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venerdì 24 febbraio 2012

Siamo stati fRAIntesi


"RAI: NULLA E' DOVUTO PER MERO POSSESSO COMPUTER, TABLET E SMARTPHONE
21/2/2012
La Rai, a seguito di un confronto avvenuto questa mattina con il Ministero dello Sviluppo Economico, precisa che non ha mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, i tablet e gli smartphone.
La lettera inviata dalla Direzione Abbonamenti Rai si riferisce esclusivamente al canone speciale dovuto da imprese, società ed enti nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori (digital signage) fermo restando che il canone speciale non va corrisposto nel caso in cui tali  imprese, società ed enti abbiamo già provveduto al pagamento per il possesso di uno o più' televisori. Cio' quindi limita il campo di applicazione del tributo ad una utilizzazione molto specifica del computer rispetto a quanto previsto in altri Paesi europei per i loro broadcaster (BBC…) che nella richiesta del canone hanno inserito tra gli apparecchi atti o adattabili alla ricezione radiotelevisiva, oltre alla televisione, il possesso dei computer collegati alla Rete, i tablet e gli smartphone.
Si ribadisce pertanto che in Italia il canone ordinario deve essere pagato solo per il possesso di un televisore." (Ufficio Stampa RAI)
Quel pasticciaccio brutto di Viale Mazzini. Ecco qua l'ennesima figura cacina rimediata dalla RAI, con l'aggravante della tentata estorsione - come chiamarla, altrimenti? - ai danni di aziende e professionisti per un ammontare che qualcuno ha stimato sarebbe stato di 980 milioni di euro.

Il dubbio ci era venuto quando, ricevendo nei giorni scorsi la lettera suddetta accompagnata da bollettino da pagare entro la fine di febbraio - l'azienda dove lavoro ne ha ricevute due, una per ogni unità locale, per un ammontare di 800 e rotti euro - avevamo notato che non era l'Agenzia delle Entrate a richiedere il pagamento, come per l'abbonamento normale privato alla televisione, ma direttamente la RAI.
Eravamo andati a controllare che cavolo fosse questo digital signage e ci era sembrato di capire che non volesse dire necessariamente  televisore sintonizzato su un canale della RAI ma anche schermo che riproduce un filmato pubblicitario in loop, magari formato da immagini tipo salvaschermo, come si può trovare in parecchi negozi.

Negli articoli informativi prontamente disponibili sui siti delle associazioni dei consumatori si consigliava - visto che la lettera parlava di computer collegati in rete -  di rivolgere un interpello all'Agenzia delle Entrate su quali fossero effettivamente i dispositivi atti o adattabili alla ricezione e sulla legittimità della richiesta di pagamento da parte della RAI e se la l'Agenzia non avesse risposto entro un determinato termine gli esperti delle associazioni dicevano che ci si sarebbe potuti considerare esentati dal pagamento dell'abbonamento.
Poi è arrivato il comunicato RAI, dopo l'incontro con il governo e forse la cinghiata rimediatane.
Non abbiamo mai chiesto, siamo stati fRAIntesi. In puro stile berlusconiano.
Per chi avesse eventualmente già pagato è prevista una procedura di richiesta di rimborso.

La sensazione comunque è che ci abbiano provato, come si dice. Proviamo ad immaginare se non ci fosse stata la Rete, con la sua capacità di raccogliere le reazioni e mobilitare le risposte in tempo reale a provvedimenti dubbi e alla fine illegittimi come questo. Perché il computer, cara Lei, non è un succedaneo del televisore, uno schermo passivo sul quale passano immagini e basta. Oggigiorno è un arma di difesa.

sabato 10 dicembre 2011

Beauty contest


Sapete cos'è il Beauty Contest? No, non è un concorso di bellezza per bèle tusette come questa qui sopra. E' l'ennesima legge truffa ad personam atta a preservare e sviluppare l'enorme conflitto di interessi  di chi sapete voi. Un'assegnazione praticamente gratuita di frequenze TV al mostro bifronte Raiset voluta dal precedente troiaio di governo, quando le stesse potrebbero essere messe all'asta per la cifretta di 2-4 miliardi - qualcuno dice addirittura di più - di euro. Un po' di vaselina per i culi dei pensionati e dei pensionandi quarantini in quarantena ci salterebbe fuori. Magari in confezione famiglia.

E' per questo che si è fatto notare a Mario che forse con le frequenze bisognerebbe proprio farci cassa e non regalarle al nanaccio. La Passerona banchiera che hanno messo alle infrastrutture dice che "ci sta pensando". Uhm, però la Passerona ha anche nominato l'ex ministro e mediasettario Romani, quello di "Colpo Grosso", come suo "inviato" in Afghanistan. Per organizzare un canale televisivo di spogliarelli nel paese del burqa? Non credo. 
Insomma, di colui che potrebbe in teoria far male agli interessi di Miss Telecomando non mi fido. Come non mi fido dei piddini che strepitano ora, dopo aver fatto flanella per anni con il conflitto di interessi di B. ed avergli giurato, a suo tempo, li mortacci loro, di mai toccargli le televisioni
Si è rivisto in questi giorni, indovinate chi? Gentiloni, quello che avrebbe dovuto, se il gatto non gli avesse mangiato il testo della legge, legiferare appunto sul conflitto di interessi di B. durante l'ultimo governo di centrodestrasinistra.

