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giovedì 17 maggio 2012

Perché Saviano è Saviano!


(Ti prego, non essere troppo dura con loro).

Siamo sopravvissuti al Festival della Parola Italiana di SanSaviano, una tre giorni che psicofisicamente vale come una mesata di addestramento intensivo in un reparto di sminatori in Iraq. Io mi sono salvata da questa Telethonnellata di buonismo solo grazie al sonno che mi ha pietosamente addormentato il gulliver stremato dal wordboarding, una nuova tortura che consiste nel mandarti giù a forza con l'imbuto litri e litri di concetti assolutamente corretti ed incontestabili che ricordano moltissimo il primo comandamento.

(Ti scongiuro, controlla l'aggressività).

Se dovessi stare al gioco del programma, la mia parola oggi sarebbe PROLISSITA'.
Quanti aggettivi, pronomi, articoli, complementi oggetto, soggetti e predicati in forma sciolta ed impacchettata sotto vuoto spinto, abbiamo ascoltato. E poi anacoluti, metafore, prose, poemi, ditirambi e proclami. Ogni sera fino ad oltre mezzanotte, per giunta.
Avrei una curiosità da soddisfare: perché la televisione italiana, che sia quella tossica a neuroni zero o quella impegnata ed ampollosa dei teledispenser di Verità non riesce a dotarsi di un minimo di capacità di sintesi? Non dico l'haiku, ma insomma.
Tanto per fare un paio di esempi americani, e che non sembrino paragoni blasfemi, i talk show serali di Jay Leno e David Letterman durano un'oretta, interruzioni comprese. In un'ora riescono a farci stare: il monologo satirico del conduttore, due o tre rubriche, l'intervista ad un paio di ospiti, un numero musicale o due e, appunto, la pubblicità. Non si addormenta nessuno. Da noi, senza RedBull direttamente in vena non si va oltre la boa dell'ora e mezza di questi spettacoli fiume, di queste orge di verbosità autoreferenziale. Siamo sicuri che quei 3 milioni di spettatori per SanSaviano fossero tutti svegli e non fossero televisori accesi e basta di fronte a orde di comatosi ormai andati?

(No, non essere troppo sadica, dai!)

I telepredicatori, dicevo. Almeno quelli classici te ce mannano, all'occorrenza. Si incazzano, ammoniscono le anime prave, se la pigliano con il governo, incendiano gli animi e a volte qualche libro sacro.
Si, è vero che ogni volta che Saviano parla un roveto prende fuoco, ma dopo aver sentito descritti i danni provocati dall'amianto, le tragedie varie, i soprusi più odiosi e i mali delle mafie, non riusciamo a trovare mai risposte ai nostri inevitabili: "E allora che facciamo? Che proponi per il cambiamento?" E' l'industria dell'indignazione, certo, ma fine a sé stessa e confinante con il gattopardismo. E' marketing delle sopracciglia aggrottate, dello sdegno a profusione. Un club esclusivissimo dove, è incredibile, sono tutti dalla parte giusta, tutti buoni e tutti che ce lo fanno pesare fino a spappolarceli.
Insomma, alla lunga il gioco stanca e, se tempo fa ci aveva pure incantato, dopo anni di televisione a monoscopio piatto, non so, sarà la crisi e lo stato di incazzatura permanente, ma ci viene voglia di dire bello chiaro e forte che  "Quello che non ho" è come la Corazzata Potemkin.

(No, dai, lascialo stare, mollalo, non fargli male).

Fazio. E diciamolo allora. La cosa che mi dà più fastidio di lui è il modo in cui usa come scudi umani dei poveri morti che non possono più parlare né ribellarsi, dimostrando una predilezione particolare alquanto sadica per  i poeti come Pasolini e De André,  gente che era tutt'altro che buonista da viva. Pasolini, soprattutto, che si racconta fosse incline a perdere le staffe e ad aggredire perfino fisicamente i suoi interlocutori. De André era addirittura anarchico, figuriamoci se avrebbe gradito di passare per santino istituzionale.
I poeti non sono delle mammolette alla Moccia, ma vogliono vedere il sangue di Ignacio nell'arena. Omero ha descritto guerre, stragi, stupri, massacri. Non parliamo di Shakespeare. La cultura, se è solo constatazione del decesso della speranza ed addestramento alla rassegnazione, non serve a nulla e fa solo rabbia a chi è ancora vivo e ha voglia di lottare contro i suoi mulini a vento.
Fazio urta i nervi anche per come finge di scandalizzarsi quando la Littizzetto interpreta, come da copione, il bambino che gioca con la cacca nel salotto buono mentre le signore prendono il té. Vuole sembrare il chierichetto che si scandalizza di fronte alla tonaca alzata ma è uno che la sa lunga.

