mercoledì 31 gennaio 2007

Veronica gli manda a dire...

Veronica, la Penelope di Arcore, si è rotta le palle e ha inviato una lettera alla “Repubblica”, con preghiera di divulgazione all’esimio consorte e per conoscenza al popolo italiano.

Nei giorni scorsi la sopportazione di questa donna deve aver raggiunto il livello di massa critica e per evitare una reazione a catena che avrebbe rischiato di incenerire l’intera Brianza, ha preso carta, penna e calamaio e ha vergato la sua richiesta di pubbliche scuse al marito per il suo comportamento anti-matrimoniale.
Pensate, non ha potuto nemmeno usufruire del suo giornale personale, “Il Foglio”, viste le tirature da Eco della Val Trompia che non avrebbero dato il giusto risalto al suo epico scazzo. Meglio indirizzare la missiva ad un giornale che è pure anti-Silvio, tiè!

Eh si, la misura era colma. Va bene fare e disfare la tela, ma in pochi giorni le è toccato prima di sentire la rediviva lady delle pentole in fascia protetta alla domenica parlare del ventennale delle imprese erotiche da dieci-e-lode di suo marito. Poi l’anziano ganimede si è fatto cogliere dai microfoni alla serata dei telegatti mentre cantava la romanza alla celeste Aida Yespica e rivolgeva alla telegatta morta Mara Carfagna la fatal frase: “Se non fossi già sposato me la sposerei subito”.
E’ lì che secondo me Veronica non ci ha visto più e alla moglie delle libertà sono saltate le valvole col botto.

Passi la vecchia amante, il palco di corna ostentate dalla Ventura a commento dell’intervista alla vecchia fiamma, ma che lui, lo strenuo difensore della famiglia, faccia pubbliche profferte matrimoniali proprio a colei che nei pianerottoli e nelle portinerie si sussurra malignamente essere la sua nuova, di amante, è troppo. "Son cose poco belle", avrebbe detto la Signora Coriandoli.

Non c’è niente da ridere su ciò che Veronica chiede, r-i-s-p-e-t-t-o come donna. Purtroppo, impegnati come siamo a trovare i burqa nell’occhio altrui non ci rendiamo conto della maleducazione e della trave del maschilismo nel nostro. Non è perché si copre una donna di diamanti grossi come ceci che ci si può permettere di insultarla pubblicamente.

C’è stato un iniziale imbarazzo tra le file berlusconiane alla notizia della lettera aperta all’illustre marito. Non una parola sui giornali della real casa, del cognato e dei parenti tutti. Voci di “complotto” girate nel pomeriggio. L’ira funesta delle cagnette azzurre che si rivolgono alla vera moglie con queste parole sublimi: "Cara signora si vede che non ha cose importanti a cui pensare se per queste scemenze perde tempo a scrivere ad un giornale altrettanto cretino! Suo marito si merita di meglio!", parola della "moglie del presidente".
Evidentemente anche qui aveva ragione Montanelli. Per vaccinarsi da Silvio, anche come marito, bisogna fare la malattia, esserci passate.

Apprendiamo in questo momento che Lui avrebbe chiesto scusa con una lettera, magari dettata dalla penna del Petrarca di Fivizzano, Sandro Bondi.

Possiamo immaginare come finirà questa storia. Già domani lui dirà che è stato frainteso e che non ha mai detto le cose che ha detto alla Carfagna e alla Yespica. Anzi, dirà che quella sera non era neanche ai telegatti, che non conosce quella certa signora Veronica, che lui non chiede scusa e darà la colpa di tutto ai comunisti.

Nella foto, un’immagine di Veronica Lario nel film di Dario Argento “Tenebre”.

domenica 28 gennaio 2007

La scoperta dell'acqua santa

Anatema da parte dell’organo della Santa Sede e sconcerto in alcuni blog dal busto troppo stretto per l’ennesima inchiesta dell’Espresso, questa volta sulle opinioni dei preti raccolte da un giornalista in incognito nei confessionali d’Italia.
Cosa ha scoperto di tanto sconvolgente Riccardo Bocca? L’acqua calda, e santa, ovvero che di fronte alla confessione del peccato, soprattutto sessuale, un prete non è detto che segua pedissequamente le direttive delle gerarchie biancogialle ma più spesso forse la sua umana e cristiana coscienza.

E’ una cosa che ho constatato anche di persona un paio di anni fa quando, sentendo un gran bisogno di Dio, trovai un simpatico frate con il quale cominciai a parlare e la conversazione divenne in pratica una confessione. Certo, quando venne a sapere che la pecorella smarrita conviveva con il suo compagno scosse la testa e disse che dovevo fare di tutto per arrivare a santificare la relazione nel matrimonio, ma poi mi diede l’assoluzione dai miei peccati e perfino la comunione, nella chiesa deserta. Una cosa tra me, lui e Dio. Qualche tempo dopo tornai in Chiesa, un’altra. Il parroco mi stette ad ascoltare ma all’annuncio del fatto della convivenza si fece cupo in volto e mi disse che assolutamente non poteva darmi l’assoluzione. Praticamente quasi mi cacciò dal confessionale. “Un frate l’altro giorno mi ha dato l’assoluzione e la comunione”, protestai, “Allora figliola, quello che ti consiglio è di tornare da quel frate”.

Capita l’antifona? Non c’è assolutamente uniformità di comportamento all’interno della Chiesa (altro che centrosinistra). C’è prete e prete, c’è Ponzio Pilato e Torquemada, c’è Ruini e c’è Don Gallo, gli ottusi burocrati e quelli che “se Cristo ha perdonato l’adultera…”
Tutto ciò è normale e risaputo ma, come nel caso della pedofilia, per il Vaticano lo scandalo non è lo scoprire che alcuni preti molestano i bambini, ma che qualcuno lo denunci.

E’ molto interessante e istruttivo che, grazie a quest’inchiesta, si rimarchino le divisioni all’interno della Chiesa sugli argomenti sui quali si scannano in questi giorni anche i politici: PACS, unioni omosessuali ed eutanasia. Se permettete è bello sapere che il sacerdote può essere indulgente anche con l’anonimo peccatore di provincia oltre che con il fantastiliardario pluridivorziato-risposato al quale si concede pubblicamente l’ostia in barba alla dottrina. La discussione potrebbe servire molto alla Chiesa per fare chiarezza al suo interno.
Invece si urla al sacrilegio e al “come si sono permessi” e il bello è che si scandalizzano non soltanto le gerarchie vaticane ma anche i ben pensanti e ben scriventi, a leggere diversi commenti nei blogs.

Non vorrei che questo fosse un brutto segno dei tempi. Non sarà la disabitudine al giornalismo di inchiesta? I troppi anni di “Porta a Porta” alle spalle? I servizi da Londra di Masotti? I primi effetti della contaminazione da gossip impoverito che ogni giorno ci propinano giornali e tv?

Forse alcuni sono troppo giovani per ricordarlo, ma di queste inchieste una volta “L’Espresso” ne faceva una alla settimana e di ben più toste.
Il giornalismo è questo, purtroppo, non il TG5 di Carlo Rossella O’Hara che è uguale al TG1 e al TG2, dove cambiano solo le scrivanie e gli orari ma il pastone è sempre quello.
Non ci siamo più abituati e non ne faccio una colpa a nessuno, ma i veri giornalisti non sono quelli con il giubbotto antiproiettile e antivergogna, embedded nel senso che si infilano (metaforicamente, ci mancherebbe altro) nel letto di chi li paga, ma quelli che per capire bene l’argomento e il fenomeno devono infiltrarsi, fare opera di investigazione, e tanto più quanto il materiale è scottante e bisogna quindi ricorrere a questi mezzi per parlarne e farne parlare. Insomma sono quelli che danno, con rispetto parlando, le notizie.

Tanti anni fa in Germania, ben prima di Fabrizio Gatti, Gunter Wallraff si fece crescere dei bei baffoni alla turca, assunse una falsa identità da immigrato e si fece assoldare da una grande casa farmaceutica che cercava clandestinamente cavie umane sulle quali testare i nuovi farmaci. Quella, ed altre esperienze da lui vissute in incognito diventarono il libro “Faccia da Turco”, ancora oggi una delle testimonianza più vive e inquietanti sul dramma dell’immigrazione oltre che un classico del giornalismo di inchiesta imitato da allora in tutto il mondo.
Ve lo immaginate un Roberto Saviano che, per non scandalizzare nessuno, gira tra le fabbrichette in nero dell’alta moda e i luoghi dello spaccio a Scampia con un bel cartello al collo che dice: “Sono un giornalista e sto scrivendo un libro denuncia sulla Camorra che vi farà molto incazzare”?