La novità potrebbe - con un bell'ebbe - venire dalla Lega che, sentendo tintinnar di forconi in Padania, sta pensando di appoggiare la richiesta di altri partiti di assegnare le frequenze TV con regolare asta a pagamento.
Ma occorre finalmente un governo che non si prenda paura di Sua Emittenza il Diabolo. Esiste tale governo, in qualche remoto angolo della galassia? 

giovedì 19 maggio 2011

L'uomo che mette in fuga le capre


I telespettatori italiani, di fronte ad un programma intitolato: "Ora ci tocca anche Vittorio Sgarbi", hanno avuto l'unica reazione fisiologica e comportamentale possibile: la fuga, che si abbina così bene alla toccata.  Se mi floppi ti cancello. Programma già kaputt.
Stesso successo, più o meno, del programma di Giuliano Ferrara, con annesso crollo verticale di share. Gli agit-prop storici del nano sulla RAI non bucano lo schermo, te lo fanno spegnere proprio.

Non so perchè se ne meraviglino. Sia Ferrara che Sgarbi imperversarono per anni sulle reti Mediaset, spappolandoli a ormai generazioni di telespettatori. Ricordate la predica postprandiale di "Sgarbi quotidiani" e la propaganda squeeze&serve dell'hamburgerone umano a "Radio Londra?"
La gente s'è rotta i coglioni. Appena li vede cambia canale. Chiamatelo effetto boomerang, overloading, eccesso di informazione ma ne è vittima anche il Bagonghi del Consiglio che ormai, come appare sullo schermo, provoca conati di vomito perfino in casa Bondi.

In generale, la fuga dalla televisione è un bene ed è ormai una tendenza inarrestabile.  E' azzeccatissima, in questo senso, l'ultima campagna di Sky, "La tua vita viene prima della TV", dove attori e sportivi invitano i telespettatori a riprendersi la vita, a fare altro che guardare la televisione.
Altro effetto boomerang inatteso, secondo me. 
Sky intendeva invitare il telespettatore a fare altro mentre il suo registratore a pagamento registra il programma da vedersi comodamente dopo. Tuttavia, anche a causa di certe  scelte scellerate come il voler cancellare Current (per compiacere Bagonghi agli ultimi rantoli e farsi mollare il Digitale terrestre, si maligna in giro), Sky rischia di convincere il destinatario del messaggio a fare il passo successivo.
Già che, da quando mi sono liberato della TV, ho riscoperto la lettura, lo sport, la convivialità con gli amici, il sesso, gli hobby, chi cavolo me lo fa fare di pagare l'abbonamento a Sky, che oltretutto mi cancella i miei canali preferiti a tradimento?

Chi di capra ferisce, di capra perisce.

mercoledì 1 dicembre 2010

La televisione italiana e la cura Silvio


Ma che sta succedendo agli italiani che guardano la televisione? Se analizziamo i dati degli ultimi ascolti televisivi c'è da stropicciarsi gli occhi diverse volte. Non ci si crede.
Il TG1 del gerarca Minzolini perde spettatori a rotta di collo e a sue spese guadagna Mentana con il suo TG monocratico ma sicuramente ben fatto e che non parla solo della stagione degli amori del muflone muschiato ma di fatti.

A guardare Saviano e Fazio, strameritevoli senz'altro per aver fatto cultura ed informazione in prima serata ma, diciamolo senza timore di bestemmiare, con un programma tanticchia prolisso,  un campo minato a paraculaggine dove c'era sempre il rischio di saltare in aria, c'erano in certi momenti quasi 19 milioni di persone a seguirli davanti allo schermo. La media di ascolto dell'ultima puntata è stata di nove milioni di telespettatori.
L'ultimo fatto incredibile ieri sera. Sempre sulla RAI è tornato il teatro dopo 33 anni con "Filomena Marturano". Mariangela Melato e Massimo Ranieri a recitare Eduardo. Più di cinque milioni di telespettatori. E' vero che altri cinque milioni guardavano nel medesimo tempo "I Cesaroni" ma è pur sempre un fatto quasi incredibile.
E noi che credevamo che i telespettatori fossero dei poveri dementi decerebrati atti solo a farsi venire il cervello a squacquerone grazie alle tette & culi gentilmente offerti in quantità industriali da Sua Berlusconità. Una massa di superficiali dalla testa simile a quella cosa che nun vo' penziere.

Sono anni che sostengo che la gente sarebbe ben felice di guardare dell'ottima televisione, se solo gliela si desse. Quando hai assaggiato la Sacher all'Hotel Sacher difficilmente ritorni alla Viennetta.
Io e quelli della mia generazione siamo venuti su a sbadilate di cultura trasmessa dalla televisione. 
La tv ci ha fatto da scuola. Abbiamo imparato le lingue e perfino a leggere e scrivere, grazie a San Alberto Manzi, protettore degli analfabeti e primo adorato maestro catodico di milioni di cinquantenni.
Il venerdì sera avevamo il teatro e le fiction portavano in casa i classici della letteratura. A cantare per noi c'era Mina, mica Nebruz, with all respect.
Se siamo diventati più cinefili di Tarantino è grazie ai "cicli" dedicati ad attori e registi. Intere filmografie, da Kurosawa a Bergman, Fellini e John Ford ed ai corsi di cinema trasmessi all'ora di pranzo. Tra parentesi, ho notato con piacere, stasera, che La7 commemora Monicelli trasmettendo un suo film e un documentario a seguire. Come usava una volta. Teniamo presente che nel 2009 il decennale della morte di Stanley Kubrick è passato totalmente sotto silenzio. 
Era la televisione di tanto tempo fa, certo. Roba da vecchi.  Però, come ha dimostrato la Spagna qualche anno fa, quando ha tolto la pubblicità dalla tv pubblica e ne ha fatto uno strumento di cultura, lasciando la fuffa e le minchiate alla tv privata, la gente si è buttata sulla tv pubblica e gli ascolti di quest'ultima sono impennati. La cultura è sempre attuale, non invecchia mai.