(Non starai esagerando?)

La televisione di Fazio e del suo Guildenstern Saviano, pur apparendo una versione colta ed intellettuale del Tenerone, è una televisione violenta  perché usa il buonismo come arma ricattatoria. Ti mette contro il muro tappandoti la bocca ed obbligandoti ad essere per forza d'accordo con lei.
Chi potrebbe mai infatti permettersi di non essere CONTRO la violenza alle donne, CONTRO le vittime di mafia o di amianto, CONTRO l'inquinamento e CONTRO tutto ciò che è politicamente corretto? E' come quando su Facebook pubblicano la foto del bimbo malato di cancro e se non condividi sei una merda.
E' una televisione che non ti rende affatto più buono ma che scatena semmai una reazione opposta e contraria. Ti fa venir voglia di trasgredire, di lasciarti scappare un bel "e chemmefrega". Saviano accende i roveti ma potrebbe anche accendere un diavolo in te.
E' una televisione violenta perché falsa, perché, per la legge della probabilità, quelli che ti vengono presentati come i suoi sacerdoti ed oracoli non possono essere tutti dei geni, dei grandi, degli esimi dei in terra scesi dall'Olimpo a miracol mostrare. Soprattutto non è carino che se lo dicano a vicenda. E' leccaculismo a 69 a livelli cosmici. Al Festival di SanSaviano vincono tutti perché sono tutti numeri uno, non c'è nemmeno un Cagnotto.
Fazio non se ne rende conto ma il profeta Pasolini, il suo Pasolini, in "Salò", ha descritto questa violenza e questa televisione. Anche la sua.

(Ora ti massacreranno, lo sai.)

giovedì 21 luglio 2011

Il vilipendio dei musicisti in un paese musicalmente analfabeta


Un paese musicalmente analfabeta lo si riconosce da alcuni tratti inconfondibili.
Prima di tutto dal privare i suoi cittadini bambini di una vera educazione musicale scolastica; educazione soprattutto al gusto musicale, all'armonia e alla creatività, limitandosi a a farli soffiare disperatamente dentro degli stramaledetti pifferi e chiamare questa crudeltà ora di musica.

Il secondo segno di analfabetismo è il dominio della musica sotto forma di rumore molesto nei luoghi pubblici, tanto che non possiamo che trovarci d'accordo con Kant che sosteneva come la musica, se imposta anche a colui che non la vuole ascoltare, diventasse qualcosa di importuno e fastidioso.
All'estero puoi trovare la musica ambient come sottofondo piacevole e mai soverchiante nei ristoranti, caffé e centri commerciali. Da noi, in un centro commerciale dove l'acustica non è mai stata presa in considerazione in fase di progetto, perché per quell'architetto l'acustica architettonica è un'opinione e forse ha rappresentato un esame stiracchiato da diciotto scarso, se ci sono dieci negozi abbiamo dieci musicacce a tutto volume una sopra l'altra, possibilmente le più rumorose e screanzate, alle quali si aggiungono il rimbombo delle voci umane e dei rumori prodotti dalle macchine in funzione.  Una linea della Breda risulta quasi idilliaca come un tranquillo laghetto di montagna, al confronto.

Terzo tratto caratteristico di analfabetismo musicale: la difficoltà a nominare un numero sufficientemente elevato di attuali talenti musicali italiani, perché l'Italia non fa nulla per valorizzare e tentare di rianimare la propria tradizione musicale e i pochi veramente validi si contano sulle dita di una mano.
Nella cloaca massima televisiva, a parte la farlocca competizione tra case discografiche di Sanremo che monopolizza un'intera settimana all'anno, non si fa musica se non in casi assolutamente eccezionali. Un vero divulgatore musicale come Renzo Arbore viene relegato a tarda notte oppure non va neppure in onda. Nonostante ciò, grazie a trasmissioni come le sue, anche chi non masticava proprio il jazz ha potuto imparare ad apprezzare uno Stefano Bollani, tanto per fare un esempio.
Il massimo della musica classica che passa in televisione è il concerto di Capodanno, sia nella versione austroungarica che in quella italiana, dove imperano il plinplin di Giovanni Allevi e il poveropiero di Peppino Verdi. Oltre quello, il vuoto pneumatico. Musica contemporanea, jazz, folklore, etnica, lirica, non pervenute.

