lunedì 14 agosto 2006

La Preterrorismo

“Adbullah Al Yussef, lei è in arresto per il futuro dirottamento dell’aereo che precipiterà sul Lincoln Center causando 2544 vittime innocenti”.
Sarà così il nostro prossimo futuro, in questi anni 2000 che cominciano ad assomigliare sempre più pericolosamente ai cupi scenari della fantascienza alla Philip K. Dick?
In “Minority Report”, Dick immaginò una società futura (non troppo lontana, nel 2035) dove la polizia, grazie all’unità “precrimine” e ai suoi sensitivi che vedono i delitti prima che vengano commessi, arriva sul luogo del delitto fermando l’assassino in tempo. Nel film che Spielberg ha tratto recentemente dal racconto si vede l’agente John Anderton cadere vittima lui stesso del meccanismo perverso della “precrimine” e degli intrighi di potere di un suo superiore. E’ un grande apologo contro la società apparentemente opulenta e ipertecnologica ma in realtà sempre più propensa al controllo globale degli esseri umani. Dick era uno scrittore psichicamente molto complicato, un pazzo, ma si sa che i matti vedono più in là di tutti noi.
Perché penso a Minority Report e a Philip K. Dick in questi giorni ferragostani? A causa delle ultime notizie sugli sventati attentati di Londra.
L’hanno riportato tutti i TG con grande rilievo e la giusta enfasi da parte del divulgatore di notizie, a base di occhio sbarrato, labbro tremulo e fronte corrucciata delle grandi occasioni. I soliti sospetti islamici che preparavano un devastante attentato “di proporzioni inimmaginabili”, con ben 10 aerei (!!) che, non è molto chiaro qui, dovevano esplodere in aria o lanciarsi su qualche obiettivo inglese. Tony Blair che annuncia lo scampato pericolo ed il plauso all'unisono del cuggino Bush che maledice gli “islamo-fascisti” dall’altro lato dell’Oceano. Per una rassegna completa di ciò che ci saremmo risparmiati ecco l’articolo del Corriere.
Ora, qualcuno dirà che è da pazzi anche solo pensare che non si tratti della pura realtà dei fatti raccontata da cronisti sempre attenti alla ricerca della verità a qualunque costo ma, dovete scusarmi, non ce la faccio proprio.
Se si ascoltano queste notizie con un orecchio solo, distrattamente e con mezzo cervello attivato, come è richiesto dal normale approccio ai TG la cosa può anche passare, ma provate a ragionare, ad attivare tutto il cervello e entrambe le orecchie: non c’è qualcosa di strano e romanzesco in tutto ciò che ci raccontano?
Bombe liquide, bevande energetiche (coke+mentos?), i-pods… ma vi rendete conto? La faccenda dei 10 aerei che è copiata pari pari dal progetto Bojinka del 1995, dimenticando di dire però che appartiene al periodo di quando Osama era ancora dei nostri e faceva buono in Afghanistan e poi in Kosovo. Poi, si sa, hanno avuto da dire e lui se l’è legata al dito. E poi ancora i pakistani, che è un mistero siano ancora considerati nostri amici, visto che “c’entrano” sempre, come l’UDC.
Ma soprattutto, la domanda nasce spontanea: perché creare panico inutile quando gli attentati sono stati ormai sventati? Perché bloccare aeroporti e danneggiare compagnie aeree quando il pericolo è passato? Quanti attentati, omicidi, rivoluzioni, atti di guerra, golpe, rischi di olocausto nucleare sono stati impediti dai servizi segreti e dalle diplomazie negli ultimi cento anni e non ne abbiamo mai saputo niente? Pensate alla crisi dei missili di Cuba, 1962. Che abbiamo rischiato di morire tutti inceneriti dalle bombe atomiche lo abbiamo saputo solo molto tempo dopo. Ed era logico, si è sempre fatto a quel modo. Dovrebbe essere ancora così, a meno che…
A meno che non si voglia scientificamente spargere panico, rendere la gente insicura, alimentare l’odio contro l’Islam proprio quando abbiamo bisogno di portare avanti la nostra agenda in Medio Oriente e rinnovare il messaggio propagandistico in prossimità dell’anniversario dell’11 settembre.
Ma no, che follia! Tony Blair non è il capo della “Preterrorismo britannica” e noi che lo pensiamo siamo tutti pazzi come Philip K. Dick.

lunedì 7 agosto 2006

Siffredi è Rocko o è lento?