Da noi sono più di trent'anni che lo spettatore è sottoposto, immobilizzato sul divano, alla cura Silvio. Obbligato a farsi piacere, anche per forza, la gnocca che piace a Sua Bassezza, quella pettoruta e dall'encefalogramma piatto. Addestrato  a sbavare come il cane di Pavlov con la televisione dei guardoni fino a farsi quasi venire per reazione la crisi di rigetto verso il sesso sano e praticato. 
Torturato dalla pubblicità (cinque minuti di programma o film  e tre di spot) lo spettatore non ha scampo perché tutta la televisione si somiglia, dato che il virus ha infettato tutti i canali. Non poteva che essere così, giacché se ci fossero stati dei canali intelligenti o semplicemente normali, la gente non avrebbe mai abboccato all'amo del venditore di fuffa ed al suo progetto politico.
La RAI ha dovuto abbassarsi a diventare una succursale della TV Spazzaturaset (un giorno capiremo una volta per tutte che non si può pretendere da chi ha fondato un regno sulla monnezza di liberarne una città) e da servizio pubblico si è trasformata in termovalorizzatore di contenuti, cultura e divertimento normale e non pervertito in senso voyeuristico. Desidero inviare, a questo punto, un vivo e sincero ringraziamento di cuore alla sinistra italiana che ha contribuito a consegnare la tv pubblica nelle grinfie del Grande Guardone senza opporre resistenza. 

Ora però qualcosa forse sta cambiando. Esiste notoriamente l'effetto boomerang e, come per la Cura Ludovico, l'overdose di oscenità e stupidità sta cominciando a far vomitare i telespettatori sul tappeto acquistato con la televendita. I programmi che solo qualche anno fa avrebbero fatto ascolti da percentuale di albumina perché culturali ed "impegnati" ora sbancano l'Auditel. E' una reazione ed è vivaddio tremendamente sana e normale. 

Avrei una curiosità sperimentale. Chissà come sarebbe sottoporre Silvio alla sua stessa cura. Una roba molto Abu Graib, me ne rendo conto,  legato alla sedia con gli occhi pinzati a guardare 24 ore al giorno Italia1, deprivato del sonno.
Quanto credete che resisterebbe? Non lo so, essendo abituato a "Ballarò" e a Santoro forse non molto. Sicuramente, dopo ore di "well, well, well" di Duffy  arriverebbe ad odiare la pubblicità e perfino la gnocca con tutto il cuore. Dell'Utri mi fé, disfecemi Belen.

domenica 14 marzo 2010

Dimezzolini

C'era una volta, tanto tanto tempo fa, la televisione.
Era un servizio pubblico, chiamato RAI, lottizzato dai partiti esattamente come oggi, con un partito dominante come la Democrazia Cristiana di Andreotti e Fanfani e quindi era una TV bacchettona e pretaiola.
Poteva capitare che ballerine tedesche troppo spogliate nell'unico varietà esistente del sabato sera - con un costume che oggi potrebbe fungere tranquillamente da burkini in una piscina islamica - venissero coperte, per decreto censorio proveniente dai piani alti di Viale Mazzini, da un bel collantone 60 denari.
Eppure, anche se i telegiornali erano letti da fini dicitori che ripetevano veline democristiane a pappagallo, non si avvertiva la sensazione di essere in un regime come succede oggi.

C'era una volta, un po' meno tempo fa, la televisione cosiddetta "libera". Tolti i paletti democristiani e piantati i garofani socialopportunisti, caddero non solo i collant ma anche le mutande, come ci ha raccontato "Videocracy".
Nel giro di vent'anni ci ritrovammo dalle calzamaglie delle Kessler a Moana Pozzi nuda in studio, senza neppure un cache-sex a proteggere la sensibilità dei telespettatori. Bisogna dire che era troppo perfino per la TV bordello di Berlusconi e che il programma, "Matrioska", cadde sotto la mannaia della censura. Più per lo Scrondo satirico di Disegni e Caviglia che per Moana, per la verità.

Nella televisione preistorica ed in quella più recente, pensate, poteva accadere che conduttori molto popolari venissero redarguiti o addirittura cacciati perchè si erano sfogati in diretta di qualche problemuccio personale. Non ricordo bene ma - forse era la Bonaccorti, di un fatto del genere, di una censura ad una conduttrice rea di eccessiva confidenza con i telespettatori, ne parlarono perfino i giornali.
"Non si utilizza il servizio pubblico radiotelevisivo per scopi personali".

Venne poi un signore che scese in politica per non finire in galera che utilizzò forse lo stesso collant delle Kessler per coprirsi le rughe sull'obiettivo della telecamera, recitando un proclama che sembrava preso pari pari dal monologo del beccamorto dell'inizio del "Padrino".

Grazie a questo signore arrivarono i telegiornali con le ospitate quotidiane a tutto l'avvocatume dei peggiori delinquenti, per il quale gli imputati erano ovviamente innocenti, nonostante le coda del sorcio gli pendesse ancora dalla bocca. Vennero due o tremila puntate-pollaio di Porta a Porta in difesa della Franzoni e furono perfettamente tollerate. L'allarme scattò solo quando "Anno Zero" si occupò dei processi del Signore dei Collant.

Oggi la televisione non esiste più. E' un contenitore unico di immondizia dove può passare di tutto, perfino la figa, purchè la monnezza venga inframmezzata dalla pubblicità pagata al Signore dei Collant. La RAI non è più un servizio pubblico ma una dependance dell'immondezzaio principale Mediaset. E' ridotta ad una discarica di rifiuti speciali che si concentrano soprattutto nei telegiornali, ormai inguardabili da tanto che sono sfacciatamente nanofili, addirittura più di quelli della casa madre.

