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martedì 5 giugno 2012

Come sono cattivi i ricchi

Chiunque li abbia conosciuti fin da piccoli, abbia giocato con i loro figli, li abbia avuti come vicini o, ancor peggio, come parenti, riconoscerà che i ricchi sono cattivi. Odiano i poveri, tranne quelli che risaltano così bene sui loro bianchi manti, come i bambini negri.
Sono convinta che il ricco pensi che il negro che muore di fame in Africa sia stato creato solo per titillargli quel minimo sindacale di compassione che serve a distinguerlo dal coccodrillo ed evitare di essere inavvertitamente riciclato in forma di borsetta. Odiano i poveri e dedicano la loro vita a perseguitarli.

Questi ricchi soloni che ci governano, ad esempio. Devono essersi chiesti: "Come facciamo a far loro sputare quei quattro schei che insistono a volersi tenere in banca? E quelle case? Cosa credono, pidocchi di merda, di potersi permettere ancora l'appartamentino al mare comperato con il TFR di una vita di lavoro?"
E' evidente che ci odiano, soprattutto noi che non siamo più poveri come i nostri nonni ma nemmeno ricchi come loro. Noi che non siamo proprio pezzenti - ai quali invece possono anche regalare la loro roba vecchia - ma media borghesia creatasi grazie al duro lavoro, con proprietà immobiliari e qualche soldo in banca per la vecchiaia, senza particolari vizi se non quello antico del risparmio. Qualche BOT, BTP, CCT, al massimo un  portafogliuccio in finta pelle di valuta estera: dollari, franchi svizzeri, sterline. Robetta ma che, per noi, è anche troppo, secondo loro. 
Non si spiega se non con la cattiveria la decisione di minacciare i nostri risparmi con i più sporchi giochi finanziari, di tassarci la casa fino all'ultima goccia di sangue. Di fottersene bellamente di ogni concetto di progressività della tassazione, così da affondare il coltello nelle nostre carni e fare solo un graffietto ai loro simili. 
Perché il ricco non sopporta che la ricchezza si estenda oltre il famigerato 1%. A quel punto fa di tutto per ristabilire le debite proporzioni tra lui e il resto del mondo pezzente e cercare di far rientrare anche i più riottosi wannabe rich nel 99%. Non c'è cosa che lo faccia più imbestialire dell'idea di un benessere su larga scala, condiviso. E la vera ricchezza risalta meglio sullo sfondo della povertà generalizzata, ora globalizzata.

L'avete sentita Christine la macchina da soldi infernale, Lagarde, la maitresse del FMI, dire che prova più compassione per i negretti (vedi sopra) che muoiono di fame in Africa, soprattutto per colpa sua, che per i greci strangolati dai suoi sodali della finanza d'alto bordo. "Non si aspettino compassione", ha detto. Ma si figuri, madame, se ci saremmo permessi di aspettarcela da lei.
I neri, del resto, portano fortuna alla Lagarde. E' stato per merito di una cameriera di colore che ha potuto portar via la sedia da sotto al culo del suo predecessore Dominique Strauss-Kahn.

Piccolo inciso. Scordatevi che le donne, quando scendono in politica e si ritrovano con il potere in mano, siano migliori degli uomini. Sono sempre, prima di tutto, femmine di ricco. Se devono applicare la crudeltà istituzionale del neocapitalismo lo faranno con grande passione. Ricordate la cazzutissima Signora Thatcher, che ancora provoca polluzioni notturne ai fanatici del neoliberismo, che è il loro mito assoluto assieme al presidente demente? Pensate che, quando "Milk Snatcher" morirà, sarà ricordata come grande statista? No, passerà alla storia per essere stata quella che tagliò i fondi per il latte nelle scuole, da qui il nomignolo, per un atto di pura cattiveria, da vecchia strega cotonata più adatta a dirigere con sadismo un collegio di proletari brufolosi che la Gran Bretagna.
Anche la callipigia Merkel non sta offrendo un gran esempio di presunta superiorità politica femminile. Meno male, benvenute signore, ben ritornate sulla Terra. Chiudo l'inciso.

Di questa cattiveria istituzionale i ricchi sono molto fieri, soprattutto se sono riusciti, con l'addestramento, ad  unirla ad una straordinaria ottusità mentale.
Come scrive Giulio Sapelli nel suo saggio "L'inverno di Monti":
" La conseguenza di questo rifiuto della soluzione politica è stata non soltanto l’aumento della sofferenza sociale, ma l’emergere di una crudeltà istituzionale sino a oggi inusitata. Prodotto del potere dimidiato (per fortuna!) dei professori italici, i quali, come quelli europei e di tutto il mondo, vivono nell’iperuranio dell’astrattezza. In primo luogo gli economisti, che troppo spesso sono solo professori e non intellettuali, con conseguenze ancor più umanamente devastanti: concepiscono i soggetti umani come cavie e non come persone. Non si tratta, infatti, di piangere, ma di chiedere scusa, di pentirsi e di avere un attimo di coscienza e non di autostima illimitata di sé. Si tratta di capire che le decisioni politiche – perché tutto è aristotelicamente politico quando si è nella polis – hanno conseguenze sulle persone. Le persone, non bisogna mai dimenticarlo, non solo soffrono, ma si ribellano e dilaniano il loro essere se colui che decide non le ascolta, non le consulta."