L’altra sera mi sono divertita un mondo con una vecchia puntata di “Milano Roma” su Raisat Premium. Avete presente, quel programma “on the road” dove due personaggi noti (detesto la parola VIP), viaggiano assieme in macchina intervistandosi e cazzeggiando a vicenda (e la Fallaci ha fatto il viaggio con Oriana, riuscendo pure a litigarci).
Quello che è interessante della trasmissione è l’improbabile connubio dei due protagonisti.
Vidi un incredibile puntata con Mons. Tonini vs. Oliviero Toscani (chissà se il fotografo ha avuto il coraggio di urlare al monsignore “Sei veecchio!”, come nell’imitazione di Fiorello) e se ben ricordate vi fu un Dario Fo vs. Ambra proprio in occasione del Nobel al Dario. Vabbè, se non ricordate pazienza.
Ieri sera mi si è paralizzato di botto lo zapping quando ho visto chi erano i due: Luciana Littizzetto e Rocco Siffredi. Due geni della comicità, uno riconosciuto e ammirato (la grandissima Luciana) e uno incompreso (Rocco).
Stranamente ho visto Luciana, che solitamente di Fabio Fazio fa polpette tritate con aglio e cipolla, le arrotola sul palmo della mano e le tira a cani inferociti, un po’ sotto tono, un tantinello imbarazzata.
Lei ha raccontato questa esperienza molto disinvoltamente come è nel suo stile ma in realtà pare che non vi sia stato un gran feeling tra i due. Anzi, diciamola tutta, si sono cordialmente stati sui maroni per tutto il viaggio.
Come si evince dal continuo riferimento, nel suo articolo, all’innominato, penso però che la Luciana fosse anche preda del fenomeno dell’indigeno confuso e felice di fronte al Totem. Intimorita e attonita come davanti al monolito di 2001 Odissea nello Spazio.
Si percepiva infatti una presenza ingombrante tra i due, una sorta di convitato di pietra che avrebbe potuto saltar fuori da un momento all’altro per dire la sua.
Anche Rocco era impacciato, forse perché ha dovuto rimanere tutto il tempo della trasmissione vestito o perchè era impegnato a tenere a bada la belva.
La conversazione è parsa lievemente da ascensore:
“Che piano?” ,“3°”, “…”, “???”, “E’ un caldo, oggi!”, “Già…”
D’altra parte un intellettuale raffinato come Siffredi si sarà sentito a disagio con una “comica”. Di cosa le parli? Della visione hegeliana-etica di Mastella? O di teoria dei quanti?
Non si poteva che parlare di sesso e lui si è lanciato nell’argomento chiedendo alla Littizzetto della sua “prima volta” ma la Luciana è rimasta molto reticente e sulle sue, continuando ad agitarsi sul coprisedile irto di spine. Lui deve aver fatto uno sforzo sovrumano per trattenersi. Difficile per uno che, nel suo habitat naturale è solito esprimersi come segue:
Da "Il club dei piaceri perversi 2" :
Rocco, entrando in un angusto prive' tutto foderato di rosso, commenta: "Aho',ma che e' ? La bbara de Berlinguer" ?
Da "30 maschi per Sandy"
Rocco offre la compagnia dei suoi 2 cuochi di colore a Sandy e dopo la performance li congeda. Loro stanno per uscire e lui incazzatissimo gli grida "Aho', ma dove cazzo andate ? Tornate in cucina che c'e' da fare la pizza!!"
Capite che lo spot delle patatine è stato un momento di introspezione, quasi un haiku.
Il clou della puntata è stato quando Luciana, tanto per rompere il silenzio ha chiesto a Rocco:
“Sei credente, credi in Dio?” e lui ha risposto “Si, credo nella figa”.
Non oso immaginare cosa sarà passato per la mente di Luciana Littizzetto in quel momento.


sabato 5 agosto 2006

Tonino & Clemente

Non passa giorno ormai che le cronache non riportino l’ennesimo litigio tra Tonino e Clemente.

