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| Ancora il ditino. Passera e ditino. |
Il petrolio in Italia. Apparentemente è una roba talmente vecchia che Passera pare appena arrivato con la DeLorean direttamente dal 1960. Viene in mente Mattei ed il suo amminchiarsi per anni sull'idea di rendere l'Italia autonoma dal punto di vista energetico. Autonoma e in grado di gestire la propria ricchezza naturale attraverso un'ente rigorosamente statale come l'ENI. Mattei fu tolto di mezzo proprio a causa della parola "autonomia". Da paesucolo finta potenza mondiale e a sovranità limitata non potevamo permetterci di fare il prezzo e dettare le regole dello sfruttamento dell'oro nero e del gas all'insegna dell'autarchia. Non è cambiato granché da allora, anzi, siamo ancora meno autorevoli ed autonomi che in passato. Sicuramente molto più puttane e disponibili.
Ecco perché, riferendoci alla fregola petrolifera della Passera trivellatrice, dovremmo cantare, con Lucio Battisti: "Ti stai sbagliando chi hai visto non è, non è Mattei".
Non si è mai capito bene, fin da quegli anni sessanta, se in Italia questi benedetti petrolio e metano ci siano veramente o se si tratti di giacimenti di entità coerente con quel nostro 49° posto tra i produttori mondiali. Ci hanno sempre detto che, se metano e petrolio ci sono, si tratta di giacimenti di poco conto, difficili da sfruttare e ad alto costo estrattivo.
Si spirtusa da anni in Basilicata ma non certo in quantità da soddisfare il nostro fabbisogno interno, coprendo la produzione complessiva nazionale solo il 7% del fabbisogno, a fronte dell'importazione del restante 93%.
Quindi, dove sta la genialata di Passera e forse la novità rispetto ai tempi di Mattei? Forse il petrolio e il gas ci sono davvero e oggi qualcuno ha finalmente la tecnologia giusta per papparseli. Ma saremmo noi, l'ENI o ciò che ne resta? O l'idea sta piuttosto nell'offrire concessioni a rutto libero a compagnie straniere per la ricerca del petrolio e del gas intrappolato nelle rocce (il così detto shale gas) attraverso la pratica del fracking? L'idea sarebbe di mettersi anche a spirtusare i nostri mari e trapanarli con una voluttà che nemmeno la ministra Prestigiacomo al suo meglio?
Eh si, perché questi tecnocrati neoliberisti mica pensano come Mattei al bene nazionale, alla potente benzina italiana. Questa è gente che se gli parli di industrie statali sbiancano e se nomini Keynes rovesciano gli occhi all'indietro e vomitano a getto passato di piselli e bestemmie.
In un paese che già chiede alle compagnie petrolifere solo meno del 10% di royalties sulle estrazioni di petrolio e gas e che si è messa in testa di fare come le vecchie contesse che si sono giocate tutto in gigolò e roulette e si riducono a svendere le ville, i tappeti e i quadri del trisavolo, perché qualche commercialista interessato glielo ha consigliato, qualcuno potrebbe aver pensato che, tutto sommato, visto il clima da saldi all'outlet, spirtusare in Italia potrebbe perfino convenire. Soprattutto ora che ci sono le personcine giuste e ammodo al governo, non quel pirata che intratteneva relazioni pericolose e un po' troppo personali con gli oligarchi di Gazprom.
