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venerdì 26 dicembre 2014

Buon Natale di resurrezione


No, non mi sto confondendo con la Pasqua, abbiamo veramente bisogno di risorgere e al più presto. Stanno cercando di ucciderci ma abbiamo la pellaccia dura e, anche se ci crederanno finiti, risorgeremo. La fine della storia è solo la pia illusione di uno spiritoso che si chiama Fukuyama. La storia non finisce, dear Francis, ma prosegue e spesso ritorna e si ripete con un copione decisamente scontato e fin troppo prevedibile. Le corde troppo tirate, France', si spezzano sempre, oppure si attorcigliano al collo di chi le ha messe sotto sforzo. C'est la vie, e non uso il francese a caso.
Un esempio di ricorso storico? Prendo a random questo estratto da un articolo del 1° settembre di Mario Relandini:
Merkel-Schauble versus Mario Draghi
“La Cancelliera tedesca Angela Merkel e il suo Ministro delle Finanze, Volfgang Schauble – secondo quanto pubblicato dall’autorevole quotidiano “Die Spiegel” – avrebbero telefonato, irritati, al Presidente della Banca Centrale europea, Mario Draghi, reo – secondo loro – di avere messo l’accento, al recente “summit” dei banchieri a Jack Hole, sulla opportunità di riforme strutturali piuttosto che sulla necessità di mantenere l’austerità di bilancio. Secondo la Cancelleria tedesca, invece, sarebbe stato il Presidente Mario Draghi a telefonare ai due, ma non c’è stata alcuna smentita sulla loro irritazione nei suoi confronti”.

Resta comunque il fatto certo che la Cancelliera tedesca Merkel e il suo Ministro delle Finanze Schauble – al di là di chi abbia telefonato a chi – hanno l’intenzione di continuare ad incensare quel “dio rigore” accigliato e furioso contro ogni flessibilità ragionevole che potrebbe aiutare la ripresa in tutta l’Unione. C’è da chiedersi perché, considerato che anche la Germania ha cominciato a battere la fiacca economica e produttiva e la prospettiva di Mario Draghi gioverebbe anche a lei. Il rigore d’accordo, per carità, ma non è che di rigore di debba morire. Anche ammesso che la Germania, di rigore, voglia testardemente suicidarsi sull’altare del suo dio.
Il corsivo e il refuso sono di Relandini. Notate la coincidenza della data di pubblicazione del 1° settembre, data storica importante e che con il testo citato sta a pennello. Fine della storia, cher François? 
Ricordate la prima legge della termogermanica? "Appena se ne ha la possibilità, cercare il frontale con la storia". La seconda è: "L'Italia si dichiarerà entusiasta di salire in macchina con noi" e la terza: "L'Italia salterà dall'auto lanciata a bomba all'ultimo momento prima dello schianto".

A proposito, nel duemilaequindici, che mi suona meglio di duemilaequattordici perché è più armonico, non avendo quell'inciampo della o di quattordici,  non è escluso che ci tocchi proprio Mario Draghi come nuovo presidente della Repubblica, dopo che il comunista preferito di Henry Kissinger ci avrà fatto la garbatezza. 
Draghi, tra le figurine dei villain, non sarà proprio a livello dell'Imperatrice Merkel e di Darth Schauble, ma le riforme, e sapete cosa vuol dire "riforme", le vuole fin dai tempi del Britannia. In nome e per conto, dicono i ben informati, delle ben cinque Ur-lodges alle quali risulterebbe affiliato. Quando si dice diversificare l'investimento per evitare rischi.
Certo, c'è il problema che Ugenio nostro vorrebbe, dopo aver benedetto Padoan con l'estrema unzione, affidare direttamente all'Imperatrice la guida ufficiale dell'Europa. Con le parole sue a "Sballerò":  "Renzi deve offrire alla Merkel il comando ufficiale dell'Europa". (dal minuto 22). Così, secondo lui, si fa prima. Non si capisce però che cosa, se il frontale tedesco o la nostra fine. Casualmente, in tedesco la guida si dice Führer, anche parlando di guide turistiche. 
Guardatevela, l'intervista inginocchiata dell'apprendista al mastro direttore, tra una leccata al giullare di corte Benigni e l'altra all'apprendista rottamatore Renzi, fino all'inno finale al Walhalla, perché merita. Da conservare gelosamente tra gli affetti più cari ad imperitura memoria.

In alternativa al poliziotto cattivo Draghi potrebbe toccarci quello buono Romano Prodi, ovvero colui che ci fece entrare nell'antro del lupo e potrebbe, con la stessa identica faccia, portarcene fuori prendendosene pure il merito. Anche lui reduce della famosa crociera ma nella parte del leader del centrosinistra gabbapiddini. Scusate se insisto e sembro fissata su questo punto ma, se ci pensiamo, sarebbe l'unico modo per salvare il PD dalla furia degli italiani. Far finta che nulla sia accaduto, la sinistra che salva il paese e l'euro che fu tutta colpa di Berlusconi. Non ve lo sentite anche voi?
Come volevasi dimostrare, paraVendola sponsorizza proprio Prodi, non si sa se per cremarlo definitivamente o con convinzione, il che dimostrerebbe ancor più l'indole serva e filoelitaria della finistra. Nell'intervista citata di Sballerò, la frase: "Non è un'operazione di sinistra dare 80 euro agli italiani?" che pronuncia ad un certo punto il ragazzo spazzola, riprendendo l'anziano direttore che barcolla sulla fede renziana,  ci ricorda, cari maquestanoneverasinistristi, con chi abbiamo a che fare.

Come altri papabili presidenziali, dovesse prevalere l'inquantodonnismo, non escludo la Emma Bonino che, quando ero ancora immersa nell'oscurità dell'orrida pidditudine di appartenenza, con obbligo di primo europeismo, vedevo bene come presidenta in quanto esperta di esteri (era prima del suo ministero, comunque) e fornita di autorevolezza in Europa. Povera grulla! Io, non la Emma.
C'è da dire che, quando mi sono risvegliata in pieno sole, la sedimentazione di trent'anni di ascolto di Radio Radicale mi ha aiutato a tirare le somme alla svelta e a capire - ma avevo già cominciato ai tempi delle liaisons dangereuses ledeeniane di Capezzone, che quello era proprio il più ferocemente fasullo dei partiti di sinistra. Specializzato in diritti umani al posto dei diritti dell'Uomo e in alta cosmesi dei diritti civili proprio perché ultraliberista in economia e con lo Spinelli sempre in bocca a perpetuare il mito dei fantasmatici Stati Uniti d'Europa. Quelli che, secondo Ugenio, Draghi non vuole assolutamente, per cui sarebbe meglio rimanesse a guardia della cassa dando il potere assoluto alla Merkel che li vuole ancora meno di Mario.

Chiunque venga eletto presidente della repubblica, comunque, a meno di sorprese che ritengo improbabili, ed escludendo l'ipotesi finale del fantoccio del ventriloquo, è destinato ad essere un ennesimo Quisling se non Hindenburg. Non dimentichiamo che, in previsione della disfatta dell'euro, c'è già chi vorrebbe qualcosa ancora di peggiore, come questo Carlo Pelanda su Libero
"Penso che Roma dovrà agganciarsi, probabilmente con Londra e Madrid, all'America, cercando autonomia e rilevanza offrendo in cambio una missione di presidio proconsolare del Mediterraneo, opzione utile anche per predisporre il passaggio al dollaro nel caso non escludibile che l’euro imploda".
Chi non si augurerebbe, salvandosi da un naufragio  nel gelido mare del Nord, di cadere direttamente nella vasca dei piranhas?
Del resto gli ammiratori dell'America vista ancora come fogno americano invece dell'incubo neocon in balìa del lato oscuro da almeno tredici anni che è in realtà, abbondano. Anzi, donabboniano, come dice Alberto Bagnai.
Proprio a Radio Radicale ascoltavo ieri Piero Sansonetti tessere le lodi sperticate di Obama. Colui che ha fatto la riforma della sanità ma soprattutto ha fatto "LE RIFORME" e la pace con Cuba. Obama che in Italia non crea entusiasmo perché "diciamolo, per gli italiani in fondo è un negro". Col che si dimostra che, come tutti i convertiti, i comunisti che scoprono il culto dell'ultraliberismo e si inebriano dell'odore acre dell'impero la mattina presto, sono i più pericolosi.

E, parlando di filoammeregani, che dire di Rampini, il cui intervento sempre nella storica puntata di "Sballerò", fa titolare Repubblica: "In America non c'è nepotismo". Lui, per amor di cronaca, si riferiva agli studenti e ricercatori che trovano l'America in America senza, apparentemente, scontrarsi con le baronie universitarie che privilegiano l'appartenenza invece del merito.
Al titolista che invece ha esagerato dedico come promemoria questa foto che raffigura il 41°, il 43° e molto probabilmente il prossimo presidente, il 45°, degli Stati Uniti. Di padre in figlio. Sperando che prima o poi George senior dimostri di avere anche figli normali.
Si chiama trasmissione per sangue del potere, è incompatibile con la democrazia e non è molto diversa da quella della Corea del Nord.
Ma di questo, e della fenomenale operazione di spin che ha riconfezionato e rivenduto un film uscito 'na chiavica e destinato al flop come blockbuster grazie al presunto attacco ai danni della casa distributrice da parte di fantomatici hacker del paese canaglia raffigurato nel film, parleremo la prossima puntata.




giovedì 6 novembre 2008

Si sBaracka!

Sono convinta che George W. Bush sia, al di là di tutto, una figura tragica della storia. Un po' come il Fredo della saga del Padrino, il fratello sfigato che si mette addosso la pelliccetta del capro espiatorio e paga per tutti.
Penso che un giorno il 43° presidente degli Stati Uniti sarà chiamato a rispondere di diverse cosette ma forse si giustificherà piagnucolando, dicendo che ha solo eseguito gli ordini.

Questo è un uomo che è riuscito a diventare imperatore nonostante fosse una nullità completa. Un altro esempio di come l'America sia veramente la terra delle opportunità. Certo, in questo caso si trattava di trasmissione del potere per via dinastica, come si addice agli imperatori e si sa che spesso i figli di re non possiedono un decigrammo della grandezza dei padri.

Prima della carriera politica, nonostante avesse avuto la strada spianata da un babbo petroliere, figlio di petrolieri, poi capo della CIA e presidente degli Stati Uniti, come imprenditore era stato una frana. La sua compagnia, la Arbusto Oil, è una delle poche che in Texas sia riuscita a fallire con il petrolio. Per un po', per dargli una mano, si associarono a George anche i Bin Laden, amici di famiglia, ma uno di loro, zio di Osama, finì male, precipitando con l'aereo, come succede in questi casi, causa maltempo in un soleggiato giorno d'estate. La maledizione dei petrolieri. There will be blood.