Una giornata tipo nella vita dei due Ministri:

0re 7:00 Tonino si sveglia e legge il giornale. Clemente ha rilasciato un’intervista a Repubblica, nella quale dichiara che lui, a differenza di Tonino, non andrebbe mai in piazza brandendo un megafono e che lascerà il suo incarico alla mezzanotte di oggi, come ha scritto nella lettera di dimissioni a Prodi se il Presidente del Consiglio non si pronuncerà in merito.

ore 8:30 Clemente telefona a Prodi per sapere se la lettera è arrivata ma il telefono squilla a vuoto.

ore 9:45 Tonino, in un intervista alla radio risponde per le rime a Clemente, accusandolo di volerlo scavalcare nelle sue competenze.

ore 9:46 Clemente telefona in diretta durante la trasmissione accusando Tonino di fare i sit-in e annunciando di volersi dimettere dal suo incarico.

ore 10:00 Il telefono in casa Prodi continua a squillare invano.

0re 12:12 Anche Tonino chiama casa Prodi, ma il professore è uscito, lasciate un messaggio.

0re 13:00 Un lancio di agenzia riporta l’ultima dichiarazione di Clemente: “Io non prendo lezioni di moralità da nessuno”, sono pronto a dimettermi.

0re 13:30 Tonino prende il megafono e, affacciatosi alla finestra inizia a declamare i nomi dei deputati che hanno votato l’indulto.

0re 14:00 Clemente, saputo dell’iniziativa di Tonino modifica il messaggio nella sua segreteria telefonica con il seguente: «La stagione del giustizialismo non è la mia, sono uscito indenne da tanti cerchi di fuoco e non ho una visione hegeliana-etica della politica e non posso accettare il giudizio per cui chi è contro l'indulto è in regola moralmente e chi è favorevole ha invece qualche vicinanza col tratto dell'immoralità».

ore 14:15 Tonino è arrivato alla lettera P del suo elenco.

0re 15:00 Clemente si sfoga con un sottosegretario: “Quello mi sta facendo impazzire”.

0re 15:30 Tonino, riprendendo il suo cane, lo chiama erroneamente “Clemente!!!”

0re 16.45 Finalmente Prodi risponde al telefono ma dice di non sapere nulla della lettera. Chiederà alla moglie.

Ore 17:00 Tonino, intervenendo ad un convegno sul giustizialismo, dichiara la sua amarezza e minaccia di autosospendersi dal suo incarico.

0re 18:00 Clemente lo corregge in diretta su SkyNews24: “Mi dimetto prima io”.

0re 19:00 Tonino sul suo blog scrive: “Decida il premier, non ci metto niente a dimettermi.”

ore 20:00 A cena con i suoi collaboratori Clemente ci ripensa e dice che non si dimetterà, per il bene della coalizione.

ore 20:00 A cena con i suoi collaboratori Tonino ci ripensa e dice che non si dimetterà, per il bene della coalizione.

0re 23:55 Clemente, stanco della giornata frenetica va a letto. Il suo ultimo pensiero prima di addormentarsi è “Mannaggia a Tonino!”

ore 23:59 Tonino, stanco della giornata frenetica va a letto. Il suo ultimo pensiero prima di addormentarsi è “Mannaggia a Clemente!”

ore 00:30 – Finalmente Prodi guarda la posta e legge la lettera di dimissioni di Clemente, ma ormai è troppo tardi.

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mercoledì 2 agosto 2006

Temo i Radicali anche quando portano doni

Quando fu chiaro che i radicali, fino a cinque minuti fa più Berlusconiani di Bondi, alle ultime elezioni si sarebbero alleati con il centrosinistra dopo un rapido matrimonio riparatore con i socialisti, mi vennero in mente le parole che Virgilio attribuisce a Laocoonte nell’Eneide: “Timeo Danaos et dona ferentes (“Temo i Greci anche quando portano doni”). Il riferimento è al famoso cavallo di Troia.