A chi non converrebbe questa corsa all'oro nero made in Italy sarebbe proprio a noi italiani. Anche se trovassimo il petrolio e il metano, li troverebbero le compagnie straniere in possesso delle adeguate tecnologie estrattive (Halliburton, giusto per citare una multinazionale a caso?) e, possiamo scommetterci, se li aggiudicherebbero per un tozzo di pane, tra concessioni quasi gratis e royalties ridicole. Finirebbe come in Argentina, dove gli spagnoli di Repsol sfruttavano i giacimenti nazionali neoprivatizzati a suon di tangenti ai politici corrotti - giacimenti di ben altra entità, per altro - esportavano i profitti in patria e costringevano gli argentini ad importare petrolio dall'estero pur galleggiandovi sopra. Insomma, si può ipotizzare che tutto il vantaggio dell'estrazione di petrolio in Italia andrebbe, in una piccola parte, nelle tasche dei soliti amministratori compiacenti e corrotti, gli alzamanos de noantri e in gran parte in quelle dei colossi stranieri ansiosi di ripulirci pure dell'oro nero. E' pensar male? Ci sono i precedenti. E' l'Argentina che sta arrivando.
Converrebbe ancor meno al nostro ambiente, che si troverebbe, in caso di deregulation e regime di trivella libera ad affrontare tutta una serie di potenziali catastrofi. Incidenti in mare con fuoriuscite di greggio ed inquinamento di coste che sono ad alto impatto turistico con devastazioni irrimediabili e al lungo termine. Aumento di attività sismica sul territorio indotta dalle pratiche di fracking che, come dimostrano sempre più numerose ricerche, sono in grado di movimentare faglie silenti soprattutto a causa della reiniezione in profondità dei fluidi utilizzati per la fratturazione delle rocce. Tenendo conto che il fracking sembra in grado di provocare terremoti in aree classificate non sismiche, come è avvenuto negli Stati Uniti, figuriamoci la pericolosità di praticarlo in un paese ad alta sismicità come il nostro.
Secondo le regole dell'economia dei disastri, prossimamente sui nostri schermi, perché questo è solo il trailer, se queste catastrofi dovessero avvenire, non vi sarebbe nessun risarcimento ai cittadini, perché uno dei principi del sistema è deresponsabilizzare lo Stato, anzi, smantellarlo, anche di fronte alle catastrofi naturali e a maggior ragione a quelle provocate dall'uomo. Perché la corporation nun vo' penziere. Non hanno già parlato, i professoroni, in occasione del terremoto in Emilia, di imporre in futuro un'assicurazione privata contro i danni da terremoto? Come dire: 'ntu culu.
Immaginate la multinazionale che trivella dove c'è la faglia silente; viene il terremoto e, mentre tutti i media e i così detti esperti irridono chi sostiene la pericolosità del fracking mescolando abilmente studi scientifici seri con le scie chimiche e gli alieni di Sara Tommasi, così da far apparire il tutto delle scemenze, la corporation fa sparire le trivelle, lo Stato non paga più per l'assistenza dopo la calamità naturale, tanto avete l'assicurazione privata (che non pagherà mai), e voi vi ritrovate becchi, terremotati e bastonati. Bastonati perché, come insegna l'Aquila, un bell'antipasto di shock terapia somministrataci senza che ce ne accorgessimo, distratti come eravamo dalle baggianate del nano, dove arriva il terremoto arrivano anche militarizzazione e repressione, perché le tante ottime opportunità che si aprono non possono venire disturbate da terremotati molesti. Sono opportunità d'oro per gli appalti, le corruttele, per ripulire centri storici da abitanti vecchi e straccioni e sostituirli con quartieri nuovi e centri commerciali, per delocalizzare le aziende e deportare le persone ed i loro affetti. Distruggere per aver la scusa di ricostruire a vantaggio loro e degli amici. Con uno Stato che, siccome non ci serve anzi è solo d'intralcio ai loro affari, non deve più esistere. Lo Stato sono i cittadini e i cittadini non sono un cazzo.
"Un terremoto non capita tutti i giorni", diceva uno degli avvoltoi della notte del terremoto dell'Aquila. "La crisi è un momento magico da utilizzare fino in fondo", disse Passera qualche tempo fa. Appunto. Non possiamo fidarci.
Il Cavallo del titolo si riferisce a Domingo Cavallo, uno dei terminator neoliberisti esecutori della dottrina dello shock economico in Argentina negli anni '90 che portò il paese al default nel 2001.