venerdì 10 febbraio 2012

Nepotismo acuto


Asciugatasi la lacrimuccia d'ordinanza e sguainando un artiglio felino da mamma gatta alla quale dei monellacci hanno stropicciato i cuccioli, la ministra del Welfare ha risposto che sua figlia sa difendersi benissimo da sola dall'attacco mediatico dovuto alla scoperta dei suoi innumerevoli crediti accademici in odor di nepotismo. Un bel riassunto del come questa genia praecox, solo casualmente figlia di baroni universitari, abbia fatto carriera in Università alla velocità della luce, tra un conflitto di interessi e l'altro, si trova in questo articolo.
Certo che sanno difendersi i cuccioli. Difatti la praecox, assai piccata dalle domande maliziose dei giornalisti sulla sua fulminante carriera accademica, ci ha fatto sapere, miagolando e soffiando, che non ha niente da dire e che "per lei parla il suo curriculum". Immagino si riferisca alle famose pubblicazioni delle quali si riempiono la bocca tutti i ricercatori e docenti del mondo, per vomitarcele addosso a tradimento ogni volta che li si punge nel vivo. Eccheppalle, mi consenta.

Le pubblicazioni, già. Al tempo.
Anch'io formichella, nel mio piccolo, ho frequentato l'Università e, osservando soprattutto il parco docenti, mi sono fatta un'idea di come funziona la baracca e mi ci sono incazzata.
Docenti che ti domandi come cavolo siano riusciti ad ottenere una cattedra vista la loro pochezza intellettuale e, in alcuni casi, conclamata ignoranza.
Professori affetti da una preoccupante serie di patologie mentali che li porta a comportarsi come il colonnello Kurtz nel loro personale Vietnam accademico dove si torturano studenti e si celebra il culto della loro personalità disturbata.
Docenti che hanno dedicato una vita intera ad un solo argomento di studio, senza per altro neppure assaggiare una cucchiaiata di Premio Nobel e facendoti venire il dubbio che quello che studiano sia in fondo un falso problema che vedono solo loro. Come i reticoli spia degli schizofrenici.
Relatori infine che ti lisciano il pelo fino al giorno della laurea, promettendoti la pubblicazione della tua tesi geniale, carriere da assistente e dottorati a ripetizione e che, quando finalmente ti laurei con il massimo dei voti ed esprimi il desiderio di continuare con il famoso dottorato per farti quella carriera che ti avevano prospettato, vista la tua bravura, si bloccano, vanno in blue screen e balbettano che "Beh, sai, non è così facile entrare nel dottorato, i posti sono limitati". Come premio di consolazione, ti offrono di "collaborare" con loro nel loro staff.

Ed ecco dove entrano a gamba tesa le famose pubblicazioni tanto preziose per i ricercatori. Bisogna premettere che non conta il numero degli articoli pubblicati in sé ma dove si pubblicano, ovvero su determinate riviste scientifiche di fama mondiale, quasi tutte straniere, dove non pubblicano dogs & pigs. Topolino, L'Eco del Chisone e Focus, per intenderci, non fanno curriculum.
Frequentando l'ambiente universitario e i colleghi più anziani, scopri presto che l'articolo, a volte, è solo "firmato" dal famoso docente. La ricerca, il follow-up e le conclusioni le conducono e producono gli assistenti o addirittura gli studenti. Quelli più bravi naturalmente. Insomma, tu ti spremi l'encefalo con un'idea magari tua, la concretizzi in una brillante ricerca e il docente o il capo ricercatore si fanno belli con il culo degli altri. Ci mettono la firma, fanno pubblicare la ricerca a loro nome e l'articolo va nel loro curriculum, che si ingrossa a dismisura. Non che vada sempre così ma succede molto spesso.
Con queste premesse e conoscendo il pollame accademico, a quel punto, quando il relatore fa macchina indietro nel darti il suo appoggio per entrare nel dottorato di ricerca, capisci che, o ti prostituisci nel classico modo o nell'altro che consiste nello scrivere roba tua da far firmare al docente, oppure ciccia. Di solito, se non sei peloso sullo stomaco come BigFoot, li mandi tutti a cagare e rinunci alla tua brillante carriera universitaria.

Quello che voglio dire è che, conoscendo certe magagne dell'Università, quando vedi certi curriculum alla John Holmes, il sospetto che non sia tutta farina dello stesso sacco ma che si sia utilizzata la riserva di "ghost writers", è inevitabile ti venga. E, visto il pedigree di certi cuccioli, ti domandi: non sarà che i posti sono limitati perché bisogna riservarli agli skizzi geniali dei docenti e dei loro amici  e soci di club e di grembiulino?
A proposito di pubblicazioni, ecco un interessante articolo,  intitolato "Measuring Nepotism through Shared Last Names: The Case of Italian Academia", pubblicato da un ricercatore dell'Università di Chicago, Stefano Allesina, che ha analizzato statisticamente la ricorrenza dei cognomi all'interno degli elenchi dei docenti universitari italiani. I risultati sono analizzati qui e confermano purtroppo i sospetti che avevamo. Il nepotismo, nelle accademie italiane, dilaga come i batteri resistenti agli antibiotici negli ospedali.

