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domenica 30 gennaio 2011

Prove generali di un genocidio: Aktion T4, il progetto eutanasia.

Foto: Cinzia Ricci
La televisione italiana ogni tanto riesce ancora a smettere di essere macelleria di sapere, di dignità di  corpi e strumento di mera propaganda, per tornare a fare cultura, ad emozionare e trasmettere conoscenza. 
Ho appena visto "Ausmerzen" (disponibile sul sito delle repliche de La7), il racconto teatrale di Marco Paolini dedicato allo sterminio misconosciuto dei malati di mente e disabili nel Terzo Reich. Erano argomenti a me noti perché sul nazismo avevo scritto la mia tesi di laurea e uno dei capitoli di quel lavoro era dedicato proprio al Progetto Eutanasia, all'Aktion T4.
Lo ripropongo qui, alla lettura di un pubblico senz'altro diverso da quello di una commissione accademica.  

Il presupposto fondamentale dello stato razziale nazista era una visione antibiologica del mondo dominata dall'invidia della morte e dal desiderio ossessivo del suo controllo. 

La cultura dell'eutanasia, non come libera scelta dell'individuo tra cessazione del dolore fisico e sua accettazione, ma intesa come pratica eugenetica di selezione artificiale ed eliminazione spartana di incurabili, deformi e infelici, era molto diffusa all'inizio del Novecento, e non solo in Germania. L'idea di sterilizzare o eliminare i malati di mente era un comodo espediente per allontanare da sé l'incubo della follia e della diversità di pensiero. 

Il regime nazista ascrisse una patente di incurabilità a chiunque non fosse in grado di adeguarsi al sistema. Il numero delle malattie ereditarie fu arbitrariamente aumentato a dismisura. Chi era affetto dalle cosiddette malattie congenite, quindi senza speranza di guarigione, era un peso per la società. Fu una sorprendente resa senza condizioni della ricerca scientifica di fronte alle possibili soluzioni al disagio, alla malattia e all'handicap. Ampi settori del mondo accademico e in special modo della medicina accettarono il principio di ineluttabilità del male e misero i loro laureati al servizio del sistema eliminatorio criminale. Come persi in un orizzonte degli eventi che sconvolgeva la loro percezione della deontologia e dei principi ippocratici, almeno 350 medici nazisti  utilizzarono cavie umane per i loro  inutili esperimenti, praticarono l'eutanasia attiva e uccisero direttamente migliaia di esseri umani e  per questo furono processati a Norimberga per crimini contro  l'umanità. Come ha scritto Robert Jay Lifton sulla psicologia del genocidio: "Un modo per venire a capo di un ambiente storico saturo di morte è quello di abbracciare la morte stessa come mezzo di cura. L'uccisione come terapia". 

Nel suo tradizionale schema di progressione verso la morte, il regime nazista colpì da principio i malati con l'imposizione della sterilizzazione coatta, che fu "legalizzata" il 22 giugno 1933
"Fu stimato che tra i "malati ereditari" da sottoporre a "trattamento" (la sterilizzazione chirurgica) ci fossero 200.000 deboli di mente, 80.000 schizofrenici, 60.000 epilettici, oltre a 4.000 ciechi e a 16.000 sordi e poi ancora 20.000 soggetti con malformazioni gravi, 10.000 "alcolisti ereditari" e 600 affetti dalla Corea di Huntington: in tutto 410.000 persone, ma il calcolo era ancora considerato provvisorio. Il genetista Fritz Lenz suggerì di sterilizzare anche quanti presentassero un lieve segno di malattia mentale, pur riconoscendo che ciò avrebbe comportato il trattamento di 20 milioni di persone. Speciali tribunali sceglievano le persone da sottoporre a intervento: vasectomia nell'uomo e legatura delle tube nella donna. Le stime più attendibili indicano in 200.000-350.000 gli interventi compiuti". 
Le conseguenze psicologiche sulle vittime di questo controllo della fertilità su base autoritaria, erano particolarmente gravi per chi doveva vivere in un paese dove era esaltata la maternità. Giovani uomini e donne furono privati per sempre del diritto di essere genitori perché i loro figli non sarebbero stati graditi al Führer.

