeli? Hai voglia a mangiar solo materialismo, sì da cacare solo materialismo, ma reprimendo in tal modo lo spirito ti ritroverai a vomitarlo in forma di ortodossia religiosa.

Con calma e ponderazione, vediamo di ripigliarci e ragionare, sempre che l'esercizio sia gradito.

La reazione che è scaturita da un'interpretazione assai allucinata della realtà, fatta di solidarietà con l'ergastolano ingiustamente perseguitato da, per una volta e guarda la sfiga, giudici non rossi, l'evocazione di piazzali loreti a parti inverse, la pietà per i figli e naturalmente il disgusto per chi lo ha catturato, mette in luce una evidente contraddizione. 
Se comunista è un bell'appellativo, e in fondo è solo la parola che designa chi si riconosce nel comunismo, perché l'avversario non dovrebbe pronunciarlo, perché altrimenti è un'offesa?

Perché offendersi se, come in tutti i cesti, anche lì si trova la mela marcia? Non sarebbe stato più istruttivo, invece di considerare Battisti "uno dei nostri" e reagire da ultras da curva, dissociarsene chiamandolo, che ne so, vergogna del comunismo? La fine dell'impunità di una lenza criminale, siccome colorata politicamente, mette forse in discussione e in pericolo l'impunità di gregge, la quasi certezza di essere divenuti negli anni, per via di oscuri cedimenti di anime e primogeniture, degli intoccabili e che quindi ogni critica rappresenti lesa maestà e terrore che qualcuno ci chiuda l'ombrello protettivo lasciandoci in pasto alla folla che abbiamo vessato in ogni modo possibile? Scusate la malignità.

L'arresto di Battisti a causa della momentanea distrazione dei francesi, impegnati in ben altri guai domestici, e per giunta con l'avallo della new entry direttamente al primo posto nella hit parade delle action figure dei cattivi, Jair Bolsonaro, dopo un iniziale silenzio di percussione e attonimento, ha fatto perdere il lume degli occhi, dispiace dirlo, anche alle menti pensanti.
Si è sentito e letto di tutto: che Battisti "nonècomunistasecondome", variante al solito "non è vera sinistra" che ormai è rumore di fondo ineliminabile di ogni dialettica con quella parte politica. Non è mancata la bizzarra rilettura psicostorica degli anni di piombo, secondo la quale tutta la sinistra anche comunista avrebbe lottato compatta contro il terrorismo, dimenticando che, nel fatidico 1978, in pieni cinquantacinque giorni, il socialista Craxi tentò, unico nel mare della fermezza, di salvare la vita del condannato a morte Moro mentre l'estrema sinistra solidarizzava con i carcerieri e qualcuno che era comunista perbene andava a prendere nuovi ordini sul Potomac per il nuovo ordine a venire all'insegna dell'austerità da pan secco che avrebbe sostituito anche in Italia il benessere costruito con il lavoro e le soluzioni economiche espansive. Cambiamento che la morte di Moro avrebbe enormemente facilitato.

Se siamo costretti a generalizzare sul concetto di sinistra è perché oggi essa appare ridotta ad un'unica espressione linguistica ed un'unica identità residuale, quella del globalismo, che è lasciata imperversare in regime di quasi monopolio come piace ai suoi mentori all'interno dell'élite. La sinistra è appiattita su uno schermo dove non risaltano più le differenze che esistevano in passato e che oggi scorrettamente vengono negate tramite un bieco revisionismo, perfettamente tollerato dai censori pronti a fare le pulci a qualunque altra interpretazione storica non gradita alla Laica Inquisizione, che inoltre nega la componente totalitaria del comunismo, manifestatasi nel secolo scorso anche attraverso il terrorismo.