Ecco perché le reazioni puntute della patrizia prole baciata dalla fortuna a suon di posti fissi prestigiosi e milionari in università, banche e multinazionali, dei secchioni a spinta che danno di sfigati agli altri sono ancora più indisponenti e ci fanno toccare i nervi. Noi che vorremmo avere avuto solo le loro stesse opportunità, perché eravamo bravi e ce lo saremmo meritati.
A dar fastidio non è il fatto che i castamen e le loro femmine piazzino i loro skizzi, tutti geni, tutti intelligentissimi, tutti bravissimi - e che magari, poracci, in certi casi lo sono davvero ad occupare tutti i posti chiave della società, affinché la Casta perpetui sé stessa. Lo sappiamo come va il mondo. Che l'avvocatone Carcharodon Carcharias passi i clienti al figlio è normale. Che si piazzino i figli in ditta o in quella di chi ti deve un favore grosso così è fisiologico.
Succede sicuramente anche a Yale, a Princeton e al MIT che per il figlio del miliardario e del confratello massone si abbia un occhio di riguardo. Il trota dei Bush è addirittura diventato presidente degli Stati Uniti.
Però in Italia, da parte di questi ricchi che si tramandano il potere per via di sangue come i re c'è una strafottenza medioevale da signore feudale che si rivolge alla plebe, un atteggiamento da Papa Borgia & figli che è assolutamente insopportabile.
E' il solito marchesedelgrillismo del "noi siamo noi e voi non siete un cazzo" che riconosciamo dall'odore anche se proviene da una gentile signora in Chanel e giro di perle. Odore che assomiglia moltissimo a quello della merda.

sabato 7 gennaio 2012

E' arrivata la Befera


Da qualche giorno sono scattati i controlli delle Yellow Flames e dell'Agenzia delle Entrate  - a gamba tesa, in questo caso - del J. Edgar Hoover del fisco, Attilio Befera, nei luoghi dove si suppone si concentrino coloro in grado di fare gli spendaccioni a rutto libero in vacanza: Cortina, Portofino e, ci possiamo scommettere, prossimamente Porto Cervo ed altri POI per billionari. Più che capitali della ricchezza, dell'ostentazione e del lusso sfrenato. Mete preferite per i  Rich Pride vacanzieri annuali, insomma, quelli dove gli sboroni con il portafoglio a fisarmonica non hanno vergogna di girare a facciaculo nudo.

Qualche ingenuo pensava fossero luoghi dove si, spendi 800 euro per la prenotazione di un tavolo in una bettola per miliardari la sera di Capodanno e 200.000 euro per un plaidduccio in zibellino ma poi il gestore e il boutiquaro di lusso ti rilasciano regolare fattura o scontrino. Spese assurde ed esagerate ma, se uno li ha, va bene che li spenda e spanda piuttosto che tenerli in cassaforte come Arpagone. Facciamo girare l'economia, oltre ai cabbasisi di coloro che 800 euro li guadagnano in un mese e con 200.000 ci comprerebbero la casa e, mi creda, signora mia, non è invidia, è solo senso della misura e del pudore.

Ostentazione a parte, non vi sarebbe nulla di male nel commercio di lusso, se regolarmente tassato. Invece, proprio in quel profondo Nord che la Lega considera il regno degli uomini onesti e probi, soprattutto se bottegai*, succede che in un giorno, quello dell'Invasione degli Ultrafinanzieri, gli incassi aumentino del 400%. Deduzione logica: allora di solito non battono gli scontrini, 'sti fetusi. Sono degli evasori di 'sta minchia che fottono noi che le tasse le paghiamo. Più che ricco Nord perseguitato sembra la Calabria di Cetto Laqualunque e quindi tutta l'Italia è paese, alla faccia dei legaioli.



La scoperta della sacca di evasione del comparto turismo di lusso & affini ha provocato ovviamente dolorosissime coliche nei difensori storici delle Innocenti Evasioni e dell'Evadere Il Giusto E' Un Diritto; nelle varie onlus per la ricerca sull'Allergia allo Scontrino, insomma nei ricchi esponenti della casta politica berlusconiana, scattati tutti come un sol pupazzetto a molla. Dalla Santanché, che considera Cortina un "ascensore sociale dove tante famiglie indigenti portano i figli per fargli fare le amicizie giuste" (non ho parole, saranno i famosi Pirla delle Dolomiti, immagino) al solito Aigor Gasparri fino a Massimo Boldi, m'hai detto cotica.
Un bell'ammutolimento generale, come nel film di Albanese, sarebbe stato molto più dignitoso.



* Nessuno si senta offeso dall'utilizzo del termine bottegaio. Napoleone, con quella parola, ci definiva un paese intero: l'Inghilterra.

lunedì 28 febbraio 2011

Scuola privé


Nella vita bisogna provare tutto, anche le scuole private. Ne frequentai una, a vent'anni, per corrispondenti e interpreti. Scuola a rigida conduzione famigliare, nel senso che il marito interpretava con sussiego da maggiordomo inglese fallito la parte del preside, la moglie stava in segreteria ed alla cassa e le figlie erano arruolate come insegnanti per finta delle materie meno impegnative. Le altre docenti, quelle vere, erano tutte signore ben oltre l'età pensionabile e già rottamate, alla Renzi, dalla scuola pubblica. Una di esse, vicina addirittura agli ottant'anni, era una feldmarescialla dal righello facile. Ebbene si, menava. Soprattutto i maschi più riottosi, a manrovescio e con l'anellone da sei etti al dito.
La professoressa di inglese era un'americana ossessionata dai comunisti, una specie di zia di Luttwak, che noi ci divertivamo a sfottere senza pietà quando iniziava la sua perorazione quotidiana in favore della politica di Ronald Reagan.
Tutto l'istituto sapeva di vecchio, di conservazione sotto formalina di tradizioni culturali stracotte e desuete. 
Anche le attrezzature erano ottocentesche. Ricordo che, si parla dei primissimi anni ottanta, nonostante fossero già ampiamente diffuse negli uffici le macchine per scrivere elettriche, noi studiavamo dattilografia su delle Remington anteguerra.