Va bene che bisognava fare mucchio e che nell’Unione c’è dentro di tutto e di più, ma in un paese dove questa attuale maggioranza ha vinto, sempre per restare in tema di cavalli, per meno di una lunghezza, con una opinione pubblica sempre pronta a cedere alle lusinghe del Grande Piazzista appena questi fa l’occhio languido da uno schermo televisivo ancora sottomesso a lui, come potevamo non prevedere che le “battaglie” di Pannella avrebbero creato qualche problemino all’alleanza, e innescato un interessante effetto Cavallo di Troia?
E’ vero che le stesse battaglie radicali erano state condotte sotto il precedente governo e che il cambio di campo derivava dalla delusione per le mancate promesse berlusconiane, ma nessun Pannella avrebbe mai potuto mettere in crisi il Divo di Arcore, se non altro perché il suo appoggio era rimasto esterno. Siamo certi che invece per il governo Prodi non stia accadendo il contrario?
Vediamo l’indulto e/o amnistia, uno dei pezzi forti del Marco e dei “pugnetti rosa” che il governo Berlusconi ha sempre tranquillamente ignorato senza subirne conseguenze in termini di consenso.
Sia ben chiaro, che in carcere ci finiscano di solito più i poveracci che i furbetti è innegabile. Tutte le campagne pannelliane hanno un fondo di verità e giustizia. Ma tutte queste buone ragioni sono state ora annichilite dalla mossa scellerata ed inciucista del governo di centrosinistra che ha allargato l’indulto ai reati finanziari con i risultati che ha così ben descritto Marco Travaglio, per non parlare delle multinazionali che potranno evitare i processi per inquinamento e boiate varie.
Ed ecco l’effetto cavallo di Troia, con i Troiani che per la verità si danno le martellate sui coglioni da soli per venire in aiuto ai Greci.

Ascolto Radio Radicale da più di vent’anni e da parecchio mi sembrano posizionati stabilmente sulla sponda neocon, con Capezzolone che è in stretto contatto con personaggi come Michael Ledeen, e la Bonino che ogni tanto si lascia scappare che bisognerebbe abolire i sindacati.
L’impostazione ideologica ultraliberista non mi sembra cambiata dall’ultimo salto della quaglia, mitigato dalla permanenza in fascia destra di coerenza dei Della Vedova & Taradash. Le rassegne stampa della Radio lette dall’ottimo direttore Bordin sono rimaste come prima simpatizzanti a destra e sono le uniche in Italia nelle quali sia prevista la lettura integrale de “il Foglio”.
La domenica mattina va in onda un’interessante rubrica sul Sudamerica che pare scritta dagli esuli cubani a Miami. Capezzone si, critica Berlusconi, ma è un volpino, attenti.
Solo Pannella si ostina ancora, ma dev’essere l’età, a chiamare tutti “compagni”. Gaber diceva: “Compagno radicale, la parola compagno non so chi te l'ha data, ma in fondo ti sta bene, tanto ormai è squalificata, compagno radicale, cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino ti muovi proprio bene in questo gran casino”.
Insomma, si sta a sinistra con il portafoglio ma il cuore è rimasto a destra come prima. E alle prossime elezioni altro salto triplo carpiato, questa volta all’indietro.

giovedì 20 luglio 2006

Genova, rimembri ancor?

Non è facile tenere a freno le emozioni ricordando cosa accadde a Genova nell'estate del 2001. Specialmente per chi come me, genovese trasferitasi in Romagna, vide gli eventi di quei giorni da lontano, in televisione, con quel senso di profonda e dilaniante nostalgia che prende chi la propria città perduta la vive come fosse una gamba che ha dovuto farsi amputare, ma che da arto fantasma continua a pulsare e dolere.