"Mi vogliono dimezzato", ha piagnucolato il Dimezzolini nell'editoriale-sfogo mandato in onda in prime time dopo la scoperta degli altarini telefonici nei quali si dimostrava, se ancora ve ne fosse stato bisogno, che lui è un pretoriano mediatico del padrone della TV. Messo lì non a caso ma per uno scopo ben preciso. Presidiare.
C'è di tutto in quel filmato del Dimezzolini dimezzato: tutto ciò che una volta non sarebbe stato permesso, perfino ai tempi di Bernabei. Utilizzo personale del servizio televisivo ancora pubblico, almeno nominalmente; abuso di posizione dominante, dispregio della par condicio - dov'era la controparte? ed anche una buona dose di pornografia del tipo P.O.V.
Un autoservizietto pubblico, in pratica.

sabato 18 aprile 2009

Il tè a casa del cappellaio matto

Ricordate la fiaba lisergica di "Alice nel paese delle meraviglie", quando tra funghi magici, biscotti dopati, narghilè caricati oltre la dose minima consentita e profumo di ganja ed assenzio in ogni pagina, la bambina si ritrova per un tè con il Cappellaio Matto, la Lepre Marzolina e il Ghiro? E' una situazione curiosa perchè, pur essendo solo in quattro, siedono ad una lunghissima tavola imbandita per molti. Quando hanno finito una tazza si spostano di una sedia e ricominciano il rito, con una tazza pulita. Questa versione allucinogena della cerimonia del tè avrà fine solo quando tutte le tazze saranno sporche.

Non so perchè ma questa immagine mi è tornata in mente dai ricordi infantili pensando al girotondo delle nomine RAI e a quelle conseguenti dei vari direttori di giornali, posizionati con cura affinchè Sua Maestà Silvio IV non si ritrovi danneggiato da una stampa interamente in mano ai comunisti.
Il descamisado Gianni Riotta che si alza dalla poltrona del TG1 (temo che lo rimpiangeremo quando torneranno i panini di Mimun), e va a sedersi davanti alla tazza del Sole 24 Ore. Mimun che, avendo completato il giro, ritorna al TG1 dopo aver sporcato la tazza del TG5. De Bortoli che, dopo essersi vista togliere la sedia da sotto il culo al Corriere della Sera, ci torna non si sa se da figliol prodigo o no.

La vera follia, in questo caso, più di quella della scenetta del tè, è quella di un'opposizione che, dopo aver difeso in ogni modo il conflitto di interessi del Cappellaio ed aver partecipato da sempre alla spartizione non solo delle poltrone e delle tazze ma dei cucchiaini, dei piattini e delle fettine di limone, decide oggi che è uno scandalo che il cappellaio decida i posti a tavola in casa sua.

Berlusconi ormai non ha più ritegno nell'occupare tutti gli spazi possibili della comunicazione, lo sappiamo, non finge più da tempo di essere democratico. E' in pieno delirio da Kim Il Sung, come dice Paolo Guzzanti.
Ma l'opposizione potrebbe solo provare a vergognarsi, se le riesce, perchè è totalmente responsabile di un'informazione che sarà in mano interamente alle piccole forzitaliane ed ai balilla con la voce bianca, ai volonterosi ArLecchini servitori del padrone ed ai vari difensori del potere assoluto.
Pare che Belpietro se lo terranno al TG5, forse lasceranno stare l'enclave La7 e il gran cuore a pagamento di Murdoch ci concederà la visione di "Shooting Silvio" su Sky (anzi no, lo hanno già tolto). Così lo statista che va in giro con la maschera di gomma di sè stesso potrà piangere che ha tutti i media contro.

Per non dimenticare l'opposizione che abbiamo: l'emaciato Fassino promette che farà la legge sul conflitto di interessi a Piero Ricca che lo contesta e l'on. Violante ricorda il giuramento a Silvio di non toccargli le televisioni. "L'ira del PD". Ma andate a nascondervi.



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lunedì 28 gennaio 2008

Non amo che le leggi che non colsi

Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state...
(G. Gozzano, Cocotte)

A rileggere oggi il corposo programma del defunto governo si ha l'impressione di leggere un romanzo di fantascienza, un testo di fantapolitica. Sarà per quel 2011 che appare ormai così lontano e futuribile o per il campionario di utopie irrealizzabili che contiene.
Nella sezione Il Valore delle Istituzioni Repubblicane a pagina 18, quindi tra le priorità e i capisaldi del programma di governo c'era un capitolo intitolato "Risolvere il conflitto di interessi".
Partendo dal presupposto che la presenza di Berlusconi in politica ha introdotto in Italia la necessità di regolamentare il conflitto di interessi, l'Unione dichiarava:
Dobbiamo quindi colmare una profonda lacuna, adeguando l’ordinamento italiano a quello di altre grandi democrazie occidentali, attraverso un modello di provata efficacia e di sicuro equilibrio che mira a prevenire l’insorgere di conflitti di interessi tra gli incarichi istituzionali (sia nazionali che locali) e l’esercizio diretto di attività professionali o imprenditoriali o il possesso di attività patrimoniali che possano confliggere con le funzioni di governo. Gli strumenti che utilizzeremo sono: la revisione del regime delle incompatibilità; l’istituzione di un’apposita autorità garante; l’obbligo di conferire le attività patrimoniali a un blind trust.
L’incompatibilità deve essere totale per i membri del governo nazionale, di quelli regionali e delle città con più di 100 mila abitanti. Questi, nel corso del proprio mandato, potranno svolgere esclusivamente le funzioni legate alla carica, con il diritto di essere collocati in aspettativa da altri incarichi.
A distanza di venti mesi dall'inizio del governo, nulla di ciò è stato fatto e nemmeno lontanamente iniziato. Forse era solo questione di aspettare il 2010?

Più oltre, a pagina 77, in un Capitolo dal titolo secco, "Unioni civili", ecco come ci si cava il pensiero dei diritti civili negati a coppie di fatto etero ed omosessuali:
L'Unione proporrà il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Al fine di definire natura e qualità di un'unione di fatto, non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale. Va considerato piuttosto, quale criterio qualificante, il sistema di relazioni (sentimentali, assistenziali e di solidarietà),
la loro stabilità e volontarietà.