Siccome il panorama musicale è un encefalogramma da coma profondo, con pochi sporadici impulsi qua e là, la critica musicale si annoia e allora si dedica alla riesumazione dei cadaveri dei musicisti del passato, alla loro  depredazione e vilipendio.
L'ultima vittima è Fabrizio de André che, in un articolo della rivista "Rolling Stone", viene descritto come un cantautore sopravvalutato ed eccessivamente idolatrato post-mortem, oltreché, ohibò, personaggio dalle molte contraddizioni. Confondendo l'artista con l'uomo, come mai si dovrebbe fare nel giudicarne l'opera, si rimprovera a De André di essere stato nientepopodimeno che un borghesuccio, finto comunista (a parte che era casomai anarchico) e collezionista di dobloni d'oro alla faccia del proletariato.
Riesumando, da bravi becchini, il vecchio dualismo Coppi-Bartali, i criticominkia di "RS" finiscono per giocherellare anche con il cadavere di Lucio Battisti, secondo loro un povero Salieri offuscato (perché di destra) da colui che si credeva il Mozart di Boccadasse, privilegiato dalla critica perché di sinistra. Figuriamoci se un articolo del genere non avrebbe fatto subito salivare copiosamente "Panorama" e  "Il Giornale" che, trovandosi tra le mani la polemichetta estivo-funeraria sul cantante di destra vs. cantante di sinistra, ci hanno scritto sopra altri tre o quattro articoli. Tutti orgogliosamente pro-Lucio e anti-Faber, sostenendo oltretutto che la tacchetta esistesse veramente tra i due cantautori.

Se si fossero fermati a ragionare invece di pagare pegno all'idiozia culturale di regime, avrebbero notato che, ormai, per il pubblico, sia le canzoni di De André che quelle di Battisti sono classici del nostro patrimonio culturale e che nessuno, di fronte ai "fiori rosa fiori di pesco" o al "letame da cui nascono i fiori" si preoccupa se chi ha scritto le due canzoni era di destra o di sinistra, se era tirchio o munifico e se gli puzzavano o meno i piedi. Sono canzoni memorabili e basta e l'unica distinzione che possiamo fare è se ci piace di più lo stile dell'uno o quello dell'altro.
Fabrizio de Andrè era un poeta, anche se preferiva definirsi cantautore perché, diceva: "Fino a 18 anni tutti scrivono poesie. Dopo i 18 anni le scrivono solo 2 categorie di persone: i poeti e cretini. Per questo io preferirei considerarmi solo un cantautore." 
E' stato senza dubbio l'autore che con maggiore raffinatezza ha tradotto la lingua italiana in musica. Prima di lui, solo Montale aveva descritto Genova nella sua vera essenza. Se ascoltare "Creuza de ma" riesce ogni volta a spezzarmi il cuore di nostalgia e "Dolcenera" a riportarmi tutta intera la tragedia dell'alluvione del 1970, è perchè De André non era un canzonettaro pompato dalla sinistra, come ridacchiano i becchini saltellando sulla sua bara, ma un poeta.  La sua musica è "priva di soul? Pazienza.

I poeti hanno il vizio di predire il futuro. Di vedere in anticipo dove stiamo andando a finire. Poeti come Pasolini, Gaber e lo stesso Fabrizio de André hanno descritto minuziosamente con quarant'anni di anticipo cosa siamo diventati oggi, che razza di paese anticulturale e profondamente ignorante siamo. L'omologazione, il ruolo della televisione, "cos'è la destra, cos'è la sinistra", sono stati previsti e ci sono stati annunciati affinché potessimo, attraverso la conoscenza, salvarci in tempo.
Non li abbiamo ascoltati ed ora tentiamo di distruggerne la testimonianza parlando solo delle loro debolezze. Pasolini era un omosessuale, de André un ubriacone. Dei "poveri comunisti", come direbbe lui.
Ci divertiamo a vilipenderli da morti ed a scarabocchiarne il ritratto perché, così facendo, ci illudiamo di essere ancora vivi. Invece i morti siamo noi.

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