Non meravigliatevi per favore, ragazzi, se esiste ancora un giornalismo che fa riflettere. Lo so, sulle prime è amaro da mandar giù, ma poi ci fa guarire.

sabato 27 gennaio 2007

Post Scriptum

A corollario del post precedente e al fine di farvi provare l'ebbrezza di una deroga momentanea al pensiero dominante degli editorialisti da ricorrenza, vi propongo alcuni articoli che offrono una diversa e per alcuni versi scandalosa opinione sulla equivalenza antisemitismo=antisionismo:

"Memoria. Ciò che la legge non può" di Moni Ovadia, "La società aperta e i suoi nemici" di Gilad Atzmon, "Nazistificazione" di Israel Shahak , Intervista a Israel Shamir, Intervista a Norman Finkelstein, e un articolo da Carmilla sulla legge Mastella.

Per i temi trattati e le idee espresse se ne consiglia la lettura ad un pubblico adulto, vaccinato, immune alle lusinghe del pensiero unico, ai moniti Napolitani e Ratzingeriani contro il relativismo, agli insulti degli informatori corretti e ahimè ancora devoto alla democrazia e alla cara e vecchia libertà di parola. Astenersi deboli di cuore e di fegato.

Si può essere d'accordo o meno con le idee espresse da questi intellettuali ma come mai nessuno si sente più pronto a morire per difendere il loro diritto di parlare? Già, meglio ritirarsi a coltivare il proprio orticello e in culo a Voltaire.

PS. Mi rendo conto che, nel mondo degli imbecilli, se qualcuno nomina gli intellettuali di cui sopra c'è bisogno di specificare che nessuno di loro è antisemita o negazionista. Anche per il semplice fatto che sono per la massima parte ebrei. Ma cosa volete, sono puntualizzazioni necessarie, visto che la madre dei fascisti è sempre incinta.

giovedì 25 gennaio 2007

Solo silenzio

Non è facile parlare di Giornata della Memoria perché il turbinio di sciocchezze, i rigurgiti di ignoranza e le manifestazioni di bieco machiavellismo sono tali in questi giorni che danno la nausea.

Siamo tutti attorno ad un tavolo e si gioca sporco, si bluffa, si gioca al rialzo, con un cinismo spaventoso. Non fiches, ma milioni di morti buttati sul tavolo verde di una politica che fa sempre più schifo. Politica che all’occorrenza prende la Storia, la trascina in un angolo e la violenta.
I miei morti valgono il doppio dei tuoi, non ti azzardare a confonderli. Se condanniamo il nazismo allora si condanni anche il comunismo e si neghi il valore della Resistenza. Anzi delle Resistenze. Oggi non si deve criticare il presidente ex comunista perché fa il nostro gioco, ha detto che l’antisionismo è uguale all’antisemitismo. Per premio, non gli hanno ricordato per l’ennesima volta di condannare i crimini comunisti.

Dovremmo mettere in galera i negazionisti, bruciare i loro libri e spargervi sopra il sale. I negazionisti sono ricercatori talmente seri che vanno a grattare un muretto dopo sessant’anni ad Auschwitz, dove è stato quasi tutto distrutto e siccome non trovano tracce di veleno nel fazzolettino deducono che nessuno è stato gasato, da nessuna parte. Basterebbe ignorarli e invece li facciamo diventare dei martiri e perfino degli illustri scienziati.

Se chiedessimo ad una persona qualsiasi che ha visto le migliaia di fotografie scattate dai liberatori dei lager nazisti, i grovigli di corpi umani che ti impediscono di dire quello è ebreo, quello zingaro, quello omosessuale, quello dissidente politico, se gli facessimo vedere le fosse riempite dalle ruspe con una marmellata umana di ossa e pelle senza più alcuna umanità e dicessimo loro che esiste chi nega questa realtà quale sarebbe la sua risposta? Direbbe che sono matti. Appunto. Se qualcuno cade nel tranello di credergli fategli vedere quelle foto, quei filmati, portateli sul posto.

Al tavolo da gioco c’è chi gioca pesante con le nostre libertà perché è accecato dal tornaconto politico. Cosa vuol dire che l’antisionismo è uguale all’antisemitismo? Vuol dire che non si potrà più parlare. Che non ci si vuole far amare ma solo temere.
Se chiedessimo a quei poveri corpi nudi senza più dignità cosa ne pensano del cinismo di chi si appropria di loro, della loro sofferenza, che pretende di parlare in loro nome per una specie di contratto in esclusiva, di chi li conta e li riconta perché il loro numero deve essere più grande di tutti di altri genocidi, di chi in nome loro ritiene di poter fare qualsiasi cosa, anche non dover più rispondere di nulla a nessuno, cosa ci risponderebbero?

Se chiedessimo a chi ha sofferto in maniera indicibile se il mondo ha imparato qualcosa dalla loro sofferenza quale sarebbe la risposta? Se anche uno solo di quei milioni di poveri morti potesse ancora parlare ci chiederebbe un’unica cosa: di fare silenzio.

mercoledì 24 gennaio 2007

Quelle che l'ho data a Silvio

Metti una domenica pomeriggio tra una linea di febbre e l’altra sotto il plaid di pile con in sottofondo il cazzeggio televisivo di “Quelli che il Calcio”.
Simona Ventura intervista Fabrizia Carminati, un residuato inesploso della televisione anni 80. Me l’ero quasi dimenticata, ma a sentire il suo nome e all’ondeggiar dei boccoli d’oro, per automatismo ho salivato subito come il cane di Pavlov, “Ah, quella delle pentole”.

E’ carino ogni tanto ricordare i personaggi che ci hanno fatto crescere, come il Supertelegattone Maaaooo, Jeeg Robot d’acciaio e Zed, il tizio con i capelli di plastica come Ken, il marito evirato di Barbie.
La Carminati, dopo un piccolo sforzo per inquadrarla nel periodo e nel contesto tra le nebbie della memoria, mi appare come la bionda sempre allegra anche ai funerali, di bellezza media, più da segretaria che da showgirl.
Valletta di Mike Buongiorno, è vero, che di lui ci dice che era tirchio perché teneva i cesti con le burrate e i capocolli tutti per sé senza dividerli con i colleghi. Lo avevamo intuito, ma poi ecco la grande rivelazione, lo sgubb, la bomba, ciò per cui è venuta in televisione, o ce l’hanno mandata dopo averla scongelata, dopo tanto oblio.
La Fabrizia racconta, dopo averlo già spiattellato ai giornali, che ha avuto una relazione con Silvio vent’anni fa e che lui era da 10 e lode in tutto, anche in quella cosa lì, che è poi l’unica che conta, il resto tipo il romanticismo è fuffa. Un mandrillone, insomma, e detto da lei c’è da crederci.

Era dai tempi delle mitiche pagelle di Moana che non si sentivano apprezzamenti sulle prestazioni sessuali dei leaders politici. Che poi, in questi casi, sono tutti delle sex-machines con un’attrezzatura da far invidia al Divo Rocco e tempi di durata da maratoneti del sesso.
Eh già, chi si azzarderebbe, tra le ex o attuali amanti dei potenti di dire:”E’ una delusione, lo fa in 9’ 85” netti, più veloce di Carl Lewis sui 100 metri, quando gli riesce e con i calzini corti”.

Un dubbio mi assale, ma il palco di corna posticce che Simona Ventura ostenta dall’inizio dell’intervista è una pesante allusione a Veronica? Tranquilli, all’epoca della tresca lui era già separato dalla prima moglie e non conosceva ancora Veronica. Anzi quest’ultima gliel’ha presentata proprio la Fabrizia, guarda un po’. Un cambio della guardia in stile Buckingham Palace. Non basta sicuramente per poter fare la Comunione (anche se lui la riceve lo stesso, mysterium fidei) ma per tranquillizzare l’elettorato medio si.