Un telegramma, una sveltina legislativa. Non c'era nemmeno un impegno concreto se vogliamo; non dicono "faremo" ma "proporremo". Sapendo già che la proposta sarà respinta da chi l'avrebbe dovuta approvare, con tutta probabilità. In questi mesi si è parlato qua e là di Pacs e Dico ma nulla poi è stato fatto. Era fantascienza, appunto.

A pagina 265 il nodo RAI:
Al proprio ruolo di servizio pubblico e alle istanze diffuse per una migliore qualità dei contenuti che vengono dai cittadini, la Rai potrà meglio far fronte attraverso un assetto aziendale che ne garantisca l’indipendenza e che sia più funzionale alla attuale duplice natura della propria attività, rendendo meno condizionabile il servizio pubblico dalla raccolta pubblicitaria e contrastandone così l’appiattimento su modelli di tv commerciale non qualitativi.
Per realizzare questo obiettivo attueremo inoltre una politica volta a cancellare le distorsioni del mercato pubblicitario, che oggi è concentrato e squilibrato come nessun altro mercato in Europa, garantendone l'apertura attraverso rigorosi meccanismi di controllo e incisivi strumenti antitrust, per evitare, al contempo, che una quota sproporzionata degli investimenti pubblicitari continui ad essere sottratta allo sviluppo della stampa quotidiana e periodica.
Non solo la RAI è rimasta infestata dalla politica e dai clientelismi ma, quel che è peggio, non ci si è nemmeno premurati di rimuovere quei dirigenti che, lo abbiamo scoperto di recente, lavoravano per rendere (ancora più) forte il re di Prussiaset. Qui siamo più dalle parti del "Gattopardo", "cambiare tutto perchè nulla cambi".

Potrei continuare ricordando la chimerica commissione d'inchiesta sui fatti di Genova 2001, risucchiata probabilmente in un buco nero; i proponimenti di attenuare i danni provocati dalla precarietà del lavoro, perduti oltre i bastioni di Orione ma mi fermo qui. Ho un vago ricordo perfino di un Romano Prodi che, nell'ultimo appello prima del voto, promette un assegno ad ogni ragazzo fino ai 18 anni di età, ma forse era solo un ologramma da un universo tangente.


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martedì 8 gennaio 2008

Viva Sarkozero!

Càpita, in un 8 Nevoso di un anno qualunque del nuovo millennio, che un presidente francese considerato di destra annunci, tra i programmi del suo governo per quest’anno, una riforma del servizio pubblico televisivo talmente giacobina che da noi nemmeno il Partito Marxista Leninista sarebbe riuscito a concepire.

Nicolas Sarkozy ha parlato di molte cose nella conferenza stampa all'Eliseo, tra l’altro di togliere il limite delle 35 ore lavorative settimanali, un baluardo del socialismo francese ma a noi italiani ha colpito come una sprangata in piena fronte l’idea di - udite udite, eliminare del tutto la pubblicità dai canali televisivi pubblici grazie all’istituzione di - sogno o son desta?, una nuova tassa a carico delle emittenti private.

Audiovisuel public. Nicolas Sarkozy a annoncé le lancement d'une réflexion sur la suppression totale de la publicité sur les chaînes de télévision publiques. Ces chaînes publiques "pourraient être financées par une taxe sur les recettes publicitaires accrue des chaînes privées et une taxe infinitésimale sur les chiffres d'affaires des nouveaux moyens de communication comme l'accès à Internet ou la téléphonie mobile", a-t-il dit. (Da “Le Monde” )
In pratica, le Mediaset d’oltralpe, che però non hanno certo la potenza di fuoco della nostra, sarebbero costrette a pagare una tassa sui ricavi che trarrebbero dall’esclusività sulla pubblicità televisiva. Non solo ma questa tassa andrebbe a finanziare i canali televisivi pubblici che sarebbero foraggiati anche da tasse infinitesimali sui ricavi degli accessi ad Internet e della telefonia mobile.

Pensate che una cosa del genere sarebbe anche solo concepibile in Italia? Riuscite ad immaginare il casino che scoppierebbe se un governo italiano annunciasse una riforma del genere, con i pianti di Confalonieri e le accuse di attacco al cuore del profitto?
Fate fatica? Avete ragione, infatti il TG1, di fronte all’inconcepibile ha aggiustato il tiro e ha rimodellato la notizia, edulcorandola nel caso Berlusconi si fosse trovato per disgrazia davanti al televisore.

Hanno presentato la conferenza stampa odierna di Sarkozy, della quale si parla in tutti i media francesi per i contenuti politici, partendo da Carla Bruni e dalle ciaccole da parrucchiere. Dopo aver parlato di Carla Bruni ed aver proseguito con le ipotesi di un matrimonio con Carla Bruni, prima di arrivare alla domanda se sposerà Carla Bruni hanno riferito della cosa delle 35 ore e poi, dulcis in fundo, hanno detto che sarà tolta la pubblicità dalla tv pubblica e che immediatamente le azioni delle tv private sono salite alle stelle (per far finta che si trattasse di una proposta liberista). Stop. Nessun cenno alla tassa ai privati per sostenere il servizio pubblico.
Questo per chi non avesse ancora capito da che parte sta il servizio pubblico radiotelevisivo italiano.