Hitler aveva dichiarato i suoi intenti eugenetici già nel 1929, quando aveva affermato che sarebbe stato necessario eliminare settecento-ottocentomila persone tra le più deboli per rinforzare la Germania, ma fu solo nell'inverno del 1938-39 che egli trovò il pretesto per scatenare la sua furia omicida nei confronti delle "vite indegne di essere vissute". 
Una richiesta di eutanasia pervenne alla Cancelleria, da parte di una famiglia nella quale era nato un bambino gravemente deforme. Si richiedeva l'autorizzazione a sopprimere la creatura e Hitler acconsentì, raccomandando ai dirigenti sanitari di risolvere allo stesso modo casi simili, secondo il principio della Gnadentod (morte pietosa). Fu il primo di tanti "ordini non scritti" tesi ad avviare il genocidio.

Si cominciò con i bambini. Medici e levatrici erano obbligati a segnalare all'autorità la nascita di neonati affetti da malformazioni e deficit psichici, che venivano inviati in speciali "cliniche pediatriche" dove venivano lasciati morire di fame o soppressi con iniezioni letali. Nella prima fase del programma morirono così almeno 5200 tra neonati e adolescenti. 

Nell'ottobre del 1939 si passò agli adulti. Il decreto fu retrodatato al 1° settembre per accampare l'alibi dello stato di guerra. Appositi questionari furono inviati negli ospedali e nei manicomi per schedare le migliaia di pazienti in lista per l'eutanasia, scelti in base a criteri clinici e razziali.
Una  squadra di medici e psichiatri coordinarono quello che in codice era chiamato "progetto T4", dall'indirizzo (Tiergartenstrasse 4) della sua sede berlinese.  

A Hadamar i malati venivano eliminati e passati per il camino
Dopo il trasferimento nei centri approntati, come Hadamar, i pazienti erano eliminati utilizzando varie tecniche che dovevano selezionare il modo più efficace ma non necessariamente meno doloroso di dare la morte: iniezioni letali o gassazione a mezzo di monossido di carbonio. Il gas fu impiegato dapprima utilizzando gli scarichi di normali furgoni modificati allo scopo, ma presto si passò alle camere a gas. Fu nell'ambito del progetto eutanasia che fu ideato lo strumento simbolo dell'orrore nazista, la camera a gas. Non mancarono esecuzioni sommarie di pazienti, come i 4000 malati di mente fucilati in Polonia nel 1939.  Le vittime complessive della prima fase del progetto eutanasia ammontano a oltre 70.000.

La sparizione nel nulla di malati che, in molti casi, avevano una famiglia inquietava l'opinione pubblica. Le Chiese presero ufficialmente posizione contro quella che ormai si sapeva essere l'eliminazione dei deboli. In molti casi la popolazione diede segno di ribellione, tentando di fermare i convogli che portavano via i malati. Purtroppo non altrettanta indignazione collettiva fu dimostrata quando furono gli ebrei ad essere portati via in massa verso i lager. Segno che la propaganda antisemita aveva attecchito profondamente, dividendo definitivamente l'ingroup tedesco dall'outgroup ebreo.

L'indignazione popolare per l'eutanasia vide il Ministero della Propaganda moltiplicare i suoi sforzi per realizzare film che dimostrassero senza ombra di dubbio la necessità di eliminare dalla società il peso economico di queste vite senza valore. Film come Ich klage an (Io accuso), apologia dell'eutanasia attiva giocata sulle corde dell'emozione e del ribrezzo per la deformità, furono visti da 18 milioni di spettatori in Germania. Le proteste non cessarono e infine Hitler ordinò che il programma fosse interrotto, nell'agosto del 1941. In realtà, con un semplice cambio di sigla (Aktion 14f 13) il progetto eutanasia si spostò nei lager, dove  continuò ad ingoiare vittime su vittime. 

Con il progredire della guerra, "le categorie di persone  previste dal programma vennero estese per includervi gli Ostarbeiter colpiti da malattie o da esaurimento nervoso; i bambini delle Ostarbeiterinnen, razzialmente "indesiderabili"; i detenuti ammalati o inclini a lamentarsi delle normali prigioni; gli handicappati e, forse, i soldati gravemente mutilati e i piloti che non rispondevano alle cure standard per la psicosi traumatica da guerra. L'omicidio proseguì anche nelle unità pediatriche istituite dal programma di "eutanasia per bambini". 

Mentre eliminavano esseri umani sotto l'egida della medicina e la scusa della Gnadentod, i nazisti perseguivano un folle progetto di creazione di una razza eletta, formata da individui biondi e con gli occhi azzurri, protopitici della razza superiore ariana. Erano stati istituiti, a partire dal 1936, i centri riproduttivi Lebensborn (fonte della vita), dove  maschi delle SS si sarebbero accoppiati con femmine razzialmente pure e i bambini sarebbero stati allevati con ogni cura. A Steinhöering e nel castello di Wewelsburg erano concentrati  gli sforzi per realizzare questo tragico allevamento, voluto dall'ex-allevatore di polli Heinrich Himmler, capo delle SS.