Tra parentesi, l’intrepida Ilona Staller sempre arruolata nel corpo “Poveretta, come s’offre”, aveva già raccontato alla stampa, senza scendere in particolari intimi però, di un suo week-end in Grecia con il Mandrillo della Libertà nel lontano 1974.
In piena zona adulterio questa volta, ma forse eravamo già all’epoca in cui con Carla “l’amore si trasforma in sincera amicizia”.

Tornando alla Carminati. Nel 2004, forse come tardiva ricompensa per tanta abnegazione amatoria, l’eroica Fabrizia, ripescata come i vecchi pugili negli incontri di contorno, si candidò per Forza Italia alle Europee ma fu, non sembri una battutaccia, trombata.
Cosa pensare di quest’ultimo coming-out mediatico?
A me ha fatto l’effetto di quelle lettere di raccomandazione che suonano più o meno così: “Posso testimoniare che il ragazzo si impegna nel lavoro ed è sempre puntuale e affidabile.” Una sorta di pizzino erotico, un messaggio rassicurante alle ragazze ancora da concupire dopo l’impianto delle duracell, “andate tranquille, che non sarà solo un sacrificio”. Abbastanza patetico, tutto sommato.

L’intervista del secolo con la Ventura termina con una simpatica gag nella quale la Carminati finge di essere stata anche l’amante di Prodi, facendone l'imitazione. Un momento di grande televisione. Missione compiuta, roger, portiamo a casa questo baby e rientriamo alla base. La Fabrizia fa le pentole e anche i coperchi.

martedì 23 gennaio 2007

Me lo prendi, papà?

Vi sarete accorti che ogni oggetto animato o inanimato viene prima o poi trasformato in un soffice peluche. Tutti gli animali noti a Linneo e seguaci sono stati più o meno già riprodotti.

Come ho già scritto in passato, L’IKEA è specializzata in peluches “strani”, dal pipistrello, al ragno, allo squalo. Credevo, quando ho comperato la RATTA, perfetta riproduzione di una zoccola da chiavica, di aver toccato il fondo della mia perversione per i peluches, che colleziono compulsivamente, sicuramente per compensare un istinto materno inappagato.

Questo sito però con un’alitata ossigena i capelli a Herr Ingvar Kamprad in persona e a tutte le ikee del mondo. Riuscite ad immaginare una ditta specializzata in peluches che riproducono microbi e virus? Chi non vorrebbe il morbido Yersinia Pestis o la Clamidia, o la tenera Salmonella Typhimurium da stringere nel proprio lettuccio, magari mentre stiamo lottando contro un simpatico virus influenzale?

Quando studiavo psicologia clinica mi insegnarono che se un bambino si identificava nel lupo di Cappuccetto Rosso, invece che nella bambina o nel cacciatore, c’era da preoccuparsi. E se adesso vostro figlio vi chiederà il pupazzo di Ebola qui sopra, cosa dovremmo pensare?

lunedì 22 gennaio 2007

La settimana enigmistica

L’immagine, lo so, è forte e chi ha visto “Saw-L'Enigmista” capirà meglio il senso della situazione.
Il fatto è che negli ultimi tempi gli annunci di Prodi in politica estera assomigliano a quelle telefonate tra colleghi dell’FBI che si vedono nei telefilm:
“Pronto Scully?
“(Silenzio)…. Si… Mulder?”
“Ehi Scully, ma stai bene?”
“(Silenzio) Si, si… sto … bene”
“Ho capito, qualcuno ti minaccia con una pistola. Ora stai tranquilla e non perdere la calma. Stiamo arrivando”.

Mi sto convincendo che qualcuno, un perfido Enigmista ossessionato dal Quesito della Susi e dalla Pagina della Sfinge, sta tenendo Romano in ostaggio in un sordido bagno e lo obbliga a fare certe dichiarazioni, caratterizzate tra l’altro da un tempismo eccezionale e sospetto tale da far intuire un sadico gioco di ruolo:

16 gennaio - "Il governo non si opporrà all'allargamento della base militare Usa di Vicenza”. (Il 10 gennaio erano cadute le ultime speranze per ottenere verità e giustizia su Ustica.)
20 gennaio – “Il ritiro dall’Afghanistan è una follia”. (Io mi ricordo vagamente in campagna elettorale delle assicurazioni su un nostro ritiro dai vari teatri di guerra, ma forse ho sognato.)
22 gennaio - "L'entrata della Turchia a pieno titolo nella famiglia europea è un traguardo strategico. In questa fase storica nessuno deve pensare a scelte alternative. Non sono in programma". (Appena due giorni prima, il 19, era stato ucciso il giornalista di origine armena Hrant Dink, paladino contro il negazionismo turco di stato sul genocidio armeno del 1917.)

Ho capito Romano, qualcuno ti minaccia con una pistola. Ora stai tranquillo e non perdere la calma. Stiamo arrivando.

domenica 21 gennaio 2007

Il giorno dei Craxidi

Sono tra noi e non ce ne siamo accorti. Lentamente ma inesorabilmente la mala pianta sta avanzando nei nostri lindi giardinetti, perfino in quelli più insospettabili e contagia gli umani, facendoli straparlare e soggiogandoli al culto del Grande Trifide, o Craxide.
Tutta questa montante nostalgia canaglia di Bettino non somiglia sempre più ad un’invasione aliena?

C’è in giro un’aria di abbracciamoci tutti e scurdammoce ‘o passato. Craxi grande leader, comunque meglio di Berlusconi, almeno era più alto, era di sinistra - e qui si sente stridore di unghie sullo specchio, eccetera eccetera.
Terribile, tra trifidi e margherite è già scattata la solidarietà tra vegetali.

Non vorrei aver involontariamente contribuito anch’io al revival pro-Bettino. In un post precedente ho riconosciuto a Craxi il merito di essersi ribellato alle voglie padronali degli USA a Sigonella. Bon, anche lui una cosa buona l’avrà fatta, no? Perfino Hitler ci ha donato il Maggiolino Volkswagen.

A parte quell’episodio, ma c’è davvero bisogno di ricordare, come fa in questo articolo Marco Travaglio, agli smemorandi italiani cosa è stato Craxi? Sono state consumate tonnellate di carta e inchiostro , emesse sentenze, si sono scritte cronache minuziose di corruzioni, ladrerie e malcostume vario ed eventuale, sono volate le monetine dell’Hotel Excelsior e poi?
Tutto inutile di fronte all’avanzata degli ultracorpi. Del resto sono anni che la lima sorda berlusconiana lavora per riabilitare il grande benefattore. La legge Mammì, fatta in quattro e quattr’otto per salvare l’illegalità delle reti Fininvest alla faccia del libero mercato e della concorrenza, uscì dal gran baccellone craxiano. Un baccellone che, dopo la mutazione arcoriana, ha prodotto altri semi velenosi, come la legge Gasparri.

Se cercate però il motivo vero dei supposti meriti e delle supposte benemerenze di Bottino Craxi troverete un vecchio tema caro ai film di fantascienza anni ’50, l’anticomunismo. Il vecchio cadavere che si porta su tutto, in ogni stagione.
Mi sono imbattuta in questa mirabile prosa, tratta da un vecchio numero de “l’Opinione”:

“Ora, sia detto senza mezzi termini, fra i socialisti, ma anche fra i repubblicani, come fra i democristiani e così via, vi furono affaristi, profittatori, intascatori di mazzette, accumulatori di soldi da spendersi in lusso crasso e mercenario.
Ma non ce ne furono più di quanti se ne trovassero e se ne trovino dentro altre famiglie politiche, comunisti compresi, e fuori dalla politica. Però, sia detto con altrettanta chiarezza, il finanziamento illecito della politica fu una necessità indotta dall'enorme forza economica dei comunisti; senza quel finanziamento la regolare partita democratica si sarebbe risolta a favore di chi campava con soldi sporchi di sangue.”