Si tratta di una sinistra in effetti massimalista, anarcoide, tendente appunto al revisionismo storico di comodo e con una spudoratezza assoluta in campo economico, addirittura perfettamente a suo agio nell'economismo selvaggio che regna in Europa. La sinistra alla quale, dopo l'annientamento del "comunismo in un solo paese", è stato concesso di sopravvivere in cambio di un piccolo favore: la disponibilità ad offrirsi quale esecutrice materiale dello smantellamento del capitalismo industriale che, lo sapevano benissimo i papaveri, come effetto collaterale si sarebbe portato nella tomba secoli di conquiste operaie e benessere faticosamente raggiunto da milioni di lavoratori. E ciò per sostituirlo con il neoschiavismo e la regressione culturale al Paleolitico voluti da un'élite finanziaria che sta dismettendo il capitalismo industriale perché non ha più bisogno di consumatori, di merci e, in definitiva, di un'umanità ma solo di far regredire alcuni miliardi di molesti umanoidi fino al punto in cui sarà un sollievo farne un mucchietto di ceneri, magari dopo una provvidenziale pandemia, e ritrovarsi con un meraviglioso pianeta finalmente libero dall'inquinamento e governato da una fredda e raffinata tecnologia per pochissimi. 
E' una sinistra il cui tratto più odioso è quello di usurpare continuamente il termine democratico, che è per la diversità ma non di opinioni, per la libertà ma non di scelta e tanto meno individuale. Che, chinandosi, mostra il culo scoperto del collettivismo, del primato dell'astrazione sull'individuo e che quindi è disposta a schiacciarne la volontà in qualsiasi momento.

Chissà se coloro che sono sempre pronti a ricordarci, da sinistra, quanto faccia schifo il liberalismo (Babele confonde le lingue e i termini), si rendono conto che se chiami con spregio "individualismo"la libertà individuale e la ritieni comunque violabile in nome della collettività in ambito economico, poi non devi meravigliarti della messa in discussione della libertà di scelta del singolo nel privato, ad esempio nella salute e che Essi ti considerino solo una pecora del gregge. L'individuo è carne e sangue (e spirito), la collettività è astrazione. Ditemi, cari: avrebbero potuto i vostri odiati liberisti (questo è il termine giusto, per non cader in tentazione) arrivare ad abbeverarsi fino a San Pietro senza i volonterosi distruttori della società dall'interno, i piazzisti di diritti civili, le brigate fucsia, le erinni matriarcaliste, gli odiatori di sé e gli antirazzisti con l'obbligo dell'autorazzismo, tutti benedetti dal crisma dell'appartenenza a sinistra?

E' vero che una volta esistevano altre sinistre che non ci sono più e, occorre dirlo, non solo alcune di essere trovavano normale essere anticomuniste ma quelle comuniste erano perfino nazionaliste e non consideravano fascista il termine patria. La sinistra cattolica, il socialismo europeo, la socialdemocrazia. Perfino la Resistenza non è stata tutta comunista. 
Ma è stato tutto distrutto, tutto smantellato. Temo che siano stati loro ad aver dato un po' di benessere all'operaio e che quelli di oggi siano gli unici rimasti in fondo sempre monoliticamente coerenti con i loro principi di distruzione della società occidentale, per cui tacciarli di tradimento ha ben poco senso.

Non vi è più autocritica, si diceva, anche perché cosa vuoi ormai criticare, da sinistra? Se la linea comune è quella del globalismo, malattia neoplastica dell'internazionalismo, chi si proponesse con un'alternativa all'ortodossia del pentolone del solve et coagula della diversità omologata, bell'ossimoro diabolico, è tuttora talmente irrisorio ed ha la voce così fioca e ultrasonica che non la sentono nemmeno i cani.

Per tornare, in chiusura, all'articolo di Luigi e ringraziandolo nuovamente per avermi dato l'opportunità di leggerlo, posso essere d'accordo che in democrazia sia necessaria la presenza di una parte progressista da contrapporre a quella conservatrice ma non credo essa possa essere individuata nella sinistra massimalista superstite al 1989, vista la sua intelligenza con il nemico, e nemmeno in quella che continua a vivere in uno stato di guerra civile permanente e passa il tempo a negare la realtà e a riscrivere la storia in forma di favola per bambini tonti. Ci vorrebbe una sinistra che non fosse sinistra. Qualcosa di veramente nuovo e inedito, che chiudesse per sempre con gli errori e le complicità del passato. Un progressismo positivo, costruttivo, devoto ai diritti dell'Uomo più che ai diritti umani. Di uguaglianza di possibilità più che di uguaglianza nominale e quindi fasulla. E' una bella sfida che qualcuno dovrebbe prendersi la briga di pensare seriamente a realizzare. magari non per noi "reazionari" ma per chi si fa dei problemi a sembrarlo.