E i politici italiani come hanno reagito alla notizia? Qualche timido segno dal Ministro Gentiloni che si è detto d’accordo, così come il PD e Rifondazione Comunista che però si lascia tentare dalla supercazzola prematurata: “bisogna evitare il rischio di trasformare la Rai in un servizio marginale, autoreferenziale e privo di qualunque rapporto con la dimensione dell'ascolto e della qualità'''.
Forza Italia evidentemente ha qualche difficoltà con la lingua francese: “''la RAI oggi svolge sempre meno il ruolo di pubblico servizio e opera in un regime di concorrenza sleale con le televisioni private, raccogliendo pubblicità pur usufruendo di un cospicuo canone''.
Benedetto della Vedova, dei Riformatori liberali e deputato di FI, plaude al presidente francese ma esclude che il suo"modello" sia esportabile in Italia. Già, mica fessi noi.
Commovente l’ex ministro Gasparri: ''Il rischio di questa ipotesi - dice - e' che possa ingenerare un aumento del costo dei prodotti. Se la pubblicita' sulle televisioni commerciali costasse di piu', alla fine sarebbero i consumatori ad essere penalizzarli''. Volete voi togliere il Mulino Bianco ai bambini? Giammai!
Ma l’Oscar va senz’altro al consigliere d’amministrazione RAI Rognoni che, pur sottolineando che la pubblicità trasmessa e' troppa, afferma che ''pensare di eliminarla tutta mi sembra un'esagerazione. Se la togliessimo tutta avremmo una tv pubblica piu' povera nelle casse e nell'offerta''. Quindi, se ''vogliamo ridurla, aumentiamo il canone, come avviene praticamente in tutta Europa''.
Ecco, l’idea che Berlusconi possa essere tassato per finanziare l’azienda di cui lui è consigliere non gli passa manco p’a capa.

giovedì 22 novembre 2007

Vedo iene in azione


Mr. Blonde: Ehi, Joe, vuoi che gli spari?
Mr. White: Cazzo, se mi spari solo in sogno è meglio che ti svegli e mi chiedi scusa!"
Come avrebbe detto il glorioso "Almanacco del giorno dopo", oggi 22 novembre si festeggia la scoperta dell'acqua calda. I giornali commentano a suon di titoloni, come fosse una rivelazione epocale la seguente ovvietà: durante il quinquennio berlusconiano la dirigenza RAI era in combutta con quella di Mediaset per favorire la seconda e il piccolo grande statista che così poteva contare su un monopolio galattico-mediatico da fare invidia all'imperatore Palpatine.
Dall'Italia si solleva un meravigliato: "ma va?!" Per accumulato ritardo la notizia viaggia con circa cinque anni di ritardo.
I giornalisti RAI sono furiosi, ci ha detto ieri sera il tiggì.
Pensa, i mestatori erano lì da anni e non si sono accorti di nulla.

Berlusconi, con la solita faccia di bronzo, non vede la gente morta ma iene e sciacalli in azione. Sempre così quando lo beccano con le mani nella marmellata, seppure a scoppio ritardato, parte il nastro preregistrato delll'autocommiserazione.

Comunque la citazione delle iene non è mica così campata in aria. La rapina c'è stata, eccome. Nella fattispecie è stata sottratta la libertà di espressione e l'obiettività del servizio pubblico radiotelevisivo e i cani da rapina li conosciamo bene.
A quei tempi, ci raccontano le intercettazioni, avvenivano surreali conversazioni, perfino attorno alla salma del Santo Padre, il cui fine ultimo era fare di tutto per nascondere le notizie sgradite al padrone, che proprio in quei giorni veniva sonoramente bastonato dagli elettori italiani. Altro che la fava di Madonna.
Mr. Pink si metteva d'accordo con Mr. Brown affinchè Mr. Blue nella sua trasmissione favorisse in ogni modo il grande capo e nascondesse lo sporco sotto il tappeto.
Sappiamo che sotto il rasoio di Mr. Blonde sono caduti Enzo Biagi, Michele Santoro, Sabina Guzzanti, Daniele Luttazzi. La cosa peggiore è che non c'era bisogno necessariamente dell'editto bulgaro ufficiale per scatenare lo psicopatico. Una battuta fuori posto, un "fanculo Charlie Chan" di troppo e zac!, via l'orecchio con lo strappo.

C'era perfino l'infiltrato, il Mr. Orange messo lì dal centrosinistra per farsi fottere meglio e che oggi è il più meravigliato di tutti.

martedì 6 novembre 2007

I coccodrilli lacrimano ipocriti


" Alla Rai non sposterò nemmeno una pianta. (Silvio Berlusconi, 29 marzo 1994)"

"L'uso che Biagi, Santoro, ... come si chiama quell'altro ... Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga. "

(Silvio Berlusconi, 18 aprile 2002)

Di solito non amo la retorica secondo la quale se uno muore bisogna per forza parlarne bene e ciò vale soprattutto quando è un personaggio pubblico ad andarsene ma oggi per Enzo Biagi ho pianto. Mi sono commossa perchè la morte di un giornalista vero, che fino all'ultimo è restato fedele a se stesso, non può che essere una perdita per tutti, in un paese dove i giornalisti con la g maiuscola stanno andando ad estinzione. Mi sono resa conto che Biagi ha fatto parte della mia vita più di quanto non pensassi, attraverso la sua figura televisiva, i suoi libri, i reportages dalla Cina e dall'America e i ritratti di personaggi famosi, come le interviste ai figli dei gerarchi nazisti e la biografia su Enzo Ferrari. Una prosa onesta, popolare, straordinariamente semplice, schierata ma mai faziosa, anche quando avrebbe avuto tutto il diritto di diventarla.

Dopo il pianto è subentrata l'indignazione e la rabbia per il modo in cui è stato rievocato l'ultimo triste capitolo della carriera di Enzo Biagi e cioè la sua cacciata dalla RAI suggerita a solerti lacchè dal presidente del consiglio in persona di allora, Silvio Berlusconi, durante il famigerato "editto" bulgaro.

