domenica 8 luglio 2007

Un mondo alla canna del gas

Ormai anche le fonti meno sospettabili di cospirazionismo concordano che le guerre scoppiate dal 2001 in poi sono state fatte per il petrolio e in generale per il controllo delle risorse energetiche mondiali, sempre più contese tra i paesi industrializzati e quelli emergenti.

Anche sul gas naturale sono state combattute e si combattono guerre magari più nascoste e meno sanguinose, basti pensare al contenzioso tra la Gazprom russa e il governo Ucraino. Nel quadro generale delle lotte tra potentati per il predominio sulle risorse energetiche la concomitante lotta al terrorismo assume una valenza estremamente ambigua.

A volte l’attività terroristica di fantomatiche organizzazioni come la famigerata Al Qaeda sembra servire, più che gli ideali religiosi e di principio gettati in pasto al pubblico dei media, ben più banali interessi economici e di controllo strategico delle risorse disponibili. Pura coincidenza o no?
In sostanza, quali veri interessi servono i terroristi? E’ possibile che esista una strategia della tensione mondiale nella quale i vari gruppi in gioco, tutti, nessuno escluso, agitano lo spettro del terrorismo e magari se ne servono, per difendere le proprie fette di mercato e danneggiare la concorrenza? E i terroristi cosa ci guadagnano, in quel caso? Solo pubblicità o qualcos'altro?

Per fare un esempio, non sono pochi in Russia e in Occidente a credere che dietro la tragedia di Beslan, attribuita ai terroristi ceceni di Basayev, vi fosse in realtà un regolamento di conti in puro stile mafioso tra Putin e alcuni oligarchi da lui messi sotto inchiesta ed estromessi dal potere.
La guerra mondiale energetica combattuta, tra l'altro, a colpi di terrorismo è un’ipotesi agghiacciante che difficilmente può trovare riscontri oggettivi e prove ma è giusto chiedersi se la concatenazione di certi avvenimenti sia da considerarsi sempre casuale o no.

Il mese di luglio del 2005 fu estremamente movimentato sul piano del terrorismo internazionale, quasi come l’Italia degli anni ‘70.
Il 2 luglio fu rapito ed in seguito assassinato a Baghdad Ihab al-Sherif, primo ambasciatore egiziano nel nuovo Iraq ed ex incaricato di affari in Israele per il governo del Cairo.
Il 7, quattro esplosioni avvenute su mezzi pubblici sconvolsero Londra, nel turno di presidenza dell'Inghilterra all'Unione Europea e durante lo svolgimento della riunione dei G8 a Gleneagles, in Scozia. Il bilancio delle vittime fu di 55 morti e 700 feriti. L’attentato venne in seguito attribuito a terroristi di origine pakistana appartenenti alla solita Al Qaeda. Si disse che l’ex primo ministro israeliano Nethanyau, presente a Londra, fosse sfuggito per miracolo all’attentato grazie ad una provvidenziale soffiata dei servizi segreti.
Il 12 a Netanya in Israele un kamikaze palestinese si fece saltare in un centro commerciale provocando 4 morti e un’autobomba a Beirut ferì il ministro della Difesa, il filo-siriano Elias Murr. Tra il 21 e il 22 luglio sempre a Londra avvennero altri attentati ma per fortuna senza vittime, tranne un cittadino brasiliano risultato completamente estraneo ai fatti che venne ucciso durante una perquisizione, in circostanze mai del tutto chiarite.
Infine il 23 luglio anche l’Egitto venne colpito da Al Qaeda. Cinque esplosioni a Sharm el-Sheikh negli hotel e al mercato; si contarono 90 morti (fra questi 6 italiani) e 200 feriti. Alcuni sospetti furono arrestati nella penisola del Sinai. Israele offrì il suo aiuto all’Egitto. Il giorno dopo al Cairo un uomo rimase ferito per una bomba artigianale che stava trasportando.