E ti pareva che non era colpa dei comunisti. Si, abbiamo rubacchiato un po’ anche dalle tue tasche, o beota italiano, dicono i neo-ultracorpi socialisti, ma vuoi mettere la soddisfazione di aver impedito che i cosacchi si abbeverassero a San Pietro - tra l’altro quando l’impero sovietico era già in putrefazione?
Se il muro di Berlino è crollato nell’89 e Tangentopoli è dei primi anni ‘90 qualche conto non torna. Giustamente qualche italiano ancora più beota potrebbe inoltre chiedersi cosa c’entri la salvezza della democrazia con il “lusso crasso e mercenario” ammesso dall’aedo neo-baccellone. Attendiamo risposte. Possiamo solo immaginare la scena: “Bravo, hai salvato la democrazia. Ora tieni questi 50 miliardi e vai a svagarti un po’, magari a mignotte, che te lo meriti.”
C’è da stare tranquilli con difensori della democrazia così.

venerdì 19 gennaio 2007

Qualche fischio che vola

Quante volte è stato fischiato Berlusconi in cinque anni di governo? Moltissime volte, alcune delle quali clamorose, come in occasione del suo ingresso allo stadio di Torino per la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi invernali del 2006. Le bordate successive alla pronuncia del suo nome le sentirono in mondovisione anche nelle Isole Marshall ma, tra il telecronista che cercava di sdrammatizzare e il silenzio sull'accaduto nel successivo TG della sera pensammo di essere invece rimasti vittime di un’allucinazione collettiva, come quella di Fatima con il disco del sole roteante .

Quella non fu comunque l’unica occasione nella quale le labbra degli italiani, in maniera organizzata o spontaneamente, si richiusero a culo di gallina per esprimere sonoramente un concetto universalmente noto all’indirizzo dell’ex presidente del consiglio.
Nel 2004 Silvio fu fischiato ad un raduno sulla musica popolare al Santuario del Divino Amore a Roma. Un anno dopo fu preso di mira dagli artigiani, vil razza dannata, all’assemblea della Confartigianato, e giù fischi. Sempre nel 2005 a Bolzano perse le staffe e rispose con il dito medio alzato all’indirizzo dei rumorosi contestatori.

Ora, perché rivangare le fischiate berlusconiane? Perché da quando è cambiato il governo, ma non l’andazzo in RAI, se prima il fischio sporadico a Berlusconi veniva relegato come notizia di secondo piano rialzato, e data comunque solo se i fischi avevano incrinato i vetri delle finestre, ora la fischiata a Prodi diventa la seconda notizia dopo l’uragano Kyrill o l’attentato a Baghdad.

Prodi fischiato al Motor Show, fischiato all’Università, fischiato in piazza, dal fruttivendolo. Rischia di diventare un gioco di società. Dove lo fischieranno domani? Si accettano scommesse.
Di questo passo se Prodi va in stazione a Bologna e sul primo binario è in partenza l’Eurostar per Roma il TG1 dirà che è stato fischiato anche nella sua città. Consiglierei a Romano di evitare anche lo stadio e i teatri dove canta il tenore Alagna.

E’ democrazia salutare che un leader politico venga fischiato, chiunque egli sia, ma è solo mascalzonaggine propagandistica utilizzare la notizia dell’ennesima fischiata, magari organizzata ad arte con quattro gatti, come riprova che “gli italiani” non amano Prodi.
Peggio ancora quando si sottolineano i fischi a Romano e non il saluto romano dei fischiatori. Se lo fa in campo Di Canio, che tra l’altro non fa mistero di essere fascista e almeno è onesto, è scandalo, ma se succede in un'Università invece non fa né caldo né freddo a nessuno, figuriamoci a Riotta.

Ve la immaginate al TG tedesco la notizia di Angela Merkel accolta all'Università di Berlino da un manipolo della Hitlerjugend con il braccio alzato? Inconcepibile.
Ma da noi quelli non sono fascisti, sono persone affette da una strana forma di paralisi agli arti. Ha proprio ragione il mio medico a dire che le cure termali non contano una cippa.

mercoledì 17 gennaio 2007

Gli amici degli amici

C’è un problema di fondo, credo, nelle polemiche pro o contro l’ampliamento della base militare americana a Vicenza e riguarda la consapevolezza che noi italiani abbiamo della nostra sovranità limitata.

Siamo ancora convinti di essere padroni in casa propria, di essere come i francesi o gli spagnoli che se vogliono possono dire no alle richieste del governo americano.
Eppure ogni volta che è successo qualcosa come Ustica, la strage del Cermis, l’assassinio di Nicola Calipari, tanto per citare i casi più noti, abbiamo solo avuto la riprova e la dimostrazione ultima di chi è il padrone in casa nostra.

E allora perché non lo si ammette una volta per tutte? Perché si fa finta di non capire?
Da De Gasperi in giù, fino a Prodi, si è sempre fatto come padrone comanda e allora il problema non è chi governa, che secondo i casi sarà apertamente amico degli americani oppure amico di nascosto per salvare le apparenze, il problema è come fare a diventare finalmente un paese sovrano che può permettersi di dire "no, stavolta non mi va" e di girarsi dall’altra parte.

Prendiamo l’ultimo caso, la base militare a Vicenza. Sottoscrivo ciò che hanno già detto sull’argomento Stefania e Gianfalco, non credo ci sia nulla da aggiungere nello specifico. Voglio solo far notare, in questi miei pensieri a ruota libera, come tutte le parti politiche, nessuna esclusa, di fronte al grande tabù della sovranità limitata, non perdano mai l’occasione di recitare il proprio ruolo nella commedia dell’arte e nel gioco delle parti.

Il governo di centrosinistra sa benissimo che dovrà dire si perché non è lui che decide ma fa finta di nicchiare e prende tempo, tanto è abituato a tergiversare e manda avanti D’Alema nella parte del cattivo con i baffi. L’ala estrema della coalizione, che è a perfetta conoscenza del fatto della sovranità limitata e sa che bisognerà dire si perché non è Prodi che decide, fa rumore e minaccia chissà quali sconquassi.
Il grande artista da avanspettacolo Berlusconi sa benissimo che il governo, il cui leader si è anche profuso in baci e abbracci con Kissinger e Olmert, dovrà dire si perché non è lui che decide, ma fa finta di non saperlo e interpreta il ruolo del “grande amico degli americani” che li difende in esclusiva e un tanto al chilo dal governo “non più affidabile”. Rispolvera il Carosone di “Tu vuo’ fa l’americano” e come bis ti fa pure “maccarone, tu mi hai provocato e mo’ me te magno”.

E’ questa presa in giro di noi italiani da parte della classe politica che mi disgusta. A me l’antiemetico, please.
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo. L’unico che ebbe i coglioni di mandare gli americani a quel paese perchè stavano esagerando fu Craxi, durante la crisi di Sigonella, seguita all’episodio dell’Achille Lauro. Ma fu solo quell’unica volta e poi Bettino è finito molto male, come Moro che voleva addirittura portare i comunisti al governo il giorno stesso del suo rapimento. Tu guarda la sfiga!

La sovranità limitata e la sottomissione non c’entrano un piffero con l’amicizia e l’alleanza, che sono sentimenti che dovrebbero presupporre l’eguaglianza tra le parti. E non c'entra con l'antiamericanismo, che è solo un modo per cambiare discorso e non affrontare il problema.
Essa nasce nel 1943 dalla necessità di evitare che i comunisti, troppo rappresentati nelle file dei partigiani, vadano al governo a guerra finita ed è un prodotto della dottrina della Guerra Fredda. Roba vecchia. Sarebbe ora di dire: “Signori, la guerra è finita da un pezzo, il comunismo è crollato da quasi vent’anni, che ci fate ancora qui?”

Nessuno ha il coraggio di dirlo però. E perché? Perché, lo sanno tutti, dietro la salvezza dell’Italia c’erano anche altri interessi. Inoltre, non sapendo dare vere risposte di giustizia sociale in alternativa al socialismo, e in preda ad un delirio di conquista senza fine, il nostro sistema di democrazia da esportazione ha ancora bisogno dell’alibi dell’anticomunismo per sopravvivere. L’anticomunismo è un cadavere che viene tenuto in piedi come le mummie della cripta dei Cappuccini di Palermo viste in “Cadaveri eccellenti”, un morto vestito dei suoi vecchi stracci che spaventa ancora ma che è irrimediabilmente morto.