lunedì 7 gennaio 2019

In tempo di guerra


Mercoledì 9 gennaio, grazie all'invito dell'amico Antonello Zedda e sotto lo sguardo fiero e sornione di Boss, ho l'onore e il piacere di ritornare in diretta  dalle ore 21.00 su Meglio di niente Radio per una chiacchierata che spero solleciterà nuove riflessioni sul tempo che stiamo vivendo e su come affrontare le enormi sfide che ci sta proponendo, soprattutto a livello nazionale, questa guerra non dichiarata ma rumorosamente sottintesa nella quale ci ritroviamo tutti a combattere non per onore o gloria ma per la nostra mera sopravvivenza.

Per darvi un'idea di cosa stiamo vivendo. Ottant'anni fa c'era la guerra, si, devastante, terrificante per il prezzo di milioni di vite umane sterminate non solo in battaglia ma con la scusa della battaglia in corso, ma oggi non si tratta più di un puro conflitto tra nazioni, per la spartizione di risorse, comandato dai soliti potentati finanziari che tutto manovrano sulla scacchiera della storia per il puro gusto del potere alimentato dalla droga del denaro. No, oggi siamo nel mezzo di un attacco concentrico alla civiltà, a tutto ciò che siamo e che siamo diventati nei secoli. In uno di quei momenti di noia che probabilmente seguono alle quotidiane schermaglie tra potenti, tra una teoria strampalata e l'altra, è stato deciso di distruggere la nostra civiltà, di azzerarla per provare a farla ripartire da zero. Così, per gioco.

Il materialismo, in qualunque declinazione vogliamo vederlo, anche in quella apparentemente progressista, si è messo in testa di azzerare ciò che tutto sommato è servito ad inventarlo ed è avviato verso la realizzazione non della società ideale ma dell'anarchia totale, ovvero l'espressione tipica del Potere che sostanzialmente vuole solo fare ciò che vuole, come scriveva Pasolini. Se ogni tipo di sovranità: di popolo, personale, fisica, mentale è sotto attacco è perché si è deciso di dichiarare guerra non solo alla carne ma alla spiritualità, a ciò che è patrimonio di memoria, cultura e tradizione e che nessuna crisi economica, nessun piatto vuoto a pranzo e a cena dovrebbero mai mettere in secondo piano o sottovalutare, perché è da questi valori che nasce la vera volontà di ribellione e di opposizione a tutto ciò che identifichiamo come il male. Tutto ciò che subiamo oggi, e con noi milioni di persone in tutto l'Occidente, viene fatto in nome di un fantomatico cambiamento calato dall'alto che richiede di cancellare tutto ciò che  è stato conseguito fino ad oggi, per sostituirlo con qualcosa che non viene nemmeno nominato perché, francamente, è innominabile.
Eppure la salvezza sta proprio in quella spiritualità e in quel misterioso legame che in situazioni di pericolo lega i simili in un patto di reciproca solidarietà e che, in qualche modo, ha fatto si che non solo in Italia ma potremo dire in tutto quel mondo che viene messo in discussione, i popoli si stiano ribellando e rivoltando contro chi li vuole condurre al macello al suono del "è per il tuo bene".

Parleremo delle difficoltà che questa battaglia comporta, delle forze in campo (e anche dei suoi bluff) e di come reagire soprattutto all'arma più letale che possano scatenarci contro: la depressione che fa venir voglia di mollare tutto e chiudersi in sé stessi in attesa dell'inevitabile. La parola chiave è attesa. Trovare il senso dell'attesa nella certezza che, compreso il suo valore, essa ci condurrà alla vittoria.

