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lunedì 28 febbraio 2011

Scuola privé


Nella vita bisogna provare tutto, anche le scuole private. Ne frequentai una, a vent'anni, per corrispondenti e interpreti. Scuola a rigida conduzione famigliare, nel senso che il marito interpretava con sussiego da maggiordomo inglese fallito la parte del preside, la moglie stava in segreteria ed alla cassa e le figlie erano arruolate come insegnanti per finta delle materie meno impegnative. Le altre docenti, quelle vere, erano tutte signore ben oltre l'età pensionabile e già rottamate, alla Renzi, dalla scuola pubblica. Una di esse, vicina addirittura agli ottant'anni, era una feldmarescialla dal righello facile. Ebbene si, menava. Soprattutto i maschi più riottosi, a manrovescio e con l'anellone da sei etti al dito.
La professoressa di inglese era un'americana ossessionata dai comunisti, una specie di zia di Luttwak, che noi ci divertivamo a sfottere senza pietà quando iniziava la sua perorazione quotidiana in favore della politica di Ronald Reagan.
Tutto l'istituto sapeva di vecchio, di conservazione sotto formalina di tradizioni culturali stracotte e desuete. 
Anche le attrezzature erano ottocentesche. Ricordo che, si parla dei primissimi anni ottanta, nonostante fossero già ampiamente diffuse negli uffici le macchine per scrivere elettriche, noi studiavamo dattilografia su delle Remington anteguerra.

Eppure, secondo la leggenda, la scuola privata dovrebbe offrire una preparazione migliore e più moderna, con insegnanti qualificati, in un ambiente sano e sicuro.
Dalla mia esperienza personale posso dire di non aver imparato un'anticchia di più di quello che avrei appreso frequentando un banalissimo liceo linguistico, con l'aggravante che, nella scuola privata, c'era una retta da pagare.
Per il resto, conosco donne zoccolissime che hanno studiato dalle suore, uomini traumatizzati dalle attenzioni degli insegnanti in prestigiosi collegi maschili retti dai preti ed ambosessi caduti nelle grinfie della droga nonostante la scuola decomunistizzata e frequentata da pari grado di ricchezza.

La scuola privata non è migliore di quella pubblica, serve solo come alibi ai ricchi per illudersi che i loro figli crescano all'insegna dei loro principi rimanendo dentro un circolo chiuso. Essi credono che i loro cuccioli di miliardario possano traviarsi frequentando i figli degli operai, per questo ci tengono tanto alle loro parificate con i diplomi che non valgono un cazzo. Tanto ai cuccioli di miliardario e di trota il diploma non serve, visto che il posto fisso ce l'hanno, spesso e volentieri, per diritto di nascita e di censo e non certo per merito. 
Ecco perché alle scuole private non viene richiesto di fornire una formazione culturale di alto livello. Devono solo mantenere ben divaricata la forbice.

Non a caso, il governo più classista degli ultimi 150 anni ha un debole per i diplomifici un tanto al chilo come il CEPU, per le laureate all'Università Bocchini, per una scuola più privé che privata, dove si studiano discipline altamente specialistiche come l'igiene dentale. Tutto con l'idea che, pagando e stando lontano dai comunisti, si diventi automaticamente degli Einstein. Un governo che ha messo al vertice del Ministero della Distruzione la Gelmini. Quella che, non trovandosi a proprio agio né alla Bocconi e tanto meno alla Normale, è andata a  laurearsi a Reggio Calabria. Chissà perché. Parafrasando un slogan del sessantotto, questa è la somaraggine al potere.