Il 2001 era ancora l’anno dei viaggi nello spazio e di Also Spracht Zarathustra in quel luglio. Un signore che di lì a poco sarebbe assurto agli onori della cronaca, Osama Bin Laden, era in un ospedale a Dubai a farsi curare il fegato e sembrava ancora in buoni rapporti con gli americani che, secondo un’articolo di Le Figaro passavano spesso a trovarlo.
Anche se, come abbiamo scoperto dopo, i servizi segreti di tutto il mondo stavano avvertendo gli Stati Uniti che qualcosa di grosso bolliva in pentola e dall’altra parte dell’Atlantico si nicchiava e si ripeteva: tranquilli, no problem, tutte le preoccupazioni sembravano concentrarsi su Genova, dove i giovani e non del movimento no global si preparavano a manifestare contro il G8, la riunione dei potenti della terra che avrebbero preso le decisioni cruciali sul destino di tutta l’umanità.
Vidi tutto in tv, come ho detto prima. La preparazione dell’incontro, con Berlusconi novello presidente del consiglio che arriva in una città notoriamente civile, ma lui non lo sa, e fa la suocera lamentandosi delle mutande stese alle finestre e ordinando di spargere fiori ovunque, confondendosi con il Festival di Sanremo.
Nel contempo il centro storico viene chiuso nella cosiddetta “zona rossa”. Giustamente l’imperatore e la sua corte vogliono distinguersi dalla plebe e chiudersi nella nuova “città proibita”. Transenne, sbarre, catene, i cittadini chiusi in gabbia che devono chiedere il permesso per uscire di casa. E’ necessario, sta per scatenarsi la violenza inaudita dei no-global, dicono. D’altronde c’era stata Napoli da poco e il predecente governo di sinistra non era andato tanto per il sottile.
Tutto sembra partire invece in maniera pacifica, quel 18 luglio. Tanta allegria e musica al concerto di Manu Chao e nel primo corteo, quello dei migranti, il 19.
Venerdì 20 luglio invece, cambia tutto. In città sono segnalate le tute nere del Black Bloc, un gruppo fantomatico che dove arriva sparge devastazione. E’ strano però, le autorità cittadine segnalano ripetutamente alle forze dell’ordine i luoghi dove il Black Bloc è accampato, presso l’ex ospedale psichiatrico di Quarto, ma nessuno interviene preventivamente.
Nel primo pomeriggio è previsto il corteo delle tute bianche di Casarini, che in maniera sconsiderata ha offerto il fianco alla possibile repressione proclamando di voler “violare” la zona rossa. Una premonizione, forse, perché Genova sta in effetti per essere violata, stuprata in ogni modo, ma da un qualcosa che va oltre la pura guerriglia urbana.
Il corteo dovrebbe scendere da Corso Europa e Corso Gastaldi fino a Piazza Verdi, antistante la Stazione Brignole, dove è il limite della zona percorribile, di lì in poi inizia la città proibita. Un’area larghissima che offre varie vie di fuga, sia verso monte che verso il mare, con i due larghissimi Viali Brigata Bisagno e Brigate Partigiane che portano alla Foce, per non parlare dei giardini di Piazza della Vittoria.
Il Black Bloc si sta dedicando all’assalto del carcere di Marassi, con lanci di bottiglie molotov e devastazioni di negozi e uffici in Corso Sardegna, al di là della ferrovia, ma chi dirige le forze dell’ordine decide che è meglio occuparsi del corteo, addirittura prima che arrivi al limite prestabilito di Piazza Verdi.
Corso Gastaldi va a restringersi in Via Tolemaide, un budello che non può contenere migliaia di persone in fuga. La polizia carica, ignora il gruppo di parlamentari e giornalisti che fungono da cuscinetto tra loro e la testa del corteo, lancia lacrimogeni e inizia il pestaggio dei manifestanti che stanno arretrando verso Corso Gastaldi e defluendo nelle vie laterali.
Quando vidi le immagini di quei pestaggi nei film indipendenti che furono girati quel giorno mi venne in mente "Arancia Meccanica". Quando ho rivisto il film di Kubrick in seguito mi ricordo che ho pensato “sembra Genova”.
Intanto le tute bianche stanno dilagando nella zona di Corso Torino e gli scontri sono sempre più violenti, con la polizia che continua ad ignorare il Black Bloc, che continua le sue devastazioni altrove, praticamente indisturbato.
Alle 17 in Piazza Alimonda c’è un ragazzo di vent'anni, Carlo Giuliani. La foto che viene consegnata dai giornali alla storia ce lo mostra con il passamontagna nero, che imbraccia un estintore davanti ad un defender dei carabinieri che è rimasto isolato e circondato dai manifestanti armati di bastoni. Diranno che con l’estintore voleva uccidere, che era un criminale.
E’ lui che muore, però, ucciso da un colpo di pistola che gli spappola il viso. Il defender, improvvisamente liberatosi dal cul-de-sac gli passa sopra due volte.
Sul defender c’e un ragazzone calabrese di vent’anni come Carlo. Dirà in seguito che ha sparato due colpi, verso l’alto, per legittima difesa, perché era terrorizzato, perché era intossicato dai lacrimogeni e perché nessuno dei colleghi che erano a pochi passi nella piazza erano intervenuti per proteggere lui e gli altri occupanti del mezzo.