I bambini venivano per la maggior parte dati in adozione a famiglie di SS che non raggiungessero il numero di quattro figli. Con la fine della guerra i bambini ancora presenti nei centri Lebensborn furono abbandonati a loro stessi, molti di loro in condizioni pietose e dispersi per l'Europa, alla disperata ricerca delle proprie origini. Più che creare la razza eletta, furono messi al mondo circa 90.000 orfani, che anni più tardi avrebbero dovuto subire il trauma di scoprire la propria vera origine. 

Le immagini idilliache di un Reich pieno di bambini e mamme felici, che affascinavano i tedeschi e li facevano commuovere alla vista del Führer, autore di quel miracolo, erano sempre più sfuocate e lontane. Si stava realizzando il progetto di distruzione ed autodistruzione di Hitler e di un popolo che aveva ceduto alla fascinazione e preferito "una fine nell'orrore piuttosto che un orrore senza fine". Una discesa nell'orrore che attendeva solo l'atto finale. L'atto di purificazione estremo dell'ideologia barbarica nazista, l'olocausto del capro espiatorio, lo sterminio del popolo ebraico.

martedì 11 novembre 2008

Offerta in sacrificio per voi

Esiste la non remota possibilità che i preti siano coloro che hanno il più fottuto timore della morte.

Lo constato ogni giorno. Ogni volta che c'è un morto da benedire, delegherebbero volentieri il compito a chiunque altro, perfino al diavolo con il rischio che se ne porti via l'anima, pur di non doversi confrontare con quella che è evidentemente una fobia.
Lo percepisci dal tono della voce, dalla loro reazione di fuga, dal disagio che esprimono nei confronti di chi li pone di fronte alla ineluttabilità della morte.

Un antico precetto della via del samurai dice: "Pensa un poco ogni giorno alla morte e non la temerai più".
I preti, abituati a celebrare funerali, dovrebbero guardare a Sorella Morte come ad un'amica che finalmente conduce i fratelli al cospetto di quel Dio che adorano, eppure rimangono inattaccabili dalla serenità che ti dà la frequentazione quotidiana della morte.
E' vero, quando celebrano la Messa di fronte ai parenti affranti ti parlano di gioia e del caro Filippuccio che ora è in braccio a Gesù ma una volta in sacrestia, tolti i paramenti e la maschera, riemerge la paura nei confronti di quel contenitore freddo ed ingombrante che temono non risorgerà affatto né tra tre giorni né mai ed anzi, andrà incontro ad effetti collaterali molto ma molto spiacevoli. Lazzaro non verrà fuori dal sepolcro.
Sembra quasi che la morte faccia vacillare in loro la Fede, soprattutto in quella miracolosa resurrezione che non si è voluto limitare al Dio come sommo privilegio ma estendere presuntuosamente a tutti i suoi figli. Li mette in crisi, quindi deve essere rimossa.

E' forse la tanatofobia che spinge i preti ad avere un'ossessiva attrazione per la vita, una perversione biofila.
Dico perversione perchè l'oggetto non è la Vita piena, vissuta, sana, lo splendore di Eros, il sesso. Per carità.
E' la vita purchessìa, a qualunque costo, anche quella senza gambe, braccia e sensi di Johnny e di tutti i disgraziati tormentati dalla malattia. La vita di sofferenza di coloro che vivono con il dolore fisico che li divora.
Quella alla quale i preti si aggrappano in special modo, considerandola di valore inestimabile, è la vita in coma, in quanto simula la morte senza che la vita venga dichiarata sconfitta e possiamo illuderci ancora che venga la resurrezione. Lazzaro che si sveglia e mangia la minestrina seduto sul letto.

Ecco perchè amano la vita senza la luce del pensiero e della volontà di quel corpo disconnesso dalla mente nel quale è prigioniera Eluana e con comprendono il dolore di un padre che è costretto a tenere la figlia nel limbo della non-vita. Per una tragica ironia poi, è proprio la scienza materialista ad aiutare i preti a tener in vita il simulacro delle loro angosce.