Buttato sul ring come candidato repubblicano da papi, dopo una carriera da serial killer legalizzato come governatore del Texas (si calcola che il texecutioner abbia condannato a morte almeno 155 persone, rifiutando loro la grazia e prendendone pure in giro in televisione le suppliche) si impose nelle presidenziali del 2000 solo grazie, da una parte, al clima favorevole ai repubblicani creato dallo scandalo Lewinski abilmente costruito ai danni di Clinton dai soliti mestatori neocon e, dall'altra, grazie ai noti pasticci elettronici della Florida.
Grazie alla forchetta troppo piccola tra un partito e l'altro fu possibile dare una spinta a George, supportato da una cricca di guerrafondai che non aspettava altro che un pupo alla Casa Bianca da manovrare a piacimento per farsi una dozzina di guerre in qua e in là. Lo stesso scherzo riuscì nel 2004 e gli anni di presidenza del minus habens sarebbero stati alla fine otto.

George è stato il presidente meno amato dagli americani fino all'11 settembre 2001.
Fu l'unico della storia a dover raggiungere il palco della inauguration in macchina per sfuggire ad un popolo incazzatissimo per aver dovuto accettare un presidente nominato dalla Corte Suprema e non dal proprio sacrosanto voto.

L'11 settembre si rivelò per quello che era: non un imperatore ma al massimo un kagemusha, una controfigura.
Riguardare, per credere, il famoso filmato della scuola elementare della fatal Florida, dove lui rimane lì come un baccalà invece di alzarsi di scatto come un sol Chuck Norris, imbracciare l'M16 e correre in salvo dell'America violata. Più che imputarlo di stupidità o vigliaccheria, penso gli abbiano detto: "Per carità, George, non toccare nulla".
Come aprì bocca, quel giorno, riuscì perfino ad impappinarsi fino a dire che aveva visto in tv il primo aereo schiantarsi sul WTC e a commentare le immagini successive con un incredibile: "Ma che pilota scarso, quello!" Una scuola comica che conosciamo bene noi italiani. Nessuna meraviglia che i due si capissero tanto.

La presidenza di Bush ha coinciso per gli americani con una nuova stagione di guerre combattute all'estero alla "non si sa per che cazzo combattiamo", costate migliaia di giovani morti, più di quattromila.
Guerre che si trovavano già da anni nella scaletta del folle Progetto per il nuovo Secolo Americano degli stramaledetti neocon e che dopo l'11 settembre, che fortuna quel proditorio attacco, hanno potuto esplodere in tutta la loro violenza.

E' stata la presidenza delle menzogne.
La scusa dell'Afghanistan da attaccare come covo di Bin Laden, mentre era dall'Arabia Saudita che provenivano i supposti attentatori dell'11 settembre.
La figura di cacca fatta rimediare al povero Colin Powell all'ONU con la sceneggiata sulle armi di distruzione di massa di Saddam, mai trovate, ma addotte come scusa per l'invasione dell'Iraq nel 2002, compiuta dopo mesi di manifestazioni oceaniche contro la guerra.
E' stata la presidenza dei soldati morti a casa del diavolo e rimpatriati di nascosto, ed al riparo delle telecamere, perchè a qualcuno non venisse in mente di chiederne conto. Ispanici, neri, disoccupati, donne, carne da cannone senza alcun valore.
E ancora, è stata la presidenza dei tanti americani che non si sono convinti della versione dell'11 settembre raccontata dai neocon e dai media a loro appecoronati (mi consenta, Nano, di citarla) e che hanno perfino tirato dalla loro parte i militari, sempre più insofferenti di essere comandati da gente che di guerra vera, di arti mozzati e sangue non capisce un cazzo e che li ha trascinati in un pantano senza fine giocando ai wargames a tavolino.
Per ultimo, la presidenza Bush sarà ricordata per il modo allegro con il quale sono stati progressivamente smantellati i controlli statali sul sistema finanziario, con il risultato di mandare al fallimento banche, banchette e bancone e di impoverire ancor di più l'americano medio.

Nessuna meraviglia che per Obama vi sia stata una valanga di voti e vi sia ora una tale aspettativa di cambiamento. Solo degli opportunisti e falsi amici degli americani possono rimpiangere la presidenza Bush. Chi ama veramente l'America (non gli stronzi che ne occupano le stanze del potere militare-industriale) non può che rallegrarsi del fatto che Bush finalmente sBARACKi.
Non tanto per lui come persona, ma per ciò che i suoi burattinai hanno fatto all'America. Sperando che Obama sia diverso, che faccia dimenticare presto il presidente che faceva piangere i bambini.

Va' George, e che Dio ti perdoni.


P.S. Pensando ad un titolo per questo post, al di là dello scontato gioco di parole, mi è tornato in mente un pezzo di televisione vintage, la sigla finale di "Non Stop" del 1979, ed il modo inconfondibile con il quale Stefania Rotolo pronunciava la frase "si sba-rac-ca!". Un omaggio ed un ricordo.

lunedì 29 settembre 2008

Voglio la testa del CEO

Si fa presto a criticare i senatori americani per non aver (ancora?) approvato il piano di salvataggio statale degli istituti finanziari in crisi, proposto dal presidente Bush.
Dimentichiamo troppo spesso che 1) gli americani le tasse le pagano già e salate, visto che mantenere un complesso militare industriale sempre in fregola di guerra costa più di quanto possiamo immaginare; 2) gli americani sono un popolo dall'imprinting rivoluzionario, la cui Costituzione prevede, nero su bianco, il diritto del popolo di rovesciare anche con la violenza un governo se dovesse rivelarsi indegno dei suoi rappresentati; 3) i governanti americani hanno ancora un briciolo di timore del loro popolo (forse perchè quest'ultimo è armato fino ai denti?)

Potremo aggiungere ancora il fatto che a nessuno, ovunque nel mondo, piace vedersi aumentate le tasse, per salvare il culo, oltretutto, a dei filibustieri senza pudore che hanno speculato sulla pelle di loro cittadini.

Ecco, Bush potrebbe fare una bella cosa. Chiedere agli americani un sacrificio per evitare il baratro e le "conseguenze inimmaginabili" di cui parlava Colaninno ieri sera in TV ma contraccambiare con una bella dozzina di cesti natalizi con le teste dei CEO, dei capintesta, dei capoccia, dei manager, dei responsabili, insomma, di questo crack.
Perchè, perdìo, ci sarà pure una responsabilità di qualcuno, di qualche persona fisica in ciò che sta accadendo nel mondo finanziario.

Il liberismo, la deregulation, le idee strampalate di alcuni mentecatti travestiti da economisti che hanno usato politici dementi per imporre le loro idiozie ci hanno condotto a questo. Non basterebbe un esercito di llama per sommergerli abbastanza di sputi.
L'esempio dell'Argentina del 2001 non ha insegnato loro nulla. Pensavano fosse una delle solite crisi da pezzenti sudamericani, impensabile alle nostre latitudini ed hanno proseguito imperterriti con le parole d'ordine "il liberismo non vuole lacci e lacciuoli", "il mercato si autoregolamenta". Un bel paio di balle e ora nel culo ci vanno i gringos.

Fa bene l'americano medio ad incazzarsi con i suoi rappresentanti e a mettere mano alla doppietta del nonno o all'M16 se questi chiederanno loro altri sacrifici senza una giusta contropartita.
Ci vuole una bella Norimberga dei gerarchi della finanza mondiale, con tante belle teste che cadano, a cominciare da quelle di chi prometteva alla vecchietta il 40% in un anno senza rischi e quindi da coloro che hanno lavorato sott'acqua per eliminare qualunque tipo di controllo sulle manovre finanzarie.
Poi, una volta ripulito il pavimento, possiamo ricominciare a parlare di economia. Non di finanza.



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mercoledì 10 settembre 2008

L'11 settembre, Tommaso e il santo prepuzio

In fondo cosa chiedono mai coloro che non si sono convinti in questi sette anni della bontà e della credibilità della versione ufficiale dei fatti dell'11 settembre e continuano a fare domande su questioni di non poca importanza come, per citarne solo una, "perchè quel giorno tutte le agenzie governative americane hanno dormito e nessuno dei loro funzionari è stato licenziato con ignominia per questa gravissima negligenza?"
Chiedono solo che le loro perplessità vengano fugate con spiegazioni semplici ed oneste, tutto qui. Auspicano un'altra commissione governativa, non quella specie di "Commissione Warren 2 la Vendetta" che ha redatto un corposo quanto inutile Rapporto ufficiale. Lo ha ammesso anche il presidente della stessa Commissione, il quale ha dichiarato che è necessaria un'ulteriore indagine per stabilire tutta la verità su quella tragedia.

Se tutto fosse stato chiaro e lineare quel giorno, se per esempio avessimo assistito ad una battaglia aerea con dei caccia intercettori disperatamente all'inseguimento di almeno due dei quattro aerei dirottati; se non avessimo visto un Presidente degli Stati Uniti perdere minuti preziosi a cazzeggiare in una scuola elementare e rimanere vigliaccamente in volo sull'Air Force One fino a tarda sera invece di precipitarsi a prendere in mano l'emergenza; se non avessimo saputo che i membri del governo cominciarono a prendere i pastiglioni di "Cipro" un mese prima che scoppiasse la crisi dell'antrace; se non avessimo, infine, visto crollare quelle due torri in maniera perfettamente identica e non ci avessero detto che è stato solo a causa della fiammata degli aerei, non ci sarebbe bisogno di alcuna teoria della cospirazione.

I dubbi su Babbo Natale ti vengono quando i genitori continuano a dirti che il vecchio passa per il camino con tanto di sacco dei regali e tu non hai nemmeno il caminetto.
Così i dubbi sull'11 settembre nascono quando ti rendi conto che la spiegazione non regge ma vogliono che tu la creda per forza perchè è così, perchè non si discute.
Ormai possiamo tranquillamente affermarlo, sull'11 settembre non è permesso avere dubbi. E' come mettere in discussione la verginità della Madonna. E' un dogma che ha i suoi solerti difensori, alcuni volontari, altri a pagamento.

Io amo (in senso ironico) i debunkers ed i loro siti pizzaware.
Per loro, chiunque cominci a parlare di 11 settembre con un "ma perchè.." è un complottista. Cioè saltano subito alle conclusioni, il che dimostra il loro pregiudizio. Pubblicano libri che si intitolano "La cospirazione impossibile". Non esistono cospirazioni impossibili ma tant'è, il titolo è un atto di fede.
Non esiste il complottismo, come lo chiamano loro, quella specie di odioso negazionismo della cristallina onestà di Bush e soci, esiste solo la richiesta di chiarezza. Parlare di complottismo e definirlo ripugnante significa non voler dare risposte ma difendere il dogma, farsi sacerdoti dell'unica verità rivelata, quella ufficiale.
C'è più religiosità di quanto si immagini, nell'11 settembre. La propaganda utilizza gli stessi strumenti che servono per la diffusione del dogma religioso, compresa la condanna dell'eresia. Non dispongono ancora dei roghi ma non mettiamo limiti alla provvidenza.
I difensori dell'ortodossia neocon assomigliano a quelli che nel medioevo ti strappavano gli occhi perchè non volevi credere che la terra era piatta e che nel Novecento ti spedivano in qualche campo di rieducazione per farti diventare una vera pedina del sistema.