Eppure, secondo la leggenda, la scuola privata dovrebbe offrire una preparazione migliore e più moderna, con insegnanti qualificati, in un ambiente sano e sicuro.
Dalla mia esperienza personale posso dire di non aver imparato un'anticchia di più di quello che avrei appreso frequentando un banalissimo liceo linguistico, con l'aggravante che, nella scuola privata, c'era una retta da pagare.
Per il resto, conosco donne zoccolissime che hanno studiato dalle suore, uomini traumatizzati dalle attenzioni degli insegnanti in prestigiosi collegi maschili retti dai preti ed ambosessi caduti nelle grinfie della droga nonostante la scuola decomunistizzata e frequentata da pari grado di ricchezza.

La scuola privata non è migliore di quella pubblica, serve solo come alibi ai ricchi per illudersi che i loro figli crescano all'insegna dei loro principi rimanendo dentro un circolo chiuso. Essi credono che i loro cuccioli di miliardario possano traviarsi frequentando i figli degli operai, per questo ci tengono tanto alle loro parificate con i diplomi che non valgono un cazzo. Tanto ai cuccioli di miliardario e di trota il diploma non serve, visto che il posto fisso ce l'hanno, spesso e volentieri, per diritto di nascita e di censo e non certo per merito. 
Ecco perché alle scuole private non viene richiesto di fornire una formazione culturale di alto livello. Devono solo mantenere ben divaricata la forbice.

Non a caso, il governo più classista degli ultimi 150 anni ha un debole per i diplomifici un tanto al chilo come il CEPU, per le laureate all'Università Bocchini, per una scuola più privé che privata, dove si studiano discipline altamente specialistiche come l'igiene dentale. Tutto con l'idea che, pagando e stando lontano dai comunisti, si diventi automaticamente degli Einstein. Un governo che ha messo al vertice del Ministero della Distruzione la Gelmini. Quella che, non trovandosi a proprio agio né alla Bocconi e tanto meno alla Normale, è andata a  laurearsi a Reggio Calabria. Chissà perché. Parafrasando un slogan del sessantotto, questa è la somaraggine al potere.

La minchiata di regime più galattica, riguardo all'istruzione, è però quella che vorrebbe le famiglie italiane obbligate dai comunisti  a mandare i figli alla scuola dei soviet senza poter scegliere liberamente di affidare i propri pargoli alle amorevoli cure della privata.
Detto che, potendo pagare, uno può mandare i figli dove gli pare e che quindi il problema non esiste; detto che non manderei i miei figli a studiare dai preti come non li manderei a nuotare spalmati di maionese in una vasca di piranhas, vorrei tranquillizzare Berlusconi ed invitarlo a smetterla di pensare che le scuole private e religiose siano ideologicamente più sicure. Stalin studiò in seminario. 
Paradossalmente e per ironia della sorte, si hanno maggiori probabilità di diventare comunisti non andando alla statale "Sandro Pertini", ma frequentando le Orsoline ed i Maristi ed avendo avuto una professoressa reaganiana. Non per cattiveria ma per reazione.

lunedì 7 dicembre 2009

S. Ambrogio's Vip Pride

L'altra sera, zappando tra una partita, una fiction e un Dr. House interamente dormito, mi sono ritrovata su Raitre di fronte ad uno spettacolo inconsueto. Un'orchestra, un pianista e musica di Ludovico Van.
Musica classica a quest'ora in tv? Oddìo è morto Berlusconi, ho pensato. Avete presente, come quando schiattavano i segretari del PCUS.
Invece era semplicemente Cultura, pasturata senza tanti complimenti ai telespettatori di un programma di solito di tono più svagato. Una bella sorpresa. Bella musica e splendidi musicisti.
Il pretesto era l'inaugurazione della stagione della Scala, con la "Carmen" affidata al maestro Baremboim, uno degli intervenuti al programma di Fazio.

Appunto. Sto leggendo e soprattutto guardando le foto della serata inaugurale della Scala di Milano, il consueto appuntamento del 7 dicembre con il Vip Pride, la festa dell'orgoglio milionario dove però, purtroppo, dopo aver sbattuto la gabbana fatta di cento scalpi di visone e la gioielleria al cristallo di carbonio in faccia al cassintegrato, il V(ery) I(mportant) P(irla) deve pagare pegno e sorbirsi due-tre ore - quando va grassa e bastano - di opera lirica.

Per fortuna quest'anno, con la "Carmen" di Bizet, la musica è meno impegnativa di quella interminabile del Wagner, la trama è movimentata e il finale è in stile CSI, con il Don Giosé che scanna la fedifraga che si fa sbattere da quel torero lì, come si chiama, Camomillo, Escamillo. Quest'atmosfera da pagina di cronaca nera di "Libero", con la zingara cattiva che alla fine muore sono sicura terrà svegli i cumenda e le sciurette con i culi imprigionati nelle poltroncine di velluto. Certo è sempre musica classica e non Apicella e alla fine sono due palle così ma non esserci sarebbe impensabile. C'è uno zoccolo duro di borghesia milanese che non mancherebbe la prima della Scala neppure se fosse stesa in un lazzaretto alla Don Rodrigo in una riedizione rimasterizzata della peste manzoniana.