Dovremmo credere alla sincerità delle loro smorfie e grida isteriche in difesa della Vita e contro quella che chiamano eugenetica, quando nella Germania nazista furono eliminati, ancora in tempo di pace e ben prima che iniziasse la Soluzione Finale, migliaia di bambini malati, deformi, minorati e malati di mente che non volevano di certo morire, senza che qualcosa di più che un alito di sdegno si alzasse dal Vaticano di Piododici? Oltretutto vogliono farlo santo. Il problema dell'inferno è che non ci sarà mai abbastanza posto per gli ipocriti.

Alla fine di questa tragica storia, vedrete se non sarà così, solo la morte avrà avuto pietà della povera Eluana.


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mercoledì 26 marzo 2008

Marianna, come ti sei ridotta...

A me piace molto la Francia, anzi la amo. La considero il grande paese la cui titanica cultura ha contribuito di più alla mia formazione. Forse più dell'America, che è venuta cronologicamente dopo.
Sono cresciuta a film francesi e a libri e film di Maigret. Ho riso con "Mon oncle" di Tati, ho visto e rivisto i crudelissimi film di Henri-Georges Clouzot.
Le prime parole straniere che ho imparato erano quelle di un disco di canzoni popolari francesi che mi era stato regalato da mio padre.
Sono rimasta affascinata dalla Rivoluzione Francese da un lato e dai fasti di Versailles raccontati da mia madre che l'aveva visitata. Parigi per me rimarrà per sempre quella in bianco e nero di Belfagor che si aggira per il Louvre. E' un'insieme di idee, di immagini, di reverie, di interpretazioni che forse hanno poco a che fare con la vera Francia ma che a me è caro.

Per questo motivo, nonostante mi tenga costantemente informata su blog come quelli di Gabriele e Virginie, che riportano notizie di prima mano da quella parte di Europa, mi domando sempre più spesso se la Francia meriti veramente di non essere mai ricordata nelle news se non per le coglionate di Sarkozy.

Mi rifiuto di credere che non stia succedendo nulla oltralpe, oltre alle cortigianerie di palazzo.
Leggo che anche lì c'è una questione aperta sulla laicità, che a seguito del triste caso di Chantal Sebire che aveva chiesto di poter essere aiutata a morire per porre fine alle proprie sofferenze, si è riacceso il dibattito sul diritto all'eutanasia. Eppure mi tocca leggere anche questo:
Nel giorno in cui Chantal se n'è andata le associazioni che in Francia chiedono una legge sull'eutanasia si sono rivolte ieri a Carla Bruni, sperando che la "sua sensibilità di madre" le aiuti ad ottenere una legge. Un incontro sull'argomento col marito presidente Sarkozy chiesto in forza di 350mila firme a dicembre e rimasto senza neppure una risposta.
Davvero, ma cos'hanno fatto di male i francesi per avere un presidente-ometto sul quale Carla Bruni può appendere i suoi abiti da sfilata? Pare un paese tornato ai tempi della Pompadour, alla quale far arrivare i propri cahiers des doléances, sperando che le lusinghe di madame nel letto dell'ometto possano contare di più della forza delle opinioni?

Non posso credere che, tra un'occhiata e l'altra ad una scollatura, questo piccolo satiro non stia facendo nulla per il suo paese. Tempo fa udimmo l'idea di castrare i pedofili, poi una mezza idea di favorire la tv pubblica tassando le private, poi il nulla sotto vuoto spinto.
Secondo i nostri telecinegiornali Sarkozy è sempre in vacanza a pavoneggiarsi con il figone (stagionato, per altro) in passerella.
Qual'è il motivo che spinge il Grande Fratello mediatico mondiale a trasmettere della Francia un'immagine del genere? E' un modo per screditarla? Un presidente ometto nel senso di appendiabiti, pare messo lì per non far nulla, se non il servo muto e che deve distrarre continuamente il pubblico con le vicende d'alcova per non dover parlare di cose serie.
Per esempio di cosa sta succedendo nelle banlieues, com'è la situazione economica, se i francesi soffrono dei nostri stessi problemi o sono messi meglio?
Mah, qualcuno mi spieghi, perchè la cosa sta diventando angosciante.


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domenica 28 gennaio 2007

La scoperta dell'acqua santa

Anatema da parte dell’organo della Santa Sede e sconcerto in alcuni blog dal busto troppo stretto per l’ennesima inchiesta dell’Espresso, questa volta sulle opinioni dei preti raccolte da un giornalista in incognito nei confessionali d’Italia.
Cosa ha scoperto di tanto sconvolgente Riccardo Bocca? L’acqua calda, e santa, ovvero che di fronte alla confessione del peccato, soprattutto sessuale, un prete non è detto che segua pedissequamente le direttive delle gerarchie biancogialle ma più spesso forse la sua umana e cristiana coscienza.