Il caro vecchio Tommaso era uno che, poveretto, non si accontentava di credere ma voleva una prova. Era uno scienziato, in fondo. La scienza si nutre di dubbi, di messa in discussione di teorie che ieri sembravano intoccabili.
Se ci fate caso non è che viviamo un periodo di grandi progressi scientifici e la scienza viene vissuta come qualcosa di stregonesco, di confondibile con la ciarlataneria, che scatena paure irrazionali. Il motivo di questo clima antiscientifico è che viviamo un momento di involuzione culturale dove i regimi governano brandendo le armi della paura e della superstizione. Basti pensare al grande spauracchio, Osama Bin Laden. A nessuno viene il dubbio che il tizio sia morto, visto che non è più apparso in pubblico dal 2001?



Tutto ciò che necessita, per legittimarsi, di atti di fede (ad esempio il calore del carburante che polverizza due grattacieli di acciaio e cemento armato), per definizione non ha niente di logico o di scientifico, può solo essere accettato acriticamente. Eppure i debunkers a tempo pieno sono convinti che il loro ripetere meccanicamente la storiella sia sufficiente a spiegare tutto e si incazzano se ancora non sei convinto. Allora sei proprio scemo, stronzo di un complottista!
Ti fanno vedere un foro d'uscita perfettamente tondo nel Pentagono e tu devi credere che un Boeing ha trapassato come un missile diversi strati di cemento ultrafortificato, uscendo poi dall'altra parte (praticamente intatto?)

E' come quando ti mostrano una reliquia rinsecchita in un'urna e ti dicono che è il Santo Prepuzio. Non è importante se quel lembo di pelle appartenga veramente a Lui, l'importante è credere che lo sia. E' un atto di fede e come tale non si può mettere in discussione.
Alla faccia di Tommaso.


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sabato 9 agosto 2008

Prematurata la superfinanziaria

Berlusconi non vuole emendamenti alla finanziaria. La manda in Parlamento prematurata ma solo affinchè venga approvata da una maggioranza di yesmen. La prima superfinanziaria blindata senza scappellamenti nè a destra, nè a sinistra. Tanto l'opposizione, per dire vice sindaco come fosse antani, ha perso i contatti con il tarapia tapioco.

Come nei film dove il cattivo sembra uno, tutti si concentrano su un particolare indiziato ed invece a due minuti dalla fine si scopre che il vero carognone e colpevole è la classica acqua cheta, la Russia di Putin non ha aspettato nemmeno che svanissero i fumi dei fuochi artificiali della cerimonia di apertura delle Olimpiadi nella controversa Cina per andarsi a bombardare la Georgia, che non vuole concedere ai separatisti dell'Ossetia del sud di riunificarsi con la madre Russia e per questo li aveva a sua volta bombardati. Bombardamenti e morti che faranno una fatica enorme a farsi strada tra medaglie e medagliette. Una volta si aspettava l'inizio di una guerra, possibilmente mondiale, per scatenare un genocidio. Oggi bastano le Olimpiadi. Bush, alla domanda sul perchè gli Stati Uniti appoggino Tbilisi contro Mosca ha commentato: "Come diceva Ray Charles, la Georgia è sempre nei nostri pensieri."

Ovvero, dalla commedia alla tragedia and back again in venti righe.



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mercoledì 5 marzo 2008

Non è un paese per donne

Continuo a pensare che sia più facile portare George W. Bush all'impeachment piuttosto che Hillary Clinton alla presidenza degli Stati Uniti. Non so ma la vedo dura e non è questione di Obama.
E' vero che gli USA passano per il paese dove le donne comandano a bacchetta gli uomini ma per me è solo una leggenda. Forse le americane sono solo più spaccacazzo delle altre ed ecco perchè gli Stati Uniti abbondano di serial-killers alla Ted Bundy.
Là, come da noi e in tutto il mondo tranne poche enclaves, vale la legge che nei luoghi chiave è meglio ci restino gli uomini e in politica, dopo tutto, è meglio che lascino fare agli uomini. Per questo motivo non si è ancora vista una donna presidente(ssa).

In Italia siamo messi ancora peggio. Non so ma, dire "la presidentessa" evocherebbe oltretutto più il filone trash anni settanta che altro: "La presidentessa alla riunione di gabinetto".
Ecco, siccome casualmente ritorna alla mente la grande Edwige Fenech, secondo me il motivo per il quale le donne non riescono a farsi eleggere è che quando si preparano ad interpretare il ruolo della presidentessa, per eccesso di femminilità, riescono solo a sembrare una preside.

Mi sono sempre chiesta perchè le candidate hanno quell'aria ingessata, da paletto nel culo, quell'immagine dura, cazzuta, come se dicessero: "sembriamo donne ma non lo siamo, sotto la gonna c'è di più, teniamo 'na mazza tanta".
Quando vedi candidate così, i loro antagonisti maschi, per reazione, ti sembrano più rassicuranti di una balia calda e popputa. E' strano ma è così.

Gli elettori, comprese le donne che di solito non votano le donne perchè "quella stronza non la sopportano", sarebbero sicuramente più attratti da una figura veramente femminile, veramente donna, magari rotonda e burrosa.
O quantomeno una superfemmina alla Charlize Theron, và.

Non riesco proprio, con tutta la buona volontà, ad associare il termine burroso con Hillary Clinton, una che ha sempre l'espressione di chi è entrata per sbaglio nel bagno degli uomini, ci ha trovato dentro John Holmes e ora sta crepando d'invidia.



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martedì 11 settembre 2007

Le due anime dell'11 settembre

Questo post, che esce in contemporanea su MenteCritica, nasce da un dibattito tra me e dfc in occasione dell'anniversario della tragedia dell'11 settembre 2001.
Le posizioni che qui si confrontano rappresentano idealmente chi ritiene credibile la versione ufficiale, pur con qualche dubbio e chi invece, non ritenendola esaustiva, crede che bisogna ancora indagare per scoprire la verità, qualunque essa sia e per orribile ed inimmaginabile che possa essere. Desideriamo proporvi la discussione al fine di stimolare una vostra ulteriore riflessione sull'argomento.

Lameduck: Ricordo perfettamente quel martedì 11 settembre 2001. Ebbi le prime notizie dell'accaduto per radio, ero in ferie e le immagini in tv le vidi solo quella sera tardi.
Stranamente la mia prima impressione, sentendo la ricostruzione solo radiofonica dell'evento, fu di trovarmi di fronte a qualcosa tipo "La guerra dei mondi" di Orson Welles (ricordate, il celebre episodio?) e immediatamente dopo di pensare che si fosse trattato di un colpo di stato. C'era un qualcosa di tremendamente falso in tutto quello che ci stavano raccontando. Stavo tornando da Gubbio ad Assisi. Ad Assisi sapevano già nome e cognome degli attentatori, la sera stessa, ma dai!

Dfc: E' vero, anche a me è sembrato assurdo. In quel momento ho pensato che avessero già dei dati d'indagine che si sono correlati e resi evidenti a fronte dell'accaduto.
D'altra parte mi chiedo: perché chi crea un piano così complesso per fare certe cose poi è così goffo nell'indicare il colpevole? Non sarebbe stato più intelligente e hollywoodiano scatenare una caccia planetaria al colpevole con conseguente aumento del pathos e rivelazione in diretta tv un paio di settimane dopo?
Parlando da soldato la guardia era bassa e le braghe calate. Punto. L'intelligence raccoglie quantità incredibili di informazioni sulle quali operare inferenza è immensamente difficile. E' chiaro che di fronte al fatto compiuto è più semplice ricomporre il mosaico. Conclusione: i servizi segreti americani sono poco professionali e se è affidata a loro la tutela del mondo libero, meglio dire una preghiera ogni sera.

Lameduck: Erano mesi che i servizi di mezzo mondo li avevano avvertiti che qualcosa stava per accadere. Perché John O'Neill è stato fermato in ogni modo, come si evince dal mio articolo?
La CIA sarà incompetente ma quando si è trattato di organizzare golpe come quelli in Cile e Argentina mi pare si siano dimostrati più che efficienti.
Non so quanto e cosa tu abbia letto sull'argomento 11 settembre. Sarebbe proprio impossibile pensare che una cricca di persone che ha preso il potere negli Stati Uniti grazie anche ai brogli elettorali della Florida nel 2000, abbia potuto architettare questa cosa facendoci entrare anche un ex alleato della resistenza dei mujaheddin contro i Russi in Afghanistan, Osama Bin Laden, che magari prima di morire ha dato il suo beneplacito all'operazione? Lui ci avrebbe guadagnato in propaganda presso i suoi seguaci e gli americani avrebbero avuto la loro Pearl Harbor per iniziare la serie di guerre previste dal PNAC dei Neocon. E' già successo: esempi di attentati "false flag" vanno dall'attentato al Reichstag in Germania negli anni '30 all'incidente nel Golfo del Tonchino. Pearl Harbor, secondo alcuni storici, fu "lasciata accadere" affinché gli USA avessero un argomento da portare al loro popolo per entrare in guerra. History repeating.

Dfc: No hai ragione lame, non è impossibile. Ma non vedi quanto è complesso?
Per esperienza personale ti dico che il segreto è un concetto teorico. Una informazione è segreta quando non esiste. Mantenere il segreto su un'operazione di questa portata sarebbe stato un incubo. Fidati. In ogni caso non sarebbe stato possibile realizzarla senza l'appoggio di altri servizi quali quello israeliano e quello russo che hanno un'eccellente penetrazione negli ambienti coinvolti. Questo vuol dire mettersi alla mercé di uno che può sputtanarti e ricattarti senza preavviso. Quella che tu citi come verità storica, il lasciar accadere Pearl Harbour intendo, non lo è affatto. Ne abbiamo discusso molto ampiamente su MC, peccato che tu fossi in vacanza credo. Vortexmind ha espresso a riguardo un'opinione che io condivido senza riserve e che ti invito a leggere.
Da persona informata dei fatti ti dico che, dal punto di vista militare, inscenare la provocazione è una prassi consolidata e ampiamente utilizzata. Ha una definizione tecnica, nell'ambiente si chiama maskirovka. Inizialmente utilizzata dai sovietici come prassi per paventare forze inesistenti, si è lentamente trasformata in una prassi di disinformazione le cui regole sono studiate in tutte le scuole militari.
Sarebbe bastato denunciare un attacco proditorio ad un'unità navale. Con morti feriti e prigionieri. Orchestrare una campagna stampa, campo questo nel quale gli americani eccellono veramente e attendere che la macchina si mettesse in moto.

Lameduck: Mi riprometto di leggere l'articolo con più calma. Non esistono segreti? Sappiamo chi e perché ha ucciso Kennedy? Chi ha fatto le stragi in Italia e perché? Tu sai chi ha messo la bomba alla stazione di Bologna o chi ha tirato giù l'aereo di Ustica? Come dicevo nel precedente intervento, forse lo sappiamo benissimo ma chi l'ha fatto, solo perché detiene un Potere, non ci permetterà mai di dimostrarlo. Il segreto si autosostiene quando la struttura è omertosa. La mafia tradizionale, ad esempio, riesce benissimo a conservare i suoi segreti e così anche le varie mafie bancarie e armaiole. Lo sai benissimo cosa succede a chi parla in una struttura mafiosa e omertosa.
Comunque, ho notato in alcuni articoli che stanno uscendo in questi giorni che si stanno paragonando i contestatori della versione ufficiale ai negazionisti della Shoah. Se dovesse passare quest'idea capiresti anche tu che si instaurerebbe il tabu dell'11 settembre, intoccabile e indiscutibile a priori. Una catastrofe democratica.