La minchiata di regime più galattica, riguardo all'istruzione, è però quella che vorrebbe le famiglie italiane obbligate dai comunisti  a mandare i figli alla scuola dei soviet senza poter scegliere liberamente di affidare i propri pargoli alle amorevoli cure della privata.
Detto che, potendo pagare, uno può mandare i figli dove gli pare e che quindi il problema non esiste; detto che non manderei i miei figli a studiare dai preti come non li manderei a nuotare spalmati di maionese in una vasca di piranhas, vorrei tranquillizzare Berlusconi ed invitarlo a smetterla di pensare che le scuole private e religiose siano ideologicamente più sicure. Stalin studiò in seminario. 
Paradossalmente e per ironia della sorte, si hanno maggiori probabilità di diventare comunisti non andando alla statale "Sandro Pertini", ma frequentando le Orsoline ed i Maristi ed avendo avuto una professoressa reaganiana. Non per cattiveria ma per reazione.

martedì 11 novembre 2008

Offerta in sacrificio per voi

Esiste la non remota possibilità che i preti siano coloro che hanno il più fottuto timore della morte.

Lo constato ogni giorno. Ogni volta che c'è un morto da benedire, delegherebbero volentieri il compito a chiunque altro, perfino al diavolo con il rischio che se ne porti via l'anima, pur di non doversi confrontare con quella che è evidentemente una fobia.
Lo percepisci dal tono della voce, dalla loro reazione di fuga, dal disagio che esprimono nei confronti di chi li pone di fronte alla ineluttabilità della morte.

Un antico precetto della via del samurai dice: "Pensa un poco ogni giorno alla morte e non la temerai più".
I preti, abituati a celebrare funerali, dovrebbero guardare a Sorella Morte come ad un'amica che finalmente conduce i fratelli al cospetto di quel Dio che adorano, eppure rimangono inattaccabili dalla serenità che ti dà la frequentazione quotidiana della morte.
E' vero, quando celebrano la Messa di fronte ai parenti affranti ti parlano di gioia e del caro Filippuccio che ora è in braccio a Gesù ma una volta in sacrestia, tolti i paramenti e la maschera, riemerge la paura nei confronti di quel contenitore freddo ed ingombrante che temono non risorgerà affatto né tra tre giorni né mai ed anzi, andrà incontro ad effetti collaterali molto ma molto spiacevoli. Lazzaro non verrà fuori dal sepolcro.
Sembra quasi che la morte faccia vacillare in loro la Fede, soprattutto in quella miracolosa resurrezione che non si è voluto limitare al Dio come sommo privilegio ma estendere presuntuosamente a tutti i suoi figli. Li mette in crisi, quindi deve essere rimossa.

E' forse la tanatofobia che spinge i preti ad avere un'ossessiva attrazione per la vita, una perversione biofila.
Dico perversione perchè l'oggetto non è la Vita piena, vissuta, sana, lo splendore di Eros, il sesso. Per carità.
E' la vita purchessìa, a qualunque costo, anche quella senza gambe, braccia e sensi di Johnny e di tutti i disgraziati tormentati dalla malattia. La vita di sofferenza di coloro che vivono con il dolore fisico che li divora.
Quella alla quale i preti si aggrappano in special modo, considerandola di valore inestimabile, è la vita in coma, in quanto simula la morte senza che la vita venga dichiarata sconfitta e possiamo illuderci ancora che venga la resurrezione. Lazzaro che si sveglia e mangia la minestrina seduto sul letto.

Ecco perchè amano la vita senza la luce del pensiero e della volontà di quel corpo disconnesso dalla mente nel quale è prigioniera Eluana e con comprendono il dolore di un padre che è costretto a tenere la figlia nel limbo della non-vita. Per una tragica ironia poi, è proprio la scienza materialista ad aiutare i preti a tener in vita il simulacro delle loro angosce.

Dovremmo credere alla sincerità delle loro smorfie e grida isteriche in difesa della Vita e contro quella che chiamano eugenetica, quando nella Germania nazista furono eliminati, ancora in tempo di pace e ben prima che iniziasse la Soluzione Finale, migliaia di bambini malati, deformi, minorati e malati di mente che non volevano di certo morire, senza che qualcosa di più che un alito di sdegno si alzasse dal Vaticano di Piododici? Oltretutto vogliono farlo santo. Il problema dell'inferno è che non ci sarà mai abbastanza posto per gli ipocriti.

Alla fine di questa tragica storia, vedrete se non sarà così, solo la morte avrà avuto pietà della povera Eluana.


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