Conosciamo a memoria la frase cult dei cosiddetti liberali-liberisti: “gli americani ci hanno salvato dal comunismo”.
Dal comunismo forse ma non dalla Mafia. Ciò che i liberal-liberisti non dicono è il prezzo altissimo che abbiamo dovuto pagare per la salvezza dalle grinfie dei tovarishchi.
Si sa, il governo americano ha il vizio di farsi rappresentare all’estero da gente dalla quale non acquisteresti mai un’auto usata, e in questo caso per rappresentare i loro interessi in terra italica scelsero fior di mafiosi come Lucky Luciano, liberato dal gabbio newyorchese dove scontava una pena per traffico di droga e inviato come ambasciatore privilegiato in Sicilia per catechizzare i padrini locali prima dello sbarco, come ricorda in questo articolo Andrea Camilleri (in fondo alla pagina).

Si sa che la Mafia non fa mai favori per niente e così da cinquant’anni, vuoi che sia solo una coincidenza?, il nostro povero Sud è oppresso dalle cellule locali del cancro mafioso - che paradossalmente Mussolini bene o male aveva combattuto efficacemente – e le metastasi si sono estese sempre più oltre il Sud fino a contaminare i sepolcri imbiancati della finanza e dell'economia “pulite”. Grazie, avercene di amici ed alleati così.

Non c’entra un piffero l’antiamericanismo, che è solo un modo per tappare la bocca agli altri ed evitare le critiche. Bisognerebbe solo avere una classe politica in grado di costruire un rapporto veramente paritario con gli Stati Uniti. Ci vorrebbe anche un altro governo americano come auspicano tanti americani stufi di questi guerrafondai che mandano a morire i loro figli per un pugno di dollari, ma questo è un altro discorso.

Enrico Mattei in un’intervista raccontò l’episodio del gattino al quale i cani prepotenti non volevano far mangiare la zuppa. “Noi siamo stufi di essere come quel gattino”, disse il presidente dell’ENI, alludendo alle prepotenze che aveva dovuto subire dalle “Sette Sorelle” del petrolio, ovvero dai rappresentanti degli interessi americani.
Io aggiungo che sarebbe ora che noi italiani non fossimo più come il gattino della foto, quello sotto a tutti gli altri. Senza finire male come Mattei.

martedì 16 gennaio 2007

Se nun è bbono, che Bond è?

Si va bene, Connery è Connery, non avrai altro Bond fuori che lui, ma che palle!
Dopo il mascalzone scozzese questo ultimo Daniel Craig, che Dio lo benedica, è proprio un gran bbono, ehm, Bond.

In un primo momento i Bondiani puristi avevano storto il naso e tutto ciò che c’era da storcere di fronte all’idea che ad interpretare l’agente 007 fosse questo inglese di Liverpool dal fascino proletario da muratore che ti aspetti di trovare a bere birra in un pub piuttosto che un Martini “mescolato, non agitato” in un lussuoso locale per ricconi.
Anch’io mi ero fatta coinvolgere dal pregiudizio perché mi sembrava che, sulla carta, Clive Owen fosse più adatto alla parte.
Mi pento e mi dolgo con tutto il cuore di aver preso una tale cantonata. ‘Orco can, se Craig è adatto alla parte!

I tempi sono cambiati e i servizi segreti non sono più roba da signorine. Con tutti ‘sti terroristi in giro, ci vuole gente che spara, rotola, si arrampica sulle gru e viene giù dal sesto piano senza fratturarsi nemmeno una placca tibiale. Gente che salta da un aereo all’altro fregandosene del jet-lag e che all’occorrenza si mette lo smoking e diventa un mago del poker, sempre al servizio di Sua Maestà, è ovvio. Per questo tipo di agente segreto stile “fatti, non pugnette”, Craig è perfetto ed è sicuramente più credibile del troppo belloccio Pierce Brosnan e dell’eterno meravigliato Roger Moore.

Il film in sé funziona molto bene e finalmente rende giustizia a quello che è considerato il miglior romanzo di Ian Fleming, “Casino Royale”, che è il primo della serie e che stranamente finora era stato solo parodiato in un film del 1967 con David Niven.
Come negli altri episodi della serie non mancano le forzature e le situazioni paradossali, ma tutto sommato nell’economia dello spettacolo bondiano è tutto permesso.

Il cattivone Le Chiffre è molto interessante, una sorta di malvagio Pierrot che lacrima sangue e dagli occhi bicolore, un po’ Madonnina perversa un po’ David Bowie e Marilyn Manson.
In un film dove non c’è più la Spectre, perché la realtà degli ultimi anni ha superato il romanzo, purtroppo non ci sono nemmeno l’omino che forniva a Bond tutti i suoi gingilli e la mitica Miss Moneypenny. Forse rimasti vittime di un ridimensionamento del personale nell’MI6.
Nonostante il battage pubblicitario che li voleva quasi protagonisti assoluti della produzione del 21° Bond, gli attori italiani non sono trattati molto bene. La prima Bond girl dice tre parole e finisce morta ammazzata, l’agente Giancarlo Giannini è meno credibile di Scaramella, Claudio Santamaria salta in aria e come buon peso la povera Venezia viene quasi distrutta, altro che il Mose. Come se la sceneggiatura l’avesse scritta Zidane.
La “Bond girl” protagonista Eva Green fa perdere la testa a 007 fino quasi a ridurlo desideroso di mettersi in pantofole davanti alla tv. Ohibò, per fortuna che c’è ancora mezz’ora di film. Il Bond pantofolaio, un’evenienza ancor peggiore di un ennesimo attentato di Al Qaeda, sarà per fortuna scongiurato.

Come ultima nota di costume mi rivolgo ai gestori della multisala dove ho visto il film. Cosa vi spinge a utilizzare l’aria condizionata anche d’inverno, con quel bel fiotto di aria siberiana che ti arriva sulle prime vertebre cervicali, con il risultato che il giorno dopo sei inchiodato dal rigor mortis anche da vivo? Ditemelo, vi prego. Ho sempre amato i misteri alla X-Files.
Vabbè non divaghiamo, nonostante mi sia beccata una mezza broncopolmonite causa il freddo, con questo nuovo Bond mi sono proprio divertita, oh come mi sono divertita.

domenica 14 gennaio 2007

Grossi e coniglioni

L’animalaccio che vedete nella foto qui a sinistra pare sia un vero coniglio di dimensioni orrende, allevato da un signore tedesco (parente di Mengele?) che non oso immaginare che cosa e quanto dia da mangiare alle povere bestie per farle diventare così.
E ce ne sarebbero altri al mondo, almeno secondo il sito che controlla le leggende metropolitane e la seriosa BBC (vedi foto sotto, minchia che zampe!).

Peggiore dell’incubo di Donnie Darko, questo coniglio gigante occhieggia oggi dalle pagine del Corriere della Serva in un articolo che spero sia solo una colossale bufala.

Secondo la serva e il suo corriere, il dittatore nordcoreano Kim Jong Il vorrebbe importare questa razza di coniglioni dalla Germania per allevarli in Corea e sfamare così i suoi sudditi oppressi da una cronica carestia.
Il giornalista solleva giustamente il problema di come sopperire al costo del mangime per l’ingrasso dei bestioni.

Già, sarebbero i coreani così coniglioni da coltivare quintali di insalata e carote per darle da mangiare agli animaloni pelosi? E siamo sicuri che sarebbe facile catturare e far fuori dei megaconigli che potrebbero anche aver sviluppato la perfidia e l’intelligenza di un Bugs Bunny?
Un altro motivo per non stare tranquilli è che i dittatori hanno idee stravaganti e assurde e che le dittature forniscono oppositori a vagonate. Sai che bei coniglioni grassi potrebbero venir fuori se a Kim venisse l’idea?

Sarà che oggi per disgrazia e combinazione ho cucinato e mangiato del coniglio arrosto, ma vi domando: mangereste voi cotale animalone, con contorno di patatine? Io no e più vedo certe foto e leggo certi articoli, più apprezzo una bella insalatona mista.

sabato 13 gennaio 2007

O lurker, perchè non parli?

Questa idea del de-lurking, ovvero dell'invitare i visitatori che non commentano nei blog al coming out mi piace molto.

Lo ammetto, invidio molto le blogstars con 40+ commenti ad ogni post. Ma come fate?!
E’ perché sono ancora tutto sommato nuova in blogosfera che non vado oltre i 20 a parte quando mi pubblicano su LiberoBlog e allora mi posso concedere perfino il lusso di qualche troll?
Un blog senza o con pochi commenti che cos'è? Sarà ciò che scrivo che blocca la tastiera della maggior parte dei visitatori? Un BLOC NUM mentale di fronte a post troppo intelligenti o troppo idioti o chissà che altro?