Dfc: Si lo capirei addirittura io. Comunque non c'è rischio. Ritengo questo paragone storicamente e metodologicamente inaccettabile e destinato a sgonfiarsi.

Lameduck: Anch'io credo per formazione di avere una visione scientifica ma non tengo assolutamente chiusa la porta alle ipotesi che sembrano impossibili. Mi hanno insegnato che un evento può avere una probabilità bassissima di verificarsi ma che non è detto non si verifichi mai. Tirare fuori il rasoio di Occam, come si fa di solito, è mettersi i paraocchi, secondo me. La spiegazione più semplice sarà anche la più probabile ma non escludiamo l'imprevisto e la complessità.

Dfc: Corretto. La domanda da porsi però è sulle priorità. Su cosa vale la pena di attivarsi e di agitarsi? Su quello che sembra racchiudere un mistero o su quella che è palesemente un'ingiustizia?
Io non ho bisogno di sapere che dietro l'11 settembre c'è una volontà imperialista della classe politica americana. Lo so già e lo so da molto prima dell'11 settembre. La scomparsa dei pericolo rosso ha aperto la strada ad una conquista planetaria che è culturale ed economica molto prima che militare.
E' una cosa reale, tangibile e contro la quale attivarsi senza alcun dubbio. Perché chiedersi cosa ci sia dietro l'11 settembre. Gli americani stanno imponendo la loro visione del mondo all'intero pianeta a prescindere da eventuali complotti. L'aver subito l'attacco alle torri è una loro responsabilità politica, non una prova a discarico. La tensione del pianeta deriva dal non aver saputo gestire la vittoria nella guerra fredda. Altri 10 attentati a New York servirebbero solo per confortare questo mio pensiero.

Lameduck: E’ necessario sapere cosa c’è dietro l’11 settembre per sapere se per caso il popolo americano non abbia subìto un crimine contro l'umanità da parte del suo stesso governo. Non mi pare poco. Se mi dici che è improbabile che sia stato un "inside job", io ti rispondo, "e perché no?" Del resto secondo la versione ufficiale i terroristi devono aver pure pianificato il tutto. O pensi che siano andati là una mattina con dei taglierini, abbiano dirottato quattro aerei e abbiano giocato ai kamikaze? In quel caso, perdonami, perché nessun caccia si è alzato in volo per intercettare quattro aerei che avevano spento i trasponder e che è procedura standard intercettare obbligatoriamente? Perché il Norad dormiva? Perché proprio quel giorno un'esercitazione prevista sui dirottamenti aerei? Perché sono stupidi? A loro piacerebbe che lo pensassimo tutti.

Dfc: Lame, la preparazione militare americana è un mito alimentato e propagandato con straordinaria profusione di mezzi. Gli americani sono pessimi soldati. La loro preparazione è approssimativa ed accademica, non hanno tradizione di disciplina e sono incapaci di prendere decisioni non previste dalle procedure. Il segreto militare degli Stati Uniti è il dollaro e l'immensa capacità produttiva che gli consente di mettere in campo una quantità enorme di equipaggiamento. In qualsiasi teatro nel quale l'equipaggiamento e le dotazioni non giocassero un ruolo chiave, gli americani sono usciti sconfitti.
L'efficienza del sistema di difesa americana è una favola per allocchi. Gli Stati Uniti sono il paese dell'occidente dove è più facile scatenare un attacco a sorpresa. Non mi dilungo, ma prova a pensare all'estensione del territorio ed alla frequenza dei controlli che, in una società industriale evoluta, sono forzatamente blandi. "Gli americani so' forti" è solo una battuta di Sordi.

Lameduck: Su questo non ci piove, però un aereo che spegne il trasponder è un segnale inequivocabile, anche nella Repubblica di San Marino.
L'unico modo per opporsi al Potere che non vuole la verità fino in fondo è salvaguardare la libertà d'espressione. Accettando anche chi propugna tesi che a noi sembrano impossibili da accettare e senza sentirsi in colpa se lasciamo a costoro libertà di esprimersi. Siamo grandi e vaccinati per farci ognuno la propria opinione sui fatti del mondo.

Dfc: Non ho mai detto che non le accetto, ma mi sento libero di non condividerle. Ci mancherebbe altro che per garantire la libertà di espressione altrui io debba rinunciare al diritto di farmi un'opinione.

Lameduck: Dico solo che se coloro che contestano le versioni alternative sull'11 settembre hanno nella cartucciera solo Paolino (Attivissimo) e la versione americana di "Sistema Pratico", allora stanno messi proprio male.

lunedì 10 settembre 2007

Comandante in capo?

“In cotanta miseria, la patrizia prole che fa?”
(dall’Andrea Chénier di Umberto Giordano)
Per gli americani, il presidente è soprattutto un comandante in capo. Colui che in caso di allarme nazionale si precipita in prima linea e dai suoi uffici alla Casa Bianca, con assoluta abnegazione, tiene ben salde in mano le redini della nazione.
Nella mitologia presidenziale hollywoodiana, come viene rappresentata ad esempio nei film catastrofici, il presidente affronta coraggiosamente invasioni aliene, inondazioni, asteroidi, guerre proditorie e attacchi terroristici. Prende decisioni drammatiche con grande tormento interiore, come quando per rimediare all’accidentale distruzione atomica di Mosca decide di sacrificare New York in “A prova d’errore”. Questa figura di presidente comandante, padre, guida della nazione è ben salda nell’immaginario del popolo americano e per proprietà transitiva, anche nel nostro.

Facciamo un esercizio di immedesimazione, immaginiamo di essere noi il presidente, di essere avvertiti che il più grave attacco terroristico sul suolo americano stia avvenendo a New York, che aerei dirottati con i transponder spenti si stiano dirigendo, con il loro carico umano da sacrificare, contro obiettivi militari e civili. Noi stessi potremmo benissimo essere uno dei bersagli degli attentatori.
La prima cosa che vorremmo fare è raggiungere un luogo sicuro da dove coordinare l'emergenza, ordinare l’intercettamento e, se strettamente necessario, l’abbattimento degli aerei proiettile, soprintendere ai soccorsi alla città di New York già colpita, stringerci attorno al nostro popolo e rassicurarlo. Insomma, fare il presidente, cazzo!
Niente di tutto questo è accaduto in quel giorno assurdo che fu l’11 settembre 2001, quando tutte le leggi della logica e della fisica furono sconvolte.
Bush, come direbbe Corrado Guzzanti, se ne stette lì "feeermo, immobile", non si mosse.

Dov’era Bush quella mattina, a proposito? Era in visita nella Florida del fratellone Jeb, lo stato dei brogli dell’anno prima con tutti quegli elettori di colore cancellati arbitrariamente dalle liste. Luogo familiare e accogliente. Per quel giorno era in previsione la visita ad una scuola, la “Emma Booker Elementary School”. Il filmato che vi propongo, che è uno dei tanti che si trovano su YouTube, propone uno split-screen che mostra contemporaneamente ciò che accadeva nella ridente cittadina della Florida con Bush che leggeva (lo so, è una parola forte) assieme ai bimbi la storia della capretta e le prime immagini della immane tragedia di New York.

Ripercorriamo un po’ la cronologia di quella mattina dal punto di vista del nostro comandante in capo.
Bush si sveglia presto e va a fare jogging con gli uomini della sicurezza, ha un briefing alle 8:00, parla al telefono con la Rice, fa colazione e si attarda con alcuni VIP locali al golf.
Alle 8:46 il primo aereo impatta su una delle due torri gemelle. Alle 8:50 Bush, che sta andando alla Booker in auto, viene finalmente avvertito da Karl Rove dell’accaduto ma incredibilmente si decide di proseguire con la visita alla scuola. Ricordate sempre cosa avreste fatto voi invece nel frangente.
Alle 9:02 Bush entra nella scuola e siede, come si vede nel filmato, assieme ai bambini, come un ispettore scolastico di altri tempi. Finge di provare interesse ma il suo sguardo è sempre il solito della serie “che ci faccio qui”.
Ripeto, già sa che c’è stato un incidente o attacco terroristico che ha colpito il WTC, che ci sono sicuramente dei morti ma lui niente, con la sua bella faccia da poker sta lì seduto come se nulla fosse accaduto.

A New York intanto la tragedia sta prendendo forma. Giungono i primi soccorsi, alle 8:48 è iniziata l’evacuazione della torre colpita ma non disgraziatamente dell’altra, nonostante il WTC fosse già stato oggetto di un attentato terroristico in passato. Addirittura viene detto agli occupanti della torre ancora intatta, quella che però crollerà per prima, che possono tornare al loro lavoro. I pompieri cercano di raggiungere i piani colpiti per porre in salvo le persone rimaste intrappolate al di sopra dello squarcio. Le scale sono ancora agibili ma diversi testimoni, vigili del fuoco e uomini della sicurezza sentono dei boati, come delle esplosioni provenire dai piani interrati dell’edificio.

Alle 9:03 il secondo aereo colpisce l’altra torre. Ormai non ci sono più dubbi, non è un incidente ma un atto doloso, un attacco terroristico.
Andrew Card, due minuti dopo, entra nella classe della Booker School e sussurra qualcosa all’orecchio di Bush. E’ l’annuncio del secondo impatto sul WTC.
La faccia di Bush assume un’espressione finalmente preoccupata ma, come dire, anche da gatto con il sorcio in bocca.
Come Michael Moore nel suo film “Fahrenheit 911”, anche noi ci siamo chiesti cosa avrà pensato il comandante in capo in quel momento: “oddìo, allora non scherzavano”, “questo è di sicuro quel Bin Laden famoso”, “minchia, non mi faranno mica la pelle ora?”
La cosa sconvolgente però, più che la sua espressione da Gioconda terrorizzata è che rimane fermo sulla sedia e per altri interminabili sette minuti, mentre 3000 suoi connazionali hanno già la sorte segnata, non fa quello che noi, miseri mortali, avremmo fatto. Noi avremmo detto “scusate bambini, ma il vostro presidente deve tornare subito a casa per un impegno urgente”. Avremmo alzato il culo e ci saremmo fatti portare sul luogo più adatto ad affrontare l’emergenza.

Finalmente, alle 9:30, tre quarti d’ora dopo che il WTC è stato colpito, Bush fa un breve discorso e si decide ad andare a lavorare. Famosa la sua gaffe quando in serata dichiarerà “di avere visto il primo aereo impattare sul WTC e di avere pensato che quello era proprio un pilota scarso” mentre stava per entrare alla Booker. Peccato che le immagini del primo impatto non furono trasmesse ovviamente in diretta ma mostrate solo in serata.
Mentre è sull’Air Force One che lo scorrazzerà in giro per ore prima di riportarlo a Washington, mentre intanto crollano le torri, qualcosa si schianta sul Pentagono, vi sono altri morti, un aereo scompare in Pennsylvania e lui, bello come il sole, dice al suo staff: “Ehi ragazzi, sembra che siamo in guerra. Siamo pagati per questo, no?
Alle 18:30 l'aereo presidenziale atterra a Washington e alle 20:30 Bush parla ad una nazione sotto shock: “Immediatamente dopo il primo attacco, mi sono adoperato per mettere a punto i piani di risposta all’emergenza.
Alle 22:21 va a letto. Qualche mese dopo, durante un incontro in California, rievocando quel terribile giorno disse, testuali parole: “Comunque, fu un giorno interessante.