Grazie ad un vorticoso e vergognoso giro di valzer retorico, il TG1 delle 13,30 è arrivato a dire che Biagi "se ne andò dalla RAI dopo una lunga vertenza". Come se non si fossero messi d'accordo sulle gardenie sempre fresche in camerino o si fosse trattato di null'altro che della sclerata di un vecchio rompipalle. E' la teoria di coloro che l'hanno cacciato, del resto.
E' la solita storia. Se dici che hai licenziato un dipendente è brutto ma se riesci a far credere che è lui che se n'è andato perchè pretendeva troppo, il gioco è fatto e la faccia è salva. Anche se è una faccia di merda.
Il resto dei commenti di queste ore è tutto un pianto greco di coccodrilli che ricordano il "grande Enzo" e soffrono solo di quella piccola amnesia relativa al modo vergognoso in cui fu trattato. Non manca il Grande Coccodrillo, che ha affermato "dopotutto lo ammiravo". Meno male, chissà se lo avesse disprezzato.

Ricordiamo agli smemorati di Collegno e zone limitrofe le frasi di Berlusconi citate all'inizio. Fa uno strano effetto riascoltarle proprio oggi ma non si può fare a meno di ricordare come andarono veramente le cose, almeno noi che amiamo la giustizia.

Ciao Enzo, e grazie di tutto.


martedì 15 maggio 2007

Munnezzemol

Mentre si discute stancamente di legge sul conflitto di interessi in Parlamento, con la sensazione diffusa che ciò che ne verrà fuori sarà un pateracchio che non lederà minimamente la posizione dominante di Mediaset, ci sarebbe in concomitanza un’occasione storica della quale purtroppo i nostri governanti pallemosce non sapranno trarre vantaggio.

Berluschino, tra un palestramento e l’altro si è comperato la Endemol con i soldi faticosamente raccolti da papi in tanti anni di duro lavoro e allora, dov’è lo scandalo?
Forse nel fatto che è dimostrato ancora una volta che Berlusconi senior mentiva quando accusava la sinistra di averlo rovinato, perché non credo che 2.629 milioni di euro siano venuti fuori dalla rottura dei porcellini di terracotta dei suoi figli e dalle monetine raspate dalle macchinette per il caffè di Segrate.

La Endemol è quella cosuccia che nel 2006 ha fatturato a livello mondiale 1.114,4 milioni di euro, dalla quale ogni giorno partono carichi di munnezza mediatica che vengono mollati in tutte le discariche televisive private e purtroppo pubbliche.
Pacchi rotti, piatti sporchi e avanzi di cucina con qualche capello della Clerici, ex-divi, ex-cantanti, ex-nullità da rottamare e aviotrasportare su isole deserte esotiche, scarti di braccia rubate all’agricoltura, veline sode e opinioniste sfatte, critici fatti e conduttori rintronati. Munnezza accuratamente impacchettata con nastri luccicanti, ma sempre munnezza.
La preoccupazione di questi giorni è che la RAI, la discarica pubblica ufficiale di questo tipo di spazzatura televisiva, debba sottomettersi ancora di più allo strapotere di Piersilvio e Pierfidel.

Ecco allora la mia modesta proposta, che richiederebbe però da parte del governo almeno le palle di Chuck Norris, e un coraggio che deabbondianamente Prodi non può darsi: riformare la RAI sul serio, facendo pulizia ed eliminando la munnezza.
Lasciamo i pacchi e i contropacchi, i cuochi bisunti e le fregnacce assortite a Mediaset. Lasciamogli i grandi fratelli, le menate, i giochini, le isole e i sottoprodotti del Vippume alla Lele Mora, il monnezzaro della cronaca rosa.

Facciamo una RAI dove si (ri)trasmette cultura, la prima della Scala, il teatro, il cinema d’autore (magari senza interruzione), un’informazione fatta da giornalisti e non da parrucchiere di notte e puttane di giorno.
Facciamo si, una RAI pallosa, vecchia, antica, anni 60 e scommettiamo una cena di pesce che funzionerà. In Spagna Zapatero l’ha fatto. Ha fatto tornare la televisione pubblica spagnola un servizio pubblico, con programmi più intelligenti di quelli della tv privata.
Risultato? Un successo.
Tanto, più nella merda di così la RAI non può sprofondare e allora facciamolo questo tentativo.
Si tratta in fondo di applicare la raccolta differenziata anche ai prodotti televisivi. Ciò che si può ancora recuperare di qua e i rifiuti organici di là. Et voilà.

(Finale alternativo)
Il messaggio subliminale contenuto in questo post è: facciamo qualcosa per liberare il Sud dal problema della munnezza. Noi nordisti non riusciamo neanche a renderci conto di cosa significhi dover vivere con un tale disagio sotto casa. Leggete il libro di Alessandro Iacuelli, è per informarvi meglio.

venerdì 19 gennaio 2007

Qualche fischio che vola

Quante volte è stato fischiato Berlusconi in cinque anni di governo? Moltissime volte, alcune delle quali clamorose, come in occasione del suo ingresso allo stadio di Torino per la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi invernali del 2006. Le bordate successive alla pronuncia del suo nome le sentirono in mondovisione anche nelle Isole Marshall ma, tra il telecronista che cercava di sdrammatizzare e il silenzio sull'accaduto nel successivo TG della sera pensammo di essere invece rimasti vittime di un’allucinazione collettiva, come quella di Fatima con il disco del sole roteante .

Quella non fu comunque l’unica occasione nella quale le labbra degli italiani, in maniera organizzata o spontaneamente, si richiusero a culo di gallina per esprimere sonoramente un concetto universalmente noto all’indirizzo dell’ex presidente del consiglio.
Nel 2004 Silvio fu fischiato ad un raduno sulla musica popolare al Santuario del Divino Amore a Roma. Un anno dopo fu preso di mira dagli artigiani, vil razza dannata, all’assemblea della Confartigianato, e giù fischi. Sempre nel 2005 a Bolzano perse le staffe e rispose con il dito medio alzato all’indirizzo dei rumorosi contestatori.