Sembra una spiegazione logica. Però Carlo era piccolo di statura, lo chiamavano “piccín”, un colpo verso l’alto l’avrebbe quasi sicuramente mancato. Nel corso dell’inchiesta successiva che si concluderà con l’archiviazione e che getterà comunque tutta la responsabilità sulle spalle di Mario Placanica, il carabiniere giovane e inesperto, girerà una bizzarra teoria su calcinacci volanti che deviano il proiettile fino a colpire Carlo.
Una tragica fatalità, insomma, e sulle responsabilità di chi quel giorno, dalle alte sfere, doveva difendere quei due ragazzi calerà invece la nebbia dell’ennesimo mistero italiano.
In fondo quel ragazzo con il passamontagna se l’era cercata, è il messaggio finale per il popolo dei teleutenti.
La pietà è merce rara in quei giorni. Le mamme benpensanti d’Italia, di solito dalla lacrima facile, sentenziano che sarebbe stato meglio fosse rimasto a casa come tutti i ragazzini per bene, cioè i loro figli e lasceranno da sola Heidi, la mamma di Carlo, a piangere sulla sua morte e a cercare di difendere la sua memoria.
***
Il giorno dopo la tragica morte di Carlo Giuliani una grande manifestazione del Genoa Social Forum parte da Sturla per scendere verso la Foce, lungo Corso Italia. L’intento è quello di protestare pacificamente contro la repressione e le violenze culminate nei fatti di Piazza Alimonda del giorno prima.
Sto seguendo l’intera manifestazione in tv, sul canale satellitare di Primocanale, quando ad un certo punto i commentatori iniziano a parlare dell’arrivo di “anarchici” che stanno devastando la zona presso Piazzale Kennedy (antistante la Fiera) e mi accorgo di un fatto molto strano.
La polizia, come si vede chiaramente dalle riprese televisive, è schierata a fianco della Fiera, alla fine dei Viali Brigate Partigiane e Bisagno, (rispetto alla foto qui sopra, nella parte alta).
Il corteo sta arrivando da Corso Italia, (parte bassa della foto). Alla sua sinistra c’è il mare, a destra vi sono vie laterali, come Via Rimassa, Via Casaregis e Piazza Rossetti che portano alla zona di Corso Torino, luogo da dove provengono le tute nere del Black Bloc.
Non credo ci sarebbe stato bisogno di Napoleone per capire che, per evitare il contatto tra il corteo del GSF e il BB, bastava bloccare queste vie d’accesso a Corso Italia.
Invece, il Black Bloc può affluire indisturbato sul lungomare, dilagare nella zona di Corso Marconi (nella foto) e devastare in santa pace negozi e uffici, con la polizia sempre immobile alla Fiera ed io che continuo a domandarmi “ma perché non intervengono?” Il corteo è sempre fermo alla fine di Corso Italia. Ripeto, sembra impossibile ma, lo si è visto nelle immagini televisive, le forze dell’ordine in grande numero non fanno nulla per fermare al massimo una quarantina di Black Bloc, che, a missione compiuta, se ne scappano da dove sono venuti e dove, a quanto risulta, nessuno li catturerà.
A questo punto la follia pura. La polizia comincia ad avanzare lungo Corso Marconi verso il corteo del GSF e sembra aver intenzione di caricare. Molte persone trovano scampo verso Via Nizza ma la strada è troppo stretta per una folla in fuga e non c’è altro da fare che ripiegare verso Corso Italia. Lì la polizia si accanirà contro tutto ciò che si muove e respira. Faranno scalpore le immagini delle persone insanguinate, compresi alcuni bambini piccoli in braccio ai genitori e anziani, mostrate in apertura al TG1 nei giorni successivi. Lì per lì si disse, beh, una volta tanto i giornalisti hanno avuto il coraggio di mostrare la verità. A distanza di anni comincio a credere che quell’orrore sia stato mostrato per insegnarci qualcosa. Che, per il nostro bene, è meglio non scendere in piazza a manifestare. L’ultima giornata delle manifestazioni contro il G8 si chiude con un bilancio da guerra civile: un morto, 560 feriti, 301 arrestati o fermati, circa 50 miliardi di danni.
Ma non è ancora finita.
Nella notte tra sabato e domenica, la polizia finalmente va a stanare i Black Bloc quando ormai non c’è più nessuno da prendere, e non all’ex manicomio di Quarto dove gli era stato detto che si trovavano, ma negli edifici delle scuole Diaz, a Sturla, dove sono accampati molti manifestanti e ha sede l’ufficio stampa del GSF. La polizia fa irruzione in piena notte, e molti ragazzi vengono colpiti mentre stanno dormendo per terra nei sacchi a pelo, lo testimoniano le chiazze di sangue fresco a livello del pavimento che l’ineffabile San Tommaso Feltri definirà “di succo di pomodoro”. Il blitz porta a 93 fermati e 66 feriti, tra i quali numerosi stranieri.
Dalle inchieste scaturite dalle denunce si apprenderà che furono addotte prove false, come un paio di bottiglie molotov portate dal di fuori, per giustificare l’irruzione e gli arresti.