Forse il sempliciotto rampollo della famiglia Bush non avrebbe saputo fronteggiare una situazione così difficile, forse Dick Cheney ha preferito tenerlo su per aria per non averlo tra le palle o evitare che combinasse casini peggiori ma pensare che la più grande superpotenza, superarmata e in grado di dominare il mondo abbia un tale comandante in capo mette i brividi.

Noi avremmo fatto il presidente, avremmo lottato con il nostro popolo. George W. Bush quel giorno si è riposato.

sabato 8 settembre 2007

Le centurie di Nostralameduck

Pensavate che Osama Bin Laden fosse un idealista che propugna la guerra santa, il jihad, per una questione puramente religiosa e spirituale?
A leggere La Repubblica di questa mattina pare proprio di no.
Anche lui sarebbe mosso, in fondo, da vile materialismo.

Ve lo sareste mai aspettato un principe del terrore che parla come l'imprenditore del NordEst o il prestinaio di Pavia e che solidarizza con i tartassati come un Tremonti qualsiasi?
Con una proposta che lo rende più liberista di Friedman e Capezzone messi assieme, Osama dice che al fisco dovremmo pagare solo il 2,5%, una tassa simbolica come lo zakat islamico.
Certo, c’è un piccolo problema, dovremmo convertirci tutti all’Islam ma cosa vuoi che sia.

Berlusconi, pur di pagare solo il 2,5% di tasse imporrebbe il burka afghano su tutte le sue televisioni, dicendo che in fondo a lui quelle donne tutte scosciate e con il culo e le tette di fuori avevano sempre fatto senso, diciamo la verità. La Brambilla appenderebbe le autoreggenti al chiodo e si annuncerebbero tempi bui per Studio Aperto.

Con Bossi, Borghezio e Calderoli sarebbe forse un po’ più dura ma in fondo, per gente che ha chiamato “mafioso” Berlusconi per anni e ne è poi diventata il migliore alleato, sarebbe come bere un bicchiere d’acqua del Po.
Per amore del federalismo si può anche rivalutare il fondamentalismo islamico. La madrassa a Ponte di Legno potrebbe diventare realtà.

Non è stupefacente però che, a distanza di pochi giorni, l’uno Osama, e l’altro, lo statista di Gemonio, si siano ritrovati, entrambi dal cucuzzolo della montagna, a predicare la rivoluzione fiscale, con il paradosso che il più estremista dei due è parso l’Umberto con i suoi fucili spianati? E’ come un duello, ormai. Bossi con il fucile e Osama con la pistola, a chi le spara più grosse.

***
Ovviamente questo immondo pezzaccio di satira è ispirato dalla notizia della comparsa a balle unificate dell’ultimo video di Bin Laden, casualmente a ridosso dell’anniversario dell’11 settembre e riportata ad uso e consumo dei più ingenui boccaloni.
Tra una botta a Noam Chomsky e uno spottone post-elettorale per il castratore chimico Sarkozy, Osama fa un’altra apparizione nella sua Lourdes mediatica, rivitalizzandosi come eterno spauracchio di un Bush che ancora s’illude di catturarlo vivo.

Intanto continuo a chiedermelo: perché sul sito dell’FBI Osama Bin Laden, uno dei most wanted terrorists, non risulta ricercato per l’11 settembre ma solo per fatti precedenti? Dice che non ci sono prove. Lo dicevo io, quando l’uomo con il fucile incontra l’uomo con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto.

giovedì 19 aprile 2007

Sette giorni senza quotidiano e non sentirli

Il CdR di Repubblica ha proclamato uno sciopero di 7-giorni-7 e qui trovate le motivazioni dell’agitazione.
Ormai siamo abituati agli scioperi fiume nella carta stampata, anche se questo è da record. Penso solo cosa succederebbe se qualunque altra categoria osasse incrociare le braccia per così tanto tempo. I ragazzini ci metterebbero subito la firma e si giocherebbero volentieri il cellulare per sette giorni di sciopero della scuola ma immaginiamoci noi adulti sette giorni senza benzina, o senza pane, o tabacchi.

Verrebbe da chiedersi: ma è un grave disagio anche quando scioperano i giornali? A parte il fastidio di vedere sempre la stessa homepage sul sito del quotidiano online, non mi pare.
L’unica cosa spiacevole, qualora scioperassero tutti i giornali e i telegiornali assieme per sette giorni, sarebbe la perdita della copertura di notizie importanti. Pensate se, proprio in quei sette giorni, accadessero fatti di enorme importanza storica.

Lunedì - Con decisione unilaterale, il primo ministro Olmert ha annunciato che Israele si ritirerà da tutti i territori occupati, con decorrenza immediata, e che sono già stati presi accordi con la controparte per la immediata creazione di uno stato palestinese.
Da Mosca giunge la clamorosa notizia del blitz e del rapimento di Vladimir Putin da parte di guerriglieri ceceni. Non è stato ancora chiesto alcun riscatto. La capitale russa in stato d’assedio.

Martedì - Ad un commissariato di New York si è presentato un uomo alto, emaciato, dall’apparenza mediorientale, che ha chiesto di costituirsi. Poco dopo, nello stupore generale, l’individuo è stato identificato come Osama Bin Laden, di nazionalità saudita.
Mike Buongiorno confessa in tv da Vespa: ero una spia della CIA fin dal dopoguerra. Passavo le risposte del Rischiatutto a Giuliano Ferrara.

Mercoledì - Il presidente della neo-repubblica di Palestina si è insediato ed ha immediatamente chiesto un colloquio con la controparte israeliana per la firma di un trattato di pace.
Giunta la richiesta per il riscatto del rapimento Putin. I ceceni accettano uno scambio tra il presidente russo e Silvio Berlusconi. Bonaiuti dichiara: non se ne parla nemmeno. Emilio Fede si offre al posto di Berlusconi.

Giovedì - Annamaria Franzoni ha confessato di aver ucciso Samuele in un momento di follia. “E’ vero, sono stata io, non posso più andare avanti con questa commedia”. Bruno Vespa, in una conferenza stampa annuncia la chiusura immediata di “Porta a Porta” per carenza di argomenti e il suo ritiro nell’Eremo di Camaldoli. Silvio Berlusconi da alcune ore è irreperibile. Preoccupazione in casa Bondi.

Venerdì - Nella città-stato di Gerusalemme, alla presenza dei capi di stato di tutto il mondo e di Sua Santità Benedetto XVI, storica firma del trattato di pace tra Israele e la repubblica di Palestina.
Annunciata la prossima liberazione di Vladimir Putin.

Sabato - Colpo di stato a Washington, arrestato il presidente americano Bush e rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Una giunta militare ha preso il potere ed ha annunciato l’immediato ritiro di tutte le truppe americane dai teatri di guerra mondiali. In serata il generale Rogers, presidente ad interim degli Stati Uniti, leggerà alla nazione un documento che prova inconfutabilmente le responsabilità del governo Bush nell’ideazione dell’attentato dell’11 settembre. Stupore ed incredulità in tutto il paese.

Domenica - Un enorme disco volante si è posato fin dalle prime luci dell’alba su piazza S. Pietro. Immediatamente allertati sia la protezione civile, sia le forze armate e la NATO. Una squadriglia di F16 sorvola la città eterna.
Verso le 8 del mattino, dall’astronave sono scesi alcuni ominidi che, in perfetto italiano, hanno rivolto un monito all’umanità affinché cessino le guerre.
Gli extraterresti poi hanno chiesto di poter consegnare personalmente un messaggio importante per il presidente del consiglio Prodi. Accompagnato dal sindaco di Roma Veltroni e dal ministro degli esteri D’Alema, Prodi ha incontrato gli alieni.
Pare che il messaggio consegnato dagli extraterrestri contenesse solo alcune laconiche parole: “E il conflitto di interessi?”
Liberato Putin, già in viaggio per Roma, dove incontrerà la delegazione aliena. Il capo degli extraterresti visto nei pressi di Palazzo Grazioli. A mezzanotte meno un minuto, con un comunicato letto da Chicchitto, il presidente Berlusconi annuncia la sua partenza per il pianeta HJT67, già ribattezzato “Il pianeta della Libertà”. “Ho bisogno di cambiare, di staccare dalla politica, di ritornare ad essere ciò che sono, un grande imprenditore. E in quel pianeta c’è un mucchio di figa, pardon, di possibilità di sviluppo. Anche l’amico Vladimir viene con me, è entusiasta. Stiamo convincendo quei generali sovversivi americani a lasciare che George venga con noi.

Sono le prime luci dell’alba a Roma e nel resto del mondo, in questo lunedì. Gli alieni sono ripartiti con la delegazione di ospiti terrestri: Vladimir, Silvio e George. Per tutta la notte sono proseguiti i caroselli di auto strombazzanti e la gente non accenna ancora a cessare i festeggiamenti e le libagioni. Ci volevano gli alieni per risolvere il conflitto di interessi.
E’ un nuovo giorno per l’umanità.

P.S. Ovviamente si fa per scherzare. Nemmeno gli alieni riuscirebbero a convincere Prodi a fare la legge per il conflitto di interessi.
Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti non è affatto casuale.

domenica 1 aprile 2007

Clerical divide do Brasil

A navigare sui siti della stampa internazionale si leggono a volte notizie che sfuggono ai media nostri che non stanno né in Cielo né in Terra, asserviti come sono al potere neocon-oniale.
Quando ho letto questo titolo, che recita:” Benedetto XVI non andrà in Brasile. Il Presidente Lula rompe le relazioni con il Vaticano” mi sono detta, ma questa non sarebbe una notizia da aprirci un telegiornale delle 20, al posto delle solite sbroccate del Banana?

Per fortuna, l’aver studiato il portoghese in gioventù mi ha permesso di leggere l’intero articolo, che narra non solo della sempre più probabile cancellazione del previsto viaggio papale in Brasile, ma anche del colpo del secolo che sta preparando il Presidente brasiliano Lula, tale da far impallidire le riforme progressiste di Zapatero in Spagna.
Un capitolo della legge denominata “Carta dei diritti personali e sessuali del cittadino brasiliano” all’interno del progetto Saude Sexual e Segurança in un botto liberalizzerà definitivamente divorzio (in soli sei mesi), aborto (anche per le minorenni), ricerca sulle cellule staminali (libertà assoluta), matrimonio omosessuale e adozione per le coppie gay in Brasile.
Tutto grazie ad un accordo super-segreto con i vescovi brasiliani aderenti alla Teologia della Liberazione che starebbero inoltre premendo sui colleghi degli altri episcopati e sugli altri governi sudamericani per estendere queste leggi a tutto il continente. Si parla già di un accordo fatto con Chavez, Bachelet e Kirchner.
Non solo, ma gli stessi teologi e i vescovi che appartengono al movimento “Per un ritorno a Cristo”, se il Vaticano dovesse reagire con una scomunica collettiva (che si vocifera imminente oltretevere), avrebbero già pronto uno scisma, che darebbe origine alla nuova Chiesa Cristiana Sudamericana staccata da Roma, con l’immediata eliminazione del celibato per preti e suore e con possibilità per loro di sposarsi e formare una famiglia, anche omosessuale e la donazione di tutti gli averi episcopali ai poveri.