Dicevo della sfilata di dame e damazze, sciure e sciurette capitanate dalla First Sciura in Armani verde con l'orecchino smeraldato a fare pendant ed il solito capello cotonato fissaggio extraforte effetto "mi piego ma non mi spettino".
Mi fa piacere che quest'anno, dopo un paio d'anni di ipocrisia del "tutti sottotonoo!!!" si sia tornati, in tempi di crisi e licenziamenti, al sano sfarzo del blagueur in libera uscita.
Macchè bigiotteria cinese, fuori i collier e le parure dalle cassette di sicurezza. In culo ai manifestanti, tenuti ben lontani dal vippume in passerella dai celerini in tenuta antisommossa. In quella piazza di Milano il tempo si è fermato. E' sempre 1968.

Ecco Marina dall'ambrogina d'oro, occhio bistrato stile espressionismo tedesco Doktor Caligari, sorriso vagamente asinino e abituccio nero sobrio sobrio ravvivato dal collierone che le aggiudica senz'altro il titolo di vippetta megasupersborona della serata.
"Me lo ha regalato Papi". Tié! Una vera pizza in faccia alla matrigna, che l'anno scorso, anno di magra, si presentò con una misera collanona di cristallo di rocca.
La Madonna di Mondadorije invece sfoggia, eccome se sfoggia. Anche lei con moroso ballerino al guinzaglio, come Dolce del duo Dolce&Gabbana che vince il premio "viva la faccia d' 'o cazzo" quando afferma di non condividere gli inviti alla sobrietà in una giornata come questa. Ma certo, a lui, se gli operai perdono il posto, che cazzo gliene può fregare? Mica sono suoi clienti.

A rappresentanza del governo non c'era Silviuccio nostro, che ha altro da fare tra un pentito e l'altro e che ama ben altra musica di quella lagna, ma la ministra Brambilla, scelta unicamente per il cognome tipicamente meneghino e per la raffinatezza di modi. Bondi, ministro per caso della cultura, non pervenuto. Nessuno ne ha patito l'assenza.
In compenso poteva mancare il presidente Napolitano che ormai starà cominciando ad apparire in bilocazione, ovverosia in due posti contemporaneamente, come San Pio da Pietrelcina?
Tra gli aficionados del foyer si sono viste le solite carampane Marzotto e Cortese che, come ogni anno da 4.500 anni, vengono tolte con cautela da sue vasi di formalina custoditi nel retropalco e mandate a fare una rapida passerella prima che l'aria le decomponga.

Ospiti stranieri senza infamia e senza lode. Segnalato Dan Brown, che scommetto si sarà trovato a suo agio tra tanti Illuminati ed il presidente del Gabon che si chiama, lo giuro, Ali Bongo (!).
Insomma il solito ripetitivo rituale che ha avuto l'unico momento di genialità nella scelta dell'abito di Valeria Marini.
Vederla così sfasciata di rosso è stato illuminante (in omaggio a Dan Brown). Ho cercato di scacciare l'immagine di un gruppo di stronzi tutti riuniti in un teatro ma non ho potuto farci nulla. Mi ha ricordato la vendetta della Faccia Gigante.

mercoledì 1 aprile 2009

O Capitan, c'è un nano in mezzo al mar...

L'ho sentita anch'io la notizia (per la verità l'ho letta su un giornale russo), secondo la quale Silvio Berlusconi avrebbe siglato un accordo con Vladimir Putin per un colossale, anzi titanico, investimento nella cantieristica navale, per la realizzazione di una flotta di navi da crociera extralusso, dotate di ogni comfort e svago.
Credevo fosse uno scherzo ma la badante della mia vicina mi ha confermato, traducendomi dal russo, che una delle navi, anzi la più grande e lussuosa, si chiamerà Titanic, e sarà varata nell'aprile del 2012, alla faccia della sfiga! La società italo-russa che gestirà la commessa avrà sede nei cantieri del porto di Vory v Zakone, sul Baltico.

Questa notizia, che ha sembra incredibile ma solo per chi non crede nella fenomenale inventiva del nostro presidente del consiglio, avrebbe un retroscena, per così dire esoterico, che viene svelato in un articolo comparso in rete su alcuni siti complottisti, articolo già misteriosamente scomparso e non più rintracciabile su Google.
Secondo quanto scrive l'esperto internazionale di occultismo prof. Marco Tagliaferri, la data del 2012 ha un significato esoterico per molte culture e, come è noto, per i Maya avrebbe rappresentato la data della fine del mondo. L'affondamento del Titanic, avvenuto esattamente un secolo prima, nel 1912, non fu altro che un avvertimento alla classe dominante del mondo. Se letta attentamente con occhio esoterico, la storia del Titanic conterrebbe le istruzioni per il salvataggio della classe dominante dalla furia delle masse proletarie che, in seguito alla crisi economica, è pronta a prendere le armi nel giro dei prossimi due anni.