Ora, perché rivangare le fischiate berlusconiane? Perché da quando è cambiato il governo, ma non l’andazzo in RAI, se prima il fischio sporadico a Berlusconi veniva relegato come notizia di secondo piano rialzato, e data comunque solo se i fischi avevano incrinato i vetri delle finestre, ora la fischiata a Prodi diventa la seconda notizia dopo l’uragano Kyrill o l’attentato a Baghdad.

Prodi fischiato al Motor Show, fischiato all’Università, fischiato in piazza, dal fruttivendolo. Rischia di diventare un gioco di società. Dove lo fischieranno domani? Si accettano scommesse.
Di questo passo se Prodi va in stazione a Bologna e sul primo binario è in partenza l’Eurostar per Roma il TG1 dirà che è stato fischiato anche nella sua città. Consiglierei a Romano di evitare anche lo stadio e i teatri dove canta il tenore Alagna.

E’ democrazia salutare che un leader politico venga fischiato, chiunque egli sia, ed è solo mascalzonaggine propagandistica utilizzare la notizia dell’ennesima fischiata, magari organizzata ad arte con quattro gatti, come riprova che “gli italiani” non amano il tuo rivale.

domenica 1 ottobre 2006

Zitta, o chiamo Belfagor!

Un fantasma si aggira per l’inconscio di chi ha almeno 45 anni.
Non so quanto possa dire questo post agli under 40. Non dico che non abbiano mai sentito parlare di Belfagor ma l’aver vissuto la cosa è sicuramente diverso.
Se vi dicessi che ancora oggi, se devo percorrere un corridoio buio anche in casa mia lo faccio regolarmente di corsa senza guardarmi indietro? Colpa di Belfagor.
Da qualche parte devo avere ancora qualcuno dei disegni che facevo compulsivamente per esorcizzare lo spavento: Belfagor di qui, di là, di fianco alla casetta con l’alberello, Belfagor piccolo, Belfagor grande. Mio nonno me li comperava, 100 lire l’uno (che a pensarci oggi era una bella cifra!)

Ma chi era ‘sto Belfagor?
Il 15 giugno 1965 sul Secondo canale della televisione (allora c’era solo la RAI) andava in onda per la prima volta uno sceneggiato francese in sei puntate, “Belfagor o il fantasma del Louvre” ispirato a un romanzo scritto nel 1927 da Arthur Bernède e diretto da Claude Barma. Lo sceneggiato fu poi replicato varie volte, nel 1966, 1969, 1975 e 1988.

La Francia era molto popolare in televisione allora. Un anno prima avevano cominciato ad andare in onda "Le Inchieste del Commissario Maigret” con Gino Cervi e la collaborazione alla sceneggiatura del maestro Camilleri. Tutto rigorosamente in bianco e nero.

Belfagor fu una sferzata in faccia. Sugli allora pudibondi schermi democristiani approdarono tutti assieme: i Rosa Croce e le sette segrete, l’esoterismo, l’alchimia, l’antico Egitto, una donna adulta che ha una relazione con uno studentello, le droghe che rendono gli individui automi, i maestri del terrore e misteriose pietre radioattive, il tutto avvolto in una pericolosa nebbia sulfurea e diabolica (Belfagor è un famoso arcidiavolo).

Ricordo la trama per i troppo giovani. Un guardiano del Museo parigino del Louvre viene assassinato nottetempo durante il suo giro di ronda. Il commissario Menardier indaga e per conto suo anche uno studente curioso, Andrea Bellegarde, che si fa prendere dal mistero che circonda il caso. Già, perché si parla di un misterioso fantasma, visto da diversi guardiani, che si aggirerebbe nelle sale dedicate all’Antico Egitto.
Andrea, che ha conosciuto per caso Colette, la figlia del commissario, si fa rinchiudere nel Louvre assieme alla ragazza, che ha ereditato il fiuto da segugio dal padre, e una notte il fantasma compare finalmente. E’ alto, completamente ricoperto da un mantello nero e indossa una maschera di cuoio. Nel corso delle indagini Andrea conosce anche Luciana, un’affascinante signora dell’alta borghesia che ha una relazione con un misterioso individuo, un certo Williams. Da lì la trama si sviluppa e si fa intricatissima. Compaiono una vecchia signora che forse sa troppe cose, una setta esoterica e una sorella gemella di Luciana. Chi è il fantasma? Chi sta manipolando la sua volontà?

Elemento fondamentale del successo di Belfagor era la sceneggiatura di Jacques Armand che mescolava tutti gli elementi della storia misteriosa senza far uso di effetti speciali o trucchi. Lo spavento nasceva da cose in fondo stupide ma tremendamente efficaci. Cosa immaginare di più spaventoso che svegliarsi nella propria camera con Belfagor che si nasconde dietro una tenda? Un altro elemento di fascinazione è la Parigi di Belfagor, che è ancora quella dei cafés, dei cancan e delle edicole, un luogo denso di grandi misteri ma in fondo familiare.

In Belfagor domina la presenza magnetica di Juliette Greco, con la voce profonda, l'occhio egizio e l'allure di femme fatale. Assieme a lei il protagonista Yves Rénier, deciso a combattere il male ma manipolato e salvato da figure femminili di grande forza. Nei ruoli secondari René Dary, visto in "Non toccate il Grisbi", un commissario Menardier con gli accenti di un Gabin, mentre François Chaumette conferma la sua grandezza di attore teatrale. Una curiosità, nei panni eburnei di Belfagor si celava un mimo, Isaac Alvarez.

Per chi volesse farsi prendere dalla nostalgia consiglio il cofanetto in DVD del 40° anniversario che contiene anche, integralmente, la prima versione di Belfagor: un film muto del 1927 che venne sceneggiato direttamente dall’autore del romanzo originale, Arthur Bernède, e co-prodotto da un altro intenditore di misteri parigini: Gaston Leroux, il padre del "Fantasma dell’Opera".


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