In Vaticano in questi giorni vi è grande fermento, scrive il giornale “O Globo”. La nomina di una generale, Bagnasco, a capo della CEI non fa presagire nulla di buono e fa temere un tintinnar di sacre baionette. Bagnasco sarebbe stato incaricato in gran segreto di recuperare ad ogni costo un clamoroso dossier in mano ai vescovi sudamericani scismatici che se mai pubblicato farebbe crollare il Vaticano come le torri gemelle. Dossier che svelerebbe, secondo alcuni una volta per tutte, i legami inconfessabili tra una multinazionale segreta del crimine che gestirebbe la pedofilia internazionale, ambienti vaticani, servizi segreti occidentali e addirittura la famigerata organizzazione nazista ODESSA.

Altre voci, forse meno attendibili, parlano addirittura dell’esistenza di dossier personali esplosivi su Padre Georg ed il Papa in persona che si starebbe cercando disperatamente di recuperare, grazie anche all’interessamento della CIA, in codice rosso da molti giorni a causa di queste notizie. Secondo gli insiders alla Casa Bianca George Bush sarebbe molto preoccupato e Olmert avrebbe offerto al Vaticano l’aiuto disinteressato del Mossad.

Chi vivrà vedra, intanto i nostri tele e cinegiornali LUCE non ne parlano e continuano, secondo copione, a vomitare sciocchezze varie su diete, maltempo, foche monache in estinzione, dive in disintossicazione e altre tragedie della ricchezza.

sabato 30 dicembre 2006

Vomito ergo sum

Quando eravamo meno civili si eseguivano le condanne a morte sulla pubblica piazza. Si ergeva un bel patibolo dove il malcapitato saliva sulla forca o lasciava la testa sulla ghigliottina o sul più rudimentale ceppo. Dalle parti di Verona, ai tempi di Ezzelino da Romano poteva anche capitare di essere fatti a pezzi e gettati ai maiali ma lasciamo perdere.

Ora che siamo non solo civili ma anche democratici la nuova frontiera del giornalismo, compreso quello televisivo dell'ora di cena, è il patibolo globale. Mr. William Lynch gode di un insperato revival. Sintonizzati sul TG della sera e diventa anche tu tricoteuse. Sentiti come quei bravi cittadini americani che trovano normale andare a vedere un loro fratello - il più delle volte nero e povero - friggere sulla sedia o morire per iniezione letale. Sai che soddisfazione. A me piuttosto viene da vomitare.

Il fetentone è stato giustiziato e con lui si spazza via anche la coscienza sporca di averlo allevato, coccolato, utilizzato per i propri interessi, rinnegato e gettato via come un fazzoletto usato.

Anche la carta stampata non è da meno. Che bel titolo questo del Daily News: "Saddam dondola". Una bella immagine evocativa dell'impiccato, non c'è che dire, di grandissimo gusto, oserei dire una raffinata licenza poetica corredata da un altrettanto lieve commento: "Il pazzo malvagio muore sulla forca all'alba". Manca solo Clint Eastwood e il cast di "Impiccalo più in alto".

Non so a quale cifra sia giunto il counter personale di George W. Bush, chiamato da questo sito americano texecutioner. In ogni caso da stasera segna una tacca in più.
Complimenti anche al Vaticano, solitamente solerte nel celebrare la "difesa della vita". Questa volta i vari portavoce in vece Sua hanno espresso sdegno tardivo, quando ormai Saddam già dondolava e dalla stalla erano irrimediabilmente scappati i buoi. Già, mica era un embrione.
Gli Europei, compresi gli italiani-brava-gente, hanno espresso anch'essi rammarico a tempo scaduto. Nessuno che abbia preso il telefono per tempo e abbia osato dire a George: "Ma che cazzo fai?"

Domani, "5,4,3,2,1... " allegri e contenti, faremo il trenino, ci metteremo lo slip rosso e cercheremo di trombare per poi farlo tutto l'anno, guarderemo quella faccia al mordente per legno di Carlo Conti a reti unificate oppure andremo fuori a farci pelare 50 euro dai ristoratori per mangiare vongole inquinate del Mar Nero, stapperemo lo spumante e brinderemo all'anno nuovo. Senza alcuna vergogna.

lunedì 20 novembre 2006

La rivolta dei generali

Da mesi tira una brutta aria al Pentagono e se non è proprio tintinnar di baionette, poco ci manca. I generali americani sono in subbuglio e sempre più insofferenti verso l’amministrazione Bush a motivo della disfatta in Iraq e della minaccia di allargamento del conflitto su un terzo fronte in Iran.

Bisogna andarsi a cercare le notizie in qualche articolo di giornale e su Internet perché i nostri telegiornali delle ore venti, tra un matrimonio del secolo e un fattaccio di cronaca al sangue preferiscono, se proprio devono parlare di cose serie, far passare l’idea che alla Casa Bianca “tutto va ben, madama la marchesa”. I consensi di George sono in caduta libera e lo sanno anche le pietre ma per gli inviati a Washington più realisti del re, come l’apposito Borrelli, Dabliù Bush è il miglior presidente di tutti i tempi e il suo quasi omonimo Washington gli fa una pippa.
Se ci si informa in maniera un po’ più approfondita si scopre che la società americana è agitata da molti mesi da una vera e propria rivolta di alcuni alti gradi militari contro le scelte di politica estera dell’amministrazione repubbli-con.

Il primo atto concreto della clamorosa iniziativa è stato il 15 aprile scorso l’invio di una lettera nella quale un gruppo di alti ufficiali in congedo chiedeva al presidente di licenziare in tronco il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld.
Tra i firmatari il gen. Anthony Zinni, il gen. Paul Eaton, il gen. Gregory Newbold, il gen. Paul Van Riper, il gen. Charles Swannack, il gen. John Riggs e il gen. John Batiste.
Il motivo di questa richiesta nasce dal sistematico rifiuto di Rumsfeld di tenere in considerazione i consigli provenienti dai comandanti militari, che forse di tattica e guerra ne capiscono qualcosa di più di lui, e per aver di conseguenza condotto gli Stati Uniti alla débacle in Iraq, un paese che sta ormai precipitando proprio in quella sanguinosa guerra civile totale e incontrollabile che, secondo la propaganda di Cheney e compagnia cantante, l’intervento anglo-americano avrebbe dovuto evitare.

Il bello, o il brutto a seconda delle opinioni, è che si tratta in massima parte di ufficiali che hanno sempre sostenuto il partito repubblicano ma che si sentono traditi dalla sua deriva neocon e non bisogna pensare che i fautori della protesta siano solo vecchi generali in pensione un po’ rincoglioniti.
Secondo il sito Appeal for Redress, sono almeno 219 i militari in servizio che hanno sottoscritto un appello al Congresso in cui si chiede il ritiro delle truppe USA dall'Iraq. L'appello sarà consegnato il 18 gennaio 2007, il Martin Luther King Day, e recita:

"As a patriotic American proud to serve the nation in uniform, I respectfully urge my political leaders in Congress to support the prompt withdrawal of all American military forces and bases from Iraq . Staying in Iraq will not work and is not worth the price. It is time for U.S. troops to come home".

"Come patriota Americano fiero di servire in uniforme la nazione, chiedo ai miei rappresentanti al Congresso di appoggiare l’immediato ritiro di tutte le forze armate americane dall’Iraq. Rimanere in Iraq non serve e non ne vale la pena. E’ tempo per le truppe americane di tornare a casa".

Il malumore serpeggia anche in altri autorevoli settori del potere a stelle e strisce.
Il 6 giugno scorso si è svolta a Washington una conferenza stampa nella quale, oltre ai militari rivoltosi, ha partecipato un gruppo di ex diplomatici che ha duramente criticato la politica estera e di sicurezza nazionale dell'amministrazione Bush, chiedendo agli americani di punirla alle elezioni di novembre, come poi è effettivamente avvenuto.
Non dimentichiamo poi il sempre maggior numero di americani che chiede insistentemente di fare piena luce sui fatti dell’11 settembre con l’istituzione di una Commissione d’Inchiesta veramente indipendente, oltre alle richieste di impeachment per le bugie che hanno condotto Bush all’avventura bellica in Iraq.
Dietro alla cacciata di Rumsfeld il giorno dopo il risultato elettorale di medio termine, fatta passare per un diktat del neo presidente della Camera Nancy Pelosi, vi è quindi secondo molti osservatori una seppur tardiva accoglienza della richiesta avanzata nella famosa lettera di primavera.

Se il maggiore problema apparente è l’Iraq, è indubbio però che i generali stiano da tempo reagendo negativamente alle voci sempre più insistenti di attacco all’Iran. Negli ambienti militari si parla di un’altra lettera che alcuni generali e ammiragli in servizio attivo avrebbero presentato al presidente dei capi di stato maggiori riuniti, gen. Peter Pace, in cui gli ufficiali minacciano le dimissioni nel caso in cui la Casa Bianca ordinerà un attacco militare contro l'Iran.
Questo perché in realtà, anche tolto di mezzo Rumsfeld, i militari si rendono conto che il problema è Cheney, che è il vero architetto della politica della guerra preventiva e perpetua. A differenza di Rumsfeld però, che è stato nominato dal Presidente, Cheney è stato eletto dal popolo e non si può licenziare come un co.co.co qualsiasi.

Per dimostrare che la rivolta contro Bush ha carattere perfettamente bipartisan basti dire che il più autorevole settimanale della sinistra americana “The Nation” ha pubblicato nel numero del 16 ottobre un articolo intitolato “Rivolta dei Generali — gli ufficiali contro una guerra fallita” a firma di Richard J. Whalen, affermato esperto di strategia del partito repubblicano e conservatore.
In un articolo su "Slate" dello scorso aprile, il giornalista Fred Kaplan si chiedeva se un colpo di stato militare negli Stati Uniti non avrebbe in questo momento paradossalmente un effetto di moderazione sulla politica americana.

Per ora invece i militari, più saggiamente, sperano che un cambio di indirizzo politico alla Casa Bianca in senso Democratico possa scongiurare lo spauracchio di un allargamento all’Iran del conflitto medio-orientale.
La via d’uscita che mi pare possibile sta nel conferire la maggioranza ai democratici alla Camera e al Senato in modo che si possa fare un’inversione di rotta”, ha detto il gen. Paul Eaton, da sempre repubblicano, riferendosi al disastro della guerra irachena in una intervista a Salon: “La maggior parte di noi vede altri due anni di tutto questo se i repubblicani restano al potere”. “Non ci saresti riuscito a farmi votare per Kerry o Gore neanche con la tortura, ma adesso non sono davvero entusiasta per ciò che ho votato”.
Un alto ufficiale ancora in servizio, quindi protetto dall’anonimato, recentemente rientrato dall’Iraq, ha detto sempre alla stessa rivista: “Posso riferirvi, dalla discussioni a cui ho partecipato nei miei ambienti, che l’unico modo di consentire o arrivare a dei cambiamenti è cambiare leadership”.
Riflettendo questa stessa idea diversi ex ufficiali che hanno avuto recenti esperienze di combattimento in Iraq, hanno lanciato un appello agli elettori americani pro partito democratico.
I generali John Batiste e Paul Eaton hanno rilasciato interviste alla rivista online Salon in cui auspicavano una vittoria democratica. “La cosa migliore che adesso può accadere è che in una o tutt’e due le camere prevalgano i democratici in modo da poter stabilire un qualche controllo”, ha detto il gen. Batiste.