Cari lurkers, lo so che ci siete e siete in tanti perché i miei quarantasette contatori controllano ogni vostro passo dentro il blog. Sanno quali pagine leggete più spesso, se visitate regolarmente e se siete capitati qui cercando “foto di Diana morente” piuttosto che “furby impiccato”, “romagnoli terroni” (!!!) e “argilla polimerica”. Visto che non li avete trovati potevate almeno dire:”Ehi, ma che fregatura è questa?!”

Insomma, cari lettori fantasma, se mi seguite e mi volete un briciolo di bene, ma anche se vi sto sulle palle ma non potete fare a meno di leggermi per un qualche strano fenomeno, ditelo, scrivete qualcosa, lasciatemi un commento qualsiasi, un saluto. Fatemi contenta. Abbiate pietà.
E parlate, perbacco, o devo prendervi a martellate?

giovedì 11 gennaio 2007

Le iene della porta accanto

Oggi, mentre disfacevo presepe e albero di Natale, segno inequivocabile di feste terminate, ho seguito la trasmissione “L’Italia sul due” dedicata agli sviluppi della vicenda di Erba, la mattanza di quattro persone tra le quali un bimbo di due anni ad opera, si è scoperto, dei vicini di casa delle vittime. Mi sono goduta per l’ennesima volta l’imperdibile intervento del collega Merluzzi che si è detto meravigliato che “persone apparentemente normali” possano compiere stragi del genere.
Un bel caffè forte, una doccia gelata e magari quattro schiaffoni sarebbero di prammatica per darsi una bella svegliata.
Caro Merluzzo, sono proprio quelli che non sono pazzi con il colapasta in testa ma solo magari un po’ nevrotici che un bel giorno scoppiano e fanno queste belle cose.

Una ripassatina di casi famosi di cronaca non fa mai male.
Primi anni del secolo scorso, Francia, interno giorno. Henri Désiré Landru, specialità: la vecchia al forno. Vittime dieci signore benestanti e un ragazzino. Seduceva le signore con il suo fare da gentiluomo e con il suo aspetto da persona perbene e loro non avevano motivo di diffidarne.
Rostov, ex Unione Sovietica, anni 80. L’uomo che ha fatto tristemente diventare vera la storia che i comunisti mangiavano i bambini era Andrej Chikatilo, uno dei peggiori serial killers del secolo, assassino di più di 50 tra ragazzi, ragazze e bambini. Eppure era un bravo compagno, un membro del partito e quindi godeva di un certo prestigio. Quando fu arrestato una prima volta come sospetto fu rilasciato anche a causa della sua “rispettabilità sociale”.
1991, Stati Uniti, Milwaukee. Jeffrey Dahmer ama i frigoriferi spaziosi perché ci conserva le teste e i cuori dei suoi amanti occasionali. Una volta una delle sue vittime riesce a fuggire dalle sue grinfie e chiede aiuto in strada. I poliziotti che passano di lì credono si tratti di una banale lite tra omosessuali e credono alla versione di Jeffrey che è bianco, bello, di aspetto signorile piuttosto che a quella del ragazzo, di origine asiatica, e gli riconsegnano la sua vittima. Jeffrey è un cannibale e dalla sua casa provengono orrendi fetori ma quando finalmente viene arrestato dalla polizia i vicini fanno le meraviglie, come Merluzzi, “Era un ragazzo così simpatico e ammodo”.

Dal Manzanarre al Reno e da che mondo è mondo, il mostro non va in giro con i rasoi al posto delle dita come Freddie Kruger o imbracciando la sega elettrica di Faccia di cuoio ma è una persona come noi, indistinguibile dalla nostra faccia media borghese che vista una volta non te la ricordi mai più.
Spesso è stralucido, programmatore, capace di agire nell’ombra senza farsi scoprire per anni. A volte, certo, è fuori come un balcone, ma non necessariamente. E’ la famosa “banalità del male” coniata da Hannah Arendt per Adolf Eichmann, l’uomo qualunque dall’aspetto innocuo divenuto l’architetto dello sterminio degli ebrei.

Un punto che si deve sottolineare nel caso di Erba è che i vicini si, erano dei maniacali, dei frustrati, forse si tratta di un caso di folie-à-deux, ma comunque si sentivano intoccabili. Osservate quando intervistano le persone che abitano vicino al luogo dove si è consumato un fattaccio di sangue e viene chiesta loro un’opinione sul colpevole. Tutti che ripetono: “Era una persona normale, tranquillissima, salutava tutti. Una persona perbene”.

I coniugi assassini hanno potuto pianificare il loro delitto e andar lì sicuri con coltelli e spranghe e colpire la manina di un bimbo che cercava di difendersi perché nessuno avrebbe mai sospettato subito di loro, delle persone perbene. Nonostante si sapesse delle liti, delle denunce tra le famiglie delle vittime e dei carnefici. I media hanno poi inconsapevolmente fatto il loro gioco additando per giorni come colpevole il marito della donna uccisa Azouz, senza alcun serio indizio, come ha ben descritto A.I.U.T.O, ma solo perché tunisino.

E’ questo il fatto sensazionale della vicenda ed è qui che casca il Merluzzo. Fintanto che ci si stupirà e si faranno gli occhioni spalancati davanti all’uomo o alla donna qualunque che hanno cotto e mangiato la nonna e non si farà un’esame di coscienza sulla nostra ipocrisia non si capirà una cippa dell’animo umano, che è veramente capace di tutto, che ci piaccia o no.
Ad Erba, e non solo ad Erba, l’erba del vicino non è sempre più verde.
***
Leggete anche questo bellissimo post di Meslier sull'argomento.

martedì 9 gennaio 2007

Cozza nostra

Non mangio cozze dal 1973, o giù di lì. Vi erano stati dei casi di colera a Genova, attribuiti al consumo di mitili pescati in acque inquinate. Proprio in piena crisi sanitaria fui invitata a pranzo da una compagna di scuola la cui madre, evidentemente all’oscuro dei fatti di cronaca, aveva preparato un menu quasi interamente a base di cozze: impepate, impanate e ripiene, in guazzetto. Una tragedia. Ne assaggiai una e poi svenni.

Da quel momento ho una vera e propria avversione per la nera conchiglia e il suo zozzo abitante, rinforzata anni fa in occasione di un mio ricovero per tossinfezione alimentare. Tra i compagni di sventura del reparto, come volevasi dimostrare, ve ne era uno che aveva mangiato cozze crude, ovvero una specie di kamikaze.

In realtà in questo post non volevo parlare di cozze, ma in generale dei mali della globalizzazione.
Fa parte del mio lato maniacale, ma di ogni prodotto che soppeso ed eventualmente acquisto al supermercato io controllo sempre il luogo di provenienza perché da quando il miele è argentino, il tonno keniota, i merluzzetti sudafricani e gli asparagi cinesi, il mio lato fobico si sente molto a disagio.
Una volta il massimo dell’esotico erano le prugne dalla California, ma tutto sommato stavi tranquillo, l'America è l'America e ti facevi anche un viaggio virtuale sulla mitica Route 66.
Di questi tempi il posto più vicino dal quale provengono le zucchine è il Marocco, una volta fornitore dei più esotici datteri.

Sono certa che il mio sia un orrendo pregiudizio vagamente razzista e che le condizioni igieniche nelle quali vengono preparati cotali prodotti di origine esotica siano meglio delle nostre ma tant'è, ognuno di noi ha avuto un amico che in viaggio di nozze in Messico ha avuto la cagarella... Mogli e buoi, nel senso di bistecche, dei paesi tuoi.

Per quanto riguarda i surgelati, leggere le etichette sta diventando più traumatizzante per me della lettura dei “bugiardini” dei farmaci.
Le vongole, ad esempio, che io mangio regolarmente non essendone stata traumatizzata da piccola, mi aspetterei che provenissero dall’Adriatico, ovvero da dietro l’angolo. Invece l’altro giorno ti leggo “pescate nel Mar Nero”. I gamberi? Dal Vietnam. Le odiate cozze? Thailandesi. Quegli invitanti preparati per lo spaghetto “allo scoglio”? Pescati nel Pacifico.