E’ una cosa che ho constatato anche di persona un paio di anni fa quando, sentendo un gran bisogno di Dio, trovai un simpatico frate con il quale cominciai a parlare e la conversazione divenne in pratica una confessione. Certo, quando venne a sapere che la pecorella smarrita conviveva con il suo compagno scosse la testa e disse che dovevo fare di tutto per arrivare a santificare la relazione nel matrimonio, ma poi mi diede l’assoluzione dai miei peccati e perfino la comunione, nella chiesa deserta. Una cosa tra me, lui e Dio. Qualche tempo dopo tornai in Chiesa, un’altra. Il parroco mi stette ad ascoltare ma all’annuncio del fatto della convivenza si fece cupo in volto e mi disse che assolutamente non poteva darmi l’assoluzione. Praticamente quasi mi cacciò dal confessionale. “Un frate l’altro giorno mi ha dato l’assoluzione e la comunione”, protestai, “Allora figliola, quello che ti consiglio è di tornare da quel frate”.

Capita l’antifona? Non c’è assolutamente uniformità di comportamento all’interno della Chiesa (altro che centrosinistra). C’è prete e prete, c’è Ponzio Pilato e Torquemada, c’è Ruini e c’è Don Gallo, gli ottusi burocrati e quelli che “se Cristo ha perdonato l’adultera…”
Tutto ciò è normale e risaputo ma, come nel caso della pedofilia, per il Vaticano lo scandalo non è lo scoprire che alcuni preti molestano i bambini, ma che qualcuno lo denunci.

E’ molto interessante e istruttivo che, grazie a quest’inchiesta, si rimarchino le divisioni all’interno della Chiesa sugli argomenti sui quali si scannano in questi giorni anche i politici: PACS, unioni omosessuali ed eutanasia. Se permettete è bello sapere che il sacerdote può essere indulgente anche con l’anonimo peccatore di provincia oltre che con il fantastiliardario pluridivorziato-risposato al quale si concede pubblicamente l’ostia in barba alla dottrina. La discussione potrebbe servire molto alla Chiesa per fare chiarezza al suo interno.
Invece si urla al sacrilegio e al “come si sono permessi” e il bello è che si scandalizzano non soltanto le gerarchie vaticane ma anche i ben pensanti e ben scriventi, a leggere diversi commenti nei blogs.

Non vorrei che questo fosse un brutto segno dei tempi. Non sarà la disabitudine al giornalismo di inchiesta? I troppi anni di “Porta a Porta” alle spalle? I servizi da Londra di Masotti? I primi effetti della contaminazione da gossip impoverito che ogni giorno ci propinano giornali e tv?

Forse alcuni sono troppo giovani per ricordarlo, ma di queste inchieste una volta “L’Espresso” ne faceva una alla settimana e di ben più toste.
Il giornalismo è questo, purtroppo, non il TG5 di Carlo Rossella O’Hara che è uguale al TG1 e al TG2, dove cambiano solo le scrivanie e gli orari ma il pastone è sempre quello.
Non ci siamo più abituati e non ne faccio una colpa a nessuno, ma i veri giornalisti non sono quelli con il giubbotto antiproiettile e antivergogna, embedded nel senso che si infilano (metaforicamente, ci mancherebbe altro) nel letto di chi li paga, ma quelli che per capire bene l’argomento e il fenomeno devono infiltrarsi, fare opera di investigazione, e tanto più quanto il materiale è scottante e bisogna quindi ricorrere a questi mezzi per parlarne e farne parlare. Insomma sono quelli che danno, con rispetto parlando, le notizie.

Tanti anni fa in Germania, ben prima di Fabrizio Gatti, Gunter Wallraff si fece crescere dei bei baffoni alla turca, assunse una falsa identità da immigrato e si fece assoldare da una grande casa farmaceutica che cercava clandestinamente cavie umane sulle quali testare i nuovi farmaci. Quella, ed altre esperienze da lui vissute in incognito diventarono il libro “Faccia da Turco”, ancora oggi una delle testimonianza più vive e inquietanti sul dramma dell’immigrazione oltre che un classico del giornalismo di inchiesta imitato da allora in tutto il mondo.
Non meravigliatevi per favore, ragazzi, se esiste ancora un giornalismo che fa riflettere. Lo so, sulle prime è amaro da mandar giù, ma poi ci fa guarire.

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