Secondo il col. W. Patrick Lang, ex Ufficiale dell’Intelligence della difesa per il Vicino Oriente e l’Asia meridionale, il Congresso avrebbe il potere di mettere sotto controllo il partito della guerra globale e permanente alla Casa Bianca. Esso potrebbe infatti ritirare il permesso concesso al presidente di fare la guerra nell’ottobre 2002 e potrebbe tagliare i fondi per continuare la disavventura irachena.
Sempre però che George non si inventi qualche altra legge antiterrorismo ancora peggiore di quelle già emanate, o non capiti un’ennesima provvidenziale Pearl Harbor.

martedì 14 novembre 2006

L'acqua è poca e la papera zoppa non galleggia

Cosa cambia nella politica americana dopo la sconfitta rimediata da Giorgino alle elezioni di mid-term, conclusesi con una significativa avanzata dei democratici che potrebbe far presagire un cambio di gestione alla Casa Bianca tra due anni?
Dal punto di vista presidenziale, indubbiamente l’anatra esce ancora più zoppa dalla tenzone e dovrà trascinarsi ancora per due anni sperando in un ribaltamento nei consensi.
Donnie Rumsfeld ci ha subito rimesso le penne ma al suo posto è andato un vecchio amico e collega di papino alla CIA, quindi non so quanto sia da considerarsi rivoluzionario il cambiamento.

Per quanto riguarda la politica dell’amministrazione non mi attendo ulteriori grandi ribaltoni, dato che, come dice Gore Vidal, in America vi sono due partiti, uno di destra e uno di estrema destra, formati da politici che hanno comunque un’unica agenda da rispettare che è quella del “corporate power”, del potere dei gruppi di pressione, del complesso militare industriale e delle multinazionali. I democratici sono portatori di un’agenda più “compassionevole” di quella repubblicana, in genere, ma niente di più.

Gli americani hanno scelto questa volta di votare in maggioranza per i democratici e, se mi permettete una nota cattiva, il voto pro-asinello dev’essere stato proprio a valanga se questa volta gli amici di Jeb e Dubya non hanno potuto fare i soliti giochetti con le slot-machines elettorali della Diebold.
Tuttavia, più che un premio ai democratici il risultato elettorale potrebbe essere letto come una punizione nei confronti dell’amministrazione Bush, e nella fattispecie, della cricca neocon che ha trascinato il paese in due guerre dall’esito fallimentare causando la morte di migliaia di giovani americani.

Oltre al fattore guerra, nell’avanzata democratica può aver giocato anche la preoccupazione per la deriva liberticida di alcune leggi approvate dal presidente Bush con la scusa della guerra al terrorismo e che sono causa di molta preoccupazione nei settori più genuinamente liberal della società americana.

Molti commentatori italiani si sono affrettati a tessere le lodi dei neo-eletti deputati e senatori, dal primo musulmano che entra alla Camera a discapito del clima anti-islamico, al giovane e nero senatore Barack Obama.
Lodi sperticate sulla fiducia anche alla nuova presidente della Camera, donna e italoamericana, dimenticando che la signora, ad esempio sul Medio Oriente, non si scosta di molto dalla politica neocon e che anche Al Capone era italoamericano.
Ovazione per Hilary Clinton che potrebbe succedere a suo marito al potere presidenziale, caso unico nella storia dopo Jiang Qing, la vedova di Mao. Chissà chi sarebbero gli altri tre nella nuova Banda dei Quattro? Hilary è senz’altro in gamba ma è anche lei espressione di quell’unico calderone oligarchico dal quale nascono i politici statunitensi.

La nota comica dei commenti è giunta come al solito dal TG1 che ha detto testualmente che la signora Pelosi, neo-presidentessa della Camera, sarebbe andata da George e lì sul tamburo gli avrebbe intimato di cacciare Rumsfeld, cosa prontamente eseguita da Bush, segno del nuovo grande potere raggiunto dai democratici.
I telegiornali hanno un’idea molto provinciale degli Stati Uniti, mediata dai film commedia stile anni 50 con le donne che comandano a bacchetta gli uomini e preparano la torta di mele.

In realtà Rumsfeld si è tolto finalmente dai coglioni per ben altri motivi, di cui parlerò domani, che nascono dalla misconosciuta rivolta dei militari USA contro l’amministrazione Bush che cova sotto la cenere da parecchi mesi.

giovedì 19 ottobre 2006

L'incubo del generale


Questa combinazione di un immenso establishment militare e di una vasta industria degli armamenti, sono un fatto nuovo. La sua influenza totale, economica, politica, e perfino spirituale si avverte in ogni città, in ogni parlamento statale ed in ogni ufficio federale. Noi riconosciamo l'esigenza imperativa di tale sviluppo ma non possiamo non comprendere le gravi implicazioni dato che riguardano il nostro lavoro, le nostre risorse, la nostra sopravvivenza e la struttura stessa della nostra società. Dobbiamo guardarci, nei consigli di governo, dalla ingiustificata influenza volontaria o involontaria del complesso militar-industriale. Non dovremo mai permettere che il peso di questa coalizione metta in pericolo la nostra libertà e la nostra democrazia."

Il 17 gennaio 1961, nel suo discorso di addio al popolo americano prima di lasciare la presidenza a John Fitzgerald Kennedy, il repubblicano Dwight D. Eisenhower nominò per la prima volta il “complesso militare-industriale” ovvero l’intreccio di interessi tra produttori di armi, potere militare e potere politico e ne denunciò il pericolo intrinseco di condurre il paese ad una dittatura (qui potete leggere la traduzione integrale in italiano del discorso) .

Eisenhower, 34° presidente americano, era un militare egli stesso, anzi era stato Comandante in capo delle Forze Alleate in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale col grado di generale di corpo d'armata.
Non era una mammoletta, durante il suo mandato la CIA utilizzò spesso e volentieri le black-ops, le operazioni sotto copertura per rovesciare i governi non graditi agli Stati Uniti.
Tuttavia, conoscendo bene l’ambiente, si sentì in diritto di lanciare un avvertimento che, in questi primi anni del nuovo millennio, molti americani stanno riscoprendo nella sua lucida attualità.

Non è un mistero infatti che dagli anni '60 il complesso militare-industriale abbia visto il suo potere accrescersi in maniera strabiliante. La novità è che le sue componenti industriali e politiche tendono sempre più a compenetrarsi. I grandi CEO delle multinazionali non si servono più della classe politica per gestire i propri interessi ma si candidano essi stessi e il braccio armato del loro potere, la componente militare della quale hanno sempre più bisogno, assorbe sempre maggiori risorse.

Nel 1953 il bilancio militare degli Stati Uniti ammontava a 42 miliardi di dollari. Nel 2002 aveva raggiunto la cifra di 335,7 miliardi di dollari . Pur tenendo conto dell’inflazione si tratta di un incremento enorme. Nel solo anno 2003 la presidenza Bush richiese al Congresso un aumento di 45 miliardi di dollari, vale a dire il 13% in più rispetto all’anno precedente e l’aumento più consistente dall’inizio dell’era Reagan. Giusto per non dimenticarlo, si tratta di soldi pubblici che finanziano guerre pagate dal contribuente americano con il denaro e il sangue dei propri figli.

Questo riarmo esponenziale viene giustificato attualmente dalla necessità di combattere la “guerra al terrorismo” innescata da quella che fu definita dalla stampa mondiale "l'altra Pearl Harbor", l'attacco all'America dell’11 settembre 2001.

Come sappiamo, la paternità dell'attentato fu attribuita dall'amministrazione Bush ad un gruppo di terroristi di Al-Qaeda di nazionalità saudita, capeggiato da Osama Bin Laden.
Tuttavia, appena poche ore dopo la tragedia che causò 3000 morti americani il ministro della Difesa Donald Rumsfeld chiese piani di guerra contro Bagdad che, come gli eventi successivi hanno dimostrato, non c’entrava nulla con gli attentati. Colin Powell, allora segretario di Stato, prese tempo ma sarà proprio lui ad essere inviato in seguito a fare la nota figura barbina all’ONU agitando le fialette delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam come pretesto per schiacciare il dittatore iracheno.

Rumsfeld non faceva che perorare la causa del PNAC (Progetto per un nuovo secolo americano) un think-tank ultra-repubblicano fondato nel 1997 che propugna da allora l'assunzione del ruolo di unica superpotenza mondiale da parte dell’America. Molti componenti di questo gruppo di potere neocon fanno parte dell'amministrazione Bush.

Nel gennaio del 1998 l’équipe del progetto, tra i quali si leggono, oltre a quello di Rumsfeld, i nomi di John Bolton (attuale ambasciatore all'ONU) e Paul Wolfowitz (presidente della Banca Mondiale), scrisse al presidente Clinton una lettera, chiedendo un cambiamento radicale nei rapporti con le Nazioni Unite e la rimozione dal potere di Saddam.

Nel 2000, nel noto documento “Rebuilding American Defense” (versione originale inglese in pdf), il PNAC affermava che gli Stati Uniti, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, avevano un’opportunità strategica senza precedenti, quella di rimanere unica superpotenza e imporre la “pax americana” al mondo. Quello stesso tipo di “pax americana” che JFK aveva pubblicamente rifiutato nel celebre discorso “La strategia della pace”, del giugno 1963:
«Quale genere di pace stiamo ricercando? Non una pax americana, imposta al mondo dalle armi da guerra americane...».

Per rendere gli Stati Uniti unica potenza mondiale il PNAC nel suo proclama del 2000 riteneva necessario tra l’altro:
difendere il suolo americano; combattere e vincere in multipli, simultanei teatri di guerra; assolvere i compiti di «polizia» per rendere sicure le “regioni critiche”; trasformare le forze americane per sfruttare la «rivoluzione negli affari militari». Per portare a termine queste missioni, dichiaravano, dobbiamo: mantenere la superiorità nucleare; rafforzare l’esercito; riposizionare le Forze armate americane verso il Sud est europeo e il Sud est asiatico, nuove aree strategiche del ventunesimo secolo; controllare i nuovi «beni internazionali» dello spazio e del cyberspazio; aumentare le spese militari gradualmente a un livello minimo tra il 3,5 al 3,8 per cento del Pil, aggiungendo da 15 a 20 milioni di dollari al totale della spesa annuale per la difesa.
Insomma, era necessario stabilire un nuovo ordine mondiale fondato su una sorta di rivoluzione permanente, simile a quello già annunciato da Bush padre l’11 settembre del 1990 (la data è sicuramente casuale) nel discorso davanti al Congresso, dove si tuonava per la prima volta contro l’ex alleato contro l'Iran Saddam Hussein diventato nemico pubblico numero uno ed ossessione personale della famiglia Bush.