Cosa pensa a questo punto il mio lato fobico? Che nel Mar Nero ci sarà sicuramente della contaminazione radioattiva per qualche sottomarino russo difettoso, che in Vietnam hanno usato i defolianti come l’Agente Orange, che in Thailandia hanno avuto lo tsunami e le cozze si nutrono di ogni schifezza che finisce in mare compresi i cadaveri, e che se l’hanno veramente pescato vicino a Mururoa, il tuo “scoglio” si vedrà anche al buio.

No, scusate ma non fa per me. Rivoglio le mie vongole dall’Adriatico e la mozzarella di Aversa. Oppure mi rifugio nella polenta e capriolo. Sempre che il capriolo non venga dalla Mongolia e sia veramente capriolo e non… ma non voglio nemmeno pensarci.

lunedì 8 gennaio 2007

domenica 7 gennaio 2007

La malasanità siamo noi

A leggere l’encomiabile inchiesta di Fabrizio Gatti sulle condizioni igieniche del Policlinico Umberto I di Roma, dove lui si è confuso tra il personale delle pulizie (si fa per dire) per un mese, registrando orrori ben peggiori di quelli descritti da Lars Von Trier in “The Kingdom”, vengono i brividi, è vero.

Tra le perle dell’inchiesta, corredata da foto eloquenti che valgono più di mille parole, troviamo le sostanze radioattive incustodite - e poi si parla tanto di terrorismo biologico, i frigoriferi aperti con le fialette contenenti bacilli e virus pericolosi alla portata di tutti (questa è vera democrazia! Mica come quelli del CDC di Atlanta che tengono tutto sotto chiave), le cacche di cane così decorative da essere lasciate per giorni nei corridoi dove passano i pazienti, ovvero i malati.

Soprattutto, ciò che fa più schifo vedere e sentire descritto è l’atteggiamento di quella categoria della quale facevo parte pure io fino a qualche mese fa, i fumatori.
Signori, diciamolo una volta per tutte, i fumatori sono degli incivili. Se qualcuno di loro riesce ad essere un minimo rispettoso della salute altrui, andando a fumare in disparte e all’esterno, quelli descritti da Gatti sono dei criminali. Fumare nei pressi di un reparto di pediatria, con il fumo che ristagna e impregna i locali dove ci sono dei bambini malati, come me lo definireste?
Dice che loro sono in pausa e devono fumare. Ma per favore, ci si può liberare dalla merda che ci intossica i polmoni in pochi giorni, basta un po’ di buona volontà. Che cazzo, non è mica eroina. Su cento fumatori ce ne sono 60 che possono smettere subito perché in realtà a loro non è mai piaciuto veramente fumare. Per i rimanenti incalliti – che in realtà sono affetti da un delirio di autodistruzione che andrebbe analizzato a parte, e che si attaccano alla nicotina perché è la droga più disponibile sul mercato, offriamo loro degli incentivi, sconti sulle tasse, viaggi premio, mignotte di alta classe, ma che smettano, perdìo. Si, adesso ditemi che devo farmi i cazzi miei e che parlo così perché sono diventata la classica stronza che ha smesso.
Potete immaginare una cosa più folle che essere malati gravi di cuore e continuare a fumare? Nel reparto dove è ricoverata mia madre, Cardiologia, ad un passo dalla Terapia intensiva coronarica, l’altro giorno hanno beccato una paziente che andava a fumare in bagno e le infermiere le hanno fatto giustamente un cazziatone.

A parte il problema del fumo, ho letto diversi post nei quali l’inchiesta di Gatti viene interpretata come una denuncia dei dissesti della Sanità pubblica. Io mi permetto di analizzare il problema da un altro punto di vista.

Nella mia regione, la rossa Emilia Romagna, ho trovato quasi sempre situazioni di grande efficienza e pulizia. Ho detto quasi perché mi ricordo padelle non svuotate per ore nel cesso dell’Ospedale "S. Giorgio" di Cervia, o un coso per reggere le flebo che doveva essere quello descritto da Hemingway in “Addio alle Armi” al "S. Orsola" di Bologna, menefreghismo e arroganza del personale di un paio di cliniche private.
Dell’ospedale della mia città, Faenza, non posso che dire bene. Si fa fatica a girare per i corridoi perché bisogna scansare le moldave che ti cacciano lo spazzettone tra i piedi ad ogni ora del giorno. I bagni sono pulitissimi, che ci potresti mangiare dentro. Il vitto è abbondante e buono. A Natale c’era anche il pandoro, la minestra ripiena e i cioccolatini. Le infermiere sono premurose, soprattutto con gli anziani e se sei gentile e paziente con loro si fanno letteralmente in quattro. Si viene chiamati per nome, in reparto ci sono piante, l’albero di Natale e il presepe, c’è un’atmosfera di famiglia.

Da cosa dipende quest’ottima qualità del servizio? Sicuramente da persone abili che gestiscono la baracca, ma credo anche dal fatto che la Sanità pubblica siamo noi, e se le cose vanno male, gira che ti rigira è perché noi portiamo i nostri difetti all’interno degli ospedali.
Se il tessuto sociale attorno a noi è mafioso, anche la sanità sarà mafiosa; se la cultura locale rispetta l’anziano, anche in ospedale ci sarà lo stesso rispetto. Se il mio stile di vita è il laissez-faire (ovvero il chemmefrega) non meravigliamoci delle cacche per terra e del fumatore che appesta il piccolo paziente. Medici, infermieri, dirigenti, inservienti e pazienti siamo noi, non una razza aliena venuta a colonizzarci.
Ci vuole controllo, e qui fanno bene i vari ministri competenti a inviare ispezioni e all'occorrenza menare di brutto, ma dobbiamo soprattutto cambiare noi. La Sanità è un bene comune e dipende da noi se farla funzionare bene o no.

Ad ogni modo, grazie Fabrizio per averci ricordato quanto noi italiani possiamo essere zozzoni. E adesso fateci il telefilm, “Dr. Monnezza”.

venerdì 5 gennaio 2007

Apocalypto is now

Mel Gibson “l’enigmista” è tornato con “Apocalypto”, parlato in antica lingua Maya di Yucateco e interpretato da attori non professionisti.
Il ragazzaccio con il barbone vagamente marxiano, che nel primo “Mad Max” offriva al cattivone da lui imprigionato ad un camion in procinto di esplodere l’unica chance di autoamputarsi il braccio o una gamba con una sega per liberarsi (ricorda niente?), colpisce ancora al basso ventre con un film-sanguinaccio dedicato alla dissoluzione violenta della civiltà Maya. Non guardate i Conquistadores perché per questa volta non hanno colpe, se non altro perchè al tempo in cui si svolge l'azione non erano ancora arrivati in America.

Dopo "La Passione di Cristo", con la flagellazione e crocifissione più iperrealistiche della storia del cinema, tali da far impallidire le corrispondenti scene de “L’ultima tentazione” di Scorsese, non certo un regista mammoletta, un altro film del sanguinario Mel offre lo spunto per un discorso sulla censura e sul divieto ai minori.

Da molte parti, guarda caso proprio a ridosso dell’uscita del film già preannunciata da molti mesi, si invoca il divieto ai minori della emorragica pellicola, tecnica che da sempre sortisce l’effetto esattamente opposto di riempire le sale di persone morbosamente attratte ad arte dal brivido del “proibito”.

L’indispensabile Ciccio Rutelli si è distinto nell’appello alla tutela dei ragazzini da decapitazioni, torture e massacri vari ed eventuali.
Quelli stessi ragazzini che, in possesso di una qualunque tessera da videonoleggio, mentre il Moige dorme beato, adorano noleggiare lievi storielle come "Cannibal Holocaust", il filmaccio-cult anni 70 in odore di snuff che vanta innumerevoli tentativi di imitazione e la partecipazione memorabile di un grande attore come Luca Barbareschi.

E’ noto che i film horror sono amati soprattutto dai più giovani, che certi videogiochi sono quanto di più violento dopo la realtà si possa immaginare ma invece di sedersi e parlare e discutere con i propri figli su argomenti importanti come la violenza e la morte si preferisce che su tutto cali la premurosa mannaia della censura centralizzata.