In questo articolo pubblicato il 5 luglio di quell’anno, il sito vicino agli ambienti militari e di intelligence israeliani DEBKAfile raccontava questa storia di trattati e contro-trattati, alleanze e tradimenti, una vera e propria spy-story che, alla luce degli avvenimenti successivi di quel mese, getta una luce inquietante sul mondo nel quale viviamo e che ci fa tornare alla domanda che ho formulato all’inizio di questo articolo.
L’articolo, vista la sua origine “schierata” è da prendersi ovviamente con le molle e tanto meno vanno tratte conclusioni affrettate ma, come tutte le storie che pretendono di raccontare i retroscena di “intelligence” della geopolitica, contiene sicuramente dei messaggi tutti da interpretare. Con beneficio d’inventario. (La traduzione dell'articolo dall’inglese è mia).

L’articolo inizia parlando di trattative per la stipula di un controverso accordo militare svoltesi alla fine di giugno 2005 tra il governo Sharon e l’Egitto, accordo osteggiato sia da ambienti militari che politici israeliani perché in contrasto con le clausole militari del trattato Israelo-Egiziano che raccomanda la demilitarizzazione totale del Sinai, incluse le aree frontaliere.

“Questo protocollo prevedeva lo schieramento di 750 agenti di polizia egiziani lungo la strada di frontiera sud Gaza Philadelphi per facilitare il ritiro delle truppe e dei civili israeliani dalla striscia di Gaza.
Tuttavia, secondo le fonti militari di DEBKAfile, la parte tacita dell’accordo offrirebbe al Cairo molto più di un avamposto militare lungo questa striscia di frontiera di 14 chilometri. Contro le raccomandazioni dell’Alto Comando israeliano e del servizio segreto AMAN, il governo Sharon infatti ha acconsentito allo schieramento da parte dell'Egitto di truppe di commando APCS fornite di apparecchiature per la visione notturna ed elicotteri lungo l’intera frontiera. Inoltre, alla Marina egiziana sarà permesso di usare il porto mediterraneo a nord del Sinai di EL Arish come base navale per le sue navi da guerra.”

“Il 30 giugno [prosegue DEBKAfile], il giorno dopo l’accordo sul protocollo militare, il ministro israeliano delle infrastrutture Binyamin Ben Eliezer ed il ministro egiziano del petrolio Sameh Fahmi firmarono al Cairo l’accordo per la vendita annuale di 1.7 miliardi di metri cubi di gas naturale egiziano ad Israele, per un valore di $ 2.5 miliardi, per i prossimi 15 anni.

Il gas sarà pompato attraverso una conduttura marittima fino al porto israeliano di Ashkelon. L'affare è stato concluso tra l'israeliana Electric Corp. ed il consorzio israelo-egiziano East Mediterranean Gas (“Egyptian General Petrol Corporation” e la “Merhav” di Yossi Meiman). Sharon ha preferito l'offerta egiziana a quella fatta dall’autorità palestinese in accordo con British Gas, considerando che ogni movimento di cassa verso i palestinesi potrebbe concludersi con il finanziamento di operazioni terroristiche ai danni di Israele”.

Tutto bene, quindi. Israele e l’Egitto siglano un accordo di collaborazione sia militare che economica. In realtà, come rivela DEBKAfile, quello non fu l’unico accordo firmato quel giorno.

“Quando Ben Eliezer ha stretto la mano di Fahmi al Cairo, non sapeva che l'Egitto e la Gran-Bretagna avevano segretamente stipulato un accordo separato alle spalle di Israele. L’accordo prevedeva per la British Gas e i suoi partner palestinesi (la CCC, Consolidated Contractors Company, con sede ad Atene) la ripresa delle trivellazioni al largo di Gaza e la vendita del gas all’Egitto durante gli stessi 15 anni previsti nel contratto separato con Israele. Il contratto dovrebbe portare dai 150 ai 200 milioni di dollari all’anno nelle tasche palestinesi.

La Gran Bretagna e l'Egitto realizzeranno un gasdotto che andrà dai giacimenti fino ad EL Arish nei cui pressi, a Sheik Al Zwayed, gli inglesi hanno già cominciato a costruire una raffineria. Una piccola parte di gas sarà convogliata alla centrale elettrica di Gaza per sostituire l'energia provvista dalla Società Elettrica israeliana”.
L’Egitto sembra fare il doppio gioco: vendere gas ad Israele mentre lo acquista dai palestinesi con l’aiuto di Sua Maestà britannica. Fonti egiziane giustificano la scelta con la volontà del Cairo di aiutare lo sviluppo economico palestinese. Ma i malumori israeliani non tardano a farsi sentire.