A margine del blitz della Scuola Diaz vi è l’oscuro episodio della Caserma di Bolzaneto, dove molti dei fermati furono condotti e dove, secondo molte testimonianze, alcuni esponenti delle forze dell’ordine si lasciarono andare ad ulteriori violenze nei loro confronti. Come se a qualcuno fosse stato dato il via libera per sfogare il proprio personale odio politico nei confronti dei manifestanti.
Una situazione inaudita per un paese civile, le cui forze dell’ordine dovrebbero sempre essere al di sopra delle parti.
Massimo D’Alema parlò giustamente di una “notte cilena”, ma sarebbe bene ricordare come, quel giorno in Corso Italia, prologo dei fatti di quella notte, non vi fosse il famoso servizio d’ordine dei DS, che avrebbe saputo forse tamponare gli effetti delle cariche e contenere meglio l’infiltrazione del Black Bloc nel corteo del GSF. I distinguo e la voglia di lavarsene le mani dei partiti della sinistra moderata permisero, io credo, a chi voleva reprimere di connotare l’intero corteo come “estremista” e quindi di estremizzare anche la repressione.
Come dicevo ieri nella prima parte, Genova in quei tre giorni fu stuprata sotto gli occhi del mondo, la sua civiltà e orgogliosa compostezza furono sopraffatte dalla cieca violenza. Una violenza che, o fu cercata scientificamente, o non si fece abbastanza per evitarla. Fu un momento di follia che però potrebbe essere nato da motivi ben precisi che possono essere compresi osservando ciò che è avvenuto in seguito.
Il movimento no global, di fatto, non ha mai più ottenuto lo stesso tipo di ascolto dai mass media tradizionali né vi sono mai più state manifestazioni di quel tipo e di quella imponenza. Tutte le anime che lo componevano, da quelle di estrema sinistra a quelle cattoliche, dal pacifismo puro alle varie espressioni di rifiuto della globalizzazione di ogni colore politico, comprese alcune frange della destra anticapitalista, sono state bollate come ribellione eversiva tout court.
Da Genova in poi il no global è diventato un nemico del nuovo ordine mondiale. Il messaggio che è entrato nelle nostre orecchie e si è annidato bene in mente è che la globalizzazione deve andare avanti, che ci piaccia o no. E di lì a poco meno di due mesi, con il fragore del crollo delle due torri a New York avremmo smesso ulteriormente di sognare. Era il 2001, il primo anno di guerra.
P.S. Sull'Unità di oggi viene riportata la contrarietà di Violante all'istituzione della Commissione Parlamentare d'Indagine sui fatti di Genova, che pure è promessa nel programma dell'Unione. Leggi il mio intervento su BlogGoverno a riguardo.

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