Meno male che lo Stato da noi delegato alla nostra tutela si avvale della preziosa collaborazione di illustri esperti di cinema e psicologia. Tra gli “esperti di cultura cinematografica” nominati dall’ex Ministero del beni culturali del governo Berlusconi nella Commissione Censura e forse, temo, tuttora in carica, sfavillano nomi come quelli di Solvi Stubing, Clarissa Burt, Francesco Pionati e Debora Bergamini.

Possiamo dormire sonni tranquilli. Dovendo giudicare un film come “Apocalypto” in lingua originale con sottotitoli avranno pensato si trattasse di un documentario sulle abitudini alimentari dei koala, o sulla produzione di caramelle contro la tosse. Spettacolo educativo e consigliato a tutta la famiglia. Nulla Osta.

mercoledì 3 gennaio 2007

Sul fil rouge dei ricordi, a volte ritornano

"Trois, deux, un, fiuuuuu!" Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri, ve li ricordate?
Per chi ha superato la boa dei 40 sono nomi più noti di Dolce e Gabbana per i ragazzini. Erano i mitici giudici “sfizzerotti” di “Giochi senza frontiere - Jeux sans frontieres”, la trasmissione allo stesso tempo più idiota e più educativa in senso europeista della televisione. Presenti sin dalla prima edizione del 1965 fino agli anni ottanta, i Collina del fil rouge, le due toghe rossocrociate con il conto eternamente in sospeso con l’Italia, da vere icone trash possono vantare anche una partecipazione straordinaria nell’album di Elio “Eat the phikis”.

La notizia di attualità che ha stimolato il ricordo dei faccioni rubizzi dei due eroi del fischietto è che “Giochi senza frontiere”, apparentemente morto nel 1999 per eccesso di costi e carenza di ascolti, ritorna nel 2007, anche se non si sa ancora se l’Italia vi parteciperà. Per il momento hanno aderito Belgio, Croazia, Spagna, Grecia, Paesi Bassi, Portogallo, Svizzera e Slovenia. Nicchiano, oltre all’Italia, Francia e Germania.

“Giochi senza frontiere” era una versione kolossal e multilingue della sagra paesana. Era il trionfo dell’albero della cuccagna e della pentolaccia nello splendore dell’Eurovisione. Il momento di gloria per le tante cittadine di provincia che sguinzagliavano per l’occasione tutte le glorie sportive locali.
Nati nel 1965 da un’idea del generale De Gaulle per promuovere la fratellanza europea, i giochi hanno accompagnato le nostre estati per 30 anni, costando l’equivalente odierno di 750.000,00 euro a puntata e raccogliendo 5 miliardi di telespettatori. Alla faccia!

Chi non ricorda la prova suprema, il “Fil Rouge”, questo filo rosso che in tempi di guerra fredda faceva ancora sussultare come qualcosa di vagamente minaccioso? E le prove da superare, ve le ricordate? Sembravano pensate da una mente malata, se non altro per l’astrusità delle situazioni create, ma erano caratterizzate in fondo dall’assoluta mancanza di cattiveria e di sadismo, nonostante a noi spettatori sembrassero quasi insormontabili per i meschini concorrenti. Più corsa nei sacchi che forche caudine, con un mare di gommapiuma a proteggere ossa e articolazioni.

Ho un dubbio, circa la riesumazione di JSF. Si dice che oggi il telespettatore sia attratto da trasmissioni shock, estreme, ai limiti del tollerabile, si dice che godiamo a vedere dare di matto i naufraghi affamati nelle isole deserte o a vedere gente sepolta viva dentro una bara brulicante di scorpioni, con l’adrenalina che scorre a fiumi se scappano la litigata e magari le botte. Ha senso pensare che ci si possa ancora divertire con un grosso coniglione che corre dentro un sacco per raggiungere un trampolino dal quale dovrà lanciarsi per colpire un bersaglio con una mazza di cartapesta? Mah… forse ci sarebbe da augurarselo.

lunedì 1 gennaio 2007

Zampone, ti odio

Io odio il Capodanno per molti motivi. Il primo perchè è una festa squallida infarcita di superstizione millenaristica, allegria forzata, angoscia per il futuro e senso di apocalisse imminente. “5, 4, 3, 2, 1, l’astronave si autoterminerà in 30 minuti e 20 secondi.”
Secondo, perché nessuno mai, a Capodanno, si prende la briga di sputtanare a reti unificate e in mondovisione tutte le previsioni mancate o sbagliate dagli astrologi. Quanti maghi hanno potuto dire il primo gennaio del 2002 che avevano previsto ciò che successe l’11 settembre 2001?
Terzo, perché non ho mai capito se Capodanno è il 31 dicembre o il 1 gennaio. E se dico Capodanno 2006 a che minchia di data mi riferisco?

Odio poi la retorica dell’anno vecchio che è solo da dimenticare e del nuovo che secondo gli ottimisti sarà migliore per forza e un annus ancora più horribilis per i pessimisti ad oltranza. Odio il messaggio cerchiobottista di fine d’anno del Presidente della Repubblica, chiunque egli sia, il concerto beldanubioblu di Capodanno che riduce la sublime cultura mitteleuropea alla polka e alla “Marcia di Radestky” con il battimani ritmato, alla faccia di Musil, Kraus, Beethoven, Mozart, Klimt, Schiele, Freud, Mahler...
Odio lo zampone con il grasso che non puoi buttare nello scarico del lavandino perché te lo intasa e ancor di più le lenticchie, che bisogna mangiare “perché portano soldi”. Pare che Berlusconi non abbia mai mangiato lenticchie in vita sua. Odio tutto il ciarpame annesso e connesso alla più stupida festa dell’anno. Se ci pensiamo bene un anno che finisce è solo un calendario in più da buttare nella raccolta differenziata della carta.

Il 2006 in fondo non mi è sembrato più horribilis di altri. Le guerre purtroppo c’erano anche prima e quella del Libano è il riacutizzarsi di una vecchia infezione. Bush in compenso ha avuto una batosta elettorale e forse l’era neocon sta declinando. Il 2006 si è portato via, con le buone o con le cattive, molto cattive, dittatori come Pinochet, Milosevic e Saddam.
Purtroppo ci ha anche privato di vecchi e nuovi amici come Anna Politkovskaya, Riccardo Pazzaglia, Piergiorgio Welby e James Brown. A proposito di Brown, dal punto di vista cinematografico è stato l’anno del “Codice da Vinci” e qui stendiamo il classico velo. Io personalmente nel 2006 ho scoperto il mondo del blogging e ho smesso di fumare, due cose che mi hanno dato molta soddisfazione.

Sarò banale e forse superficiale, ma da sportiva non posso dimenticare che questo è stato l’anno che ha tinto di azzurro il cielo di Berlino. Già, vallo a dire ai francesi! Siamo Campioni del Mondo, perbacco, e lo dico senza ironia. Quella sera passata a sventolare il megabandierone tricolore sul ponte vicino a casa non me la dimenticherò mai.
Se siamo finiti in B, noi juventini, ce la stiamo cavando bene nonostante le Cassandre e poi ora abbiamo qualcosa in più che ci accomuna con il Milan.

E’ stato l’anno del telefono, delle intercettazioni, dei re mancati sporcaccioni e degli scandali, ma chi se li ricorda più? Il centrosinistra ha vinto le elezioni da quasi otto mesi ma nell’informazione è cambiato ben poco, non parliamo del conflitto di interessi. Certo, è tornato Santoro, Travaglio è dappertutto e forse Biagi lo stanno liberando dall’ibernazione come Han Solo nel secondo capitolo di Guerre Stellari (che adesso è diventato il quinto). Sabina Guzzanti e Luttazzi non pervenuti.
Non siamo stati appestati da influenze aviarie, bovine ed equine. Forse si sono stancati anche loro di cacciare balle sesquipedali sui virus più micidiali della Spagnola in arrivo. Per ora fanno più danno dialers, troiani e lo spam informatico.

Cosa mi aspetto personalmente dal 2007? Che dia salute ai miei famigliari e mi conservi il lavoro che ho tanto faticosamente ritrovato nei mesi scorsi. Per il resto che sia clemente ma non mastella. A tutti gli altri e al mondo auguro meno guerre e meno odio possibile, anche se sarà dura. A voi amici, tutto ciò che desiderate più un bonus per tanti sogni da avverare.

E adesso bando alle superstizioni e alle pugnette di Capodanno e dintorni. Abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene. Buon 2007!!



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