Ecco quindi la necessità di costruire una flotta di navi atte ad ospitare gente abituata al lusso più estremo e a garantirne la sopravvivenza per lunghi mesi o addirittura anni, in mare aperto. Come farebbero le navi a non essere intercettate dai rivoluzionari? Qui arriva la clamorosa rivelazione di un ex agente della CIA, John K. Holmes. Chi di voi ricorda l'esperimento Philadelphia, ovvero il tentativo di rendere una nave invisibile, smaterializzarla e materializzarla a piacimento? L'esperimento, già fallito in precedenza sarebbe ora segretamente riuscito e sarebbe pronto ad essere applicato al progetto Rescue the Rich.

Sembra incredibile, è vero, ma se il dottor Scapagnini ha affermato che Berlusconi camperà fino a 120 anni aveva i suoi buoni motivi per dirlo.
Inutile dire che le liste dei passeggeri sono già compilate da tempo e l'unico terrore di chi è già prenotato in cuccetta iperlusso è di fallire e di vedersi così scavalcato dal rampante di turno, magari il suo vicino di villa.

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lunedì 14 gennaio 2008

Notizie da termovalorizzare

Naomi Campbell negli ultimi tempi si è improvvisata giornalista e sta collaborando con la rivista inglese GQ per la quale sta realizzando una serie di interviste a statisti di tutto il mondo.
Non vedo lo scandalo. Visto che i giornalisti patentati ormai suggeriscono le risposte ai potenti che intervistano dalla posizione sdraiata a pelle di leone, chissà che qualche buona domanda scomoda non venga d’ora in avanti alle top model. Hai visto mai?

E’ capitato che Naomi abbia incontrato il presidente venezuelano Hugo Chavez a Caracas per l’intervista che uscirà nel numero di febbraio.
Non aspettatevi la Fallaci, non tutte le domande contengono profonde disquisizioni politiche. Alcune sono leggere come uno chiffon di Versace e frivole come una mise di Gaultier:
“Chi è il despota più elegante?”
“Fidel, naturalmente.”
“Poseresti a torso nudo come Putin?”
“Perchè no, senti che muscoli!”

Secondo Naomi, Hugo è un fan delle Spice Girls e non gli dispiace il principe Carlo.
Cosa pretendevate? Le interviste con la storia non si fanno più con su l’elmetto di Oriana ma con i tacchi a spillo, c’est la vie. Ciononostante, Naomi offre a Chavez lo spunto per far sapere ancora una volta al mondo come la pensa sugli Stati Uniti ed il loro imperialismo.

Nelle redazioni italiane, quando hanno letto il nome Chavez associato a quello della top model, non hanno resistito.
Figurati se non ci scappava il peto mediatico, la strizzata d’occhi e il darsi di gomito l’un l’altro, a TG unificati. Succo del concetto che è colato giù dal teleschermo: sapete? Hugo si tromba la Naomi, ‘tacci sua.
Perché, sottotitolo, quelle come Naomi possono essere lì solo per trombare. Faccetta nera, sarai venezuelana, avrà pensato qualche vecchio gerarca da Minculpop.

Sono andata a cercare sulla stampa internazionale la notizia della supposta (non uso questo termine a caso) love story, per vedere se la cosa era riportata nello stesso modo in cui è stata raccontata dai giornali e telegiornali italiani in questi giorni. Insomma, se era vera.
La navigazione è stata proficua. Intanto ho scoperto su Fox News (non esattamente il "Rude Pravo") che Naomi ha incontrato l’altro giorno a Buenos Aires anche il presidente argentino Cristina Fernandez con la quale ha parlato della liberazione degli ostaggi trattenuti dalle FARC in Colombia e non di fondotinta e allungaciglia.
Del resto, in passato è stata molto vicina a Nelson Mandela pur senza che i giornali inventassero alcuna love story tra lei e l’anziano leader sudafricano.

Su El Pais si racconta una storia diversa, se vogliamo. Vi si dice che Chavez sta ricevendo negli ultimi mesi le visite di molte personalità dello spettacolo interessate alla sua politica e che recentemente sono stati visti nel palazzo presidenziale attori come Sean Penn, Kevin Spacey e Danny Glover, quest’ultimo presente in una pellicola sovvenzionata dal governo di Caracas sulla vita del rivoluzionario Francisco de Miranda. Tutti là non per scopi sessuali ma per motivi per qualcuno ancora più scandalosi.
Chavez è un abile marpione che sa farsi pubblicità anche rispondendo alle domande sciocchine da passerella ma nello stesso tempo è uno che ha dei progetti. Meglio sminuirlo parlando di lui come chiavatore e basta.

La notizia della tresca, rilanciata dalla nostra stampa, non a caso nasce da un giornale ostile al governo venezuelano, “El Universal” della famiglia Armas. Uno di quei giornali che Chavez accusò di tramare contro il suo governo. Come dire, una fonte disinteressata ed obiettiva.
Nei giornali seri del mondo insomma la love story non c'e e non ve n’è traccia nemmeno su Just Jared, che è la discarica web di tutto il gossip vipparolo, la qual cosa è assai sospetta. Perdersi una notizia del genere non sarebbe da loro.

Al di là del vizio della stampa nostrana di ridicolizzare ad ogni piè sospinto il presidente Chavez, questa notizia è interessante per un altro motivo, al quale ho accennato prima.
Perché non si dovrebbe prendere sul serio una Naomi Campbell che fa interviste ai leaders del mondo quando si considera "Studio Aperto" un telegiornale?
Sembra che la Weltanschauung di coloro che redigono le scalette dei telegiornali sia dominata dal pensiero che una modella debba essere prima di tutto una puttana e poi non debba essere credibile come giornalista. Che gli uomini importanti se la facciano sempre ed esclusivamente con le modelle, quindi con le puttane. E' una visione del mondo serva dell'atteggiamento puttaniere dell'élite, alla quale chi redige le notizie trash è fedele ideologicamente.