“Se il protocollo militare Israelo-Egiziano sarà firmato, EL Arish diventerà il principale porto per la flotta egiziana ed il sito di un terminale di gas per le autocisterne europee che trasferiscono il gas liquido fuori dal Medio Oriente. La Gran Bretagna ha investito $150 milioni nella sua costruzione. Il gas palestinese raffinato in eccesso rispetto al consumo interno, circa il 60%, sarà riversato nel sistema egiziano di gasdotti che è collegato con la Giordania e per la fine dell'estate 2005 raggiungerà la Siria".

Giordania e Siria non sono proprio paesi amici di Israele, che è preoccupata anche per i personaggi palestinesi che gestiscono questi accordi.
“Secondo le nostre fonti palestinesi è il direttore della Palestinian Electricity Company, Walid Sayel (figlio del comandante militare dell’OLP in Libano, generale Saad Sayel, assassinato dai siriani nel 1993) a condurre le trattative per conto dei Palestinesi. Sayel è inoltre il tramite con la CCC, che gestisce il fondo monetario di investimento palestinese. Questi eventi sono completamente contrari alle strategie energetiche del governo Sharon”.

DEBKAfile descrive le ragioni per le quali Israele aveva scelto di acquistare gas dall’Egitto piuttosto che dall’autorità palestinese, e sono ragioni ovvie dal punto di vista di Tel Aviv: privare i palestinesi di una importante fonte di reddito che verrebbe impiegata, secondo gli israeliani, per foraggiare la lotta armata contro Israele ed inoltre impedire che il Cairo aiuti i Palestinesi a sviluppare i loro giacimenti.
Solo cinque mesi prima, alla conferenza di Londra sulle riforme palestinesi, organizzata da Tony Blair, Abbas aveva promesso al segretario di stato Condoleezza Rice di impiegare circa $4 miliardi recuperati dai fondi segreti di Arafat per attuare riforme vitali per la gestione dell’Autorità palestinese. La promessa non solo non è stata mantenuta ma stessi individui invischiati negli scandali finanziari della gestione Arafat ora stanno stipulando accordi commerciali con l’Egitto e la Gran Bretagna alle spalle di Israele.

La conclusione alla quale giunge DEBKAfile è semplice:
“Israele si ritiene tradita sia dalla Gran Bretagna che dall'Egitto. Entrambi avevano promesso di svolgere un ruolo attivo a sostegno dell'evacuazione di Israele dalla striscia di Gaza creando una nuova ed efficace forza palestinese di sicurezza per contrastare l'attività terroristica. (Allo scopo era stato aperto un ufficio dell’MI6 a Gaza.) Ora entrambi i paesi stanno agendo contro gli interessi di sicurezza di Israele".

Ripeto, non si possono trarre conclusioni o fabbricare chissà quali teorie cospirazionistiche sulla base di una sola fonte e per giunta non obiettiva. Una cosa è certa però. In un mondo come questo, dove per una bombola di gas si è disposti a scatenare delle guerre da migliaia di morti, è lecito chiedersi se non debba esistere un limite per la difesa degli interessi di qualunque nazione. O se invece siamo nel mezzo di una partita da combattere senza esclusione di colpi.

6 commenti:

  1. Solo una cosa è certa: non sapremo mai la verità...purtroppo!

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  2. Anche un'altra cosa è certa...
    Ci prendono in giro sistematicamente, mostrandoci quello che gli pare e tentando di farci credere un sacco di balle...e il bello è che molti ci credono per davvero!

    Un sorriso indagatore..
    Mister X di Comicomix

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  3. Ottimo articolo


    Italo

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  4. Il problema, forse, è anche: con cosa facciamo rispettare un qualsivoglia limite?
    Gran bel post.

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  5. C'è un update alla faccenda. Ho riassunto qualcosa qui:
    http://hermesnews.typepad.com/il_vicino_oriente/2007/07/gas_gaza.html#more

    ciao, bel blog. ;)

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  6. @ debora
    Ho letto, grazie per la segnalazione.
    Ciao!

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