| Censuratemi anche questo vino sudafricano |
Non ho parole. Mentre in Ucraina si sta compiendo un massacro in nome degli stessi principi shockeconomici che stanno devastando le economie dei paesi del sud Europa, giornali e telegiornali, invece di occuparsene e di mostrarne le atroci immagini, avendo oltretutto ormai bruciato la fondamentale copertura dei passaggi dei giornalisti di regime da una contrada all'altra con i relativi cavalli, trovano il tempo di spiare i tweet altrui e, appena trovato lo spunto giusto, riescono ad imbastire campagne di stampa indegne a cui vanno subito dietro, a strascico, colleghi rancorosi, bloggherucci da quattro soldi, tutti i volonterosi carnefici da commento a peto libero, e la solita fauna di disadattati da social, ai quali una bella frullata di elettroshock prima e dopo i pasti farebbe un gran bene.
Conosco Debora Billi e so che è un'ottima giornalista che non merita affatto questo troiaio mediatico abilmente scatenato da chi sa di avere a disposizione un parco capre di simpatizzanti vogliosi di menare fascisticamente le mani contro gli avversari politici, non risparmiando l'insulto personale, di genere e quant'altro di vomitevole. E le donne, come in tutte le dittature, sono le più scatenate.
Quanto sto vedendo è allucinante. Perfino i telegiornali oggi dedicano servizi a questo niente, ad un processo alle intenzioni da manuale, creato sulla combinazione che una certa persona si chiama Giorgio come un'altra recentemente scomparsa. Che l'Ucraina che si ribella si fotta, assieme a tutti coloro che si oppongono al capitalesimo.
Se questo è un processo, allora io assumo la difesa. Cari signori dell'accusa, mi dimostrate che il Giorgio nominato da Debora era proprio quello? Scommettiamo che non ci riuscite nemmeno in duemila anni e che nessun giudice sano di mente sarebbe in grado di ravisare il vilipendio nel tweet di Debora a meno che non appartenesse ad un tribunale speciale?
Sapete cosa è questo canaio, a cosa assomiglia, di cosa olezza inequivocabilmente? Di pura Stasi, terrore staliniano, di quando Giuseppe, notoriamente paranoico (e mal ne incolse all'illustre psichiatra sovietico che osò diagnosticargliela) condannava qualcuno alla Siberia o peggio solo perché non gli piaceva come il malcapitato lo stava guardando in quel momento. "Tovarisch, il tuo sguardo non mi piace".
Non a caso uno dei segni inequivocabili della dittatura è la follia che si insinua in ogni aspetto dei rapporti umani; il sospetto, il preconcetto, la supposizione, la voglia matta della delazione, il quanto si gode a portare qualcuno alla gogna per omaggiare il potere. E tanto meno è degno questo potere tanto più si gode. Chi aderisce alla dittatura è talmente inebriato dal suo gas obnubilante che è sicuro di saper sempre cogliere il vero significato delle intenzioni altrui, ossia del nemico, mentre invece vede solo cose proiettate dalla propria mente.
Fanno paura ma, come tutte le altre volte, saranno sconfitti. Chi vede piccoli grilli camminare sui muri è in pieno delirium, ha il cervello già in pappa.
Possono vietarci di nominare i gerarchi, spezzarci le dita se osiamo digitare associandoli a qualsiasi cosa non gradita i Mattei, le Laure, i Giorgi, i Marii, e l'intera casata dei Killemmuort di ogni ordine e grado. Possono trasformarli in tanti tetragrammi piatti da idolatrare. Possono tentare di controllare il pensiero e manipolarlo a loro piacimento, intimorire e manganellare i dissidenti. Tanto questo paese non l'avranno.