Viste le anticipazioni sulla nuova carriera di Naomi che ho letto sulla stampa estera mi permetto di suggerire ai gossipologi con specializzazione in corna comparate il seguito della telenovela.
Come racconta Daily News, tra le prossime interviste di Naomi vi sarà quella a Nicolas Sarkozy. O-la-la.
Potrete così inventare la gelosia di Carla Bruni che prende Naomi a chitarrate e se ne va sbattendo il portone dell’Eliseo oppure masturbarvi pensando a giochi erotici a due o a tre, magari con Cecilià che li frusta tutti quanti.
Il materiale c’è e il giornalismo da termovalorizzare è come la monnezza, praticamente inesauribile.

mercoledì 22 agosto 2007

Ombrelloni-oni-oni

Un omone dall'accento spiccatamente lombardo e dall'aspetto vagamente imprenditoriale si esercita nella tecnica della dialettica da spiaggia nello stabilimento balneare di un lussuoso albergo sulla Riviera Romagnola. 250 euro al giorno, pensione completa, ambiente distinto, bevande escluse:

"Ha ragione Bossi a volere lo sciopero fiscale. Lo Stato prima mi deve dare, poi mi deve chiedere."

Che sarebbe un po' come pretendere di cagare prima di aver mangiato.

martedì 27 marzo 2007

L'ultima parola alla difesa

Qual’è ultimamente il personaggio che dice sempre la sua in coda alle notizie di cronaca giudiziaria raccontate in televisione? Anche se verrebbe da dire Bonaiuti, in realtà è "l’avvocato difensore".
Di solito è l’avvocatone coi controcazzi che difende l’imprenditore, il politico o il VIP. Ogni tanto, è vero, compare anche l'avvocaticchio fresco di esame che difende d’ufficio ed al primo incarico il canaro della Garbatella trovato ancora con l'accetta in mano ma si tratta di casi rari. I poveri cristi qualunque non hanno questi privilegi, è un fenomeno prettamente d'elite.

Fateci caso, ormai ogni volta che la notizia criminis riguarda un potente caduto nelle maglie della magistratura, appare in video il suo avvocato difensore che dirà: “E’ una congiura, è fumus persecutionis, le prove non esistono, il mio cliente è completamente estraneo ai fatti, non esiste, ma figuriamoci.“
Siccome dopo queste affermazioni il servizio di solito si chiude e si passa a parlare delle previsioni del tempo e della sagra del formaggio di fossa, lo spettatore rimane con l’impressione, che può diventare certezza, che i magistrati passino il tempo ad incriminare onesti e laboriosi cittadini per puro sadismo. Come dice sempre quel politico-imprenditore di bassa statura.
L’altra campana da ascoltare per farsi un’idea obiettiva dei fatti sarebbero gli inquirenti, ma i giudici, i GIP e i GUP che compaiono in tv (ripresi chissà perchè sempre mentre camminano di fretta in strada) non parlano mai, sono sfuggenti, misteriosi e in fondo sinistri (non è una battuta).

Il problema è che se un magistrato o un giudice non si pronuncia sul caso che sta seguendo è normale, non è normale che gli avvocati difensori, siccome difendono dei pezzi grossi, imperversino sui media utilizzando ogni microfono acceso per le loro tesi difensive. In certi casi si assiste ad una vera e propria mitologizzazione della difesa, con l’avvocato che diventa protagonista di una vera e propria saga mediatica. Il caso Taormina-Cogne è emblematico e difficilmente i suoi record saranno eguagliati e battuti per molto tempo, come il record di Mennea a Città del Messico.
Gli avvocati diventano non solo divi mediatici ma, grazie al dono dell’ultima parola, depositari di verità assolute. "In quel tempo Taormina disse ai suoi giovani di studio, dalla lettera di Previti ai cronisti..."

Chi ha iniziato il filone dell’ultima parola alla difesa è, manco a dirlo, Berlusconi, che può contare su stuoli di avvocati i quali, possedendo lui qualche televisione più quella governativa per trascorsi meriti di premierato, possono arringare praticamente a reti unificate.
Il malcostume ora si è purtroppo esteso anche a personaggi di calibro inferiore che però fanno sempre parte del giro che conta: imprenditori di piccolo cabotaggio, immobiliaristi del quartierino, politicanti, papponi, cazzari, pusher e peracottari vari, per ognuno dei quali ci tocca ascoltare le solite lamentazioni del difensore d'alto bordo: “non può assolutamente rimanere in carcere”, soffre di depressione, claustrofobia ed alluce valgo”. “E’ gravemente ammalato” (praticamente tutti gli imprenditori che finiscono agli arresti sono cardiopatici gravi). La formula magica che apre tutte le porte delle celle è "le condizioni dell'imputato sono incompatibili con la vita carceraria". Compatibili con le pippate di cocaina praticate fino al giorno prima, però.