La rimozione di Saddam sarà compiuta solo nel 2003 dopo che Clinton, affossato da uno scandaletto sessuale, avrà lasciato la presidenza al figlio d’arte George W. Bush, eletto nel 2000 nella più controversa delle competizioni elettorali della storia degli Stati Uniti, con la nota faccenda dei brogli elettorali della Florida.

A pag. 51 di "Rebuilding American Defense", a proposito dei progetti di potenza degli Stati Uniti, si legge: […] il processo di trasformazione, anche se portera’ ad un cambiamento rivoluzionario, sara’ verosimilmente un processo lungo, senza un qualche evento catastrofico e catalizzatore, come una nuova Pearl Harbour. […]

Grazie a quella nuova Pearl Harbour che è capitata a fagiolo l’11 settembre, vi è stata la tanto agognata rimozione di Saddam che ha però provocato la morte presumibile di centinaia di migliaia di civili iracheni (si parla di oltre 500.000), di oltre 2.700 soldati americani e del ferimento grave di oltre 20.000 di essi.
A tre anni dal suo inizio, la guerra in Iraq si è trasformata in un pantano dove la tanto paventata guerra civile tra le fazioni locali è una realtà e non sembra esserci una facile via d’uscita per le forze di occupazione anglo-americane.
Nell’altro teatro di guerra apertosi immediatamente dopo l’11 settembre, l’Afghanistan, Bin Laden non è stato catturato e i talebani stanno rioccupando posizioni su posizioni. E, tanto per cambiare, le donne continuano a portare il burqa.

Abbiamo quindi i famosi multipli scenari di guerra ma non basta, gli americani hanno una legge incostituzionale che limita le libertà dei cittadini (Patriot Act), approvata nell'ottobre 2001 nel corso dell'emergenza antrace e rinforzata dall’ultima legge firmata da Bush il 17 ottobre che di fatto instaura la legge marziale per i “sospetti terroristi” e ne autorizza la tortura. Il presidente Bush, novello imperatore Palpatine, intende anche vietare lo spazio alle nazioni ostili e implementare ulteriori sistemi per controllare la stampa e l’informazione mondiali per individuare le posizioni ostili all’America.

Tutto come desiderato dal complesso militare-industriale, dai think-tank come il PNAC e come temeva il vecchio generale presidente, nel peggiore dei suoi incubi.


lunedì 2 ottobre 2006

Il caso antrace (Amerithrax)

Nell’ottobre del 2001, un’America ancora sotto shock per la tragedia dell’11 settembre si trovò ad affrontare una nuova emergenza, questa volta ancora più sottilmente spaventosa e che aveva a che fare con lo spettro del terrorismo batteriologico. Fu una crisi che coinvolse direttamente il Congresso americano e alcuni politici di primo piano e causò la morte di cinque persone.

Erano giorni frenetici per i senatori del Congresso, ai quali si richiedeva di approvare il Patriot Act, una legge antiterrorismo voluta fortemente dall’Amministrazione Bush, che avrebbe introdotto alcune limitazioni alle libertà personali dei cittadini americani e per questo era estremamente controversa.
Il progetto di legge fu presentato al Congresso il 2 ottobre. Il leader della maggioranza al Senato, il senatore democratico Tom Daschle chiese più tempo per esaminare tutte le carte relative e disse che dubitava che il Senato avrebbe approvato questa legge rispettando la tabella di marcia di una settimana come desiderava l’amministrazione Bush. [ Washington Post, 3/10/01].
Anche il capo della commissione giustizia al Senato, il democratico Patrick Leahy, che come Daschle aveva il potere di bloccare l’iter legislativo, sollevò dubbi di incostituzionalità del provvedimento.

Il 5 ottobre i giornali riportarono la notizia della morte di Robert Stevens, un giornalista del "Sun" di Boca Raton, Florida che era stato ricoverato in seguito al contagio con il Bacillus Anthracis, un batterio le cui spore provocano l’antrace, una malattia mortale (CNN, 18/11/01, South Florida Sun-Sentinel, 01/12).
Il segretario alla Sanità Tommy Thompson escluse la matrice terroristica e suggerì che il contagio fosse avvenuto attraverso vie naturali. L’opinione pubblica venne rassicurata, l’antrace non è contagiosa. Si scoprirà che altre persone erano state infettate fin dal 23 settembre (le prime lettere risultarono spedite il 18) ma non erano state correttamente diagnosticate.

La mattina di lunedì 15 ottobre 2001 si raggiunse l’apice della crisi. Un impiegato dell’ufficio del senatore Tom Daschle aprì una lettera minatoria (spedita il 9) contenente una polvere che si scoprirà contenere spore di bacillo dell’antrace. Risulterà in seguito che un'altra lettera contenente le micidiali spore era stata indirizzata al Sen. Patrick Leahy.
Il testo delle lettere indirizzate a Daschle e Leahy diceva: “Non puoi fermarci. Abbiamo questa antrace. Morirai. Hai paura? Morte all’America. Morte ad Israele. Allah è grande”. (fonte FBI).
Il giorno 16 il palazzo che ospita gli uffici del Senato venne chiuso e i controlli si estesero anche alla Camera dei Rappresentanti, dopo che 28 membri del personale risultarono positivi al test dell’antrace.
Tutto il personale e i deputati e senatori che potevano essere stati infettati vennero sottoposti a trattamento con Cipro, un antibiotico della famiglia dei chinolonici usato comunemente contro le infezioni urinarie ma efficace anche contro il bacillo dell’antrace.
Altre due lettere contaminate vennero nel frattempo spedite alla NBC News e al New York Post.

Il 21 e 22 ottobre morirono di antrace gli impiegati postali Thomas L. Morris (55 anni) e Joseph P. Curseen (47), che avevano maneggiato le lettere contaminate.
Il governatore Thomas Ridge, direttore della Sicurezza Nazionale, rivelò che le spore contenute nelle lettere inviate al New York Post e ai senatori democratici appartenevano al ceppo Ames (generalmente utilizzato nei laboratori di ricerca sulle armi batteriologiche) ma che quelle destinate ai senatori erano dieci volte più concentrate.
Il 31 ottobre morì l’infermiera di New York Kathy Nguyen e il 21 novembre l’ultima vittima, Ottilie Lundgren di Oxford nel Connecticut.

Il 24 ottobre fu approvato un finanziamento di 300 milioni di dollari per gli stati che avevano subito l’emergenza antrace e inoltre il segretario alla sanità Tommy Thompson annunciò, assieme al presidente e amministratore delegato della Bayer Corporation Helge Wehmeier, il raggiungimento di un accordo per l’acquisto da parte delle autorità federali di ingenti quantitativi di Cipro a basso prezzo.

Lo stesso giorno, al Senato, passò finalmente il Patriot Act, con il solo voto contrario del senatore Russell Feingold, il cui ufficio era di fianco a quello di Tom Daschle.
Il membro del Congresso Ron Paul dichiarò:“A quanto ho potuto capire il disegno di legge non era stato stampato prima del voto – o almeno io non ho potuto averne una copia. Utilizzano ogni tipo di gioco o sotterfugio, tenere la Camera aperta in sessione per tutta la notte, ed il disegno di legge era molto complicato. Forse una manciata di funzionari lo ha anche realmente letto ma sostanzialmente il testo della legge non è stato reso disponibile ai membri del Congresso prima del voto”. Più tardi si scoprì che soltanto due copie della legge furono rese disponibili nelle ore prima del suo passaggio alla Camera e gran parte dei rappresentanti ammisero di aver votato il Patriot Act senza averlo letto prima." (Insight, 9/11/01)

Inizialmente venne suggerito che sia al-Qaeda o l’Iraq fossero i mandanti delle lettere all’antrace. [Observer, 14/102001; BBC, 16/10/2001; London Times, 27/10/2001].
In realtà, ulteriori indagini condussero gli investigatori a concludere che “tutto faceva pensare ad una fonte interna. Nessun indizio risultava compatibile con un’operazione di terrorismo internazionale.” [Washington Post,27/10/2001; St. Petersburg Times, 10/11/2001]

Secondo quanto scrive Tempo Medico, “Le spore di antrace circolate per posta nell'ottobre 2001 appartenevano al ceppo Ames ed erano particolarmente letali perché venivano dal cuore della scienza militare americana: erano infatti state raffinate nel laboratorio di massima sicurezza di Fort Detrick (Maryland), tanto che il vicedirettore dell'FBI Van Harp scrisse una lettera ai quarantamila scienziati dell'American Society for Microbiology, affermando: "E' molto probabile che qualcuno di voi sappia chi è il colpevole". Su questo stesso punto insistette, sul New England Journal of Medicine, anche Louise Richardson dell'Università di Cambridge: "Con la costruzione di nuovi laboratori di massima sicurezza, in cui lavoreranno centinaia di persone appositamente addestrate, aumenta anche la possibilità che qualcuno di questi scienziati abbia dei contatti con una qualche organizzazione terroristica".

Nell’agosto 2002, l’FBI fece il nome di Steven Hatfill, un ricercatore di armi batteriologiche che aveva lavorato per il governo Americano, come persona sospetta nel caso “Amerithrax”. [Associated Press, 1/8/2002; London Times, 2/8/2002]
Nonostante le approfondite indagini non verrà mai formalmente incriminato.

Il 10 gennaio 2003 Judicial Watch, un ente privato conservatore che negli Stati Uniti controlla l'apparato giudiziario denunciò il fatto che l’amministrazione Bush, nonostante la legge sulla libertà di informazione FOIA, non aveva rilasciato i documenti da loro richiesti per un’ulteriore indagine sul caso antrace.
La denuncia si basava su notizie comparse sulla stampa fin dall’ottobre 2001 che parlavano della possibilità che il personale della Casa Bianca, incluso il vicepresidente Dick Cheney e il suo staff, la sera stessa dell’11 settembre, avesse cominciato ad assumere pastiglie di Cipro, che come ricordiamo, è efficace contro l’antrace.
La giornalista Sandra Sobieraj dell’Associated Press scriveva il 23 ottobre 2001 sul Washington Post: “Come ha dichiarato un testimone, la notte dell’11 settembre lo staff medico della Casa Bianca distribuì il Cipro al personale che accompagnava il vice presidente Dick Cheney in partenza per Camp David, dicendo loro che si trattava di “misure precauzionali”. A quel tempo nessuno poteva prevedere le dimensioni del piano terroristico”.

Judicial Watch voleva sapere se era vero che la Casa Bianca era stata protetta col farmaco, mentre senatori e deputati e i lavoratori delle poste, due dei quali erano morti, non lo erano stati o avevano ricevuto il trattamento solo dopo gli attacchi. E soprattutto, in quel caso, perchè la Casa Bianca era stata protetta ben prima che la crisi antrace scoppiasse quasi un mese dopo?
Judicial Watch non ha ricevuto risposte e nessuno risulta a tutt’oggi, a cinque anni di distanza, indagato per il caso Amerithrax.

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