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mercoledì 2 gennaio 2019

Il 2019 e tutti gli altri nove della nostra vita

Non sono una particolare appassionata di numerologia. Non lo sono per il fatto che il giocare con i numeri, volendo trovare in essi ad ogni costo particolari significati, è un esercizio rischioso come la tavoletta Ouija, in grado di dare la stura ad un inconscio che raramente si riesce a tenere a bada; tanto che si finisce per darli, i numeri.
In questi giorni però, ragionando sull'anno che stava per arrivare, il 2019, l'anno in cui si svolge "Blade Runner" ovvero l'ennesimo film futuribile che ormai è scaduto a film d'attualità, mi sono accorta che gli anni con il nove, ovvero ogni ultimo del decennio, nel secolo scorso hanno scandito eventi molto significativi e così mi è venuta voglia di elencarli, giusto per sapere quali anniversari potremo celebrare nel corso dell'annata. Un tipico esercizio per riempire il capodanno e farlo passare il più presto possibile. 

Ieri 1° gennaio sono stata afflitta da un mal di testa tremendo con nausea come non mi accadeva da anni e credo che, oltre ai postumi dei brindisi con vinacci vari mescolati e non agitati del trentun dicembre, sia stato il ventennale della nascita dell'euro a sconquassarmi le budella. Io sono una che somatizza molto, specie in occasione degli anniversari. Un mio professore diceva che era un fenomeno classico della psicosomatica e mi raccontava i casi sorprendenti di pazienti afflitti da mali inesplicabili, addirittura improvvise cecità, che si risolvevano appena costoro riuscivano a prendere coscienza del fatto che questi sintomi comparivano invariabilmente in occasione di date particolarmente significative per loro. Ad esempio ricorrenze di lutti e perdite che avevano subìto.

Il 1° gennaio del 1999, appunto, nasceva il mostriciattolo, il tessoro, l'irreversibile, che dal 2002, anno della sua entrata a gamba tesa nelle nostre vite, certifica senza pietà il nostro inesorabile declino economico. Per ironia della sorte nacque nell'anno in cui il Nobel per l'economia andò a Robert Mundell, il teorico dell'area valutaria ottimale, ovvero quella cosa che è stata scientificamente fatta mancare all'euro per renderlo apposta così letale. 

Il 1999 offrì altri spunti particolamente significativi per tutto ciò che avrebbe caratterizzato il nuovo millennio. In quell'anno uscirono due film, "Eyes Wide Shut", l'ultimo film di Stanley Kubrick e "La nona porta" di Roman Polanski che curiosamente si occupavano entrambi del medesimo soggetto oscuro: il satanismo praticato dalle élite. Un argomento divenuto oggi assai di moda. Fu l'anno anche di "Matrix"
Fu l'anno in cui si insediarono Ciampi alla presidenza della repubblica e Prodi alla Commissione europea, mentre D'Alema bombardava assieme alla NATO la Serbia. Atto assai imperialista che finora non pare essere mai stato rinnegato dalla cosiddetta sinistra di lotta e di governo maanche pacifista. Si vede che era qualcosa che s'aveva da fare. Per fortuna che Eltsin si levò di torno e lasciò spazio a Vladimir Putin. Altro ventennale.
Il presidente Clinton (il marito) firmò la legge che di fatto cancellava il Glass-Steagall Act, la regolamentazione sulla separazione tra attività bancaria commerciale e di investimento che risaliva agli anni '30. Legge che, negli intenti dei suoi estensori, avrebbe dovuto impedire la catastrofe di un nuovo '29 e la cui eliminazione non ha infatti evitato la grande crisi dei mutui subprime.
Eh già, perché quest'anno saranno anche i novant'anni dal crollo di Wall Street, la prima grande crisi finanziaria del Novecento, culminata con il "venerdì nero" del 1929

A dieci anni prima, al 1919, e qui siamo di centenario, data il famigerato Trattato di Versailles che tanti lutti avrebbe addotto all'Europa e che ispirò a J.M. Keynes "Le conseguenze economiche della pace". In quell'anno nacquero i partiti che avrebbero di lì a poco fatto la storia della restante parte del Novecento: Anton Drexler fondò in Germania il Partito del Lavoro (futuro partito nazionalsocialista), Don Sturzo fondò il Partito Popolare (futura DC), Lenin e Trotsky la Terza Internazionale e Benito Mussolini i Fasci di combattimento. Non male.