Non si arresta mai un colpevole, sono tutti irrimediabilmente innocenti, anche di fronte all’evidenza. Quando un accusato viene beccato in flagrante con prove schiaccianti, gli avvocati americani hanno almeno la decenza di dire: “dimostreremo l’innocenza del nostro assistito in tribunale”. Da noi la parola d'ordine è sgamare il tribunale, magari con qualche legge fatta in casa dall'avvocato casualmente anche parlamentare e poi, ad ogni modo, si tratta sempre del pregiudizio di un giudice nei confronti del loro cliente. Se non fossero avvocati sarebbero normali paranoici affetti dal "Delirio di fumus persecutionis".

Pensare che con Perry Mason gli avvocati erano riusciti quasi a rendersi simpatici.
Anni di casi appassionanti scanditi dal celebre “Vostro Onore” (che poi è una realtà solo anglosassone ma non fa niente, ancora adesso non riesco a credere che nei nostri tribunali non ci si rivolga al presidente con tale appellativo) e difese appassionate di poveretti salvati dalla galera e forse dalla sedia elettrica grazie alla parlantina sciolta e all’umanità di Perry.

Allora gli avvocati che si vedevano in televisione erano finti. Oggi sono veri, purtroppo, e possono contare su un palcoscenico enorme per perorare la causa dei loro potenti assistiti, i VIPs (Very Impunited Persons). Difesi, ricordiamolo sempre, non per amore ma per denaro, molto denaro.

sabato 4 novembre 2006

La banda del bug


Un bel quiz per il fine settimana è quello che ci vuole. Indovinate quali tra le seguenti affermazioni sono vere e quali sono false:

1) Si tratta di un gruppo di studenti arrestati durante una manifestazione contro la guerra in Vietnam.
2) La foto ritrae la banda di Charles Manson.
3) Il ragazzo in basso a sinistra si becca i vostri accidenti svariate volte al giorno ogni volta che usate un computer che non sia Mac o Linux.
4) Sono un gruppo di sfigati che non ha combinato niente nella vita.
5) Questi signori sono il gruppo fondatore della Microsoft e Bill Gates è il pischello in basso a sinistra.
6) Sono gli impiegati di una ditta di disinfestazione da insetti e roditori di Minneapolis.

Immagino le vostre risposte: “Sicuramente la numero 5 è falsa, Lameduck ci sta prendendo in giro”. E invece le risposte vere sono proprio la 3 e la 5 (le altre me le sono inventate di sana pianta, come nei quiz veri).
Sveliamo quindi l’arcano. La foto, presente perfino sul sito della Microsoft nelle pagine dedicate alla biografia di Bill Gates, fu scattata il 7 dicembre 1978 ad Albuquerque nel New Mexico prima che la società trasferisse i propri uffici a Washington e raffigura (da sinistra a destra e dall’alto in basso) : Steve Wood, Bob Wallace, Jim Lane, Bob O' Rear, Bob Greenberg, Marc McDonald, Gordon Letwin, Bill Gates, Andrea Lewis, Marla Wood e Paul Allen.

Riguardo all’affermazione numero 4, ecco le fortune accumulate da ognuno degli sgarruppati sfigatelli:
Bill Gates è l’imperatore megagalattico della Microsoft e la sua fortuna ammonta a circa 50 miliardi di dollari.
Paul Allen ha lasciato la Microsoft nel 1983 ma continua a farvi danno come consulente. Vale 25 miliardi di dollari ed è considerato il terzo individuo più ricco d’America.
Bob O'Rear, anche lui transfuga da Microsoft nel 1983, fa ora l’allevatore di bestiame e si accontenta di un patrimonio di 100 milioni di dollari.
Bob Greenberg, dopo essersene andato da Microsoft nel 1981 lanciò le Cabbage Patch Dolls, ovvero le orrende “bambole del cavolo” che furono uno dei tormentoni degli anni 80. Notate l’inquietante assomiglianza delle bambole con il loro “lanciatore”. Ah, il patrimonio del signore ammonta ad appena 20 milioni di dollari.
Anche Jim Lane se ne andò dalla Microsoft nel 1985 per fondare la propria società di software e vale circa 20 milioni di dollari.
Il programmatore Gordon Letwin invece ha resistito fino al 1993 ma poi ha lasciato e ora si dedica all’ambientalismo, quantunque si assesti anche lui sui 20 milioni. Almeno un hippy verace doveva esserci nel gruppo
Steve e Marla Wood se ne andarono sbattendo la porta. Marla fece causa alla società per discriminazione sessuale. Era stufa di trovare sempre Bill a pisciare nel bagno delle signore. La coppietta si attesta sui 15 milioni.
Bob Wallace è il fricchettone del gruppo. Studioso di droghe psichedeliche lasciò la Microsoft nel 1983. Quasi un nullatenente, 5 millioni di dollari. Il resto se lo sarà speso in acidi?
Andrea Lewis fu uno dei primi disegnatori tecnici Microsoft. Sarà rimasta almeno lei? No, se ne è andata nel 1983 e ora fa la scrittrice freelance. Valore patrimoniale: una poveraccia, 2 millioni. Ed infine Marc McDonald, il primo impiegato della Microsoft e disegnatore del file system FAT. Neanche a dirlo fuggì nel 1984 ma è stato ripreso di recente quando hanno acquistato la Design Intelligence per la quale lavorava. Quasi non pervenuto, un solo e triste milione di dollari.

Mi rimane una curiosità, cosa avrà fatto mai Bill per far fuggire quasi tutti i suoi impiegati e sodali negli anni 80? Li obbligava ad ascoltare i Duran Duran e Den Harrow?


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