Inutile ricordare cosa accadde nel 1939, come conseguenza del 1919 e del 1929.

Per i settantenni da celebrare, nel 1949 l'Italia aderì alla NATO e il Trattato di Londra sancì la fondazione del Consiglio d'Europa. Intanto i sovietici facevano esplodere la loro prima bomba atomica. Ma non è finita. il 1° ottobre nasceva la Repubblica Popolare Cinese e si riuniva il parlamento del neonato stato di Israele. Nacque quella Germania doppia che piaceva tanto a Giulio. Furono infatti proclamate la Repubblica Federale e la Repubblica Democratica. Il venir meno di un famoso muro, e oggi non sappiamo più dire se fu più devastante il muro o il suo crollo, avvenne in un altro "9", nel 1989, anno in cui si celebra anche la nascita del web, la nostra catena quotidiana.

Nel 1959 la rivoluzione di Fidel a Cuba porta il socialismo nei Caraibi e un costante e fastidioso prurito alle parti basse d'America.

Altre ricorrenze europee sono scandite dal numero nove. Nel 1979 nacque il papà di Euro, quindi quest'anno si celebreranno i quarant'anni dello SME e nel 2009 entrò in vigore il Trattato di Lisbona. Un decennale niente male. Che il 2019 ci porti degli altri eventi significativi? Chissà.

E il cinquantenario, che fa sempre la sua porca figura celebrarlo? Il sessantanove, numero interessante sotto molti aspetti soprattutto mondani, nel senso di 1969 sarà celebrato come l'anno in cui furono alimentati sogni ed illusioni di gloria e di viaggi (in tutti i sensi) come mai prima nella storia, per poi infrangerli con quelli che potrebbero essere considerati i primi esempi della dottrina dello shock. Da Cape Canaveral a Piazza Fontana.
Dal mito (e/o illusione?) del "man on the moon" e dai viaggi interstellari mescalinici a Woodstock fino al bad trip in cima a Cielo Drive con le satanasse di Charlie Manson a compiere sacrifici umani su Sharon Tate (moglie di Polanski) e i suoi ospiti, in nome dell'Helter Skelter, l'imminente guerra razziale che avrebbe portato i neri al potere. Un orrore ormai divenuto pane quotidiano della cronaca e proclami allora considerati giustamente i deliri di un folle con la svastica tatuata in fronte ma che oggi potrebbero passare tranquillamente per i contenuti di qualche documento dell'ONU. 

Cinquant'anni dall'estate della Luna. Ho già ricordato che fui tirata giù dal letto da mamma: "Vieni a vedere l'astronauta sulla Luna!" Ma a me, impastata di sonno, quell'omino nella TV in bianco e nero, che sembrava far finta di saltellare sulla scaletta, non diceva assolutamente nulla, tantomeno quel "ha toccato!!" quasi orgasmico di Tito Stagno. I bambini non li freghi e noi eravamo ancora bambini ingenui. Fu dopo, con i servizi fotografici a colori pubblicati su "Epoca" e una notevole fascinazione per gli astronauti che mi feci prendere. Tanto che avrei tenuto per anni appesa in camera la foto di Buzz Aldrin immortalato da Armstrong. Però quella mattina no, non mi impressionai e forse pensai che sembravano proprio in studio. In effetti la Luna ce la immaginavamo tutti diversa, diciamo la verità. Non così polverosa e tristarella come la spiaggia di Casalborsetti.

Un mese dopo ci fu il raduno di Woodstock, 500.000 persone ad assistere, strafatte, a musicisti anch'essi strafatti che però ci lasciarono delle performance memorabili e all'avanguardia che ormai sono diventate musica classica. Altra illusione, altro prestigio. Sesso, droga e rock & roll. I figli dei fiori che di lì a poco sarebbero diventati i fiori del male. 
E' un cinquantenario da celebrare, quindi? L'unica cosa certa è che, tra la Luna e Woodstock, almeno una delle due cose è avvenuta davvero. Jimi Hendrix ha davvero camminato sulla Luna.

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